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Carica un'immagineA undici giorni dagli scontri di Bologna del 20 luglio, una riflessione su come la cronaca di una morte rischi di diventare terreno di scontro invece che di ascolto.
Carica un'immagineTra le pressioni della Commissione UE e il programma SAFE, un passo importante che apre più di una domanda su chi decida davvero la difesa comune europea.
Carica un'immagineUn'analisi de Il Grande Lebowski, tra l'ironia dei fratelli Coen e il senso nascosto dietro un protagonista apparentemente senza qualità.
Settant'anni dopo lo scandalo, un romanzo che chiede ancora di essere letto per quello che è: la confessione di un narratore inattendibile.
Carica un'immagine24 Giugno, il sole splende su Roma. Si sente un rumore d'acciaio, le porte di Rebibbia si aprono.
Ne La montagna incantata di Thomas Mann, l'isolamento del Berghof non è poi così diverso dalle nostre zone di comfort.
Carica un'immagineil flamenco del giustizialismo.
Carica un'immagineRitorna lo Sceriffo!
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Carica illustrazioneUno sguardo disegnato sull'attualità, un mese alla volta. Tutte le vignette →
CaricaIl domani non potrà esistere se oggi non avremo il coraggio di scegliere e di costruire l’alternativa: un numero tra decisioni, strade che si dividono e orizzonti da immaginare.
Carica la copertinaIl fotografo Henri Cartier-Bresson riteneva che "per significare il mondo, bisogna sentirsi coinvolto in ciò che si inquadra nel mirino”.
Noi crediamo fortemente nell’inscindibile valore del coinvolgimento che solo una scrittura viva e passionale può riuscire a trasmettere. È questo, infatti, lo scopo di cui questa rivista fa tesoro.
Nessi nasce dall’esigenza di giudicare, dalla volontà di contrastare quell’inerzia culturale - e dunque anche critica - che, a nostro avviso, annichilisce l’Università e, in ultima analisi, la società.
La rivista si rivolge a quella platea silenziosa che ha ancora voglia di confronto, che non ha paura di leggere, approfondire, accogliere anche punti di vista differenti, e che sente come noi il dovere, e ancora prima il bisogno, di rispondere alle sollecitazioni che provengono dalla realtà.
La scelta del nome “nessi” è espressione di un credo profondo: l’idea che quel che accade nel mondo non abbia una portata episodica, ma delle congiunture profonde.
È cogliendo queste connessioni che crediamo sia possibile una lettura di più ampio respiro sul presente e che ancora riesca a dire qualcosa di noi.
Tutto nasce dall’esigenza di raccontare una realtà complessa e piena d’insidie, affinché dalle nostre singole esperienze accademiche possano emergere spunti comuni di riflessione per la costruzione di un’università che rimetta al centro i valori della democrazia e della libertà di espressione. Un’università che spesso appare smemorata e che lascia prevalere la forza sulla parola.
Nessi si propone di tracciare un sentiero tra gli estremi, nel solco della memoria democratica di questo paese, il cui significato si ritrova nelle parole di Ungaretti in ricordo dei resistenti:
“Qui vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti li avessero aperti
per sempre alla luce.”
Nessi è un gruppo di amici universitari uniti dalla comune speranza in questo ideale di connessione e coinvolgimento. Siamo studenti di diverse discipline, da giurisprudenza e scienze politiche ad ingegneria e filosofia, e per questo crediamo che le parole di ognuno di noi siano specchio del proprio sguardo sulle cose, e che per questo vadano valorizzate come tali.
Nessi è una rivista mensile. Ogni primo del mese pubblicheremo una raccolta di articoli, in cui ciascuno di noi approfondirà il tema che più desidera indagare.
Chi cerca in questa rivista uno studiato filone di temi metodicamente organizzati si troverà, al contrario, di fronte a parole che seguono la sola logica della curiosità soggettiva e della passione personale.
Auguriamo una buona lettura a chiunque ricerchi, tra le vicende del mondo, dei nessi con la propria storia.
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Carica un'immagine24 Giugno, il sole splende su Roma.
Si sente un rumore d’acciaio, le porte di Rebibbia si aprono. Un uomo, scortato da un agente penitenziario, si dirige verso l’uscita con fare tranquillo e il passo rilassato. Addosso ha una camicia coreana blu navy e dei piccolissimi occhi vispi di chi sa già quali passi fare, l’uomo, è Gianni Alemanno. L’ex Ministro e Sindaco di Roma ha appena finito di scontare la pena di un anno e dieci mesi per traffico d’influenze illecite (poi convertito e continuato nella nuova figura del peculato per distrazione).
Esce circondato da conoscenti festosi e microfoni, ribadisce con fermezza la sua condanna allo Stato per le condizioni cui sono costretti i detenuti e dice che: “la Repubblica, dentro le carceri, perde la faccia”. Il messaggio è lodevole, il personaggio meno, ed è forse questo dualismo ambiguo, dolceamaro, che ha sfiorato le nostre coscienze, che ci ha fatto esclamare rincuorati: se se n’è accorto lui. Fino a qui tutto bene, sembra quasi che la speranza possa passare anche per quegli occhietti. Ma ahimè, cari lettori e lettrici, la delusione, anche questa volta, non tarda nemmeno il tempo di una cena. Difatti, la sera stessa, fuori da un ristorante di Roma Nord, un nugolo di giornalisti accerchia alcuni volti noti della “sporca dozzina” vannacciana: Domenico Furgiuele, entrato ormai nelle grazie di pentiti Meloniani e Leghisti a suon di “camerati” e “Dio Patria e famiglia”; Rossano Sasso, il volto istituzionale della remigrazione e tanti altri; in mezzo a tutti però, col suo metro e novanta di retorica spicca lui: il Generale. Si parla di tutto, degli argomenti di cui si discuterà tra la scarola e il porceddu col pane carasau (come riporta Sky): di chiamate e numeri di telefono, di Meloni e dell’interlocuzione col centrodestra. Ma ad un certo punto arriva l’uomo del momento, Gianni Alemanno, freschissimo come la camicia bianca che porta. I giornalisti sfruttano l’occasione per chiedere all’ex Sindaco della Capitale delucidazioni sul ruolo che d’ora in avanti svolgerà dentro FN, così, parla di certezza della pena, della centralità della questione sicurezza e della necessità di avere un sistema carcerario funzionante. Il Generalissimo prende la palla al balzo e dice la sua: “e io che ho detto? tra Abele e Caino, io sto con Abele e credo che Caino debba marcire in galera”. Poi il gelo, alcuni passanti riferiscono di aver visto Sora Lella, presumibilmente scappata dal cimitero del Flaminio, ripetere a gran voce: annamo bene, ma proprio bene. Il Segretario, poi, prova – inutilmente - a rialzarsi facendo leva sulla particolare efferatezza del crimine, impresa non semplice dopo che si è parlato - davanti ad un uomo fresco di libertà - di detenuti che dovrebbero “marcire” e “penare”.
Ora mi tocca solo che sperare che qualcuno, oltre la Ravetto col suo spray del merito, porti qualcosa in Futuro Nazionale, nello specifico, un vertigoval per Alemanno. Ma si sa, dalle convivenze più difficili possono sbocciare grandi amori. Le passerelle circensi del 13-14 Giugno, andate avanti a suon di camerati, remigrazione e Dio Patria e Famiglia mi hanno riportato al passato, alle infinite volte in cui queste si sono ripetute, nel loop della galassia sovranista.
Però, caro sostenitore di Futuro Nazionale - se posso darti un consiglio spassionato - ti chiedo di riflettere sul fatto che, se hai delle carceri inumane e continui a propinare la logica della repressione e del bastone, del marcire e del penare, rischi anche tu, tra qualche mese, di perdere da quel motto che tanto ti piace Dio, e poi, una volta al Governo, anche la Patria e la Famiglia, proprio com’è successo ai tuoi cugini, sovranisti “de noantri”, che una volta al governo si sono “allineati”.
Eppure, vista dall’esterno, la detenzione di Alemanno è stata la cosa più vicina all’espiazione descritta dalle sacre scritture. Una forma di epurazione non solo materiale, ma spirituale, un duro cammino di riconciliazione con l’autorità divina che passa attraverso il severo assoggettamento alla pena. Ed è qui, tra i libri e le ripetute manifestazioni d’innocenza, che si cela il nuovo volto di Alemanno. Un volto come tanti, come tutti quei pregiudicati (politicanti) che, una volta usciti di galera, provano a spiegarci la disumanità del sistema penitenziario e mediatico che - in non pochi casi - hanno contribuito a creare. E non si può certo negare che, a volte, anche il perimetro che divide la sacrosanta volontà di parlare dell’inferno in terra e la mera opportunità politica sfuma. Soprattutto in casi come questo, in cui, da un lato, ci si limita a denunciare la “non funzionalità”, e dall’altro, ci si spende per chi alimenta con parole e fatti l’idea di un sistema penale “sparatutto”, tutto ordine e disciplina. Un partito, che, come tanti altri, predica l’inasprimento e l’utilizzo satisfattorio del diritto penale per raccattare voti, per tessere, con le paure degli italiani, delle bambole vudù per avere sempre la rabbia a portata di mano, per sapere dove far male e dove aggiungere la parola necessaria al voto. Lo sforzo pernicioso di chi potrebbe semplicemente cambiare obiettivo, orientare culturalmente la “pancia” del Paese, dire alle folle inferocite che le ferite delle carceri e delle strade ce le siamo fatte da soli con la repressione, mica con ciò che chiamano “permissivismo”.
Pertanto, chiedo a te, silenzioso sostenitore della repressione:
Dici di amare le forze armate e poi confini la polizia penitenziaria in una bolgia.
Dici di amare Dio ma predichi, per il prossimo tuo, l’uso della forza bruta, l’uso della legge del penare e del marcire, impettendoti all’eccessiva morbidezza di parole come rieducazione e risocializzazione.
Gianni Alemanno, in una dichiarazione resa qualche giorno fa ha detto che, il primo senso che ha recuperato una volta uscito è stata la vista, ora vede l’orizzonte, prima non riusciva per via di un muro. E tu, elettore, non credi forse di dover fare lo stesso, non credi di dover di riprendere a vedere? Caduto il muro, cosa rimane della tua repressione?
46318 posti effettivi per 64436 detenuti con un tasso d’affollamento mostruoso del 139,1% e delle condanne della Corte EDU, che pesano come macigni, per trattamenti inumani e degradanti.
Un piano straordinario di edilizia penitenziaria i cui risultati (inesistenti) vengono sbandierati dal Governo, nonostante dall’approvazione del piano i posti regolamentari siano addirittura diminuiti.
Un tasso di suicidi in carcere 22 volte superiore rispetto alla società esterna (106 dall’inizio del 2025, di cui 26 dopo brevi permanenze).
Un tasso di recidiva non determinabile dettagliatamente - per l’assenza di sistemi di rilevazione adeguati (paradossale in uno Stato che “dovrebbe” tendere alla rieducazione del condannato) - ma che si attesta, cumulando recidivi e recidivi plurimi, intorno al 59,2%.
Per tutto il resto, per tutta l’umanità che sta sotto i nostri piedi, caro lettore, ti rimando ad un report essenziale per capire una parte d’Italia drammaticamente visibile: “Tutto chiuso”, il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, presentato circa un mese e mezzo fa a Roma.
Pioggia,
Vapore,
Velocità.
Tre parole che rappresentano una generazione. Una folla di omuncoli grigi incravattati che camminano, con la testa china e il passo rapido. Persi nel logorio della vita moderna e nella nebbia, spesso non riusciamo a vedere delle luci, dei luoghi liminali dimenticati da Dio, delle praterie immense che ai nostri occhi non esistono, perché non ci appartengono, perché superano i nostri confini. Esistenze tanto appese quanto trascurate che ci circondano, che provano costantemente a dirci qualcosa. Eppure, basterebbe solo un po' d’attenzione, uno sguardo, essenzialmente riassunto da Franco Arminio in 34 parole:
“Guarda.
Sei in un posto qualsiasi
e ti raggiunge un albero,
un muro, un viso.
Il centro del mondo è poco lontano da te,
è nelle vie secondarie, ti aspetta
dove non ti aspetti niente.”
Quante volte, guardando la città notturna, ci siamo chiesti come vivessero le persone dentro i palazzoni?
Quante volte, attraversando l’Italia, abbiamo osservato quei casolari domandandoci chi li abitasse?
Questa volta, abbiamo deciso di scendere in quegli angoli remoti che possono condurci a riscoprire la luce dell’altro. Abbiamo deciso di scendere in quelle periferie, fisiche ed esistenziali, per ascoltare le loro parole, per sentire queste voci dai margini.
Vi auguriamo una buona lettura, La Redazione di NESSI
Carica un'immagineEsistono periferie che non appaiono sulle mappe: territori interiori che restano ai margini della coscienza, nascosti sotto la superficie della vita quotidiana. Sono luoghi oscuri dell’essere umano, in cui paura e aggressività si intrecciano al bisogno di appartenenza, fino a rendere fragile il riconoscimento dell’altro come nostro simile. Forse, da sempre, abbiamo bisogno di credere che il male abiti altrove. Lo releghiamo nei volti dei fanatici, dei dittatori, dei mostri della storia, come se bastasse collocarlo a debita distanza per sentirci innocenti. È una separazione rassicurante che ci permette di immaginare la crudeltà come qualcosa di incompatibile con la nostra indole. Eppure, è proprio la psicologia sociale a incrinare questa illusione, mostrando quanto sottile e instabile possa in realtà essere il confine che separa la vita ordinaria dalla violenza. “Ognuno porta un’ombra”, scriveva Jung, “e meno essa è incorporata nella vita cosciente dell’individuo, più è nera e densa”. Riconoscerla significa accettare che il male, o comunque ciò che consideriamo negativo, non è solo qualcosa di estrinseco, ma può emergere anche dentro di noi. Ciò che ci appare oscuro contribuisce a definirci, a comprendere chi siamo anche attraverso ciò che non vorremmo essere. Il compito dell’individuo non deve consistere nel reprimere la propria Ombra, ma nel guardarla senza rimozione, sottraendola così alla sua forma più cieca e distruttiva.
Quando queste tensioni profonde dell’essere umano vengono alimentate da dinamiche collettive, sociali e politiche, smettono di appartenere soltanto alla dimensione interiore e si traducono in fatti storici. “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”, ammonisce Primo Levi. E in queste parole la memoria si pone come una soglia inquieta protesa sul presente, rendendo così evidente come certe derive appartengano alla possibilità stessa della condizione umana, più che a un’epoca specifica. Cosa spinge, allora, una società ad accettare bombardamenti sui civili, forme di odio sistematico, dinamiche di vendetta collettiva o, perfino, lo sterminio di un popolo? Su questi interrogativi si innesta l’analisi dello psicologo Piero Bocchiaro nel libro Psicologia del male, in cui mette in luce i meccanismi che inducono individui ordinari a compiere, sostenere o tollerare azioni disumane. Attraverso esperimenti celebri e casi storici, emerge una verità destabilizzante: paura, obbedienza, appartenenza al gruppo e disumanizzazione possono alterare radicalmente il nostro sguardo sulla realtà. Comprendere questi processi non significa assolvere, ma riconoscere quanto fragile possa farsi l’empatia quando il mondo si stringe attorno all’idea di un nemico assoluto. E l’umano, lentamente, smette di vedere l’umano.

Una delle modalità più incisive attraverso cui la coscienza morale si attenua è la delega della responsabilità. Quando un’azione smette di apparire come una scelta personale e si trasforma in qualcosa di richiesto, autorizzato o semplicemente condiviso da un sistema più grande dell’individuo, il giudizio interiore si indebolisce, ritraendosi sullo sfondo. Stanley Milgram ha mostrato con inquietante chiarezza quanto facilmente questo spostamento possa verificarsi in ognuno di noi. In un contesto sperimentale, ai partecipanti veniva chiesto di infliggere a un’altra persona presunte scosse elettriche ogni volta che questa commetteva un errore. Di fronte al disagio crescente e ai segnali di sofferenza della vittima, molti continuavano comunque a obbedire, come se la presenza di un’autorità scientifica bastasse a sospendere il peso della decisione morale.
Qualcosa di ancora più sottile emerge quando è il contesto stesso a plasmare l’identità dei soggetti. Nel celebre esperimento di Philip Zimbardo, in cui studenti universitari furono suddivisi tra “guardie” e “prigionieri” all’interno di una simulazione carceraria, non fu necessario alcun ordine esplicito perché le dinamiche degenerassero: bastò il ruolo. E qui sembra prendere forma ciò che Erving Goffman descriveva come “messa in scena” del sociale: l’identità come performance situata, adattata alle aspettative della cornice, non come nucleo stabile. Le “guardie” iniziarono progressivamente a incarnare la funzione di controllo, irrigidendosi in forme di dominio sempre più coercitive; i “prigionieri”, dal canto loro, scivolarono in una condizione di passività e progressiva erosione dell’identità. Ciò che colpisce, ancor più dei comportamenti osservati, è la rapidità con cui l’essere umano può coincidere con la parte che gli viene assegnata. Non agisce più soltanto come individuo autonomo, ma come figura già delineata da un sistema di aspettative, come se la coscienza personale venisse gradualmente assorbita da una sceneggiatura più ampia: un processo che lo stesso Zimbardo avrebbe poi definito “Effetto Lucifero ”. In questa prospettiva, il comportamento morale dipende principalmente dalla struttura della situazione in cui l’individuo è inserito, oltre che dalle intenzioni individuali. Quando il contesto legittima certe azioni e il ruolo ne normalizza altre, anche ciò che appare inizialmente inaccettabile può, a poco a poco, diventare plausibile.


È importante notare come, ancor prima della violenza fisica, si compia sistematicamente una violenza più sottile e profonda, che agisce sulla percezione stessa dell’umanità dell’altro. La disumanizzazione non è mai un atto improvviso: è un processo graduale che si sedimenta attraverso il linguaggio, le narrazioni pubbliche e la ripetizione di immagini e categorie semplificate. Come ricordava George Orwell, “il linguaggio politico è progettato per far sembrare veritiera la menzogna e rispettabile l’omicidio”, suggerendo quanto le parole non si limitino a descrivere il mondo, ma contribuiscano a plasmarlo. La riduzione di un gruppo a etichette rigide, quali “nemico”, “minaccia”, “invasore”, “terrorista”, “infetto”, modifica progressivamente la qualità dello sguardo che lo attraversa: l’altro smette di essere un individuo con una storia e diventa una categoria astratta, priva di interiorità.
Storicamente, questo processo si ripete con una regolarità raccapricciante. Nel linguaggio del nazismo, gli ebrei venivano descritti come “parassiti” o “nemici interni”; nel genocidio del Ruanda, i tutsi venivano indicati come “scarafaggi”; in numerosi conflitti contemporanei, il nemico viene rappresentato attraverso metafore che lo avvicinano a forme di disumanità o di minaccia assoluta. In contrasto con il lessico crudo impiegato per descrivere ciò che è umano, colpisce il paradosso di espressioni dolci e rassicuranti riservate a ciò che umano non è. Gli inviati in zone di guerra ci hanno abituato a espressioni come “pulizia etnica”, “intervento umanitario” o “missione di pace”, eufemismi maldestri per nascondere genocidi, guerre, uomini ammazzati.
La disumanizzazione produce così tre effetti principali: in primo luogo, riduce la capacità empatica nei confronti dell’altro; fornisce, poi, una giustificazione morale preventiva alla violenza, che può essere percepita come difesa più che come aggressione; e infine, genera una forma di anestesia emotiva collettiva, in cui la sofferenza altrui perde progressivamente il suo peso etico.
Il caso Adolf Eichmann, tra i principali responsabili della logistica della deportazione degli ebrei durante il regime nazista, rappresenta l’emblema di questo freddo distacco. Seduto dietro la sua scrivania, firmava ogni giorno documenti che avviavano la deportazione di persone che non conosceva. Quel gesto ripetuto, burocratico, perdeva nella sua percezione ogni significato criminale e non rappresentava la fine di una vita, ma il semplice transito di una pratica da un ufficio all’altro. Quando tra un’azione e le sue conseguenze si inserisce una distanza spaziale o temporale, il legame tra ciò che si fa e ciò che accade si indebolisce fino ad anestetizzarsi. Eichmann non era mai a contatto diretto con la sofferenza delle persone che contribuiva a deportare: non ne ascoltava le urla, non vedeva la disperazione sui loro volti, non assisteva agli ultimi istanti. Nei registri, gli individui diventavano semplici figure, numeri, categorie amministrative, progressivamente svuotati della loro umanità. Firmare un ordine diventava un’azione tecnica, apparentemente neutra, separata dalle sue conseguenze umane. “Dovevo obbedire, dovevo farlo”, dichiarò più volte durante il processo, nel quale non si presentò come un fanatico ideologico, ma come un uomo che aveva eseguito degli ordini all’interno di una struttura più grande di lui.
È proprio questa distanza tra la portata delle conseguenze e la percezione personale dei propri gesti che portò Hannah Arendt a parlare della “banalità del male”: un male non spettacolare né necessariamente mostruoso, che può nascere dall’assenza di pensiero critico, dall’automatismo dell’obbedienza e dalla rinuncia a interrogarsi sul senso delle proprie azioni. Arendt osservava che il problema del caso Eichmann era proprio questo: uomini come lui non erano anomalie, ma figure sorprendentemente ordinarie. E questa normalità, più che la crudeltà esplicita, risultava agghiacciante. D’altronde, Bocchiaro ci aveva già avvertito sin dall’epigrafe del suo libro, con una citazione attribuita a Wystan Hugh Auden: “Il male non è mai straordinario ed è sempre umano. Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola ”.
Ma che volto assume, in questo quadro, il bene? Chi disobbedì agli ordini delle autorità e scelse di aiutare i perseguitati non si configurò quasi mai come un eroe singolare: nella maggior parte dei casi si trattava di uomini e donne comuni, mossi dalla percezione immediata della sofferenza altrui, più che da una vocazione notevole. La loro azione si costruì gradualmente, a partire da piccoli gesti che, con il tempo, si trasformarono in forme di aiuto sempre più organizzate e consapevoli, fino a riuscire in alcuni casi a salvare vite dalla deportazione e dalla morte. Anche la bontà si presenta, pertanto, come un processo che prende forma nel vivo dell’esperienza concreta, attraverso una progressiva esposizione alla realtà dell’altro. In questa prospettiva, la linea che separa chi agisce da chi non agisce si riflette nella capacità di rispondere alla situazione, e non in una differenza radicale di personalità. È proprio questo uno dei punti centrali messi in evidenza da Philip Zimbardo: così come il male non può essere spiegato solo attraverso tratti individuali stabili, allo stesso modo anche il bene non deriva necessariamente da una natura eccezionale. Sia le azioni distruttive sia quelle altruistiche sembrano emergere, piuttosto, dall’interazione tra individuo e contesto. Non esistono qualità interiori assolute che determinano automaticamente l’una o l’altra direzione, ma situazioni che rendono più probabile l’obbedienza o la resistenza, la passività o l’intervento.
Forse, allora, ciò che chiamiamo storia non è altro che questo oscillare continuo tra perdita e recupero del riconoscimento umano; tra ciò che rende l’altro una categoria e ciò che lo restituisce a un volto. Questa tensione è presente ancora oggi nei conflitti che attraversano il Medio Oriente, dall’assedio di Gaza alla spirale di rappresaglia tra Israele e Palestina, nei quali la sofferenza civile diventa spesso una conseguenza collaterale, una narrazione divisa in opposte memorie che faticano a riconoscersi. Lo stesso accade anche altrove, dove l’attenzione mediatica è più debole: nella guerra in Ucraina, nei conflitti dimenticati del Sudan, del Congo, dello Yemen. Qui la violenza si fa meno visibile e, per questo, più esposta a quella forma di assuefazione che trasforma la tragedia in rumore di fondo. Ed è a questo punto che la domanda si fa più antica della storia stessa: se il male non è un’eccezione, ma una possibilità costante dell’umano, allora esso è anche una necessità della nostra condizione? Esiste davvero un fuori dal male, oppure l’umano abita stabilmente una soglia incerta tra la sua possibilità e la sua ripetizione? Un interrogativo che sembra trovare eco nell’avvertimento di Nietzsche: “Chi combatte i mostri deve guardarsi dal diventare egli stesso un mostro ”.
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La periferia è solo un luogo urbano o un modo attraverso cui guardiamo e dividiamo le nostre città? Nel nostro immaginario la visione della periferia è netta: un luogo che sta ai margini, separato da tutto quello che è “il centro”, che riguarda solo alcuni o che ignoriamo finché non entra nelle nostre vite attraverso fatti di cronaca, emergenze locali o campagne elettorali. Se guardiamo all’origine etimologica del termine scopriamo come questo indichi l’idea di “confine”, intorno, lontano dal nucleo principale. La domanda è: chi ha tracciato questo confine? Perché continuiamo ad accettarlo come naturale? Oggi la periferia non rappresenta soltanto una condizione urbana ma una vera costruzione politica, culturale e mediatica. Non basta vivere fuori dal centro storico per essere considerati periferia, lo si diventa quando si viene raccontati come un’altra identità, come realtà separata, diversa, problematica; è importante distinguere quello che siamo “noi”, associati all’idea di normalità, opportunità, cultura e sicurezza, da “loro”, i quartieri difficili, considerati degradati, dimenticati e spesso descritti come luoghi di criminalità, disagio sociale e rabbia. Quartieri come Scampia, lo Zen o Tor Bella Monaca sono noti a tutti grazie a titoli di cronaca che sembrano definirli. Nel dibattito pubblico attuale sono simboli del degrado urbano, percepiti come distanti, realtà separate dal resto della città. Questo non significa negare l’esistenza di problemi reali nelle periferie, ma interrogarsi sul modo in cui questi vengono selezionati, amplificati e trasformati in identità collettive.
Nel racconto politico, a partire dal secolo scorso, si sono susseguite diverse narrazioni delle periferie, da sempre utilizzate come potente strumento retorico. Nel dopoguerra la questione sociale era al centro della discussione: questi luoghi rappresentavano spazi dove persisteva lo sfruttamento dei lavoratori, in cui si poteva far crescere la coscienza collettiva e la solidarietà, concetto rivendicato fortemente dal Partito Comunista Italiano come simbolo della classe operaia. Negli anni ‘70 e ‘80 la narrazione cambia: la periferia smette di essere uno spazio politico di rivendicazione sociale e diventa luogo di alienazione, simbolo della droga, della criminalità e del degrado urbano. Dagli anni ‘90 ai primi 2000 si torna al tema politico: la sicurezza. Alcuni partiti, in particolare la Lega, descrivono le periferie come territori abbandonati dallo Stato e minacciati dall’immigrazione, alimentando l’idea di città che viene divisa tra zone sicure e zone pericolose. Negli ultimi anni questa narrazione si è modificata nuovamente: diversi politici, tra cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni, hanno trasformato la periferia nel simbolo del popolo che è stato dimenticato, contrapponendolo all’élite, considerata distante, definita “radical chic”. Questo tipo di narrazione, tuttavia, contiene delle contraddizioni, poiché mantiene l’etichetta di ghetti di immigrazione e criminalità. Questa retorica è stata utilizzata in passato anche dal il Movimento Cinque Stelle per denunciare l’inefficienza delle Istituzioni e l’abbandono di interi quartieri. Infine, il “bando periferie” proposto da Renzi è stato presentato come ritorno dello Stato nei quartieri dimenticati, con grandi promesse di investimenti e riqualificazione. Tuttavia, i ritardi, i blocchi burocratici e gli interventi frammentati hanno rafforzato l’impressione opposta: una politica che usa questi territori come slogan più che priorità reali.

Il pattern è evidente, la periferia viene continuamente semplificata e usata come simbolo della rabbia, del disagio e dell’abbandono, raramente viene raccontata la sua vera complessità. In questi spazi convivono persone molto diverse, con storie e capitale sociale differenti, con differenze nell’attaccamento al quartiere e nelle loro traiettorie di vita. La periferia non è uno spazio standardizzabile e non si può parlare di questi quartieri come se fossero tutti assimilabili allo stesso modello. Utilizzando la semplificazione si cerca di creare polarizzazione e distacco.
Costruire distanza nella narrazione politica è fondamentale per ampliare i confini simbolici e semplificare la realtà in un contesto sociale sempre più complesso (meccanismo studiato da Carl Schmitt). Nella narrazione spesso viene distinta l’idea di “noi”, il popolo autentico, dimenticato, arrabbiato, contro il “loro” dell’élite, delle istituzioni e dei benestanti, anche se queste parti si invertono continuamente. Questa distinzione, infatti, viene utilizzata in modi differenti secondo la convenienza politica. A volte le periferie sono il popolo da proteggere, da riportare alla ribalta, a cui ridare valore e tutele, altre invece sono i luoghi da cui ci si deve proteggere, le aree problematiche o le zone rosse dove si creano le baby gang.
La conseguenza più grave, però, non è politica, bensì sociale e psicologica. Come ci spiega il filosofo Michel Foucault, il discorso produce realtà sociali; la costruzione di un immaginario influenza il frame trasformando una categoria in identità pubblica del gruppo stesso. Quando un quartiere viene raccontato solo come degradato, chi ci vive finisce per interiorizzare quella distanza. Le decisioni sembrano arrivare sempre dall’esterno, da persone che quei luoghi li attraversano raramente, magari durante una campagna elettorale o dopo un fatto di cronaca generando negli abitanti un senso di immobilità e isolamento sociale. In questo modo la periferia smette di essere uno spazio urbano: diventa una condizione mentale. Chi ci cresce percepisce di partire da una posizione diversa rispetto a chi viene dal centro, non perché manchino necessariamente capacità o ambizioni, ma perchè esiste una narrazione che costantemente ti definisce come marginale e che crea un confine che smette di essere geografico e diventa simbolico, separando non solo zone della città, ma categorie di persone.

Chi vive in questi quartieri finisce spesso per sviluppare un rapporto contraddittorio con la propria realtà: da una parte il senso di appartenenza, dall’altra la percezione costante di dover dimostrare di valere quanto chi proviene dal “centro”. Questo meccanismo ricorda 1984 di George Orwell. Nel romanzo distopico il regime, rappresentato dal “partito”, domina i suoi membri, il linguaggio, la memoria e il pensiero, ma i “prolet”, la classe popolare povera che vive fuori dal controllo totale del potere, sono relativamente liberi perché considerati irrilevanti. Winston, il protagonista del romanzo, vede in loro la speranza di rivoluzione, in quanto sviluppando consapevolezza della propria forza collettiva, potrebbero abbattere il regime. Orwell, però, distrugge rapidamente questa illusione: i “prolet” non svilupperanno mai una vera coscienza politica, rimarranno schiacciati dalla quotidianità e divisi, incapaci di trasformare il proprio disagio in azione collettiva. Quello che vuole dirci Orwell è amaro: le masse potrebbero cambiare tutto ma vengono mantenute in una condizione di distrazione, di impotenza, per far sì che non riescano a diventare realmente pericolose per il sistema.
In modo diverso questo accade anche nella politica contemporanea; queste realtà restano centrali nella narrazione, ma sempre distanti dal potere. La periferia deve essere continuamente nominata, raccontata e trasformata in simbolo, perché nel momento in cui smettesse di essere solo un oggetto di discorso politico potrebbe diventare un vero soggetto politico autonomo. Finché la periferia continuerà a esistere soprattutto come racconto politico, il confine tra “noi” e “loro” resterà più forte di qualsiasi distanza geografica. E forse il vero margine non è dove finisce la città, ma dove smettiamo di riconoscere qualcuno come parte di essa.
Carica un'immagineI margini sono delle linee di confine, dei perimetri che contengono qualcosa al loro interno. Essere fuori dai margini significa essere tagliati fuori, dimenticati, al meglio considerati per ultimi. È per questo che, spesso, chi vive (o chi è) ai “margini della società” vive in periferia. Le periferie sono sempre dei confini, luoghi che racchiudono tutte quelle persone che non hanno il diritto, o a cui non vogliamo dare il diritto, di vivere pienamente nel contenitore della società. Quando si parla di emarginazione tendiamo sempre a parlare di contesti urbani: degrado delle periferie, emarginazione dei suoi abitanti, dinamiche di disagio sempre più dilaganti. Spesso, e questo ce lo dicono le innumerevoli statistiche, chi vive in periferia è un predestinato: predestinato ad una vita di stenti, di insicurezza, di rassegnazione davanti ad un ascensore sociale che sembra non volerli a bordo. Tale situazione di immobilità sociale riesce a descriverla al meglio il film “Le Haine” (L’odio). La pellicola racconta la storia di Vincent, Said e Hubert, tre ragazzi che vivono nelle banlieue parigine. I tre hanno un modo diverso di assimilare e accettare la loro condizione sociale, nonostante il loro obiettivo sia condiviso: elevarsi socialmente. Importante, nel film, è il loro viaggio verso il centro di Parigi, si tratta di dover prendere solo un treno, ma la distanza sociale del centro e della periferia è così diversa, che per loro sembra addentrarsi in un'altra dimensione. La scrittura dei personaggi è molto significativa: dal voler combattere e battersi per cambiare lo status quo della situazione, a dover soccombere allo stesso ambiente da cui si vuole scappare: Hubert, che fra i 3 desiderava più ardentemente un'elevazione sociale, finisce per sparare ad un membro di una banda che ha, a sua volta, ucciso Vins. L’ascensore, anche in questo caso, si è rotto.
Il termine “periferia” è un termine anche geografico, che trova uso con un'analisi geostorica. Basti guardare una cartina del mondo per la sua interezza: a livello visivo l’Europa ed il Nord America (salvo qualche eccezione) sono poste al centro del mondo, come se fosse un luogo che spetta loro di diritto, riducendo in secondo piano porzioni di territorio ben più grandi del Vecchio Continente, quali la stessa Africa. Se mettiamo, poi, una lente d’ingrandimento sull’Europa, vediamo come qui ci sia un evidenziatore sulla parte più occidentale, a scapo dell’Est, a partire dai balcani. E’ vero, però, che questo gioco di prospettive possa essere cambiato. Si pensi al planisfero voluto da Kim Jong Un qualche tempo fa, che pone la Nord Corea, dunque la penisola coreana con l’estremo oriente asiatico, al centro del mondo. Ma questa è solo un’eccezione. Popoli sfruttati, terre conquistate e denigrazione dell’arte e della cultura di chi non è “al centro” del mondo sono sempre esistite, tantoché la storia “recente” ci ha dimostrato le gerarchie della storia con la Conferenza di Berlino (1884): pochi stati, ovviamente europei, che si divisero con righello e matita i territori africani, ancora inesplorati per la maggior parte, non curanti delle catastrofiche conseguenze che ci sarebbero potute essere, e che ci sono state, nel dividere lo stesso popolo o porre dentro la stessa entità territoriale due popoli diversi. Dal momento in cui l’Europa si è imposta come “centro del mondo”, tutti gli altri abitanti del pianeta hanno subito ciò che subiscono gli abitanti delle periferie. In ragione di queste prospettive, personalmente ritengo che un’analogia importante da sottolineare sia questa: chi vive ai margini della città vive le stesse dinamiche sociali di chi vive ai margini del mondo, vedendo talvolta anche il proprio territorio sfruttato e abusato.

Le somiglianze si intensificano sempre di più nel momento in cui analizziamo chi vive questi quartieri dimenticati, ossia immigrati, stranieri in cerca di una vita migliore, che spesso provengono proprio da quegli stati periferici. Questa distribuzione diventa facilmente osservabile quando analizziamo l’archivio storico della rete civica di Bologna (https://www.iperbole.bologna.it/piancont/da ti_statistici/Indici/Popolazione/resstranieri16. html): da una rapida analisi è facile notare come la popolazione straniera di zone da sempre considerate “periferie difficili” (nel 2025 i residenti stranieri in Santo Stefano erano circa 7000; in zona Navile 15000 circa).
Ovviamente, non è un discorso che mira a trovare un capro espiatorio per la situazione in cui molte zone non centrali delle città riversano. Invero, questi dati sono la prova che ancora si ignorino le necessità ed i problemi di certe zone del mondo, creati spesso dal nostro passato storico. Un cambiamento può esistere, ma credo debba venire prima da parte nostra. Dobbiamo iniziare a riconoscere il valore, la cultura e la forza di molte aree geografiche da noi storicamente denigrate, per riuscire a riconsiderare gli abitanti di quei luoghi spesso vittime di pregiudizi. Per superare questo scoglio il nostro stesso passato ci viene in aiuto: fino a poco più di un secolo fa, milioni di italiani furono costretti a lasciare il nostro paese diretti in Sud e Nord America, Russia, Australia, allo scopo di trovare condizioni di vita migliori. Anche i nostri ascendenti furono discriminati e ghettizzati: gli statunitensi li consideravano una razza a sé stante, a metà tra i bianchi ed i neri, e la loro considerazione non migliorava quando, spesso, spalleggiavano la minoranza afroamericana nelle loro battaglie politiche e sociali. Ritengo ci sia da fare un lavoro simile, per non dire parallelo e complementare, con le periferie, anch’esse luoghi con una loro storia, cultura, spesso abbandonate per la gentrificazione. Conseguente alla cura e al recupero di questi ambienti vi è la cura ed il recupero delle persone che le abitano.
Questa via è percorribile in tantissimi modi, dalla valorizzazione dei luoghi stessi all’organizzazione di concerti, eventi, festival: momenti di aggregazione capaci di far vedere il potenziale sociale e “urbano” di questi luoghi. Il primo esempio che potrebbe venire in mente è il recente concerto di Marracash organizzato in Barona, quartiere periferico di Milano. Questo tema sta diventando sempre più centrale in moltissime città (vediamo il caso del quartiere Pilastro a Bologna), interesse che è sintomo di una maggiore conoscenza e attenzione del problema. In una struttura politica che vede una concezione sempre più concentrica delle città, l’occhio delle persone si sta spostando altrove, fuori dal centro, dove ci si ricorda che anche lì c’è vita.
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Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, un’imbarcazione di legno ospitante 180 persone è stata travolta dalle onde a pochi metri dalla riva di Steccato di Cutro, in Calabria. Sono sopravvissute meno di 80 persone, i morti accertati sono stati 94 (tra cui 35 minori), mentre gli altri corpi rimangono ancora ad oggi dispersi. Il 30 gennaio 2026 è iniziato al tribunale di Crotone il processo contro sei funzionari di Guardia Costiera e Guardia di finanza, accusati di non aver avviato in tempo le operazioni di soccorso che avrebbero potuto evitare quella che poi è stata chiamata “la strage di Cutro”. Del processo se ne sta parlando molto poco perché il tribunale ha emesso un’ordinanza particolarmente restrittiva che limita l’accesso ai media. I giudici giustificano la decisione dicendo, legittimamente, che vogliono evitare pressioni mediatiche sui deponenti. D’altra parte, però, le ONG che si sono costituite parte civile insieme ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime, sostengono in una nota stampa che “scrivere pagine di verità è forse il solo modo rimasto per restituire dignità e giustizia a tutte le persone morte e disperse nel naufragio”. Il dibattito è ancora aperto, ma resta il fatto che la risonanza mediatica che questa vicenda sta ricevendo è quasi assente. Non è la prima volta, negli ultimi anni, che la morte di migranti, che non sono altro che esseri umani, passa in secondo piano. Riprendendo le parole di Saviano in un estratto di articolo per Repubblica, “mentre Garlasco riempie ore di palinsesto, a Crotone è in corso il processo per la strage di Cutro. 94 morti, tra cui 35 minori. Rumore mediatico: zero”. Perché, come sottolinea lo scrittore, un Paese che discute, spettacolarizzando, un caso di cronaca ergendosi a tribunale popolare, è un paese che mira a distrarre i suoi cittadini, non a informarli.
Il rapporto annuale “Notizie senza volto” dell’Associazione Carta di Roma, un’analisi dei media italiani dal primo gennaio al 31 ottobre 2025 realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, rivela che, nonostante un lieve aumento dell’attenzione mediatica verso la questione migratoria rispetto al 2024, i termini con i quali essa viene affrontata sono comunque preoccupanti. Il linguaggio utilizzato è sempre più allarmistico “che registra una presenza relativamente costante di parole come emergenza, crisi, allarme e invasione”. La voce tematica dei TG “Flussi migratori” è sempre accompagnata da quella di “Criminalità e sicurezza” e quasi mai da quella “Accoglienza”, il 2025 si caratterizza infatti come l’anno in cui è riemerso il binomio migrazione-criminalità. Sono notizie in cui i migranti diventano soggetti esterni e passivi: infatti, solo il 7% dei servizi dei telegiornali include la voce diretta dei protagonisti delle migrazioni. Viene, inoltre, sottolineato come questa crisi umanitaria non sia presentata come tale, ma come una mera questione politica, con toni polarizzanti e un lessico rigido che enfatizza i contrasti. In questa comunicazione politica sempre più polarizzata, il “migrante” è usato come uno slogan, strumentalizzato da ogni componente della politica per provare i propri punti e rafforzare il potere tra i propri elettori. In questa narrazione ci si dimentica troppo spesso, anche se non sempre in cattiva fede, che quando si parla di migranti, si sta parlando di persone. Persone diverse tra di loro, un agglomerato eterogeneo al cui interno ci può essere sia un onesto lavoratore che un criminale, ma nessuno di essi può classificare l’intera categoria.

Quando si scrive di tali tragedie è sempre difficile trovare le parole per farlo, come si può credere di ridurre ad una pagina di Word ciò che vivono ogni giorno, lungo i confini del mondo, milioni di migranti? Magari è proprio per quella terribile sensazione di impotenza che si prova quando si parla di qualcosa senza poter offrire soluzioni concrete, che se ne sta parlando sempre meno. Anche questo articolo parla in modo astratto di un problema che probabilmente non riguarderà in prima persona la maggioranza dei nostri lettori e certamente non avrà la pretesa di trovare una semplice soluzione ad un problema così complesso. Ma quantomeno ne parlerà. Oggi più che mai non bisogna sottovalutare la potenza della comunicazione libera.
Il “Missing Migrants Project” dell’IOM, l’organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite, ha calcolato che dall’inizio del 2026 sono morti nel mediterraneo più di mille persone, numero destinato a crescere nei prossimi mesi. 1.238 è il numero esatto mentre sto scrivendo, 1.238 persone che meritano di essere ricordate. Voglio credere che ci stiamo chiudendo nella nostra bolla occidentale per salvaguardarci, e non per indifferenza, dimenticando che proprio mentre io sto scrivendo questo articolo e anche mentre voi lo state leggendo, c’è chi sta rischiando il tutto per tutto, partendo per un viaggio alla cui destinazione forse non arriverà mai, ma si aggrappa alla speranza che quella parola comporta, perché forse a destinazione ci arriva e può finalmente crearsi il futuro che sogna.
Ma, purtroppo, queste persone continuano ad essere lasciate ai margini del mondo, della società e dell’informazione.
Carica un'immagineLe nostre riflessioni personali trovano spazio in un’unica rubrica: Orme. Orme, perché queste riflessioni sono tracce dei nostri passi, della nostra quotidianità, che scegliamo di condividere con voi. L’idea è semplice: fare in modo che, anche in un’esperienza apparentemente lontana, qualcuno di voi possa trovare dei nessi con la propria storia.

14:30 — Mancano poche fermate al capolinea. Il rumore del centro città è lontano, lascia spazio alla sordità della periferia. Oggi a scuola è andata bene, ma hai gli occhi assonnati: non ti abitui mai a svegliarti alle 6! E’ l’unico modo per arrivare in orario, anche se poi non riesci; hai perso la coincidenza del secondo bus, anzi non è proprio passato, sei dovuto andare a piedi. Pazienza, magari passerà domani e non ti prenderai un ritardo sul registro. L’importante è impegnarsi, no? Il paesaggio cambia a intermittenza: campi e palazzoni, palazzoni e campi, qualche bar sparso; ti rilassi leggermente, significa che stai arrivando a casa. La strada dissestata ti fa saltare sul sedile goffamente. L’autobus si ferma, era l’ultimo della giornata; chi abita qui e non è tornato a casa si deve arrangiare. Cammini sul cemento, il pallone è al centro: aspetta che mangiate e che giochiate insieme come ogni pomeriggio. Qualche raggio di sole ti fa compagnia mentre passi tra i palazzi. In frigo non c’è rimasto molto, dovete andare a fare la spesa. Accendi il televisore in cucina ma lasci il volume basso, giusto per sentire la voce di qualcun altro oltre alla tua; i tuoi non torneranno fino a sera, questo mese hanno accettato di sostituire altre due persone e fare il doppio turno. Sarà vero che qua vivere costa meno? Eppure ogni mese è la stessa storia, i soldi sembrano non bastare mai. Tutti lavorano, non è colpa loro se non basta. Finisci il tuo pensiero con un sorriso, perché almeno qua non ci si sente soli, si conoscono tutti da sempre.
16:00 — Scendi a giocare a pallone con Marco e gli altri, li vedi al solito muretto davanti al tuo palazzo. In mezzo a loro vedi quei tre ragazzi più grandi. Proprio ieri sera tua madre ti aveva preso per il braccio per chiederti se li conoscessi; li aveva visti in giro con il tuo amico, i suoi occhi si erano ridotti a fessure per dirti di non fidarti di loro. A vederli ora, cogli nel loro sguardo quello che aveva colto lei. Saluti tutti senza abbassare la guardia, iniziate a giocare. Una partita, poi due.
19:30 — I vostri amici iniziano ad andarsene. Rimanete tu e Marco, ogni sera vi fermate a parlare mentre aspettate i vostri genitori. “Manu, lo sai mantenere un segreto?” “Certo, come no” Tira fuori il suo zaino. “Devo fare un favore ai miei amici, devo portare questa roba stasera oltre il ponte. Se tutto va bene, mi pagano” “Ah così? Non ti sei chiesto perché non ci pensino loro da soli?” “Beh è chiaro, sono appena entrato nel giro e devo fare gavetta. Dai, quindi mi accompagni?” Sta a te capire l’intenzione non detta e fidarti o meno. Ci discuti, non lo riconosci più. Gli dici di arrangiarsi, di volerne stare fuori.
23:00 — Ti rimbombano in testa le ultime parole del tuo amico: “Bravo bravo, continua a far finta che vada tutto bene, a far finta che sia normale vivere qua ai margini e vedere quanto faticano i tuoi per far star meglio quelli che stanno al centro. Se ti piace tanto stare fuori stacci, io voglio stare con quelli dentro, quelli che contano, quelli lontano da qui” Provi a dormire, ci stai quasi riuscendo ma il vuoto della notte viene riempito dalle sirene. Stasera non è come le altre sere, stasera hai paura che siano per lui.
6:00 — Da sveglio, hai quasi dimenticato quello che è successo, anche oggi proverai ad arrivare in tempo a scuola. Qualcosa è cambiato e non capisci cosa. Ora vedi i ciottoli e le buche di cui le strade sono costellate, realizzi di non averle mai viste integre. Ora vedi che i palazzi tagliano il cielo, che il sole fatica ad arrivare: non ti senti più protetto dal cemento, ti senti soffocare. Noti i sacchi della differenziata accumulati, basterà farla se nessuno passerà a portarla via? Forse qua costa tutto meno perché lo Stato non c’è. Negli occhi vacui delle persone intorno a te riconosci i tuoi, forse anche loro si sentono così. Alla fermata accendi la sigaretta da smezzare con Marco.
7:30 — L’autobus non è passato, Marco neanche. La sua metà ti ha lasciato un brutto sapore in bocca. Oggi a scuola non ci vai, hai superato il limite massimo dei ritardi. Lo aspetti al muretto, non importa per quanto.
15:00 — Una persona viene nella tua direzione, è lui. Ha il naso rotto, ma è lui. Ride. “Dove sei stato?” “In centro. Pensa, ieri sera mi hanno quasi preso, sono scappato per ore. E’ bella la città di notte, dovresti venirci una di queste volte, ti piacerebbe. Che dici, andiamo al bar?”
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Per il tema di questo numero abbiamo intervistato l’Onorevole Alessandro Battilocchio, Presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. Abbiamo la chiamata Meet alle 13:00 (orari da parlamentari), ci risponde dai divani del Transatlantico di Montecitorio, tra saluti e sorrisi rivolti ai passanti. Noi lo osserviamo con un certo stupore, ma anche piacevolmente colpiti. Papa Francesco, il papa scelto “quasi alla fine del mondo”, quindi periferico per antonomasia, nel suo mandato pontificio è intervenuto più volte in favore degli ultimi e delle periferie dicendo ad esempio che “la Chiesa deve uscire da se stessa e andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali” o che “Da tutti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti”. Però una frase in particolare ci ha colpito: “Le periferie devono essere punto di partenza e non di arrivo” e da qui, scusate il calembour, vogliamo cominciare.
Giuseppe: Onorevole, nel lavoro della commissione parlamentare sulle periferie avete visitato molte realtà italiane. Quali differenze ha notato tra le periferie del Nord e quelle del Sud? On. Battilocchio: La commissione è nata con un voto unanime del Parlamento, e questo dimostra quanto il tema delle periferie sia ormai centrale nel dibattito pubblico. Abbiamo visitato tutte le 14 città metropolitane italiane e numerose altre realtà territoriali. Le differenze esistono, naturalmente: in alcune città ci sono problematiche legate alla forte presenza di comunità straniere, in altre emergono fragilità sociali differenti. Però, al di là delle specificità territoriali, quello che colpisce è soprattutto la quantità di elementi comuni. Parliamo di aree che per anni hanno vissuto situazioni di abbandono, degrado e mancanza di attenzione istituzionale. Molti quartieri sono nati da grandi progetti urbanistici che dovevano rappresentare il futuro delle città e che invece si sono trasformati in contesti difficili, isolati e problematici. Quelle che dovevano essere utopie urbanistiche sono spesso diventate veri e propri incubi sociali.
Giuseppe: Quanto hanno pesato le responsabilità della politica e delle istituzioni nella situazione attuale delle periferie? On. Battilocchio: Sicuramente ci sono responsabilità accumulate nel corso dei decenni. In molti casi si è finito per concentrare nelle stesse aree urbane tutte le fragilità: disagio sociale, marginalità economica, carenze infrastrutturali e problemi educativi. Questo ha prodotto quartieri-ghetto percepiti come territori di serie B. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. Già il Piano Periferie del 2016 aveva rappresentato un primo passo importante, ma oggi, grazie al PNRR, ai fondi europei e ai programmi di rigenerazione urbana, stiamo assistendo a interventi molto più strutturati e consistenti.

Vittoria: Nelle periferie osserviamo grande presenza di tensioni e di dinamiche competitive tra gruppi fragili, questo può sfociare in una rabbia utile a strumentazioni politiche per orientare il voto, lei nel suo lavoro osserva questi fenomeni? On. Battilocchio: Sì, è una dinamica reale. Nelle aree più fragili, quando mancano opportunità e presenza istituzionale, si creano facilmente conflitti tra gruppi sociali vulnerabili. In questi contesti le scorciatoie illegali possono apparire più semplici o più convenienti rispetto ai percorsi regolari. Ed è proprio qui che lo Stato deve essere presente. La risposta non può essere soltanto repressiva: bisogna rafforzare il ruolo delle scuole, delle associazioni, delle parrocchie e di tutte quelle realtà che tengono insieme il tessuto sociale. Quando lo Stato lascia un vuoto, quel vuoto viene inevitabilmente occupato da dinamiche negative. Sicuramente per molto tempo le periferie si sono sentite dimenticate. Sono state spesso considerate soltanto come bacini elettorali, con promesse che poi non si sono tradotte in risultati concreti. Questo ha generato sfiducia, rabbia e disillusione. In alcuni casi questi sentimenti sono stati anche cavalcati politicamente. Però oggi noto una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini. Le persone chiedono meno slogan e più risultati concreti. Questo significa che la politica, se vuole recuperare credibilità, deve dimostrare concretamente di saper migliorare la qualità della vita nei territori.
Vittoria: Nella sociologia del territorio un fenomeno famoso è quello del “neighborhood effect” che osserva come le caratteristiche del quartiere in cui si vive possano influenzare le condizioni sociali, educative e lavorative di chi ci abita. Lei trova che questo si verifichi nelle periferie italiane? On. Battilocchio: Incide moltissimo. Vivere in un contesto degradato o privo di servizi condiziona profondamente le opportunità educative, lavorative e sociali di una persona. Molti cittadini delle periferie si sono sentiti messi da parte. Ma le richieste che arrivano da questi territori non sono straordinarie: si chiedono servizi normali, trasporti efficienti, sicurezza, cultura e possibilità di lavoro. La vera sfida è garantire uguaglianza nelle opportunità di partenza. Oggi, grazie agli investimenti europei e ai progetti di rigenerazione urbana, ci sono le condizioni per avviare una trasformazione importante.

Vittoria: Un famoso sociologo italiano, Fabrizio Barca, ipotizza come soluzione per costruire politiche valide la strategia “place- based” il cui obiettivo è includere i cittadini nello sviluppo di progetti concentrandosi sulle particolarità del territorio. Lei cosa ne pensa? Adotta questo metodo? On. Battilocchio: È fondamentale. Non basta recuperare fisicamente i luoghi; bisogna restituire loro un’identità e un’anima. Questo può avvenire soltanto coinvolgendo chi quei territori li vive ogni giorno. Scuole, giovani, associazioni e realtà locali devono essere protagonisti del cambiamento. Ogni volta che abbiamo costruito percorsi condivisi con le comunità, abbiamo ottenuto risposte molto positive.
Giuseppe: Sul tema sicurezza, invece, la “tolleranza zero” è la giusta risposta? On. Battilocchio: No, la sicurezza da sola non basta, ma è una precondizione indispensabile. In molte periferie si sono consolidate situazioni di illegalità che hanno penalizzato anche il lavoro delle associazioni e dei cittadini impegnati nel sociale. Lo Stato deve garantire legalità e rispetto delle regole, perché senza sicurezza è molto difficile costruire percorsi di inclusione, crescita culturale e rigenerazione urbana. La sfida è proprio questa: unire sicurezza, presenza istituzionale e sviluppo sociale, superando finalmente la logica emergenziale che per troppo tempo ha caratterizzato le politiche sulle periferie italiane.
Giuseppe: In questo contesto si parla molto del cosiddetto “modello Caivano”. Perché viene considerato un esempio? On. Battilocchio: Perché a Caivano abbiamo visto una trasformazione concreta. Ci siamo stati più volte e il cambiamento è evidente. Il modello si basa su alcuni elementi fondamentali: risorse dedicate, governance forte, coordinamento centrale, sicurezza, coinvolgimento delle comunità locali e progetti con tempi certi. Non basta intervenire soltanto sull’aspetto urbanistico; serve una presenza complessiva dello Stato. Naturalmente, la vera sfida è la continuità. Se dopo gli interventi si torna all’abbandono, il rischio è di creare ancora più sfiducia nei cittadini. Per questo è fondamentale garantire sostenibilità nel tempo.
Carica un'immagineUscire dalla città è un privilegio? L'idea mi frulla in testa da un paio di mesi, ancora non trovo un vero e proprio capo alla questione ma sono sicuro che, in fondo, non sia altro che una domanda retorica.
Lo riconfermo a me stesso mentre il parcheggio gradualmente si svuota. La piazzetta davanti alla stazione è squallidamente deserta, il selciato ricoperto di ghiaia stride sotto le ruote. Aspetto l'arrivo di uno dei miei genitori in auto, mezzo senza il quale raggiungere casa loro diventerebbe un'impresa. Il vento non è altro che di passaggio e sferza in volto a mò di saluto. Prosegue senza mai rallentare, raggiungendo il profilo dei palazzi all'orizzonte mentre io rimango ad osservarli da lontano. “Ricordi quando tenevi il mio passo?” passa vicino al punto da farmi scandire le parole, “Quando un respiro ti faceva sollevare da terra?” sussurra, prima di lasciarmi indietro senza pietà né cattiveria. Mi ricorda che la città è laggiù, mentre il mio peso rimane ancorato alle erbacce tra le crepe del cemento.
Non è semplice crescere in zone marginali senza inciampare nel sentimento di essere tagliati fuori dal mondo, come è impossibile non sperimentare sulla propria pelle l'indipendenza che ne consegue. Crescendo ho sempre dato per scontata la possibilità di provare ciò che io immaginavo fosse la libertà, il senso di connessione che perdiamo con l'avvento della crescita. Un tempo tutto ciò che vedevi era tutto ciò di esistente, nulla aveva fine poiché ti era impossibile immaginarla; il campo dietro casa sembrava grande quanto il cielo, ogni strada interminabile. Si portava con onore il soprannome di "animaletto selvatico", poco importava del giudizio altrui o dei rimproveri per la scarsa mansuetudine. Il peso di qualsiasi presa in giro veniva contrastato dal poter correre senza voltarsi indietro. Guadagnare terreno senza direzione, senza motivo, sapendo che non ci sarebbero stati ostacoli a dettare la meta a te permessa. Se avessi voluto, nessuno ti avrebbe impedito di continuare a falciare la distanza acquisita dalla linea di partenza. Se avessi deciso di non fermarti la tua meta sarebbe stata l'altro capo del mondo. È inevitabile che, una volta sviluppatosi un processo di pensiero pragmatico, questa inconsapevolezza del mondo attuale venga a meno, e con essa la possibilità di vivere secondo le 'proprie' regole, ricercando una realtà fantastica invece che basarsi sui fatti appresi.
Da piccolo vedevo come un'ingiustizia il vivere lontano da tutto e da tutti, nonostante il mio 'tutto' io non lo abbia mai attribuito alla città. Ne ho la prova attuale, lampante, nel momento in cui passano più di due settimane senza che io mi muova dal centro urbano, ora che abito poco distante dal centro. La malinconia e una trazione impellente mi strattonano verso il "fuori'", verso i prati dai quali io possa vedere l'orizzonte senza edifici a coprirlo. Cerco di non farci caso perchè sento di rompere una metaforica diga nel momento in cui mi ci soffermo; È sia grazie che a causa di come sono stato cresciuto, mi da tremendamente noia avere il campo visivo ristretto in ogni momento, specialmente se da costruzioni urbane. Come scattasse un timer, basta una decina di giorni per farmi sentire il bisogno di scappare da un posto dove un cielo senza stelle si può intravedere solo guardando verso l'alto.
Basta un passo per cadere nella monotonia della routine, un lieve sbilanciamento per adagiarsi alla comodità del cemento. In città è tutto vicino, tutto immediato, a portata di mano nel giro di poco. Per quanto possa essere utile ed avanguardistico tutto ciò che comporta la vita cittadina, sono pur sempre un topo di campagna. Mi ha sempre spaventato l'idea di distinguere i brand dalle silhouette dei loghi senza essere capace di riconoscere una pianta dalle sue foglie. Ciò non è intrinseco alle città, né viceversa; il crudo movente è l'educazione singolarmente impartita ad ognuno di noi. La pigrizia e la ricerca di una vita ideale all'interno di essa ci spronano da quando ne abbiamo memoria, il cervello è naturalmente incline ad adattarsi a cosa è più semplice, quali stimoli generino il maggior numero di risposte dal sistema endocrino. Gli agi dell'avanguardia fungono da esche e miraggi, languide promesse di prospettive, non situazioni, migliori.
Per le caratteristiche biologiche dell'essere umano, per via del periodo storico che ci troviamo ad attraversare, il concetto di individualità è sempre più simile ad un fastidio sordo ma preciso, costante, attribuibile ad una minuscola spina conficcata sotto la scarpa. L'autoconsapevolezza del bisogno di contatto è presa in considerazione in ogni ambito, che sia familiare, sociale, accademico, romantico. Persino le religioni non sono esenti dal ricadere in certi concetti, frutto di caratteristiche umane più che del credo stesso. Nel buddismo, per esempio, ogni essere vivente è interconnesso ad una fonte composta dagli esseri viventi stessi. L'essere umano non è altro che l'universo espresso in una delle sue innumerevoli forme, aspetti fisici e spirituali come la ricerca del prossimo e le emozioni fanno parte della sua essenza. Non c'è modo di separarci dalla natura, in quanto faccia parte di noi più di quanto noi saremo mai parte di essa. Nel cristianesimo l'uomo è direttamente chiamato ad esistere come 'dono'. Il suo esistere raggiunge uno scopo vivendo non solo 'con' gli altri o 'insieme' agli altri, ma per gli altri. Seguendo questo ragionamento, compiere la scelta di vivere per il prossimo è ciò che da' sostanza alla vita, poichè la libertà umana si degrada quando egli stesso, cedendo alle facilità ed agli agi dell'individualismo estremo, cade nel peccato e si chiude in un isolamento autoimposto.
La linea di confine tra ciò di cui abbiamo bisogno e ciò di cui abbiamo paura è sottile, non sappiamo mai come le nostre azioni saranno percepite, se ciò che diciamo, come siamo, sia veramente adatto alla situazione. Ricerchiamo costantemente l'approvazione del prossimo ma è un tabù darlo a vedere. La debolezza dell'essere insicuri non è accettata e neanche l'esuberanza. Per quanto fosse semplice un tempo instaurare delle amicizie con "Ciao, diventiamo amici?" tra una ricreazione e l'altra, è inutile provare ad applicare questo approccio alla vita adulta. Serve un metodo che nessuno insegna, comprensibile solo attraverso tentativo dopo tentativo, ma il bisogno di contatto rimane che ne si abbia la consapevolezza o meno. Camminiamo tutto il giorno sul filo di questa lama a doppio taglio, spostando il peso da una parte e dall'altra. Destreggiamo il bisogno di conferme esterne con il peso delle norme sociali e la mentalità individualistica che ci viene propinata del 'io devo fare, io devo andare, io devo pensare, io devo farcela da solə''. Come un paio di calzature scomode, funzionali finchè parte di un'immagine fittizia, isolarsi per paura di mettersi in ridicolo ricade spesso e volentieri solo su di noi stessi. Appena superata la porta d'ingresso il limite di sopportazione affonda e si rimane scalzi, ma a nessuno importa davvero che tu abbia avuto male ai piedi per tutto il giorno. Tua è la scelta di continuare ad indossare quelle scarpe e nessuno ti andrebbe contro se decidessi di cambiarle.
Appena si ha del tempo per se stessi è comune venga impiegato dal singolo verso la socialità, le interazioni, la ricerca di una comunità negli altri; Qualunque rapporto sociale ha il potenziale necessario per aiutare l'autoregolazione delle parti coinvolte. L'esempio più banale potrebbe essere il raccontare una vicenda negativa agli amici davanti ad un caffè. Poter contare sulle opinioni esterne, essere compresi da persone alle quali si vuole bene, esprimersi con qualcuno che conoscendoci riesce a mettere insieme i pezzi e riuscire a capire gli altri fa meraviglie.
La periferia non lo insegna con le buone, di certo, ma neanche attraverso le cattive. L'importanza della 'libertà' è costante, ma la lezione impartita è filtrata dal punto di vista di chi ancora non sa cosa farsene, di questi concetti; La famiglia è comunità, gli amici a scuola la propria rete sociale che siamo tenuti a frequentare, lo smog esiste solo dietro ai pullman e la preoccupazione maggiore è che ti scoprano con le mani piene di fango durante la ricreazione.
Dal momento in cui l'interazione costante diventa una scelta [con la fine della scuola dell'obbligo, nuovi ambienti, il graduale rimpiazzo dei terzi spazi pubblici che c'è stato dagli ultimi cinquant'anni a questa parte (coff coff), l'obbiettivo di abitare da soli, lo scemare dell'interesse verso i legami intrapersonali attuali e futuri] si perde di vista il punto di partenza ed il traguardo di arrivo. Cominciamo a distaccarci dalla struttura sociale che la nostra specie richiederebbe e ne possiamo riscontrare gli effetti ovunque. I centri abitati e metropolitani sono indispensabili in quanto offrano la possibilità di sviluppare reti sociali, nonostante mi siano sempre sembrati imitazioni slavate di ciò che avremmo potuto costruire sul concetto di comunità cittadina. [Se la società avesse preso una piega diversa dall'alba dei tempi... E se nevicasse ad agosto.. E se gli asini volassero e le macchine andassero a fiorellini.... Eccetera, eccetera.]
Sono convinto che senza la periferia, senza la solitudine, se non avessi vissuto con l'ampiezza delle nuvole ed il vento addosso, non mi sarei mai reso conto del motivo per cui la periferia stessa sia stata così importante per me. Mi ha dato la possibilità di capire in modo organico perché sia così importante avere persone alle quali si vuole bene. Senza l'esperienza del vivere isolati 'contro' la mia volontà, non avrei mai capito quanto sia prezioso avere la possibilità di costruire rapporti sociali senza dimenticare l'importanza dell'individualità, che se dosata e ricercata per scelta, porta eventualmente alla ricerca del prossimo. È un privilegio comprendere sè stessi prima di capire come funzioni la società. Poter sapere cosa vogliamo prima di imparare cosa ci viene richiesto e cosa gli altri si aspettano da noi.
Che privilegio incredibile, poter tornare al luogo dove si è cresciuti e sentirsi un tutt'uno con esso, mantenendo l'immagine tutto il terreno guadagnato, ed amare, ed essere amati, e capire il perchè ciò sia il fulcro di tutto. [Almeno per me.]
Carica un'immaginePeriferia, peripherīa o περι ϕ έρεια. Che cosa si intende con questo termine? Nella lingua italiana il significato più popolare attribuito alla parola periferia è quello che descrive la realtà esterna, marginale di una città. Ma cosa significava originariamente? In tardo latino peripherīa voleva dire circonferenza, ciò che sta nel perimetro; ciò che non fa parte della scena centrale ma resta ai lati, ai margini. Se si osserva la realtà che ci circonda oggi, questa connotazione non stupisce sicuramente. Ma, ha ancora più significato l'accezione di περι ϕ έρεια in greco, che significa “portare intorno, girare”. Portare intorno, girare come fanno gli autobus di oggi, che percorrono la circonferenza della città, traghettando le migliaia di persone che abitano e animano la periferia.
Dati alla mano, basandosi su recenti studi, la realtà dei fatti si mostra diversa da quello che è l’immaginario collettivo, ormai antiquato, sulle periferie. Prendendo per esempio Bologna, dal 1986 il centro storico ha perso ben ottomila abitanti e più di 1000 bambini. Questo mette in evidenza un fatto che era già noto ai molti: i centri storici si stanno spopolando, i cittadini abbandonano quelle zone che una volta erano riconosciute come le più autentiche e colorate per emigrare verso le periferie, verso i bordi della circonferenza. L’odierna situazione non corrisponde affatto alle parole di Leopardi, che un tempo scriveva: “i raggi dai vari punti della periferia di una ruota vanno tutti a riunirsi nel di lei centro”, la popolazione cittadina non è più attratta verso il centro delle città, gli elementi essenziali della vita delle persone non si trovano più in centro. Nel caso di Bologna, le famiglie che animano la città si trovano ora ai margini, che tanto margini più non sono, anzi. In un recente articolo del Resto del Carlino, i sacerdoti del centro città, allarmati dalla situazione, hanno affermato: “Le famiglie scappano da qui. Studenti e turisti portano soldi, certo, ma così la città muore. Serve la volontà di investire sulle giovani famiglie per riportarle in centro".
Siamo sicuri che, di fronte a questa realtà, sia ancora corretto descrivere le periferie come “le realtà più estreme e marginali”? Siamo sicuri che le periferie siano “opposte al centro” e che non siano loro stesse diventate “i centri”? Sicuramente dipende da cosa si intende per centro: se intendiamo i centri città odierni ci si trova di fronte a realtà affittate a turisti e studenti, a case che sono da sempre lì, che non si sono spostate, ma che hanno visto spostarsi i loro occupanti. Allora, forse non è sbagliato ipotizzare che nella società odierna si è assistito e si continua ad assistere ad un mutamento semantico del termine “periferie”; forse i margini sono diventati centro ed il centro margine. Questo fenomeno di transizione lo si può osservare non solo nella realtà urbanistica delle città, ma anche in altre mille sfaccettature della collettività. In ambito sociale, comunicativo, universitario, si tende sempre di più ad ascoltare coloro che si trovano ai margini. I punti di vista e le idee di coloro che si trovano sul bordo acquistano sempre più importanza. Probabilmente ci si è accorti che non esiste più un centro, un gruppo di idee oggettivamente giuste attorno a cui gravitare, ma si sta facendo sempre più strada l’importanza del pluralismo, di punti di vista, di idee e di pensieri periferici.

Carica un'immagineDal 24 febbraio 2022, con l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, la narrazione pubblica e mediatica si è concentrata in larga parte sugli aspetti strategici e geopolitici del conflitto. Per ovvi motivi, le analisi quotidiane hanno posto al centro le manovre militari, le decisioni politiche internazionali, le sanzioni economiche, i rapporti di forza tra Mosca, Kiev e le potenze occidentali. Questo sbilanciamento informativo ha contribuito ad una percezione del conflitto filtrata più dai calcoli geopolitici che dall’esperienza umana concreta, lasciando in ombra la lente emotiva e sociale attraverso cui comprendere davvero il peso della guerra sulla popolazione. Spesso, questo sciocco errore ha lasciato il fianco alle critiche poste da alcuni (per nulla imparziali) opinionisti e giornalisti, fondate sulla presenza di una popolazione già pronta al conflitto, da sempre sul «chi va là», e corrotta da un Occidente pronto a far scoppiare la miccia, contrapposto alla narrazione per cui la Russia sia paradossalmente la vittima. In fondo, la testimonianza di questo aspetto è stata data dalla necessità di dover perfino impegnarsi nel quotidiano per affermare, ribadire e pubblicizzare l’esistenza di una cultura ucraina indipendente. Il tentativo dei più ostinati supporter del Cremlino è stato, infatti, quello di ridicolizzare le tradizioni di quel popolo, sottintendendo la loro totale dipendenza e subordinazione rispetto agli usi della Russia. Non è tutto, perché spesso si è voluto provare a ridicolizzare finanche il moto interno ucraino che, dalla fine della guerra fredda ad oggi, ha guidato il Paese in maniera complessa e non sempre lineare. Il cammino che ha portato all’invasione dei suoi territori viene oggi lasciato da parte, posto al margine della storia che alcuni vorrebbero evidenziare per supportare analisi scelerate.
La dottrina realista impone, invece, di valutare attentamente gli antecedenti, soffermarsi più spesso sulle storie che circondano il conflitto, provando a capire come questo popolo (dannatamente orgoglioso e testardo, ma anche coraggioso e virtuoso, come ho avuto modo di osservare in questi ultimi anni) non abbia chinato la testa negli aspetti che avvolgono la vita quotidiana. Per farlo, è stato fondamentale il racconto offertomi da Fabrizio Fiori: nato e cresciuto a Bologna, è stato ufficiale dell’Esercito Italiano, avvocato e consulente di diritto internazionale presso varie aziende ed enti statali e non in giro per il mondo, nonché professore di istituzioni di diritto internazionale alla State Tax University di Irpin, piccola cittadina poco distante da Kyiv, conosciuta per la tenacia dimostrata ad inizio invasione durante il tentato assedio della Capitale. Durante la sua esperienza nell’EI, il professor Fiori mi evidenzia, in particolar modo, due esperienza: una prima presso la 31esima Brigata corazzata «Centauro», dove si è occupato dell’addestramento reclute (presso il BAR, Battaglione Addestramento Reclute, oggi noto come RAV, Reggimento Addestramento Volontari NdA), e successivamente nel III Corpo d’Armata dove, invece, si è occupato del comando prima, e della sorveglianza degli ospedali da campo dopo.
L’esperienza accumulata nel corso della carriera militare gli ha permesso di acquisire delle nozioni chiave che oggi spende con attività umanitarie in Ucraina. A partire dal 2009, infatti, intrattiene rapporti di lavoro sempre più stabili con una serie di realtà del posto, finché non si trasferisce in maniera pressoché stabile nel 2014. La sua esperienza nel diritto internazionale si consolida in questi anni, siccome intrattiene rapporti professionali sia con importanti studi legali italiani, sia con enti pubblici ucraini. Da lì fino al 2022 viaggia regolarmente fra Italia e Ucraina più volte a settimana, siccome qui vi ha famiglia e numerosi amici. È anche mediante l’aiuto di questi che decide di sfruttare appieno le competenze ottenute durante il periodo nell’EI, sostenendo varie missioni e tour su alcune zone del fronte, le quali gli hanno permesso di avere una visione chiara sia sugli aspetti civili che militari.
Fabrizio Fiori è stato testimone in prima linea di quanto avvenuto a partire dal 2014, ossia da quando l’Ucraina ha vissuto un processo silenzioso ma devastante di russificazione nelle regioni del Donbass e del Donetsk. Dopo l’annessione della Crimea e l’inizio delle ostilità nell’Est, Mosca ha sostenuto le repubbliche separatiste, imponendo progressivamente lingua, simboli e narrazione russa. In prima battuta la Federazione Russa aveva appoggiato piccoli movimenti indipendentisti, fornendo armamenti di tutti i tipi. In un secondo momento, però, come ammettono le fonti di stampa russe oggi sospese e cancellate dal regime, sono stati gruppi paramilitari più o meno vicini all’esercito regolare ad aver condotto le operazioni militari in quelle zone. A conferma della complicità del Governo russo stanno anche le numerose decorazioni e insigne al valore che sono state riconosciute ai criminali «irredentisti».
Le istituzioni locali sono state infiltrate, le scuole trasformate, e la cultura ucraina sistematicamente marginalizzata. Dall’esterno, per giunta, veniva totalmente accantonata la vicenda dall’Occidente, duro e puro, che aveva preferito evitare di infastidire Putin (fortunatamente oggi qualche capitano coraggioso c’è a ricordare gli errori compiuti allora NdA). Questo processo imperialista è rimasto quasi invisibile al mondo, concentrato su crisi interne o su letture esclusivamente geoeconomiche, mentre la popolazione locale subiva l’erosione lenta e costante della propria identità nazionale, preludio all’invasione del 2022. Già ai tempi quel coraggioso Paese si concentrava sulla difesa delle proprie libertà, mentre chi gli era affianco nascondeva quanto stesse accadendo.
Fiori ci testimonia, inoltre, della grave fase di stallo politico e sociale affrontata dal 2014 al 2019 dall’Ucraina. In quel popolo di testardi e orgogliosi (NdA), l’annessione della Crimea da parte della Russia e il conflitto con le repubbliche separatiste le istituzioni faticavano a consolidarsi e la popolazione oscillava tra il desiderio di cambiamento e la paura di un futuro instabile. Gli anni del governo Poroshenko, infatti, seppur caratterizzati da tentativi di riforma, sono stati segnati da corruzione radicata, lentezza nelle trasformazioni economiche e difficoltà nell’integrare le Regioni più colpite dal conflitto. Un primo passo di rinnovamento è stato dato dalla creazione nel 2016 delle Agenzie nazionali anticorruzione, la NABU (l’Ufficio nazionale anticorruzione) e la SAPO (la Procura specializzata anticorruzione).

È nel 2019 che si ha una svolta radicale con l’elezione di Volodymyr Zelensky, outsider politico capace di intercettare la volontà diffusa di rinnovamento. La sua è stata una vittoria schiacciante, con più del 70% dei votanti: un'ondata di entusiasmo e di speranza che voleva un’Ucraina più moderna, trasparente e orientata all’Europa, spezzando i precedenti compromessi e le incertezze. Questo impulso ha inaugurato una nuova fase, in cui il Paese ha mostrato una crescente volontà di ricostruirsi e riaffermare la propria identità, pronto a sfidare le difficoltà con rinnovata determinazione. Zelensky, forte del consenso popolare, ha promosso riforme mirate a combattere la corruzione e ad aumentare la trasparenza amministrativa e che hanno irrobustito le garanzie di indipendenza e autonomia delle Agenzie anticorruzione. Il processo di riforma è passato anche attraverso il rimpasto di Governo del novembre 2021, volto a rafforzare l’attrattività e la fiducia dei cittadini nell’Esecutivo. Il conflitto che ne sarebbe sorto nel Febbraio venturo rappresentava l’ultima delle eventualità possibili per un Paese impegnato a riformarsi e a crescere. L’invasione russa ha, di fatto, interrotto brutalmente un processo che aveva come priorità lo sviluppo interno e la stabilizzazione sociale. La leadership ucraina, fino a quel momento, aveva cercato di consolidare le istituzioni, sostenere l’economia e promuovere una società civile sempre più attiva, in grado di resistere alle pressioni esterne e alle fragilità interne. Dal 2014 al 2022 la società ucraina era viva, attiva a cambiare il proprio Paese, nella speranza non potesse più accadere quanto già avvenuto in precedenza.
Al di fuori della nazione, però, la tattica russa ha funzionato fin troppo bene: nascosta sotto una coltre di fumo (una vera e propria fog of war, ahimè) la rapida espansione culturale della società ucraina sarebbe sempre dovuta essere da esempio per una lunga serie di aspetti. D’altronde, ce lo conferma quanto detto da Pina Picierno sul foglio del 04/06 (a latere dell’addio al PD), ossia quanto in questi anni l’Ucraina non abbia soltanto difeso il proprio territorio, bensì ha dato una lezione all’Europa. Nella necessità ha saputo innovare, sperimentare, adattarsi. E’ diventata un laboratorio avanzato di tecnologie civili e militari, di resilienza delle infrastrutture, di organizzazione della società sotto attacco. Un paese che combatte per la propria sopravvivenza è riuscito, paradossalmente, a essere più moderno di molti altri che vivono in pace. A loro, per scusarci della nostra cecità e dimenticanza passata, dobbiamo prestare la nostra piena attenzione. L’Ucraina è diventata il centro dell’Europa, il luogo dove più di ogni altro posto del Continente si riesce ad innovare, sperimentare e progredire. L’Ucraina ci sta ricordando, utilizzando le parole di Giovanni Spadolini, che diventa essenziale difendersi con il metodo e nel metodo della libertà ad ogni ondata che minaccia i fondamenti delle istituzioni democratiche e la sicurezza dello Stato.

La condizione delle Università
Ogni avanzata, ritirata o annuncio di forniture di armi ha trovato spazio dominante nei notiziari e nelle discussioni pubbliche, la prospettiva militare si è imposta come lente principale attraverso cui leggere la guerra. Il forte rumore ci ha assordati: abbiamo minuziosamente esaminato, con una cura quasi ossessiva, tutte le più intricate ripercussioni dell’invasione sul nostro ecosistema industriale ed economico e su quello dei nostri vicini alleati, ma soltanto in rare e isolate occasioni abbiamo deciso di dedicare lo stesso attento impegno all’osservazione della vita quotidiana della popolazione che, con coraggio e ostinazione, continua a resistere lì. Molto meno spazio è stato dedicato alla vita di tutti i giorni della popolazione civile, costretta a convivere con la distruzione, la perdita e la paura. Alle centinaia di migliaia di persone che hanno affrontato evacuazioni improvvise, mesi nei rifugi antiaerei, interruzioni di servizi essenziali e la separazione dai propri cari, fanno da contraltare altrettante persone che hanno provato, con le difficoltà del caso, a condurre comunque una vita dignitosa.
In primis, è la stessa governance ucraina che vuole assicurare questo aspetto, e lo fa specialmente per l’ambito universitario. L’Ucraina, infatti, contava all’inizio del conflitto circa 1.2 milioni di studenti iscritti in istituti di istruzione superiore, un numero assai elevato sul totale della popolazione di appena più di 30 milioni (basti pensare che il nostro Paese, pur avendo il doppio della popolazione, conta una popolazione studentesca universitaria di 1.5 milioni, leggermente più alta di quella ucraina).
Chiaramente lo scoppio del conflitto ha provocato uno shock iniziale, causando la quasi totale precarietà per 660mila studenti. Soltanto nel 2024 il governo è riuscito ad intervenire la prima volta con una riforma pressoché totale, in corrispondenza dello stabilizzarsi dell’avanzamento territoriale russo (la «formidabile» avanzata ha avuto un netto rallentamento alla fine dell’estate del 2023). A questa si deve lo spostamento di alcune sedi, irreversibilmente distrutte dall’avanzata criminale russa. Spiega il professor Fiori, infatti, che l’offerta formativa ha retto bene all’urto, non essendoci stati profondi mutamenti sostanziali. A dimostrazione di questo, basti pensare lo stato di avanzamento dell’ingegneria ucraina, testimoniato dalle numerose innovazioni tecnologiche sfruttate per lo sforzo difensivo, e che prese sempre più da esempio da parte degli Stati Maggiori dell’Occidente.

C’è ancora un livello di scolarizzazione molto alto e diffuso, sospinto principalmente dal forte patriottismo che la popolazione ucraina ha sempre dimostrato. Per ovvi motivi, però, è inevitabilmente cambiata la prospettiva futura dei giovani studenti, pienamente consapevoli della necessità di dover prestare servizio una volta raggiunti i 25 anni. La guerra impone ancora, infatti, la mobilitazione generale per la grande vastità dei giovani. Va evidenziato, in conclusione, che anche in questo caso la volontà degli ucraini rimane fortemente quella di condurre una vita ordinaria, ma ciò pur sempre sarà impossibile finché la causa della libertà rimarrà la loro bussola.
A partire dal mese di Settembre, e per ogni mese, nella Palafitta si troverà una nuova rubrica: «Occhi sul fronte». In questa, attenzionerò mensilmente un aspetto differente del conflitto ucraino mediante l’aiuto dell’Avvocato e professore Fabrizio Fiori, al quale rinnovo i ringraziamenti per la disponibilità.
Carica un'immagineLa palafitta nasce dall’idea di volersi sopraelevare rispetto lo scorrere della trattazione mensile, rivolgendo uno sguardo ai nessi che sussistono fra il nostro presente politico, economico e sociale, e l’aspetto del nostro vivere che intendiamo scrutare attentamente ogni mese.
Nel mese di Giugno Nessi si concentra sul tema della periferia. Come affermato nell’editoriale, questa rappresenta quel luogo materiale e spirituale, per lungo tempo dimenticato, su cui la luce diventa più fioca.
Negli ultimi decenni, la politica ha voluto trascurare le periferie. Non a caso, la narrazione che le vede invisibili è stata per lo più il frutto di un disdicevole tendenza comunicativa invalsa in questo settore.
A lungo destinatarie di interventi sporadici e frettolosi, soltanto in epoca recente si è registrato lo sforzo di regalare una nuova vita a questi quartieri delle nostre grandi città. Ai problemi della sicurezza e del degrado è ancora raro, però, che vengano fatte da contraltare le potenzialità sociali ed economiche di alcune aree più o meno diffuse.
Eppure, la rinnovata contezza dell’impatto delle disuguaglianze territoriali potrebbe essere un punto di partenza per lanciare quegli investimenti di rigenerazione e riprogrammazione delle attività urbane, ormai essenziali per migliorare davvero la qualità di vita dei cittadini.
È il 1948, i paesi belligeranti nutrono l’esigenza di assicurare una pronta ricostruzione. C’è un Generale americano, George Marshall, che si fa informalmente carico di una proposta (il “Piano”) del tutto innovativa, sia per il merito che per la quantità delle risorse che intende allocare: l’European Recovery Program. Il Generale viene definito anche «l’architetto della pace», in virtù del cruciale ruolo svolto prima e durante il secondo conflitto mondiale.
In questi anni ha avuto modo di constatare le difficoltà che avrebbero scontato i paesi europei nel ritornare ad una produzione industriale sufficientemente avanzata. Da lì, l’idea di assicurarsi un ruolo di assoluta influenza mediante la concessione di ingenti prestiti (soprattutto a fondo perduto). L’importanza delle risorse concesse è ormai acclarata, ma in questa sede è utile evidenziare un fenomeno preciso: quei dannati Yankees, infatti, hanno contribuito alla ricostruzione di molte periferie delle grandi e piccole città italiane.
Gestito fino al 1948 dalla United Nations Relief and Rehabilitation Administration, gli statunitensi hanno poi allocate le risorse necessarie per far sì che i singoli stati europei potessero autonomamente gestire la costruzione. L’influenza americana si avverte più o meno sulle singole aree, basti pensare a San Basilio nel Nord-Est di Roma, quasi l’intera città di Eboli (SA), nonché Casalecchio di Reno (BO), dove i finanziamenti sono stato ingenti. La costruzione di quelle abitazioni ha fatto sì di assicurare una nuova speranza, il desiderio di libertà.
Guardando oggi il tentativo proposto dai politici stelle e strisce, infatti, la lungimiranza è encomiabile. Il boom economico che ha permesso ai nostri nonni di condurre una vita più dignitosa rispetto ai loro genitori e avi, pone le sue fondamenta in questi investimenti: grazie a quel progetto si è permesso che, dagli angoli dimenticati delle città, nascesse il sogno del progresso democratico e repubblicano.
Da decenni, investimenti in piani urbanistici e in progetti di rigenerazione periferica sono gli appuntamenti fissi sulle agende delle città europee più dinamiche. Spiccano tra questi le numerose opere pubbliche e private di riqualificazione che riguardano università, ricerca e formazione. Al centro ci sono i campus universitari. Strutture integrate che con residenze studentesche, aule, laboratori e servizi connessi di supporto diversificano l'assetto degli atenei creando spazi innovativi e funzionali che al contempo rianimano zone depresse o quartieri periferici.
Sono realtà attrattive per studenti, ricercatori e docenti (anche internazionali), soprattutto se ospitano facoltà STEM o improntate al settore terziario che necessitano e ricercano contatti con imprese competitive. Il Campus Bovisa di Milano e il Campus Navile a Bologna sono due esempi simili e vicini che seguono questo trend. Con l’ampliamento del Politecnico nella zona Nord-Ovest si è passati dai quartieri operai milanesi dello scorso secolo alle cittadelle universitarie a modi quartiere residenziale.
Lo stesso è avvenuto, con tempi e contesti differenti, per la realtà del Nord-Ovest bolognese con il progetto comunale “Trilogia Navile”, dove nell’area degradata dell’ex mercato ortofrutticolo - dopo lo smantellamento delle infrastrutture logistiche e commerciali annesse - c’è oggi un polo didattico dell’Unibo. Una realtà di aree verdi che, oltre ad attrarre capitale umano ed investimenti, decongestiona in parte il centro storico e crea un ecosistema interdisciplinare che mostra le concrete opportunità periferiche per i dipartimenti universitari moderni.
Carica un'immagineperfettamente bilanciato.
[ Linee è la rubrica visiva di Zac: carica qui sopra il disegno del mese. ]
Carica un'immagineCome si fa ad essere socialdemocratici e non amare Sánchez? Anzi, come si fa ad essere persone di buon cuore e non amare Sánchez? A questo quesito si potrebbe rispondere con quello che disse Valéry Giscard d’Estaing a Mitterrand, incalzato sulla superiorità morale della sinistra: «Vous n’avez pas le monopole du cœur» (“Voi non avete il monopolio del cuore”).
Difatti in Spagna le cose non stanno andando per il meglio. Sánchez governa dal 2018, i popolari e i partiti dell’estrema destra sono in risalita, anche grazie agli scandali politico - mediatici che hanno accerchiato il Presidente spagnolo: la polizia ritiene che tre maggiorenti del partito socialista siano a capo di un sistema di corruzione basato sullo scambio di tangenti per appalti (non mi è nuovo...) ed è indagato per corruzione anche l’ex presidente socialista Zapatero.
È notizia di pochi giorni fa che la polizia spagnola ha fatto irruzione nella sede del PSOE, il partito socialista operaio, guidato proprio dal de cuius, per cercare prove volte a dimostrare un’organizzazione interna al partito nata per influenzare l’esito delle indagini che coinvolgono persone vicine al governo. L’acme è stata raggiunta quando le inchieste della procura spagnola hanno travolto i familiari di Pedro Sánchez: prima la moglie, ora il fratello. Qui la notizia di reato sarebbe arrivata da un’organizzazione di estrema destra, chiamata Manos Limpias, (cioè “Mani pulite”, certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano). Entrambi sono stati accusati di approfittarsi della relazione con il Primo Ministro per ottenere degli incarichi. La Presidentessa della Comunità autonoma di Madrid (popolare, quindi all’opposizione del Governo) ha denunciato in una recente intervista una “mafia di Stato”, iniziata proprio con Zapatero e continuata da Sánchez. Con lei, tutte le opposizioni incalzano e chiedono al leader spagnolo di riferire circa le inchieste che lo riguardano, invocandone a gran voce le dimissioni.
Questi accadimenti mi hanno condotto a due riflessioni. La prima riguarda l’esterofilia che porta sistematicamente a trovare leader e grandi punti di riferimento sempre altrove, mai in patria, che altro non fa se non aumentare la forza demolitrice del solito tafazzismo della sinistra italiana. Così il docufilm “Viva Zapatero!” di Serena Danini che, in anni di berlusconismo spinto, venne registrato nella speranza di innescare uno Zapatero italiano per contrastare B. A questa esterofilia bisogna però far coincidere anche una doppia morale piuttosto incresciosa, che porta ad abbandonare la bandiera del papa straniero non appena questa tende a vacillare (non sono note dimostrazioni di solidarietà, da parte dei leader italiani amici del governo spagnolo, nei confronti di quanto sta accadendo a Madrid).
La seconda porta a pensare che questi maledetti mangia paella ci abbiano rubato una cosa tutta italiana: il giustizialismo. Mi sembra di capire, anche se di economia mastico poco, che l’Italia viva soprattutto dell’export di eccellenze italiane; così, anche il giustizialismo, prodotto italiano IGP dal 1992, pare aver attecchito negli altri stati ed è pronto per dominare il mercato unico europeo. Ed è proprio grazie a questo made in Italy che gli ultimi veri potenti italiani, di volta in volta, sono stati spodestati o nettamente indeboliti.
Renzi, dopo il 40% alle europee del 2014, fu travolto da una lunga serie di inchieste — Temparossa, Banca Etruria, Consip, Open — sempre concluse con archiviazioni, assoluzioni o proscioglimenti, ma comunque capaci di indebolirne significativamente l’immagine politica. Ancora più emblematica fu la parabola di Berlusconi, coinvolto per decenni in oltre trenta procedimenti giudiziari (c’è una pagina di Wikipedia interamente dedicata ai “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi”): assolto o prosciolto in tutti i processi, ad eccezione della condanna definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, che ne sancì il tramonto politico. Ma il vero punto d’origine di questo rapporto conflittuale tra magistratura e politica, in Italia, resta Bettino Craxi, attorno alla sua figura si consumò qualcosa che andava oltre il semplice accertamento penale: Craxi divenne il simbolo da abbattere di un’intera stagione politica, unitamente dedita al finanziamento occulto dei partiti (chi dai russi, chi dagli americani) inaugurando una fase in cui l’inchiesta giudiziaria iniziò sempre più spesso a coincidere con la delegittimazione morale dell’avversario.
Questi tre esempi italiani sono storie diverse accomunate da un filo rosso: La prova di come la progressiva mancanza di Politica abbia lasciato spazio a un moralismo incarnato dall’attivismo delle procure, volto a colpire leader politici nel loro momento di splendore, indebolendoli e lasciandoli morire. Alla luce di ciò, l’opportunismo politico che si cela dietro all’utilizzo capzioso delle inchieste giudiziarie dei partiti avversari sembra affermarsi come l’unico metodo per abbattere chi è potente, tanto da sembrare inamovibile con le buone, cioè sfidandolo alle urne (battaglia che ormai sembra desueta), e quindi da colpire con le cattive.
Insomma, con Vox alle spalle, il paese contro e terra bruciata attorno non resta che dirci, per sempre, Hasta la vista, compañero Pedro!
Carica un'immagineSono poche le certezze assolute che ho raccolto in 22 anni di vita, ma fra queste sicuramente ce n’è una che riguarda la mia città natale: mai confondere un salernitano con un napoletano. La sfida delle città ai confini dell’impero è sempre la stessa, dover cercare una propria identità autonoma da quella del pesce più grande. Il risultato è stato una popolazione orgogliosa, spesso incapace di ammettere i propri errori poiché desiderosa di mostrare al mondo che sì, ha un proprio valore. Salerno da sempre ci prova. A fasi alterne, il racconto filtra attraverso il feed del momento, tanto da essere impossibile aprire i social senza vedere video di scorci scenografici: la passeggiata sul Lungomare tra Piazza della Concordia e il porticciolo di Santa Teresa, con l’appeal del monumentale Crescent alle sue spalle; oppure i vicoluzzi dei «mercanti» che fanno tornare in mente la Salerno medievale popolata principalmente da «pisciaiuoli» (pescatori), quel soprannome che negli anni ci ha perseguitati e che abbiamo fatto fieramente nostro. È il cane che si morde la coda: una città di cui tutti a prima vista rimangono meravigliati, eppure è in uno stato di spopolamento. Salerno, infatti, in media perde annualmente quasi l’1% dei suoi abitanti, la cui quota più elevata, come sempre accade in questi casi, è nella fascia 15-34 anni. Il copione è sempre lo stesso: l’attrattiva per i neolaureati, e i giovani in generale, è del tutto scarsa, principalmente a causa degli stipendi per nulla competitivi, pari ad appena 15mila euro annuali in media.
Lo dimostra il fatto che Salerno, seppure caratterizzandosi per il traino del settore edilizio (stime affermano tra il 18-21% del PIL locale) è ultima in Italia per assorbimento del settore residenziale, ossia la percentuale di metri quadri venduti sul totale degli offerti. In parole povere, sempre meno vi comprano casa, e certamente non si può pensare che preferiscano tutti l’affitto! È una situazione assai fragile, che viene combattuta, anche qui, con il solito copione degli investimenti nel turismo e nei servizi a questo accessori, unici settori in crescita in seguito alla pandemia. D’altronde, si sa che rendere una città incantevole, affascinante e pulita faccia dimenticare a tutti di avere le più alte addizionali IRPEF d’Italia. Le elezioni scorse lo hanno dimostrato.
Salerno ha avuto indietro il suo Re, perfetto esempio della teatralità con cui si impegna ad ottenere la sua meritata identità distintiva. Quel monarca municipale che nelle scorse settimane, proprio in un comizio a Pastena, il mio quartiere, prometteva di rendere Salerno la nuova Montecarlo del Mezzogiorno. Quello stesso monarca che o si ama o si odia, nessuna via di mezzo. E finanche chi ufficialmente lo disprezza, in verità, molto spesso lo ammira clandestinamente. Lo Sceriffo ha vinto anche con i voti di quelli che lo temono, che sono stufi della sua presenza assoluta e dei suoi modi. Nel trionfo, la sua abilità è stata quella di mostrare il suo carattere paternalista, schietto, chiamando i problemi (beh, quelli che vuole evidenziare lui, l’insindacabile giudice) con il proprio nome.
È stato spiccatamente furbo perfino dopo la vittoria, con l’ispezione dei cantieri che fiancheggiano il Corso, e l’annuncio della lotta ai parcheggiatori abusivi del Vestuti che da anni minacciano chiunque non obbedisca al loro credo (chi scrive in primis ne è stato vittima, ahimè). Nessuna festa, nessuna marcia solenne e alcunchè che facesse presagire una celebrazione. Una chiara scelta comunicativa che vede l’Eterno Governatore immediatamente impegnato nel suo ruolo di bastonatore. D’altronde, qual è il Re che si meraviglia della propria investitura regia? Vincenzo De Luca continua ad essere espressione di quel perfetto barocco salernitano: l’esasperazione di alcune retoriche che ci vedono impeccabili, il forte dinamismo con cui tutto si muove ma nulla cambia e quella perdurante ricerca del coinvolgimento emotivo e sentimentale.
Salerno è consapevole di essere il tramite per arrivare alla Costiera Amalfitana, da un lato, e quella Cilentana, dall’altro. Deve essa stessa diventare la cartolina che apre alla «dolce vita» e la bellezza del vivere tutto italiano, quel magico incantesimo che conquista migliaia di visualizzazioni su tiktok, ma che poi, nella realtà, dimostra la sua vuota essenza.
Carica un'immagineLa fotografia delle minacce percepite dal sistema istituzionale italiano è chiara: la disinformazione si sviluppa in maniera capillare nei media tradizionali (e non), le imprese strategiche per l’economia nazionale subiscono crescenti difficoltà a causa delle incertezze geopolitiche, che mettono in crisi sia la dimensione dell’energia che della reperibilità nella supply chain. Per non parlare della Cina, che secondo un report ISPI sta aumentando progressivamente gli investimenti in numerosi settori e di conseguenza la propria influenza, come avviene nell’agroalimentare, nelle telecomunicazioni, nei macchinari, nell’energia e nei beni di consumo di fascia alta, rivelandosi un rivale per le nostre imprese e la nostra sovranità europea.
Il complesso quadro viene scritto nero su bianco nella relazione annuale del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), che è chiara specialmente su un punto: è sempre più dilagante la guerra ibrida attuata dalla Federazione russa e da altri soggetti ai danni dell’Italia. Anche il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, in sede di relazione annuale, introduce le minacce ibride fra gli otto ambiti di maggiore interesse strategico, definendole addirittura quale sintesi operativa di tutte le altre dinamiche osservate. Non c’è una via di mezzo per dirlo. Anzi, la vaghezza potrebbe rivelarsi dannosa. Come affermato dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen: gli attacchi ibridi sono la “nuova realtà”.
In questa direzione si inserisce la proposta presentata dai Senatori Marco Lombardo e Carlo Calenda, volta all’introduzione di uno «Scudo democratico» che doti l’Italia di vari strumenti nazionali contro le ingerenze straniere. Abbiamo chiesto, pertanto, al Senatore Lombardo di spiegarci quale sia il contesto in cui è stata presentata questa proposta.
Spesso si affronta il tema delle minacce ibride, ma cosa sono esattamente? Sono ancora attuali?
“È la minaccia più grave e concreta che noi abbiamo, non solo per la sicurezza nazionale, ma anche per quella dell’Unione europea. Accanto alla guerra convenzionale, quella che si combatte in Ucraina, dove si difendono i valori della democrazia e dello stato di diritto, è in corso da anni una guerra cognitiva su diversi fronti: sia attori statali che non, si pensi alla Cina e alla Russia o alle piattaforme social, diffondono contenuti che mirano a ledere i processi elettorali democratici, destabilizzando e creando caos nei paesi del nostro Continente. Non si tratta di semplice propaganda, è qualcosa di più invasivo e subdolo. Si mira a favorire la crescita di partiti anti-sistema, diretti a minacciare la cultura europea, ivi comprese le sue istituzioni.
Nella mattina del 17 Settembre il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato che, a seguito dell’abbattimento di un drone da parte di due Eurofighter Typhoon italiani nei cieli lituani, si è di fronte ad un passaggio epocale: non basta sorvegliare e difendere i cieli, ma bisogna essere pronti per neutralizzare le minacce. Come giudica queste sue parole? Esiste una minaccia reale?
“Assolutamente parole corrette, dette da chi è da sempre consapevole dei rischi che stiamo correndo. A lato del Consiglio Supremo di Difesa convocato straordinariamente dal Presidente della Repubblica, Crosetto aveva presentato un documento di elevata importanza sui rischi collegati alla guerra ibrida, segno della consapevolezza da parte dei tecnici del ministero a riguardo. Al contempo, però, manca consapevolezza sia nell’opinione pubblica che nella stessa compagine governativa circa questo rischio. Basti pensare all’incontro compiuto dal Vicepremier e Ministro Salvini con gli imprenditori italiani che operano in Russia al fine di riaprire i rapporti commerciali, pur aggirando le sanzioni europee. Eppure, quasi due anni fa, Azione ha lanciato un allarme sul tema, presentando una proposta di legge a riguardo. Da quel momento, per l’appunto, è comunque generalmente mancata una consapevolezza politica a riguardo”.
Arriviamo al nodo cardine, qual è la finalità del disegno di legge sullo Scudo democratico presentato da Lei e dal Senatore Carlo Calenda?
“La proposta segue pienamente quanto indicato dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nonché l’allarme lanciato dalla Commissione di Venezia, organismo del Consiglio d’Europa. L’Italia, per giunta, è stata segnalata specificamente poiché sprovvista di strumenti atti a salvaguardare l’integrità dei processi elettorali e il libero convincimento degli elettori”.
Per cosa si caratterizzerebbero gli strumenti proposti?
“Il punto nodale sta nella creazione di un comitato di analisi pubblico-privato, creato da analisti esperti che possano verificare se attraverso i media, i giornali o i social si abbiano prove di disinformazione organizzate da uno stato terzo idonee a manipolare il voto. Laddove queste analisi siano fondate, si attiverebbe un sistema di allerta, che sposterebbe la discussione nel Parlamento, in modo tale da avere un controllo diffuso sull’esistenza di un atto di guerra ibrida in una data fase elettorale. È un sistema che vuole semplicemente prevedere una trasparenza, onde evitare che siano chatbot a modificare gli algoritmi, così da inondare i social di delegittimazione degli avversari politici. Si deve garantire ai cittadini di votare liberamente”.
A seguito dell’arresto a Luglio di due ex agenti dell’intelligence italiana con accuse di spionaggio e condivisione di documenti sensibili con cellule russe, ha inviato una lettera al Foglio, che si apre così: «Finanziare la sicurezza nazionale è condizione indispensabile per garantire la nostra libertà democratica». Perché serve difendere le istituzioni della Repubblica e la nostra sovranità da italiani e da europei?
“Significa semplicemente difendere le nostre libertà. Oggi penso che non ci sia battaglia più importante che sapere difendere la nostra democrazia, essendo consapevoli che sia continuamente sotto attacco. Da qui, deriva l’importanza di imparare a riconoscere e difendersi dalla guerra ibrida. Non si può stare fermi, bisogna investire nel pensiero critico, quindi anche nella scuola e nell’istruzione per farlo. Si pensi alla Svezia, dove esiste una “Agenzia per la difesa psicologica”, che si occupa proprio di attività di debunking e fact-checking, attiva perfino nelle scuole. Certo, la politica ha un suo dovere e dei suoi compiti, ma alla difesa delle istituzioni concorrono anche il mondo giornalistico, il mondo accademico e quello civico in generale. Le autocrazie si giovano del fatto che le democrazie si possano indebolire, soltanto credendo nel pluralismo delle informazioni e nella partecipazione democratica di tutti i cittadini si può finalmente far valere la loro forza”.
La scorsa settimana Virginia Libero, Segretaria nazionale dei GD, sul palco della Festa dell’Unità ha affermato in maniera provocatoria che ci si occuperà dell’organizzazione della diserzione di chi non vorrà combattere la guerra. Che cosa ne pensa di queste parole?
“Chi vuole la pace deve saper difendere i valori della democrazia. La guerra non arriva solo con le bombe, bensì anche attraverso l’attività cognitiva. Dai giovani mi sarei aspettato un ennesimo invito alla resistenza, siccome questa non vive solo nel passato o nell’antifascismo, bensì ogni volta che sia a rischio la democrazia liberale. Piuttosto che avere gli occhi rivolti al passato, servirebbe osservare chi tutt’oggi combatte: dall’Ucraina all’Iran, alla Palestina e al Venezuela. La resistenza è il più grande atto d’amore che si possa fare per la propria Patria, per il proprio Stato, e per la liberal-democrazia in generale. La politica serve a questo: difendere i valori in cui si crede. Altrimenti, il rischio è che a disertare saranno proprio i cittadini alle urne”.
Oltre che ringraziare il Senatore Lombardo per la sua disponibilità, dobbiamo ricordare che quotidianamente si registrano eventi di questo tipo, eppure parte della comunicazione giornalistica non mira a riconoscere il problema, e tantomeno la politica vuole affrontarlo. Droni, sabotaggi e operazioni clandestine su infrastrutture strategiche, per quanto siano le attività più evidenti, non sono le uniche praticate. A queste si accompagnano le interferenze nel dibattito pubblico, lo spionaggio, la corruzione e i finanziamenti occulti ai partiti populisti e antieuropei.
Si cerca di minare le fondamenta della cultura del nostro Continente, arrivando a minacciare la resilienza democratica e la stabilità istituzionale, nonché a causare il deterioramento del dibattito pubblico. Sulla base di alcune valutazioni avanzate da funzionari della difesa e dell’intelligence occidentali, il britannico Financial Times scrive che la NATO sta facendo abbastanza per impedire un’escalation convenzionale o nucleare, ma non abbastanza per le operazioni che restano sotto la soglia prevista dall’articolo 5 del Patto Atlantico, che giustificherebbero una risposta coesa dei Paesi membri.
La Russia allora sfrutta proprio questo aspetto, consapevole del fatto che sia irragionevole per qualsiasi Stato membro della NATO richiedere l’attivazione dei meccanismi previsti dal Trattato sulla base di questi eventi. D’altro canto, però, delle attività quasi-belliche sono pur sempre in atto: non può esigersi una risposta militare, bensì politica e istituzionale. Diviene necessario adottare quegli strumenti che diminuiscano il rischio di subire attacchi silenziosi e occulti.
Sul punto esiste ormai da tempo un pacchetto di strumenti UE contro le minacce ibride, che comprende le misure preventive, di cooperazione, di stabilità, restrittive e di sostegno delineate dal Consiglio europeo nel 2022 e riformate nel 2026. A questo si aggiungono la bussola strategica per la sicurezza e la difesa, le sanzioni contro gli attacchi informatici, i dispositivi integrati per la risposta politica alle crisi e i gruppi di risposta rapida dell’UE alle minacce ibride.
Strumenti sì idonei a salvaguardare la sicurezza nel quadro europeo, nel senso delle politiche di sicurezza comune, ma a tratti insufficienti per garantire questi scopi a livello nazionale. Serve una volontà politica nazionale per far sì che sia posto un freno al problema: l’esigenza di difesa nazionale è comune, ma la risposta è sempre troppo frammentata.
Carica un'immagine«S-bilanciando — il costo dei diritti» è lo spazio di Nessi dedicato alla legge di bilancio.
Ogni anno, puntualmente, arriva un momento in cui si decide una parte significativa del nostro futuro economico e sociale. Eppure, quasi paradossalmente, è proprio in questa occasione che l’attenzione collettiva sembra affievolirsi. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle emergenze del presente – dal carovita alle tensioni sociali, dalle manifestazioni di piazza agli episodi di violenza che ne accompagnano talvolta il racconto mediatico – una questione di portata altrettanto rilevante, se non maggiore, scivola progressivamente ai margini della discussione: la legge di bilancio.
Un provvedimento che, anno dopo anno, determina le priorità economiche del Paese, stabilisce come distribuire le risorse pubbliche e, soprattutto, contribuisce a definire quali bisogni della collettività meritino di essere soddisfatti e quali, invece, siano destinati a rimanere in secondo piano. Eppure, quanto sappiamo davvero di ciò che viene deciso in queste settimane? Quanto interesse suscita un dibattito che, pur incidendo concretamente sulla vita di milioni di cittadini, sembra spesso confinato alle cronache politiche e alle schermaglie parlamentari?
Ridurre la legge di bilancio a un appuntamento contabile o a una complessa operazione finanziaria significa non coglierne la portata più profonda. Si tratta, infatti, di uno degli atti legislativi fondamentali per il funzionamento dello Stato, attraverso il quale vengono programmate le entrate pubbliche e autorizzate le spese necessarie all’attività delle amministrazioni. Dietro quelle cifre, spesso considerate meri tecnicismi, si celano il finanziamento della sanità e dell’istruzione, le agevolazioni per lavoratori e imprese, gli stipendi del personale pubblico e, più in generale, la garanzia dei servizi essenziali alla collettività.
La legge di bilancio è dunque il momento in cui si decide come impiegare il denaro pubblico, chi beneficia delle risorse disponibili, chi ne sostiene i costi e quali interessi vengono considerati prioritari. Scelte tutt’altro che neutrali, che riflettono rapporti di forza e capacità di pressione. È proprio in questa dinamica che il disinteresse collettivo assume un significato preoccupante: gli interessi meglio organizzati, dotati di rappresentanza e strumenti di interlocuzione, riescono più facilmente a influenzare le decisioni politiche, mentre chi resta distante da questi processi rischia di subirne passivamente le conseguenze. La legge di bilancio diventa così un tavolo di confronto tra soggetti diversi, ma non tutti dispongono delle stesse possibilità di sedervisi e far sentire la propria voce. È anche da questo squilibrio che emergono i vincitori e i perdenti delle scelte di politica economica.
È una metafora forse brutale, ma rende bene l’idea: chi non riesce a sedersi al tavolo delle decisioni rischia di finire nel menu.
Ecco perché costruire una consapevolezza collettiva intorno alla legge di bilancio non è soltanto auspicabile: è necessario. Occorre comprendere che la sessione di bilancio non è una parentesi riservata agli addetti ai lavori, ma uno dei momenti più importanti della vita democratica di un Paese. È il momento in cui bisogna esserci, informarsi, partecipare e rivendicare le proprie priorità. Perché il disinteresse non ci rende estranei alle decisioni: ci rende semplicemente meno capaci di influenzarle.
Ed è proprio in questa prospettiva che la legge di bilancio per il 2027 assume un’importanza particolare. Non si tratta, infatti, di una manovra qualsiasi, ma dell’ultima prevista nell’ambito dell’attuale legislatura, quella che precede il prossimo appuntamento elettorale. Una circostanza che inevitabilmente ne accresce il peso politico e ne condiziona le dinamiche negoziali.
Per i partiti che compongono la maggioranza di governo si tratta, in un certo senso, dell’ultima occasione per trasformare in misure concrete le promesse rimaste inevase, recuperare gli impegni assunti nel corso della campagna elettorale e rivendicare risultati da presentare ai propri elettori. Ciascuna forza politica ha interesse a imprimere alla manovra il proprio marchio, ottenendo l’inserimento di quelle misure che più caratterizzano la propria identità e che, in vista delle prossime elezioni, possano rappresentare un elemento di credibilità e continuità rispetto agli impegni precedentemente assunti.
La legge di bilancio diventa così anche un terreno di confronto tra le diverse componenti della coalizione, nel quale le priorità economiche si intrecciano con le esigenze di consenso e con la necessità di presentarsi all’appuntamento elettorale potendo rivendicare quanto realizzato. Ogni partito è chiamato a dimostrare di aver mantenuto, almeno in parte, le promesse sulle quali ha costruito la propria legittimazione. E la manovra rappresenta una delle ultime occasioni per farlo.
Ma è proprio qui che si pone una questione fondamentale: in una fase in cui ciascuna forza politica è chiamata a dimostrare di aver mantenuto le proprie promesse, quali interessi finiscono effettivamente per essere rappresentati? E soprattutto, quali istanze rischiano di rimanere ancora una volta fuori dal confronto?
Entrando nel merito dell’iter parlamentare, il disegno di legge di bilancio per il 2027 è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre e successivamente autorizzato alla presentazione alle Camere dal Presidente della Repubblica il 30 ottobre. Da questo momento prende avvio la sessione di bilancio: il Parlamento è chiamato a esaminare, discutere ed eventualmente modificare il testo, con l’obiettivo di giungere all’approvazione definitiva entro il 31 dicembre. Una scadenza tutt’altro che formale: il mancato rispetto del termine comporterebbe infatti il ricorso all’esercizio provvisorio, uno strumento eccezionale che la Costituzione consente per legge e per un periodo complessivamente non superiore a quattro mesi.
Nel corso dell’esame parlamentare, deputati e senatori saranno chiamati a confrontarsi con il testo presentato dal Governo attraverso audizioni, discussioni ed emendamenti, nel tentativo di trovare una sintesi tra le diverse posizioni politiche e gli interessi coinvolti. Il tutto in un quadro in cui assume un peso significativo anche il confronto con le istituzioni europee, chiamate a esprimersi sulle politiche di bilancio degli Stati membri e sulla loro coerenza con le regole comuni di finanza pubblica.
Noi di Nessi seguiremo da vicino questo percorso, cercando di coglierne non soltanto i passaggi istituzionali, ma soprattutto le scelte, le priorità e gli interessi che emergeranno dal confronto parlamentare. Perché dietro ogni emendamento, ogni stanziamento e ogni taglio si nasconde una precisa scelta politica, con conseguenze concrete sulla vita delle persone.
Nel frattempo, occhi aperti. Perché il tavolo è apparecchiato e, come abbiamo visto, non tutti siedono dalla stessa parte.
Carica un'immagineIl 4 Novembre è stata la giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, la data emblematica in cui ricorre la fine della prima guerra mondiale e la «restituzione» all’Italia di Trento e Trieste. Un giorno dall’alto valore simbolico, che vuole omaggiare chi, ormai più di un secolo fa, fu chiamato a combattere per delle cause storiche che ancora oggi si faticano a capire.
Per questo motivo, nel momento dell’istituzione di questa giornata, si scelse di omaggiare non solo la fase conclusiva dell’Unità della Nazione, ma anche le Forze Armate che dall’Unità d’Italia hanno duramente lavorato per il Regno prima, e per la Repubblica poi.
Una giornata simbolica che, in quanto tale, potrebbe essere fine a se stessa. Eppure, permette di puntare nuovamente i riflettori sul complicato rapporto che c’è fra gli italiani e la Difesa.
Come fosse un paradosso, alle piazze e alle piccole cerimonie tanto frequentate in questi giorni, fa da contraltare una grande fetta della popolazione insensibile alle necessità che le stesse Forze Armate denunciano. La settimana scorsa, la Rivista Italiana Difesa (RID) ha riportato degli studi effettuati dall’Università di Genova che certificano proprio questi aspetti: la popolazione nutre un’alta fiducia verso le Forze Armate, con circa il 67,5%, pur dimostrando confusione sugli effettivi ruoli strategici che queste devono ricoprire. La popolazione le considera senz’altro utili per fronteggiare i problemi di sicurezza interna, tanto che metà della popolazione (51,8%) vorrebbe rinforzare l’organico attualmente dispiegato per l’operazione «strade sicure» (la cui annunciata cessazione sembra sempre più lontana), e una maggioranza ben più ampia (ben l’82%!) approva l’impiego in caso di calamità naturali. Quando si arriva agli investimenti e alle spese, però, si irrigidisce il forte e robusto animo italico: più di 2 persone su 3 non ritengono necessario procedere ad aumenti negli investimenti, e anche laddove ci possano essere più risorse, la metà della popolazione intervistata comunque preferirebbe che queste fossero destinate verso gli interventi in casi di calamità, a supporto della polizia o per le spese di personale.
Il dato più preoccupante, tuttavia, è un altro. Nonostante l’alta fiducia che si prova, il 44% della popolazione non riterrebbe le Forze Armate capaci di difenderci da minacce esterne. I dati sono la dimostrazione della marcata distanza che esiste fra le priorità strategiche e le preoccupazioni reali dei cittadini, sui quali, in aggiunta, insiste un profondo fallimento nella funzione «pedagogica» della politica di saper spiegare e affrontare i problemi. E non solo, perché una popolazione scarsamente consapevole sul dispositivo della Difesa difficilmente vuole far carico agli obblighi internazionali e alla protezione degli alleati.
Gli ambiti in cui le FF.AA. sono tenute ad intervenire, che noi lo vogliamo o meno, indipendentemente dal fatto che i nostri governanti lo annuncino, risulta via via più vasto. E ciò perché la loro vocazione naturale è pur sempre quella di difendere le istituzioni, specie quando si è quotidianamente di fronte a sistemi profondamente vulnerabili.
La nostra democrazia si trova di fronte alla sempre più sfumata distinzione fra apparati civili e militari, il che comporta, dunque, una doverosa attenzione verso tutti i sistemi informatici che sono di generale utilizzo nella popolazione.
L’ultimo caso venuto alla conoscenza dei principali quotidiani, assai strano quanto emblematico, è stato proprio all’inizio di questa settimana, quando ad essere stati oggetto di attacchi hacker sono stati i supermercati in Europa e in Italia. I sistemi di controllo della temperatura di banchi e celle frigo sono stati manomessi, con l’effetto di far marcire generi alimentari di vario tipo. Da un danno che sicuramente non è di primaria rilevanza, si apre un’importante valutazione: la vulnerabilità è elevata, e l’obiettivo può riguardare perfino la nostra sicurezza agroalimentare. In questo modo, chi vuol essere nostro avversario, può agire direttamente su una profonda asimmetria e piegarla a proprio vantaggio, alterando la percezione di sicurezza e il nostro modo di pensare alle risposte istituzionali da fornire. Per qualsiasi livello di sicurezza in cui si verifichi il problema allora la soluzione è unica, ossia investire nel «Sistema-Paese», come affermato proprio il 4 Novembre dal Generale Portolano.
Ma un’altra interpretazione chiave è stata data pochi giorni fa - a margine dell’annuncio dell’esercitazione Joint Stars - da parte del Generale Iannucci, comandante del Comitato Operativo Vertice Interforze (COVI), che ha riassunto perfettamente il concetto: «Il semplice fatto di avere una visuale sulle modalità in cui arrivino gli attacchi, nonché di avere astrattamente i sistemi capaci di rispondere a questi, non comporta di per sé la nostra capacità di rispondere congruamente: è necessario fare sistema».
Il Generale riassume perfettamente il sentimento che arriva dal sondaggio, pur senza conoscerlo.
Siamo quello strano Paese in cui si rimane col naso all’insù ammirando le frecce tricolori sorvolare le nostre città, ma ci si scandalizza se, nei palazzi del potere italiani o europei, si cerca di sviluppare un nuovo concetto di Difesa, aggiornato e capace, che ci permetta di ammirare liberamente lo spettacolo acrobatico di quegli aeroplani.
Montesquieu, nello “Spirito delle leggi”, afferma che «la libertà politica per un cittadino consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dall’opinione che ciascuno ha della propria sicurezza; e perché si abbia questa libertà, bisogna che il governo sia tale che un cittadino non possa temere un altro cittadino».
La concezione della sicurezza non è perciò soltanto riferibile alla sua sfera fredda e statistica, ma anche al grado di percezione che l’individuo ha di essa. Ed in questo costante rapporto Stato-individuo, la Difesa diviene il prerequisito della libertà. Il mezzo che permette ad un cittadino di non temere un altro cittadino. L’apparato che ci assicura di non avere timore dello Stato o dei nostri avversari strategici, creando una sorta di bolla attorno all’individuo che permetta lo sviluppo della sua individualità. Appunto, la libertà. La mia speranza (più che ottimista) per il 4 Novembre 2027 è quella di avere una popolazione più informata sulle reali competenze e capacità delle FF.AA., pienamente cosciente delle sfide del futuro.
P.S. a proposito di frecce tricolori, da quest’anno utilizzeranno gli M-346 della Leonardo, più agili e prestanti dei precedenti Aermacchi MB-339, dunque anche più sicuri per gli equipaggi. Mi chiedo come si sarebbero potuti sviluppare questi aerei senza nuovi investimenti…
Carica un'immagineIn Europa l’atto del votare non richiede particolari adempimenti se non l’essere fisicamente presenti al seggio con in mano una tessera elettorale e un documento d’identità. Un atto semplice, meccanico, che spesso tendiamo erroneamente a dare per scontato. Però, per osservare l’eterogeneità dei sistemi di voto ci basta spostare gli occhi dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti d’America, Paese in cui è necessario registrarsi sull’apposito portale pubblico affinché si appaia tra gli aventi diritto.
Oggi, a ridosso delle elezioni di midterm, Elon Musk fondatore di SpaceX e Tesla tenta nuovamente, dopo il precedente del 2024, di trarre in inganno gli elettori con un sito-copia dell’ufficiale “vote.org”. Se accadesse in Europa con ogni probabilità lo inquadreremmo come un tentativo di phishing bello e buono. Infatti, secondo uno studio pubblicato sul celebre Election Law Blog dall’esperto di diritto elettorale e professore UCLA Rick Hasen, il sito creato da Musk non solo proporrebbe falsamente di aiutare gli iscritti nella procedura, ma sarebbe anche un efficace mezzo di appropriazione e raccolta dei dati degli utenti. Come riportato nello studio, infatti, Musk collezionerebbe legalmente tramite le sue linee guida sulla privacy: dati anagrafici, di contatto (residenza, email e numero di telefono), digitali e di geolocalizzazione, ed infine, una serie di informazioni acquisite attraverso sistemi di tracciamento dei comportamenti. Questi ultimi analizzano ogni singolo link cliccato e ogni pagina visualizzata dall’utente all’interno del portale e si avvalgono della profilazione psicografica, ossia, un metodo di analisi che studia il “perché” delle scelte dei consumatori, esaminando atteggiamenti, valori, interessi, personalità e stili di vita. D’altronde, anche la stessa policy del sito dichiara esplicitamente che i dati raccolti possono essere condivisi o venduti a “partner commerciali”. Questo include non solo lo storico di voto derivato dai database privati di America PAC – comitato di azione politica fondato da Musk per supportare i Repubblicani – ma persino “inferenze” sulle tendenze psicologiche, attitudini, intelligenza e orientamenti comportamentali degli utenti, elaborate tramite algoritmi comportamentali.
Questo permette agli algoritmi di Musk di creare un “sosia digitale” di ogni elettore, comprendente anche tratti emotivi dotati di particolare sensibilità e, perciò, agilmente manipolabili. Se un tempo la propaganda politica parlava a milioni di persone con lo stesso manifesto, oggi si è arrivati a vere e proprie campagne ad personam, in cui il partito parla al singolo e ne manipola le fragilità a sua insaputa.
Le Segreterie di Stato di Washington e del Colorado hanno allertato la cittadinanza invitandola a muoversi solo attraverso canali ufficiali. Non è la prima volta che negli USA dinamiche di questo tipo accadono, ma le modalità utilizzate dalla PAC hanno attirato particolare attenzione per la spregiudicatezza dei metodi e la mole di denaro spesa (tra cui il famoso quanto controverso milione di dollari promesso da Musk per incoraggiare il voto verso i Repubblicani).
A complicare il quadro sono arrivate le giravolte dello stesso Musk che, solo pochi mesi fa, nel luglio 2026, aveva dichiarato a Forbes di essersi fatto prendere troppo dalla politica mentre oggi torna a spendere circa 275 milioni di dollari per le elezioni di midterm, nel tentativo di non far affondare la maggioranza Repubblicana.
Tutto ciò non potrebbe sembrare altro che un semplice (ma brutale) “meccanismo” d’attrazione del consenso, ma invece assume forme ben più spaventose, diviene riflesso di una mutazione profonda del rapporto tra democrazia, denaro e tecnologia.
Queste dinamiche, viste da una prospettiva europea, sollevano vari interrogativi: se l’Europa garantisce il diritto al voto automaticamente, cosa ci protegge dal microtargeting psicologico che, incrociando i dati sparsi su internet, mappa le nostre fragilità e orienta il nostro consenso a nostra insaputa?
E se a guidare quelle campagne fosse un solo uomo che controlla social, satelliti e database di profilazione, e che vive le sanzioni come semplici costi di gestione o come censure da combattere, l’Europa sarebbe davvero in grado di difendere la propria sovranità democratica? O, forse, il problema è anche nostro? Un voto facile ci ha resi pigri, lasciando un vuoto di partecipazione che populismi digitali e piattaforme d’oltreoceano colonizzano.
Dunque, d’ora in avanti, dovremmo muoverci con la consapevolezza che ogni sforzo destinato a proteggere il voto “formale” potrebbe rivelarsi vano se, parallelamente, non educheremo la popolazione a riconoscere i “cavalli di Troia” digitali che potrebbero manipolarne le scelte.
Carica un'immagineChe vivere con stipendi inadeguati e senza garanzie sia diventato insostenibile non è certo una scoperta di queste ultime settimane.
Siamo testimoni di una crepa sempre più profonda, svelata dallo scalpore delle proteste, dei cortei e dei blocchi che, abbandonando la superficie del caos, nascondono un malessere psicologico e una violenza spesso invisibile o, meglio, scomoda da guardare.
I blocchi della logistica paralizzano i trasporti, lasciando molti banchi dei supermercati sprovvisti nel sud Italia e creando esasperazione tra le famiglie. A questo disagio, si contrappone la frustrazione, altrettanto radicata, di chi manifesta contro contratti precari e un impoverimento progressivo.
Di fronte al trambusto e alle interruzioni della vita quotidiana, la reazione dominante dell’opinione pubblica tende a compattarsi su una affermazione ben precisa: “Protestare è un diritto, ma si può fare in modo pacifico, senza provocare disservizi e senza causare danni”
Vorrei dunque focalizzarmi su tale tema e cercare di capire se sia davvero auspicabile ottenere un cambiamento strutturale attraverso la sola via pacifica e ordinata, oppure se la storia dimostri che sia necessario un livello di frizione e disordine per sbloccare lo status quo.
La psicologia e la sociologia ci insegnano che le proteste radicali e i blocchi non nascono mai dall’oggi al domani. Prima di una pietra lanciata o di un camion messo di traverso c’è una tensione che si accumula per anni.
Il sociologo Johan Galtung l’ha definita “violenza strutturale”, riferendosi ai modi sistemici in cui le strutture sociali, economiche, politiche e culturali danneggiano o svantaggiano gli individui, impedendo loro di raggiungere il pieno potenziale.
Se il blocco delle piazze e della logistica fa rumore ed è impossibile da ignorare, questa violenza invisibile agisce logorando le persone silenziosamente e creando un senso profondo di impotenza.
Quando ci si rende conto che il confronto e le vie ordinarie non portano ad alcun miglioramento, è inevitabile che la frustrazione finisca per strabordare dai canali ufficiali. Persino un simbolo della nonviolenza come Martin Luther King Jr. sostiene che “la rivolta è il linguaggio di coloro che non vengono ascoltati”, evidenziando come il disordine sia spesso l’ultimo sintomo di una sordità istituzionale. Anche lo psichiatra Frantz Fanon, ne I dannati della terra evidenzia come la violenza di risposta sia una vera e propria esigenza psicologica e, addirittura, terapeutica: un’azione disintossicante attraverso cui l’oppresso si libera dal complesso di inferiorità e dalla disperazione accumulata sotto la sopraffazione del sistema, riappropriandosi della propria dignità.
Davanti a un potere che ha annullato ogni altro canale di ascolto, nasce un bisogno viscerale di riscatto umano, ma ciò non significa che ogni forma di scontro diventi automaticamente efficace o giustificabile. Negli studi sulla Psicologia delle masse, viene mostrato come la perdita di responsabilità individuale all’interno della folla porti spesso a un fenomeno di “dislocazione dell’aggressività”. La rabbia verso un potere invisibile (ad esempio, lo Stato) rischia di scaricarsi ferocemente su tutto ciò che è alla nostra portata, al fine di alleviare la frustrazione del non poter aggredire direttamente l’obiettivo principale, che appare inafferrabile. Si arriva così a forme di distruzione indiscriminata, delegittimando tristemente l’intero movimento. Ne sono un esempio lampante i video delle rivolte in Francia, dove esercenti e artigiani hanno tentato disperatamente di difendere le proprie attività, frutto di tanti sacrifici, venendo comunque travolti e saccheggiati.
Distruggere la bottega di quartiere di chi subisce la stessa identica crisi non può essere una rivoluzione, ma solo l’effetto collaterale di una tragica guerra tra simili che mina la solidarietà sociale e dona alle istituzioni l’alibi perfetto per etichettare ogni protesta come semplice atto criminale, oscurando così il movente di fondo.
È certamente giusto e valoroso criticare la violenza che lo Stato esercita sui propri cittadini, ma lo è anche rispondere con altrettanta ferocia? D’altronde, perfino con i criminali che hanno compiuto i più terribili atti, non riteniamo che la risposta debba necessariamente essere una violenza equivalente. L’abolizione della pena di morte in molti Paesi riflette chiaramente questa idea in cui la giustizia non riproduce a tutti i costi ciò che intende punire. E seppur qualcuno possa pensare, in base alle proprie convinzioni e moralità, che sarebbe giusto e meritato replicarlo, mi chiedo, al di là della mia etica, se aiuti davvero a cambiare le cose, a renderle migliori.
Ragionare su questa ottica non significa voler invocare una protesta innocua e rassegnata, tutt’altro. La storia, in primis, ci insegna che ciò non porterebbe a nulla, che le conquiste sociali non sono mai state raggiunte a seguito di cortei educati che non creavano alcun tipo di turbamento. Bisogna, però, cogliere la differenza fondamentale tra il caos distruttivo e la resistenza civile. Erica Chenoweth e altri politologi hanno dimostrato che la nonviolenza non è passività, è semplicemente più efficace e più indirizzata verso la democrazia. Una campagna nonviolenta ha l’ottima abilità di paralizzare gli ingranaggi del sistema e di essere, al tempo stesso, trasversale in quanto coinvolge le famiglie, i lavoratori, gli anziani, le persone con disabilità, costruendo una massa critica altrimenti non raggiungibile.
Attraverso scioperi generali, boicottaggi, blocchi della logistica e disobbedienza civile, vengono coinvolte masse enormi per generare un disagio economico e politico insostenibile, costringendo le istituzioni a cedere. È la forza dei numeri e della coesione a strappare diritti e riforme reali. La violenza armata porta, infatti, a giustificare la reazione brutale dello Stato e a ridurre il supporto popolare; mentre la repressione di manifestanti disarmati, spesso delegittima chi detiene il potere agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.
La richiesta di una protesta che non crei disagi è, in realtà, sintomo di una certa superficialità istituzionale che non sembra voler davvero prestare attenzione, quanto piuttosto anestetizzare il malessere, chiedendo che venga esposto con modalità talmente innocue da risultare irrilevanti e, dunque, facilmente ignorabili. Un dissenso che sussurra per timore di essere urlato non potrà mai provocare un cambiamento concreto.
Nel Regno Unito, la battaglia moderata per il voto alle donne andò avanti per decenni senza ottenere nulla. Le cose cambiarono solo quando le suffragette di Emmeline Pankhurst agirono interrompendo le attività pubbliche, creando un reale problema di ordine economico e sociale. Stessa cosa per la giornata lavorativa di otto ore, il fine settimana o le tutele contro gli infortuni, che sono stati il risultato di scioperi ad oltranza e blocchi della produzione che resero il costo del non cedere molto più alto del costo della riforma. Persino la battaglia per i diritti civili negli Stati Uniti o i moti di Stonewall del 1969, hanno contribuito a rendere visibili ingiustizie che per troppo tempo erano state ignorate solo grazie ad una costante e scomoda pressione di piazza.
Da questi esempi storici possiamo dedurre come il blocco temporaneo dei flussi e il disturbo della vita quotidiana rappresentino, in realtà, l’indice di una democrazia sana e viva. La democrazia non zittisce: ascolta il popolo e non lo costringe a sgolarsi per far uscire un filo di voce. Perché il vero pericolo per la tenuta democratica è proprio la tentazione istituzionale di reprimere la sofferenza, non l’intralcio momentaneo dei cortei.
La vera sfida della politica consiste, allora, nel rimuovere le disuguaglianze che rendono necessaria la protesta, perché dove questa si rifiuta di gestire il conflitto, prima o poi sarà costretta a subire il caos.
Carica un'immagine“Gli studenti vincono!”, questo è il nome della lista elettorale-studentesca che sta conquistando le prime pagine di tutti i giornali dopo la loro schiacciante vittoria in Serbia di questa domenica. Quest’ultima, infatti, ha ottenuto il 52,65% dei voti da parte dei cittadini serbi, lasciando indietro la lista “SNS” dell’ex presidente Aleksandar Vucic, che ha ottenuto “solo” il 39,22% dei voti alle urne. Con questi risultati, la lista studentesca si è assicurata, oltre a una netta maggioranza in parlamento (140 seggi su 250 totali), anche la probabile rappresentanza governativa futura.
Non solo, è stato anche registrato un record di affluenza, circa il 68%, un risultato che non si rilevava dal 1993.
Dopo la vittoria dei militanti studenti, le piazze di tutto il paese sono state invase dai cittadini in festa; migliaia di giovani e anziani hanno celebrato il risultato fino a tarda notte, sventolando bandiere della propria nazione e passeggiando per le strade delle città in un clima di grande entusiasmo.
L’ex presidente Vucic, leader del partito progressista serbo (SNS), ha ammesso pubblicamente la sconfitta, segnando una svolta nella politica serba dopo anni di predominio del suo schieramento.
Vucic, infatti, era alla guida del paese dal 2014, inizialmente come primo ministro e, dal 2017, come presidente, dopo l’ingresso del suo partito, l’SNS, al governo nel 2012, a seguito delle elezioni parlamentari.
Ma perché gli studenti serbi hanno messo in atto una delle mobilitazioni più rumorose ed efficaci degli ultimi anni?
Per capirlo, bisogna tornare indietro di qualche anno, più precisamente al primo novembre 2024. Alle 11:52 di quello stesso giorno crollò una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città serba per numero di abitanti, che tolse la vita a 16 persone. L’edificio in questione era stato riaperto da pochi mesi, a seguito di ristrutturazioni durate anni ed affidate a un consorzio di costruzioni cinese. Dopo quel giorno la tragedia passò ad essere un caso politico, facendo porre alla popolazione numerosi interrogativi sulla trasparenza dell’amministrazione di Aleksandar Vucic. Cittadini e studenti scesero in piazza chiedendo chiarezza e una risposta da parte delle istituzioni e, soprattutto, un responsabile da poter processare e condannare per la tragedia. Inoltre, punto focale della questione era anche la richiesta di più trasparenza riguardo agli appalti pubblici, poiché la Serbia avrebbe ospitato l’Expo nel 2027, e quell’evento rischiava di diventare un focolaio di irregolarità finanziarie e amministrative.
A ricordare le vittime della tragedia sono stati i 15 minuti di silenzio, uno per ciascuna vittima allora registrata, osservati ogni giorno alle 11:52, l’orario del crollo.
A trasformare quel lutto in motivazione è stata la mobilitazione degli studenti che, indignati dalla mancanza di responsabilità del governo, hanno deciso di organizzarsi per far sentire la propria voce. A fine novembre 2024 le facoltà di Belgrado iniziarono a bloccare le lezioni e, nel giro di pochi giorni, la protesta si estese a tutte le università del paese. Gli studenti formularono in maniera dettagliata e formale quattro richieste da sottoporre alla classe dirigente: la pubblicazione di tutti i documenti sulla ristrutturazione della stazione, l’individuazione di chi aveva aggredito i manifestanti durante le proteste pacifiche, l’archiviazione dei procedimenti contro gli studenti e un aumento del 20% dei fondi pubblici da destinare alle università statali.
Senza leader e senza partiti, il movimento si organizzò inizialmente in assemblee, i plenum, e crebbe fino a coinvolgere, nel 2025, centinaia di paesini e città in tutto il paese. Con il passare del tempo la pressione sui manifestanti si intensificò e l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine crebbe, accrescendo ancora di più il malcontento studentesco. Nonostante ciò, i giovani serbi non mollarono e, senza curarsi degli arresti, dei fermi e delle intimidazioni, continuarono a mobilitarsi.
Il governo definì le proteste una “rivoluzione colorata” orchestrata dall’estero, e i media vicini al potere descrissero i manifestanti come agenti stranieri o destabilizzatori. Ma l’episodio culminante avvenne pochi mesi dopo l’inizio delle proteste: il 15 marzo 2025, infatti, Belgrado ospitò la più grande manifestazione della storia recente del paese. Durante quest’ultima, poi, fu adoperato il “sound cannon”, uno strumento acustico per disperdere le masse, attraverso la riproduzione di suoni altamente disturbanti ad alte frequenze. L’episodio scosse particolarmente la popolazione poiché fu utilizzato durante i 15 minuti di silenzio in onore delle vittime, e durante una dimostrazione estremamente pacifica dei manifestanti.
Il governo, all’epoca, negò ogni tipo di coinvolgimento nell’accaduto, alimentando però la necessità di chiarezza da parte degli studenti riguardo alla vicenda.
Dopo quasi due anni di piazze, il movimento studentesco scelse di passare dalla protesta alla politica. Il 28 dicembre 2025, in un solo giorno, vennero raccolte quasi 400.000 firme per chiedere elezioni anticipate. Quando il voto fu finalmente annunciato, a settembre 2026, gli studenti presentarono alla commissione elettorale la propria lista politica, intitolata “Studenti pobeđuju” (gli studenti vincono), composta da professori, insegnanti, esperti e studiosi dottorandi. I nomi dei candidati erano rimasti segreti fino all’ultimo, per proteggerli da eventuali ripercussioni e molestie che avrebbero potuto subire durante le campagne mediatiche.
La battaglia politica durante la campagna non è stata semplice. Vucic aveva più volte definito gli avversari “una lista senza nome, senza programma e senza fondamento”, mentre diversi partiti dell’opposizione avevano scelto di non presentarsi alle elezioni per sostenere il movimento studentesco e per evitare che i voti si disperdessero. La campagna è passata dai comizi al più retrò “porta a porta”: gli studenti avevano riferito di aver visitato circa 170 mila famiglie nell’arco di soli 20 giorni. Ovviamente non sono mancati gli ostacoli, dalla scelta dei seggi all’estero, contestata perché lasciava senza seggio molte città con centinaia di registrati, alla sospensione, secondo gli attivisti, della campagna nella Republika Srpska, in Bosnia-Erzegovina.
A quasi due anni dal crollo della pensilina, quella protesta nata nel lutto ha trovato la sua risposta nelle urne e, nonostante gli ostacoli, il 25 ottobre i risultati delle elezioni hanno dato ragione e voce agli studenti.
Domenica 25 ottobre, alla chiusura delle urne, la lista studentesca ha ottenuto circa il 52,6% dei voti, segnando anche un record di elettori registrati all’estero, più che raddoppiati rispetto alle ultime elezioni.
Dopo l’ammissione della sconfitta da parte di Vucic, migliaia di persone sono corse in strada a Belgrado, esultando e godendosi il risultato. Non solo: tra un festeggiamento e l’altro, alcuni cittadini hanno smantellato le tende di “Ćacilend”, il campo dei sostenitori del governo nel Pionirski Park, rimasto lì per oltre un anno e mezzo.
Dall’Unione europea, invece, sono arrivate le congratulazioni, tra cui quelle della presidente della Commissione Von der Leyen, e la commissaria Marta Kos ha ribadito che le porte dell’Unione europea restano aperte per la Serbia.
Intanto dalla Russia, secondo quanto riportato da “The Region”, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha elogiato il contributo di Vucic ai rapporti fino ad ora intrattenuti con Mosca, aggiungendo che spera che li sosterrà in futuro dall’opposizione.
Ma la partita non è ancora chiusa: entro il 1° maggio 2027 si voterà per la presidenza, e la lista ha annunciato che vi parteciperà.
Carica un'immaginelettera alla redazione, in risposta all’editoriale “Orizzonti e bivi” del 17/10/2026
Gentile Redazione,
ho letto l’editoriale “orizzonti e bivi” del 17 ottobre e la citazione del discorso di Aldo Moro ai gruppi parlamentari DC del 28 febbraio 1978, 16 giorni prima di essere rapito dalle Brigate Rosse, ha suscitato in me molte sensazioni.
Al Presidente della DC, stratega fine della politica interna (ed estera) italiana, venne affidato il compito di convincere i propri parlamentari dell’utilità politica del “compromesso storico” con il PCI di Enrico Berlinguer.
La praticabilità parlamentare, l’esito di anni di trattative sarebbe stata la fiducia al Governo Andreotti che sarebbe nato proprio il 16 marzo 1978, nelle ore in cui Aldo Moro si trovava tra le mani delle BR. E Giulio Andreotti, l’essere “grigio”, che vomitava a Palazzo Chigi.
Anni di trattative, mesi di consultazioni, giorni di parole che ad Aldo Moro sono costati 55 giorni di prigionia e la morte e al Paese la stasi assoluta tra due blocchi di potere nel pieno della guerra fredda, in cui lo statista pugliese aveva saputo muoversi verso molte, talvolta contraddittorie direzioni, senza mai perdere la visione della posizione geografica, politica e culturale dell’Italia come centrale nella costruzione dell’Unione Europea, ma anche capace e volenterosa di mantenersi uno spazio di autonomia in un clima violento e polarizzato.
Il “Paese delle passioni forti e dalle strutture fragili” che oggi appare più vicino che mai: le proteste di una gioventù tradita nelle sue aspettative che – con tutti i dovuti distinguo – è molto lontana, salvo una sparuta minoranza, nelle modalità, ma forse non nelle pretese, dai giovani degli anni ’70.
Ed è anche diversa, forse, nella sua estrazione sociale: il terrorismo rosso, figlio quasi sempre della borghesia dei professionisti che chiedeva l’ideologia dell’estremismo e i giovani di oggi, figli di ciò che rimane della classe media, quando non della classe povera, che rifuggono dall’estremismo dell’ideologia, che non sono etero diretti, che sono repellenti verso i corpi intermedi, che identificano la politica con i partiti, i peggiori partiti e che chiedono che lo Stato faccia, insieme a loro, la sua parte nella garanzia di un futuro dignitoso.
La colpa è di chi ha fatto apparire e ha visto nel compromesso il significato dell’immobilismo (e ha preferito il secondo al primo, pur di non sforzarsi) e alla complessità delle parole, che sono spesso lo specchio dell’ampiezza dei temi e della profondità delle persone, ha preferito non la semplicità, ma il semplicismo, la semplificazione anche di ciò che non può essere ridotto e annacquato.
La banalità della politica e della sua classe dirigente che ha spesso coinciso con la superficialità delle idee e quindi delle proposte dei partiti.
Tutto possiamo buttare di quella esperienza tranne che questo. E forse ciò ne era il metodo e il merito. Quindi: tutto.
Carica un'immagineYou’ll never walk alone non è solo la frase che si trova in uno degli accessi dello stadio del Liverpool, ma è anche ciò che accadrà nella nostra società, se lasciamo proliferare incontrollati i tech-oligarchi, fautori dell’algocrazia. In questo articolo mi concentrerò in particolare su Peter Thiel e Alex Karp, oligarchi della mia pseudo-democrazia preferita: gli USA.
Thiel, già fondatore di PayPal, fonda anche Palantir nel 2003 insieme, tra gli altri, ad Alex Karp. Il nome dell’impresa viene da un oggetto magico del Signore degli Anelli, il quale permette di comunicare, indipendentemente dalla distanza, con chiunque ne abbia un altro o vedere eventi passati o futuri della Terra di Mezzo.
Karp e Thiel, però, hanno due background differenti. Il primo ha sostenuto Kamala Harris alle ultime elezioni presidenziali e spesso effettua donazioni a favore dei Democratici. Il secondo è un libertario, sionista, suprematista bianco, grande finanziatore di Trump e Vance, stranamente ossessionato dall’Anticristo e collaboratore del presidente argentino Milei.
Il loro scopo pubblicizzato è quello di “realizzare l’automazione basata sull’IA per ogni decisione”. In realtà, lo scopo di Palantir è quello di insediarsi in ogni ramo dei governi per avere un numero sempre maggiore di dati da aggregare attraverso l’IA e, in ultima analisi, avere una schedatura completa di tutti. La loro attività cominciò appunto nel 2003, durante la guerra criminale portata avanti dagli Usa contro l’Iraq.
In questo contesto, l’impresa, finanziata dalla CIA, offrì al Dipartimento di Difesa americano (allora solo DOD, oggi anche Dipartimento della Guerra) la capacità di elaborare le informazioni raccolte da quest’ultimo per avere più precisione nei bersagli. Oggi sono diventati qualcosa di molto più grande: un problem solver. Palantir è quindi un’impresa privata di sviluppo di software, in particolare la piattaforma Gotham, per analizzare ed elaborare dati e che cominciò a entrare nelle grazie del governo americano attraverso il DOD e la CIA, inserendosi nell’ecosistema degli appaltatori del settore della difesa. Va notato che Thiel e Karp non sono gli unici tech-oligarchi a fare ciò, ma si possono menzionare anche Luckey (fondatore Anduril), Ellison (fondatore Oracle), Altman (fondatore OpenAI) ed Elon Musk: un circolo strettamente connesso.
Inoltre, il tratto distintivo di Palantir rispetto alle “classiche” imprese militari come Lockheed Martin, Boeing e Northrop Grumman, sta nel fatto che Karp e Thiel sono molto chiari nell’esternare la loro visione del mondo che verrà. In primis, Thiel ha detto: “l’idea di base è che non possiamo vincere un’elezione e avere certe cose, perché siamo in minoranza. Ma forse puoi davvero cambiare unilateralmente il mondo - senza aver bisogno di convincere costantemente, di pregare e di supplicare le persone che non concorderanno mai con te - attraverso la tecnologia”. Poi, ha anche creato la Thiel Foundation, che a sua volta ha finanziato il Seasteading Institute, creato da Patri Friedman, nipote del noto economista neoliberale. Lo scopo di questa organizzazione è creare una società autosufficiente nel mare, governata da miliardari si intende.
L’ideale dietro questo progetto è quello di avere un mondo dove la tecnologia si sostituisce alla democrazia e dove i miliardari si possono rifugiare in questi piccoli paradisi. Ideale sostenuto, tra gli altri, anche da Ghislaine Maxwell, moglie di Jeffrey Epstein condannata per adescamento di minori perché è tutto connesso: Epstein ha promosso Palantir in Israele attraverso l’ex primo ministro Ehud Barak. Altro esempio emblematico di questa ideologia è Prospera: una città in Honduras autonoma dal governo nazionale e fondata da venture capitalists. È fondamentale notare, però, che questi pensieri non sono rimasti su carta ma hanno influenzato profondamente l’America’s Maritime Action Plan, pubblicato nel febbraio 2026, anche a causa del fatto che diversi tech-oligarchi condividono la stessa idea.
E questo senza neanche menzionare l’ignobile “piano di ricostruzione” di Gaza voluto dall’avvoltoiesco Board of Peace. Insomma, per utilizzare le parole dette da Thiel nel 2010: “La tecnologia è questa incredibile alternativa alla politica”.
Oltre all’attività propagandistica di Thiel, Karp ha scritto proprio un libro, “The Technological Republic”, nel quale spinge per far sì che l’Occidente (leggasi gli ultraricchi) prenda in mano le sorti del mondo. Karp ha detto esplicitamente che Palantir è un’impresa costruita per i mala tempora, perché questi sono profittevoli per loro. Ancora una volta, i capitalisti sguazzano nei periodi di crisi, che coltivano e promuovono. Instillare paura è il loro business principale. A ciò si aggiunge il Manifesto di 22 punti che Palantir ha pubblicato, che è praticamente un inno al tecnofascismo.
Ora va sottolineato il grado di commistione tra Palantir e il governo statunitense: il primo ha contratti con la CIA, l’FBI, il Dipartimento della Salute, l’IRS (Agenzia delle Entrate), l’NSA (Sicurezza Nazionale), i Marines, l’Air Force e lo Special Operations Command. Nel report del 2025 del Defense Innovation Board, organo consultivo del DOD (oggi confluito nel Science, Technology and Innovation Board), si cita diverse volte Shyam Sankar, CTO di Palantir, consigliando di investire in “fornitori non tradizionali e in tecnologie emergenti”. Inoltre, non è raro che Palantir assuma persone che hanno già lavorato nel governo e viceversa, specialmente durante la presidenza di Trump. Un esempio è Gregory Barbaccia, il quale adesso è responsabile governativo della gestione dei sistemi informativi (CIO: Chief Information Officer), e che aveva precedentemente ricoperto una posizione di vertice proprio in Palantir.
Ma si possono menzionare pure Anthony Jancso, Jacob Helberg, Clark Minor o anche il vicepresidente Vance, che ha lavorato nel fondo di investimento Mithril Capital, fondato da Thiel. A tal proposito le giornaliste Tabby Kinder e Cynthia O’Murchu hanno scritto proprio sui profitti di Palantir grazie a queste “porte girevoli”, tant’è che Palantir ha avuto una crescita esponenziale nello stock market negli ultimi anni: l’ennesimo incredibile successo della meritocrazia capitalista. Tra l’altro, Thiel ha anche concluso un accordo con Polymarket affinché quest’ultimo utilizzi il sistema di sorveglianza basato sull’IA del primo per le predizioni sull’attività di trading. Ma per che cosa vengono utilizzate le tecnologie di Palantir dal governo USA? Essenzialmente schedare i cittadini e uccidere attraverso software, droni e armi basati sull’IA.
Palantir realizza con l’IA quella che da Karp viene definita una più sicura, veloce e violenta kill-chain, ossia una serie di operazioni che vanno dall’identificazione di un bersaglio alla sua eliminazione. Per esempio, la famigerata ICE utilizza la piattaforma digitale ImmigrationOS per aumentare la sorveglianza e le deportazioni. In più, com’è affermato nel report “The Tech Behind ICE”: “Lo stato di emergenza perpetua che guida il DHS [Department of Homeland Security] ha fornito la copertura politica per dirottare una quantità senza precedenti di risorse federali nella costruzione dell’infrastruttura di sorveglianza e dell’apparato repressivo di controllo della migrazione con cui ci confrontiamo oggi [...]. Oggi, il programma di deportazione viene utilizzato come arma per smantellare diritti che vanno oltre l’immigrazione, tra cui i sistemi di assistenza sociale, la protezione dei registri elettorali da parte degli Stati la soppressione della libertà di parola e di protesta pacifica e l’uso diffuso della profilazione razziale e delle punizioni extragiudiziali”.
Thiel ha anche finanziato la startup Objection che ha creato un tribunale a pagamento basato sull’IA per “valutare” i giornalisti, con un enorme rischio per le fonti anonime. In aggiunta, va notato che Palantir fornisce, ovviamente, i propri servizi anche a Israele e, in particolare, all’IDF. Non è ben definito il contenuto di questi contratti, ma si può stimare che le tecnologie di Palantir vengano usate per ottimizzare il genocidio a Gaza. Anzi, non è raro che le tecnologie testate sui palestinesi vengano poi trapiantate nelle società occidentali. Poi, è da segnalare anche il Maven Smart System, sviluppato da Palantir e usato dall’irreprensibile NATO. Inoltre, si devono menzionare anche i rapporti con il Regno Unito.
In particolare, il governo inglese ha stipulato un contratto con Palantir che prevede accesso illimitato al settore sanitario (National Health Service).
Tuttavia, ci sono anche segnali in direzione opposta: per esempio il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha bloccato un affare tra Palantir e il Metropolitan Police Service. Oltre a Khan, la Direzione Generale della Sicurezza Interna (DGSI) francese ha deciso di abbandonare Palantir, per il timore di un eccessivo potere in mano a un’impresa americana, come ha annunciato il primo ministro Lecornu. Anche le Forze Armate e il controspionaggio tedeschi hanno chiuso i contratti con Palantir. Anche se nell’UE è in discussione un’altra preoccupante riforma in tema di sorveglianza di massa: il Chat Control (1.0 e 2.0), che però non può essere approfondita in quest’articolo. Mi si permetta, infine, di menzionare il recente scandalo Dialog, una società segreta “bipartisan” fondata nel 2006 da Thiel e da Auren Hoffman, un simpatico imprenditore con la passione per la violazione della privacy a scopo di lucro.
La conoscenza della società è stata possibile grazie all’hacktivist svedese Maia Arson Crimew e alla rivista Wired. Dialog è particolarmente rilevante perché sono coinvolte 222 persone influenti del mondo accademico, della finanza, della politica, dell’esercito, della tecnologia e dello spettacolo. Tra i nomi illustri troviamo: il Comandante Supremo delle forze NATO in Europa (SACEUR) Alexus Grynkewich, il Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, il Segretario all’Esercito USA Dan Driscoll, i parlamentari statunitensi Ted Cruz e Jim Himes (membro della commissione intelligence della Camera); un ex governatore della Fed Randy Kroszner, il genero di Trump Jared Kushner, il CEO di YouTube Neal Mohan. Ma abbiamo anche diversi miliardari come Musk, John Arnold (membro del CdA di Meta), Joe Lonsdale (cofondatore Palantir) e Reid Hoffman (cofondatore di LinkedIn).
Infine, ancora una volta, anche Jeffrey Epstein ne era a conoscenza. L’obiettivo della società? Cambiare il mondo, anche se forse sarebbe più preciso dire peggiorarlo. I titoli delle riunioni sono molto diversi ma troviamo “Navigating WWIII” (Affrontare la Terza Guerra Mondiale) e “Build-a-Cult” (Costruire un Culto). La società in questione si occupa di promuovere le idee alla base dell’azione politica e finanziare quelle che si rifanno al neo-liberismo.
È interessante che siano coinvolti esponenti governativi come Himes e Driscoll che si occupano anche di gestire gli accordi con Palantir, il quale ha ottenuto un miliardo di dollari da questi accordi.
Per concludere, io credo sinceramente che l’IA in mano a questi cattivi della Disney della vita vera sia la minaccia più temibile per il prossimo futuro. Non possiamo permettere che la nostra libertà venga sacrificata sull’altare della sicurezza, anche se sarebbe più corretto dire sull’altare del profitto.
Ancora una volta, in realtà il problema non è solo Thiel, perché non è che un sintomo di un sistema economico che produrrà sempre queste minacce intollerabili per le nostre vite: basti pensare solamente al circolo di Epstein e a Dialog. L’incubo liberista si avvicina perché produrremo profitto per altri con qualsiasi nostro movimento, realizzando così la loro aspirazione massima: distruggere la libertà di molti per garantire la ricchezza di pochi.
Carica un'immagineDopo tre anni in cui il conflitto israelo-palestinese è tornato al centro del dibattito globale, e viste le forme che questo dibattito ha assunto tra gli attivisti in Europa e in Nord America, sono arrivato alla conclusione che gran parte del movimento filo-palestinese organizzato sia molto più interessato allo Stato di Israele che ai palestinesi. L’intera impalcatura ideologica di questi movimenti sembra reggersi, al fondo, sull’idea che Israele sia il recipiente di tutti i mali: ora Stato coloniale, ora strumento dell’imperialismo occidentale, infine entità da espungere dalla comunità degli Stati perché irredimibile.
Non stupisce, quindi, che - in assenza di una distruzione che non può avvenire manu militari, nonostante gli illustri tentativi - gran parte degli oppositori d’Israele si ponga l’obiettivo di riscrivere a ritroso la storia d’Israele per dimostrarne l’illegittimità. È così che il sionismo diventa oggetto ossessivo di ricostruzioni astoriche, finalizzate a dimostrarne a priori il carattere malvagio.
Sembrano lontani gli anni in cui pareva più semplice tutelare un movimento di liberazione nazionale - qual è stato il sionismo - dalle letture ideologiche e manichee tipiche della guerra delle parole. Lo fece Primo Levi, che nel 1976 si oppose all’equiparazione tra sionismo e razzismo, definendola una “affermazione antistorica ed assurda”, non altro che “una mossa della spregiudicata politica estera dell’Unione Sovietica”. Lo fece, dieci anni dopo, l’allora responsabile del Dipartimento internazionale del PCI Giorgio Napolitano, che andò in Israele a costruire una prolifica relazione con uno dei più grandi studiosi del sionismo politico, Shlomo Avineri, e con l’allora ministro Shimon Peres. Fu proprio Napolitano, in un discorso all’Università ebraica di Gerusalemme un paio di decenni più tardi, a celebrare il profondo legame storico tra Risorgimento italiano e sionismo. Né a Levi né a Napolitano mancò mai la voce critica verso le politiche dei governi israeliani, ma entrambi riconoscevano al movimento sionista il proprio diritto storico: quello, proprio di ogni popolo, di autodeterminarsi in uno Stato nazionale.
Cos’è il sionismo?
Lo spiega Shlomo Avineri: “Il sionismo non è solo la reazione di un popolo alla persecuzione. È la ricerca di autodeterminazione e liberazione nelle condizioni moderne della secolarizzazione e del liberalismo. In quanto tale, è insieme parte della storia ebraica di diaspora e di ritorno, e parte della storia universale di liberazione e ricerca di identità”.
In questo senso il sionismo non differisce dagli altri movimenti di liberazione nazionale nati nello stesso periodo, incluso quello italiano: non a caso uno dei primi pensatori del sionismo, il socialista Moses Hess, vide proprio nell’unità d’Italia e nel mazzinianesimo le principali fonti d’ispirazione per la ricerca di una patria per gli ebrei. Il sionismo non nacque come sentimento religioso, né tantomeno come ideologia suprematista: nacque piuttosto come ricerca di una soluzione politica per gli ebrei che entravano nella modernità dopo la Rivoluzione francese e l’Illuminismo, con la loro promessa di uguaglianza, ma che furono costretti a interrogarsi sulla propria identità e appartenenza a un collettivo nazionale - unità di misura sempre più centrale per l’autodeterminazione degli individui.
In questo contesto, il persistere dell’esclusione sostanziale degli ebrei e delle manifestazioni di antisemitismo pose all’ebreo che intendeva diventare francese, tedesco, polacco, un interrogativo pressante: la crescente promessa di uguaglianza ottocentesca era destinata a infrangersi sulla soglia delle sinagoghe, nei processi sommari a ufficiali francesi, nei pogrom della Russia zarista? Per queste ragioni - l’interrogativo sulla vita ebraica negli Stati nazionali secolarizzati e il perdurare dell’antisemitismo - non è possibile ridurre il sionismo a una caricatura: esso ha rivoluzionato l’esistenza ebraica, restituendole una propria “dimensione pubblica e normativa” (Avineri).
Per molti versi, il sionismo ha riportato il popolo ebraico nella storia sugli stessi presupposti con cui altri popoli hanno percorso la propria strada verso l’autodeterminazione politica. Che universale e particolare siano in tensione nei movimenti nazionalisti è naturale; non si capisce perché al movimento nazionale ebraico - e solo ad esso - sia riservata un’ossessiva rilettura macchiettistica volta a delegittimare un sentimento di autodeterminazione politica. Il sionismo, al fondo, fu una risposta laica al problema della vita ebraica in società in un preciso momento storico. Non è un caso che Theodor Herzl, considerato il padre del sionismo politico, immaginasse per lo Stato degli ebrei un prototipo di Stato esemplare: uguaglianza tra uomo e donna, pace e parità tra i popoli, proprietà pubbliche ed economia fondata sul cooperativismo.
Sia ne Lo Stato ebraico sia in Vecchia terra nuova, la società immaginata è una società utopistica che non attribuisce particolare centralità né alla religione né alla gerarchizzazione dei popoli - semmai il contrario. Pur pieno di contraddizioni, il pensiero di Herzl restituisce una visione della soluzione alla “questione ebraica” che trae origine dall’Illuminismo: una visione figlia del proprio tempo, certo, ma che per questo non dovrebbe prestarsi a facili manipolazioni.
È vero, semmai, che il sionismo ha avuto le proprie sinistre e le proprie destre, frutto di esperienze del tutto diverse e, in quanto tali, irriducibili l’una all’altra. Da un lato, i movimenti dei lavoratori e l’influenza socialista forgiarono quella che divenne la corrente più influente del sionismo: un movimento che univa elementi socialisti - talvolta marxisti - nella ricerca di una patria nazionale, tentando di coniugare liberazione nazionale e lotta di classe. È ironico che due dei motivi principali per cui generazioni di sionisti socialisti cercarono di impiegare solo manodopera ebraica nella Palestina prima del 1948 non fossero riconducibili al suprematismo, ma all’idea che solo attraverso il lavoro si sarebbe compiuta la liberazione dell’ebreo, e che lo sfruttamento del lavoro arabo avrebbe significato uno sfruttamento coloniale estraneo ai principi di uguaglianza cui il sionismo si ispirava. Per i socialisti, il lavoro della terra avrebbe portato alla “territorializzazione” degli ebrei, cioè alla riparazione della stortura storica di un popolo senza patria: il lavoro era, in questo senso, strumento centrale di autodeterminazione.
Questa corrente, prevalente nella comunità ebraica di Palestina e poi in Israele almeno fino al 1977, era anche la più incline al compromesso territoriale e al negoziato. Diversa la traiettoria delle destre sioniste, orientate a un maggiore integralismo nazionalista in linea con alcune correnti del nazionalismo continentale europeo, che rifiutavano il materialismo marxista e ponevano il rapporto tra “sangue e suolo” al centro della propria piattaforma politica. Anche qui, è curioso notare che il loro esponente più celebre - Zeev Jabotinsky - pur nel suo nazionalismo conservatore sostenne sempre la legittimità delle aspirazioni nazionali arabe; anzi, immaginò per il futuro Stato (comprendente entrambe le sponde del fiume Giordano) una costituzione con pari diritti per arabi ed ebrei, parità tra ebraico e arabo come lingue ufficiali e parità di accesso ai ruoli esecutivi di vertice.
Anche la destra sionista era figlia di una modernità politica europea che rifiutava la centralità dell’elemento religioso e che pensava agli ebrei come a un’etnia più che come a una religione. Non mancarono, nel pensiero di destra, affinità con i nazionalismi reazionari che si svilupparono in Europa, ma ciò dovrebbe semmai richiederci l’onere di discernere, più che di giudicare, la storia del sionismo nel suo complesso. Si sono scritti fiumi d’inchiostro su questi e sugli altri sionismi: da quello messianico e religioso del rabbino Kook, fino agli utopisti di Brit Shalom, che immaginavano per la terra d’Israele non uno Stato nazionale ma un focolare nazionale arabo-ebraico, modello per le altre nazioni. Le esperienze del sionismo sono state talmente numerose e diverse che la caricatura che se ne dà nel dibattito pubblico occidentale riflette un tentativo esplicito di manipolare la storia ebraica degli ultimi tre secoli al servizio di agende politiche poco trasparenti.
Che questo avvenga proprio nell’Europa che per secoli ha lavorato a escludere gli ebrei dallo spazio della cittadinanza politica è solo la beffa finale di questa triste traiettoria. In un dibattito, due anni fa, mi fu chiesto perché all’indomani della Seconda guerra mondiale gli ebrei non avessero fondato uno Stato nell’Europa continentale, anziché fuggire verso il Medio Oriente. Avrei voluto ricordare al mio interlocutore - non fosse stato per l’interruzione di un gruppo di studenti che brandiva striscioni e gridava con i megafoni - che il sionismo divenne l’unica religione civile, per usare le parole di Yehuda Bauer, di un popolo quasi annientato nei forni crematori e nei boschi dell’Europa dell’Est (vale forse la pena ricordare che nessuno Stato, dopo la guerra, si mostrò particolarmente felice di integrare i sopravvissuti dei campi di sterminio, e che gli omicidi di ebrei in Europa orientale continuarono per almeno un anno dopo la liberazione di Auschwitz).
Che l’Europa dimentichi la propria storia si può anche capire, nell’attuale povertà del dibattito pubblico; ma che lo faccia selettivamente, a discapito degli ebrei, appare culturalmente e politicamente insopportabile - specie quando si usa come pretesto la sofferenza reale di un popolo, i palestinesi, che merita uno Stato con pari dignità politica e sociale nel consesso delle nazioni. Lo Stato d’Israele non nasce come artificio, come prodotto “a tavolino” di una spartizione tra potenze guidata dal senso di colpa per il genocidio degli ebrei d’Europa: nasce come esito di un percorso di emancipazione che precede gli ultimi 80 anni di storia europea, in linea con la ricerca per ciascuna nazione di “un posto nel mondo”.
Ciò non qualifica né le sue tante manifestazioni, né tantomeno le ombre della storia di un movimento nazionale così composito, ma è bene che chi si approccia alla storia di quel fazzoletto di terra lo faccia con l’aspirazione ad abbracciare questa complessità, anziché a ridurla. Si può credere nel diritto degli ebrei ad avere una patria sicura in Medio Oriente senza negarlo ai palestinesi: in tanti ci hanno provato, ebrei e israeliani, talvolta a costo della vita.
Che alcuni attivisti in Italia e in Europa non vogliano farlo è legittimo; ma si sappia che è dal riconoscimento che il conflitto tra israeliani e palestinesi è un conflitto tra due diritti - e non tra un diritto e un torto - che passa ogni possibile processo di riconciliazione. Le altre letture potranno anche dar fiato al nostro bisogno di radicalismo e di risposte semplici alle nostre legittime indignazioni, ma sono destinate ad avere come effetto collaterale la sofferenza dell’una o dell’altra parte.
Carica un'immagineIl 15 maggio 2026, durante un’udienza della Corte Suprema indiana, lo Chief Justice Surya Kant pronuncia una frase che sarebbe dovuta restare segregata all’interno delle pareti di un’aula giudiziaria: definisce i giovani disoccupati e neolaureati “scarafaggi” e “parassiti della società”, incapaci di trovarsi un ruolo produttivo nel paese. È il tipo di frase, profondamente vile e denigratoria, che il potere si concede quando si sente abbastanza sicuro di sé da permettersi il disprezzo, incurante di ciò che esso possa scatenare.
Il giorno dopo, però, qualcosa si rompe. Uno stratega della comunicazione politica di trent’anni, Abhijeet Dipke, prende quell’insulto e lo trasforma in una bandiera, o meglio in un vero e proprio status, fondando il Cockroach Janta Party, letteralmente il Partito Popolare degli Scarafaggi.
Non è la prima volta che un’ingiuria diventa identità collettiva. Il grande sociologo Erving Goffman insegnava che lo stigma non distrugge necessariamente chi lo subisce, ma può essere riappropriato, rovesciato, trasformato in un’appartenenza rivendicata con orgoglio. Prima ancora, i sans-culottes della Rivoluzione francese, “quelli senza i calzoni eleganti dell’aristocrazia”, avevano fatto lo stesso con un termine nato per umiliarli. Anche l’India ha una lunga tradizione in questo senso: i movimenti dalit, guidati storicamente da figure come Bhimrao Ambedkar, hanno spesso trasformato etichette di casta imposte dall’alto in strumenti di orgoglio e mobilitazione politica, profonda analogia quindi con il movimento degli Scarafaggi.
Michail Bachtin avrebbe chiamato tutto questo carnevalesco, il momento in cui il riso rovescia, temporaneamente ma pericolosamente per chi comanda e la gerarchia costituita. In pochi giorni il profilo Instagram del CJP ha superato i 20 milioni di followers, più di molti partiti tradizionali indiani palesando quindi la teoria sopracitata di Bachtin.
Dietro l’ironia, però, si affaccia una domanda più antica e più seria: quando un potere può essere legittimamente contestato dal basso? Già Tommaso d’Aquino ammetteva che una legge ingiusta, emanata da un’autorità che tradisce il bene comune, perde la propria natura di legge e può essere legittimamente disattesa, contestata e persino rovesciata. Ma è John Locke, tre secoli dopo, a formulare l’argomento che più risuona nella piazza di Jantar Mantar: quando un governo tradisce il patto, il “trust”, con cui i cittadini gli hanno affidato il potere, questi riacquistano il diritto di alterarlo o abbatterlo ritornando nel cosiddetto stato di Natura, con gli individui che riacquistano la libertà di agire.
Dipke, va detto, non cita Locke. Preferisce rivendicare la Costituzione indiana stessa come programma politico del movimento, dichiarando a Reuters che ogni azione resterà “nel rispetto dei diritti costituzionali, in modo assolutamente democratico e pacifico”.
Il governo Modi, per ora, non ha ascoltato le istanze di Dipke e dei suoi seguaci. Il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha bollato gli “scarafaggi” come giovani che vogliono minare la stabilità del paese, mentre a Nuova Delhi le forze dell’ordine hanno prelevato con la forza l’attivista ambientalista Sonam Wangchuk, in sciopero della fame da 21 giorni, all’interno della piazza di Jantar Mantar.
È lo schema classico con cui si gestisce il dissenso: prima si ignora, poi si ridicolizza, infine si reprime attraverso la coercizione quando il ridicolo smette di funzionare. Ed è forse proprio in questa progressione, più che nell’insulto iniziale, che si misura quanto un potere si senta davvero minacciato. Dietro la battuta satirica, in fondo, c’è una realtà tutt’altro che scherzosa.
Sono milioni i giovani indiani con una laurea in tasca e nessun lavoro all’orizzonte, in un paese dove la disoccupazione giovanile resta uno dei problemi più urgenti e meno affrontati dal governo, un governo che si preoccupa più della crescita economica, tra le più dinamiche e rapide tra le potenze, che dell’orizzonte delle brillanti menti partorite dalla propria terra.
Chiamarli “scarafaggi” non è stato solo un infortunio di comunicazione: è stato lo specchio di come una parte della classe dirigente guardi a un’intera generazione, come a un problema da tenere a distanza più che a cittadini con cui fare davvero i conti.
L’India, del resto, non è un caso isolato. Negli ultimi mesi il Bangladesh, il Nepal e lo Sri Lanka hanno visto movimenti giovanili analoghi rovesciare governi o costringerli a cedere, spinti da una demografia simile: metà della popolazione indiana ha meno di trent’anni, 367 milioni di persone tra i 15 e i 29 anni. Forse è proprio questo il cuore della blattofobia di Stato: non il disgusto per chi si ribella, ma il timore che il patto infranto, quello di cui parlava Locke, venga ricordato proprio da chi il potere aveva creduto di poter disprezzare senza alcun riscontro negativo.
Carica un'immagineUltimamente bazzicando per l’internet capita spesso di imbattersi in “riflessioni” di paladini della libertà di pensiero e dell’informazione che parlano delle nuove linee guida per l’insegnamento della filosofia, senza che però essi stessi si siano informati con qualche mezzo che sia al di sopra del sentito dire.
Grande fonte di dibattito è stata la supposta rimozione dai programmi di Marx e Spinoza, peccato però che chi si lamenta di ciò il documento che contiene le informazioni sulla scelta di cui si sta parlando non lo abbia proprio letto. Infatti a chiunque abbia speso anche solo qualche minuto su quel foglio diventa presto chiaro che sostenere che i due filosofi siano stati esclusi non è altro che una imprecisione tendenziosa: le nuove linee guida non prevedono, al contrario di quelle del 2010, una serie di autori imprescindibili ma lasciano libertà al docente di decidere un programma in base alla classe e alla propria preparazione, SUGGERENDO di trattare un maggior numero di autori contemporanei e donna.
Dunque, se questo è quello che viene detto nel documento, da dove viene la narrativa dell’esclusione di Marx e Spinoza? Da un semplice travisamento, a parere mio doloso, di un ESEMPIO di programma che un professore potrebbe proporre presente nel testo che non includeva i due filosofi. Non era una linea guida, ma una lista di autori che avrebbero composto un programma valido per l’insegnamento, che il professore segue alla lettera se pigro o che modifica a suo piacimento se invece interessato al proprio lavoro.
A questo punto si presenta una seconda domanda: perché spingere così tanto su uno scandalo fabbricato da una distorsione della realtà dolosa? Le risposte sono tre e purtroppo sassolini non è il posto in cui si possono spiegare in modo esaustivo o elencarle tutte, quindi mi limiterò a fare una lista-esempio come nelle linee guida sperando che nessuno si senta escluso o dimenticato: vittimismo, scontro politico e ignoranza.
Carica un'immagineL’evento per cui, nell’ultimo mese, l’Italia intera è rimasta col fiato sospeso è la concessione della grazia alla dott.ssa, ex consigliera regionale della Lombardia, ma soprattutto ex igienista dentale del Presidente B., Nicole Minetti.
In questi giorni di delirio mediatico sono tornate a circolare vecchie foto della dott.ssa Minetti. Una, in particolare, ha attirato la mia attenzione: indossa una maglietta bianca con una scritta, “senza t-shirt sono ancora meglio”. La dott.ssa Minetti nel corso del tempo ha subito due condanne: 2 anni e 10 mesi, nel corso del processo Ruby bis, per il reato di favoreggiamento alla prostituzione; 1 anno e 1 mese - a seguito di patteggiamento - per il processo di Rimborsopoli per il reato di peculato.
La dott.ssa Minetti ha richiesto la grazia, con parere favorevole del Procuratore della Corte d’Appello e del Ministro della Giustizia. La grazia è stata concessa dal Presidente della Repubblica il 19 febbraio 2026 e resa pubblica l’11 aprile.
Di recente, Thomas Mackinson, giornalista del Fatto Quotidiano, ha pubblicato uno spezzone dell’inchiesta che ha condotto sul caso: il tutto parte da un collegamento con Jeffrey Epstein (ora tutto ciò che non va nel mondo va correlato a Epstein), perché il compagno della dott.ssa Minetti, il sig. Giuseppe Cipriani, avrebbe avuto dei contatti con lui, si sarebbero visti in un ranch in Uruguay, avrebbero poi - con un salto logico notevole - accordato il piano: togliere un bambino uruguaiano malato alla famiglia biologica (che secondo il giudice di Venezia - recependo un provvedimento del giudice uruguaiano sull’adozione - era stata sempre assente, dice: “abbandonato dalla nascita”); dare fuoco all’avvocatessa della madre per evitare che questa si difenda (abbiamo scoperto poi che la donna è morta in un incidente e che aveva pure espresso parere favorevole all’adozione); fingere l’adozione del bambino, fingere di prenderlo in cura; convincere il Ministero della Giustizia, il Quirinale e la Procura generale di Milano che tutto ciò corrisponde al vero.
Insomma, un piano a dir poco complesso.
In una recente intervista alla trasmissione “Un giorno da pecora” l’autore dell’inchiesta ha detto che “ci sono cose che ancora non può scrivere” e che lui non è stato in Uruguay ma ha “fatto quello che si poteva fare da qui”. Aggiungendo solo altro mistero ad una storia sempre più torbida.
Dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano il Quirinale ha pubblicato una nota pubblica, sotto forma di lettera al Ministero della Giustizia, auspicando “accertamenti urgenti” sul caso.
Prima di addentrarmi nei fatti e in considerazioni personali urge, da aspirante giurista, un passo indietro.
La grazia, nella tradizione giuridica, nasce come prerogativa regia: il sovrano poteva estinguere o modificare le pene in quanto titolare di tutte le funzioni dello Stato. Nell’ordinamento italiano il potere di concedere la grazia e commutare le pene spetta al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 87, comma 11, della Costituzione, con la controfirma del Ministro della Giustizia prevista dall’art. 89, comma 1.
Per lungo tempo si è discusso sulla natura di questo potere: per alcuni sostanzialmente presidenziale, in ragione della funzione imparziale del Capo dello Stato; per altri solo formalmente presidenziale e, nella sostanza, ministeriale. La sentenza 200 del 2006 della Corte costituzionale ha fugato ogni dubbio, affermando con chiarezza che il potere di grazia è formalmente e sostanzialmente presidenziale, a patto che il Presidente la eserciti solo per “gravi ragioni umanitarie”. Quindi, sostenere che il Presidente della Repubblica, alla luce di quanto detto sinora, sia un mero “passacarte” pare tesi assai ardua, sia per il ruolo storico che è andato via via assumendo, sia per il potere di “spinta gentile” e di pressione che il Presidente ha sempre esercitato e che anima le stanze dei bottoni.
Addirittura, l’attuale giudice della Corte costituzionale Massimo Luciani, nel 2007, in chiave critica, si esprimeva sul potere di grazia così riformulato dalla sentenza del 2006: “determina forti rischi per il Presidente, lasciato solo (e quindi tenuto unico responsabile nei confronti dell’opinione pubblica) nell’esercizio di un delicato potere di ineliminabile coloritura politica.” Quindi, non sbaglieremmo se ci lanciassimo in considerazioni di responsabilità politica da attribuire al Quirinale per la gestione delle vicende di grazia.
Dal punto di vista degli effetti, la grazia incide sull’esecuzione della pena: l’art. 174 c.p. stabilisce infatti che essa può condonare, in tutto o in parte, la pena inflitta, senza però estinguere la responsabilità penale. Nel caso in esame, la pena complessiva di 3 anni e 11 mesi è stata integralmente condonata.
Anche il procedimento è particolarmente articolato. L’art. 681 c.p.p. prevede che la domanda di grazia sia rivolta al Presidente della Repubblica, cui spetta il provvedimento finale. L’istruttoria viene svolta dal Procuratore generale competente, che raccoglie - anche tramite la polizia giudiziaria - tutte le informazioni utili a valutare la richiesta e trasmette poi gli atti al Ministro della Giustizia. Quest’ultimo può disporre ulteriori accertamenti prima di sottoporre il fascicolo al Capo dello Stato, cui compete la decisione definitiva. La pratica viene infine esaminata dall’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia del Quirinale, che redige un apposito “Appunto” contenente la sintesi dell’istruttoria e una valutazione finale sull’opportunità di concedere, rigettare o archiviare la domanda di grazia.
Se il Capo dello Stato, alla luce del lavoro dell’Ufficio, dell’istruttoria del Ministero attraverso le indagini dei magistrati e delle eventuali informazioni comunque raccolte, ritiene che non ricorrano i presupposti di merito richiesti per la concessione del provvedimento di clemenza oppure che la domanda o la proposta non può essere accolta per difetto di alcuno dei suoi presupposti di ammissibilità, ne dispone - rispettivamente - il rigetto o l’archiviazione (c.d. «messa agli atti»). È chiaro quindi che la grazia si distingue per essere un istituto giuridico strettamente legato alla clemenza e al favore per il condannato che ha espiato la pena, in quanto la funzione di rieducazione sarebbe stata raggiunta per fattori endogeni (il comportamento del condannato, ad esempio) o esogeni (le “gravi ragioni umanitarie”).
Sarebbe incongruente dare una lettura restrittiva dell’istituto avendo riguardo delle garanzie procedurali (l’istruttoria complessa e articolata del procedimento di grazia) e sostanziali (i principi che la nostra Costituzione e le Carte internazionali assicurano al condannato) che il nostro ordinamento prevede anche nei casi più abbietti. Oggi l’istituto della grazia, ove sia interpretato ed utilizzato secondo le moderne esigenze della giustizia punitiva, può veramente rappresentare una insostituibile garanzia sia per le esigenze personali e familiari del condannato, sia per la realizzazione delle funzioni stesse della pena. L’applicazione pratica, dopo la sentenza del giudice delle leggi del 2006, nelle presidenze Napolitano e Mattarella, ha addirittura avallato una lettura estensiva delle ragioni della grazia, andando a contraddire proprio il dettato della Corte che, attribuendo al Presidente in maniera definitiva tale potere, andava a restringerne il campo di applicazione a “gravi ragioni umanitarie”. Così non è stato, nel tempo si è dato spazio ad applicazioni diversificate dell’istituto, addirittura per ragioni politiche o per finalità di deflazione penitenziaria, rendendo giustizia a quella visione polifunzionale della grazia che rende il Quirinale libero e forte nell’esercizio della sua prerogativa di clemenza. Nel caso in esame sono proprio quelle “gravi ragioni umanitarie” a giustificare l’estinzione della pena perché risulta agli atti, che la dott.ssa Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero adottato un bambino, di origine uruguaiana, gravemente malato, bisognoso di cure e attenzioni, quindi il provvedimento di grazia si pone nel solco della regola dettata dalla sentenza 200 del 2006, essendo, tali ragioni eccezionali, ampiamente corredate dalla documentazione allegata dalla richiedente e suffragate dal parere positivo della procura di Milano e del Ministero della Giustizia.
In un mondo informatizzato e interconnesso come il nostro, stante la delicatezza politica e mediatica dell’oggetto del provvedimento - che avrebbe imposto la logica della prudenza politica proprio per la storia della dott.ssa Minetti -, faccio fatica a credere che non vi fossero tutti i mezzi necessari per raccogliere le informazioni del caso, sarebbe altrimenti più facile credere che la procura generale di Milano fosse in malafede e che invece il giornalista del Fatto sia stato capace di presentare una ricostruzione dei fatti più accurata. Uno svilimento delle istituzioni micidiale che farebbe tanto male alla nostra giustizia, più di quanto non sia già avvenuto col referendum di marzo.
Il problema è che si avvalora sempre più la tesi della dietrologia e dello Stato fallito e fallibile che funziona peggio del privato cittadino impegnato, il tutto condito da una logica di disprezzo per una fase politica precedente (quella del berlusconismo) che assieme alla vicenda degli Epstein files diventa, in un potpourri di disdegno e complotto, l’ennesimo capro espiatorio su cui sfogare tutte le nostre frustrazioni, lava via tutti i peccati del mondo: lo sputtanamento come catarsi. Il punto non è stabilire, in questa sede, la fondatezza dell’inchiesta, ma osservare come essa si inserisca in un clima in cui l’ipotesi di un malfunzionamento doloso delle istituzioni appare, per molti, più credibile del loro corretto funzionamento.
In ultimo, non apprezzo il revirement e il rimpallo di responsabilità da parte del Quirinale: si doveva tenere il punto, non rimbalzare a Palazzo Chigi, in particolar modo a via Arenula - sempre più “via Tremula” - la responsabilità della decisione. Tutto ciò ha generato solo più confusione di prima e ha dato prova della ulteriore e dilaniante spaccatura che c’è tra l’inquilino del Colle e la presidenza del consiglio dei ministri.
La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni (nota alla cronaca per essere la magistrata che ha creduto per prima all’ innocenza di Beniamino Zuncheddu), ha detto: “Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppure diligenti, ma prima dobbiamo fare tutte le verifiche. Voglio accertare, prima come cittadina e poi come magistrato, i fatti indicati”.
Così vale per il sottoscritto: attendo gli sviluppi della vicenda, tenendo bene a mente che è facile scandalizzarsi ma che è difficile capire e perdonare (quello che l’istituto cristiano e giuridico della grazia chiede). Non chiedo la testa di nessuno, chiedo maggiore chiarezza, perchè fare caciara in un mondo veloce e confuso rischia soltanto di annebbiare ulteriormente la mente.
Il diritto non è una scienza esatta, si pone come obiettivo quello di restituire la complessità, seguendo un approccio che nella forma è scientifico, che abita nelle vicende di questo mondo, ma spesso non riesce a tener fede ai propri intenti a causa dei troppi interessi coinvolti. Per far funzionare il diritto e la macchina della giustizia non bisogna essere pronti allo scandalo o alla rivolta, bisogna nutrire fiducia nelle istituzioni e nelle procedure che lo accompagnano nel suo momento vitale e sperare che, la prossima volta, non capiti a noi.
Con ciò non voglio dire che la coppia Minetti - Cipriani sia esente da peccato, penso solo sia prematuro dire che siano colpevoli e oggi è una premessa non scontata.
Perché dove non arriva il diritto, spesso, arriva la cultura del sospetto.
Perché tutti “senza siamo ancora meglio”, semplicemente nudi, sputtanati e la piazza, se non ride, ci lancia le uova.
Carica un'immagineNei giorni scorsi si è imbastita una polemica riguardante lo svolgimento del cosiddetto “NATO Model Event”, un’iniziativa formativa frutto della collaborazione tra l’Università di Bologna e il NATO Allied Command Transformation (ACT).
La collaborazione, ormai in vigore da diverso tempo tra questi due enti, permette ogni anno a trentadue studentesse e studenti di partecipare annualmente a una simulazione di una situazione di crisi nel ruolo delle delegazioni degli stati membri del Consiglio Atlantico, il supremo organo intergovernativo dell’Alleanza Atlantica. Si tratta di un’esperienza formativa che serve a far immergere i partecipanti in quelli che sono i meccanismi di deliberazione del Consiglio, nonché della diplomazia che lo circonda.
Io vi ho partecipato nell’edizione del 2023, durante il mio primo anno di Laurea Magistrale. Frequentavo il corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche e sono stato selezionato come partecipante dopo aver sostenuto un colloquio orale, accompagnato dalla valutazione dei miei titoli e delle mie credenziali. Durante l’evento, a ciascun partecipante viene assegnato uno stato membro e, a me in particolare, venne assegnata la Svezia, paese all’epoca ancora non membro dell’alleanza ma comunque invitato in quanto paese “osservatore”.
La simulazione ha avuto una durata di due giorni, ciascuno dedicato a uno scenario diverso: il primo si svolgeva nella regione artica, il secondo in quella del Sahel, nel continente africano. Si tratta di regioni che, sebbene poco conosciute a livello mediatico, risultano fondamentali per gli equilibri geopolitici presenti e futuri. Le discussioni in seno al Consiglio hanno toccato diversi aspetti, da quello, ovviamente, legato alla difesa a quello economico e umanitario.
Sul finire del secondo giorno, nonché della simulazione stessa, si è verificata un’interruzione perpetrata da alcuni collettivi studenteschi che hanno imbastito una protesta in chiave anti-NATO e anti-sionista, accusando l’università di volersi “militarizzare” e chiedendo lo scioglimento degli accordi.
Ora, il dissenso è il sale della democrazia ed è legittimo che venga esternato: il problema risiede nella modalità. Bloccare lo svolgimento di un evento per cui studenti e studentesse hanno dovuto prepararsi approfonditamente in nome di convinzioni ideologiche che possono essere o meno condivise non rappresenta una forma di dissenso ma piuttosto di imposizione. Imposizione forzata di un certo credo ideologico e di un modo di vedere il mondo che non tutti condividono.
Se si vuole convincere qualcuno delle proprie idee i canali dovrebbero privilegiare la discussione e il dialogo. E se la risultante di questo confronto democratico dovesse essere una “sconfitta”, la si dovrebbe accettare.
Passando poi sul piano delle opinioni, è fuori dubbio che privarsi di un’opportunità formativa come il NATO Model Event sarebbe una grossa perdita per gli studenti di Scienze Politiche. Essa rappresenta una messa in pratica, seppur in maniera simulata, di tutte quelle nozioni teoriche studiate sui libri legate al mondo della diplomazia e delle interazioni tra stati. Si tratta dunque di un proficuo complemento all’attività universitaria ordinaria che potrebbe tornare utile nel percorso professionale degli studenti.
In generale, penso che tutta la questione ruoti attorno a una profonda incomprensione, più o meno voluta, di ciò che la NATO è e ciò che la NATO fa. La NATO è un’alleanza militare a scopo difensivo alla quale si aderisce su invito, composta da 32 stati che presentano linee politiche differenti. Basti pensare alle divergenze che intercorrono tra due paesi membri come la Spagna e gli Stati Uniti rispetto a ciò che sta accadendo attualmente in Medio-Oriente. Per cui se si vuole esercitare la propria critica legittima nei confronti della politica di alcuni paesi occidentali nell’ambito della questione palestinese, ad esempio, tirare in ballo la NATO non avrebbe alcun senso. Piuttosto bisognerebbe mantenere la critica nei confronti dei singoli stati che attivamente (o passivamente) sostengono Israele. Questo è importante, perché questa esasperazione dell’intersezionalità tende a fare di tutta l’erba un fascio e porta a invalidare o mettere in discussione altre lotte giuste, come il supporto all’Ucraina, solo per una questione di schieramenti.
Infine, sulla questione della militarizzazione, comprendo l’allarme degli studenti. Il sistema delle relazioni internazionali che, intendiamoci, non è mai stato assolutamente pacifico, ha subito una pericolosa degradazione quantomeno nell’ultimo decennio. È legittimo essere spaventati, lo sono anche io, però bisogna anche capire che il contesto internazionale è cambiato e le politiche adottate in materia di riarmo ne sono semplicemente una conseguenza. È giusto, dunque, investire nelle capacità di difesa europee, in un contesto nel quale, da un lato, gli Stati Uniti non sono più disposti a fornire garanzie di sicurezza credibili agli alleati europei e dall’altro, la Russia continua a dimostrarsi aggressiva. E ciò non implica volontà aggressive o belliciste, ma si tratta di uno strumento necessario per l’autodifesa e l’autopreservazione che tutti gli stati sovrani possiedono e esercitano. Ciò non significa che tale sistema sia giusto o desiderabile, ma è quello con cui dobbiamo confrontarci fin tanto che non ci sarà una volontà di cambiamento da parte di tutti gli attori che ne fanno parte.
Carica un'immagineIl 25 Aprile 1945 ha due principali protagonisti: da una parte, l’esercito Alleato liberatore, trainato da due imperi la cui democraticità e libertà socioeconomica aveva avuto modo di affermarsi e, dall’altro, l’Italia frammentata e fragile che aveva il sogno di conquistarsi quella libertà.
La distanza fra le due realtà era immensa, dal piano industriale fino a quello sociale e culturale. Eppure, c’è un punto comune ad entrambi, da farsi risalire nella volontà di perseguire un preciso obiettivo: la liberazione dal nemico oppressore.
Quella forza è stata la vera traduzione del «pensiero e azione» Mazziniano, ossia capire che, nella crisi che si sono trovati a fronteggiare, fosse necessario dare pratica all’idea di libertà.
Spinti da quel sogno, i nostri coetanei americani, britannici, italiani e così via, non ragionarono affatto sulla differenza che scorreva fra loro, poiché si rendevano conto che l’obiettivo fosse più importante delle divergenze culturali, ideologiche e religiose.
Tra entrambe le schiere hanno combattuto comunisti, socialisti, repubblicani, ebrei, cattolici, monarchici, liberali e finanche fascisti rinnegati, e questa fu la loro forza. In quel turbinio di convinzioni erano consapevoli che il bene della Patria lo imponesse, tanto da avere la compostezza per agire di conseguenza. Se oggi ancora possiamo analizzare quelle differenze, lo dobbiamo a loro.
L’eredità del 25 Aprile potrebbe essere quella di un grande spazio, aperto a tutti, che sta lì a ricordarci che, sia quei dannati Yankees che oggi tutti vogliamo cacciare (purtroppo o per fortuna) sia gli eroi Partigiani, ci hanno permesso di «scannarci» vicendevolmente.
Ironia del caso vuole, invece, che in una piazza dal nome «Dell’unità» sia scacciato un anziano signore (chi ha avuto il piacere di interagire con lui saprà quanto sia una persona distinta, pacata e rispettabile) per il solo di fatto di portare un colore politico differente da quello accettato maggiormente in quel luogo.
Oltre che a Tino, anche a Matteo, Ivan, Daniele, Luciano, Vincenzo e tanti altri che ieri hanno avuto una simile esperienza, va rivolta una scusa da parte di tutti: abbiamo fallito, ci siamo piegati alla logica della «fazione», dimostrandoci infinitamente piccoli.
Poiché, come ci ha ricordato non troppo tempo fa Liliana Segre, un grande Paese dimostra di essere tale riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellato attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria, seguendo l’autentico spirito repubblicano che la nostra Costituzione impone.
Carica un'immagineL’Italia è un paese strano. Un paese-morsa in cui chi è realmente libero viene lentamente schiacciato dalla clava estremista.
Ieri, si è scesi in piazza per l’Anniversario della Liberazione. Le strade, gremite di persone di ogni età, si sono riempite di colori, delle sigle più disparate, dell’estasi danzante di chi, visceralmente, avverte il peso della Libertà. Una libertà figlia del sangue e della lotta popolare, figlia di tutti. Perché non esiste monopolio ideologico che regga di fronte all’evidenza storica, all’ultimo grido di una vita spesa per la libertà. Questo gioco, perverso, brutalmente elitario, dell’intestarsi la paternità di una “rivoluzione” non è che un “mezzo di respiro” per alcuni estremi, da sinistra a destra. Uno strumento che serve ai primi per continuare, ossessivamente, dopo quasi un secolo di fallimenti, a solleticare, nei pochi “fedeli alla linea”, quella fame di rivolta mai saziata.
Per i secondi invece, la cui rivoluzione si realizzò nel 1922 e si risolse in un fallimento unico ed irreparabile, diventa la scusa buona per non partecipare, per discostarsi da una Libertà che non vogliono e non hanno mai voluto, per mascherare, con santini e slogan, una fiamma che continua ad ardere. E sono proprio queste fazioni che, desiderose dell’appoggio popolare, continuano sistematicamente ad infettare ogni momento di partecipazione collettiva. Perché, in questi casi, è essenziale non cadere nella trappola dei grandi giornali nazionali che vivono grazie al sentimento dello scandalo, dell’indignazione infondata. Queste macchine di scandalo si nutrono dello svilimento della partecipazione democratica, ma noi non possiamo permetterlo. Perché non è accettabile che, in un Paese in cui le masse dovrebbero essere incitate a tornare nelle piazze, si dia voce e spazio solo a chi le piazze le vuole solo per sé.
È accaduto quando l’Italia è scesa pacificamente in piazza per la Palestina; è accaduto ieri e chissà quante volte in passato. Perciò – a mio avviso – dovremmo cercare, caso per caso, di contestualizzare ed isolare il malcontento, per poter condurre una nuova resistenza “ragionata”, un moto di reazione necessario. Per isolare chi erode, continuamente, la nostra già fragile democrazia.
Ieri, infatti, già nelle prime ore dall’avvio dei cortei delle grandi città d’Italia, sono giunte, da Milano, da Roma e dalla nostra Bologna, notizie gravi ma non sorprendenti. A Bologna, un ottantunenne, ex-professore della nostra Università, è stato allontanato dopo aver deciso di fermarsi qualche momento ad assistere alla manifestazione organizzata da Potere al popolo, Crash e Usb, prima di dirigersi verso un altro evento organizzato dall’ANPI. Il motivo? L’aver deciso di portare con sé, in quelle strade che calpesta da anni, tre bandiere diverse: una italiana, una ucraina e una dell’Unione Europea. Il tutto è avvenuto per mano del servizio d’ordine del corteo, come attesta un video in cui si vede l’anziano respinto da un gruppo di giovani che, rifiutandosi di ascoltare le sue ragioni, gli fanno cenno d’andarsene.
A Roma invece, un gruppo ristretto di attivisti Radicali, tra cui l’attivista e politico bolognese Matteo Hallissey, già noti al pubblico per aver preso parte a contestazioni di eventi filorussi spesso sfociate in scontri fisici, sono stati aggrediti dai membri dell’associazione giovanile comunista Cambiare Rotta. Contro di loro, oltre alla violenza verbale ormai propria dei “cambia-rottini”, è stata perpetrata una vile aggressione fisica con dello spray al peperoncino, conclusasi con lo strappo delle bandiere ucraine, che gli attivisti avevano deciso di portare per le strade insieme a quelle della Palestina.
Questi fatti recenti sono solo gli ultimi di una serie infinita di atti pseudo-squadristi che stanno levigando, lentamente, la reazione dell’opinione pubblica. Perché, se da un lato, sarebbe ingenuo fare di tutta l’erba un fascio senza “isolare” i facinorosi, dall’altro, ritenere che la violenza, fisica o verbale, sia la normalità, potrebbe scadere in una tacita e pericolosa legittimazione. Ed è proprio per questo che noi, giovani universitari e non solo, possiamo adoperarci, nell’azione concreta, nel “quotidiano”, per isolare chiunque cerchi di chiuderci la bocca.
Affinché quanto detto non susciti solo una sacrosanta indignazione, mi sento di voler rivolgere un appello generale – anche a me stesso – proviamo ad unirci per isolare le manifestazioni dell’odio sociale, a parlare con tutti, anche alzando la voce se necessario, anche con chi milita nelle nuove forze fasciste, antidemocratiche, perché è importante ribadire che, nonostante tutto, nessuno di loro può essere designato come rappresentante inevitabile del Male.
Mi rivolgo perciò ai rappresentanti universitari di ogni organo e grado, ai giovani delle associazioni e dei partiti, affinché si adoperino per limitare l’influenza di questi gruppi, con un semplice gesto: non sostenendoli, non appoggiandoli nei luoghi della rappresentanza e contestandoli quando possibile. Per evitare di copiarli, di dare vita a nuovo “elitarismo”, mi rivolgo anche agli stessi militanti di quelle realtà, scesi pacificamente e legittimamente in piazza a manifestare: cercate di isolare chi soppianta il dialogo con la violenza, l’operazione non è semplice, come alcune testate reazionarie cercano di far credere, ma necessaria. Proviamo a reagire, con parole e atti politici concreti, anche nella diversità, ma uniti da un profondo amore per la libertà.
Carica un'immaginesul tema vedi anche “Senza siamo ancora meglio” di Giuseppe Valluzzi – Sassolini n.2 – 13/05/2026
Lo scorso 3 giugno la Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano, a seguito delle indagini svolte su richiesta del Quirinale, ha confermato la sussistenza degli elementi di fatto che avevano giustificato il provvedimento di grazia adottato in favore di Nicole Minetti.
I due fattori essenziali, posti alla base della grazia, riguardavano: il fatto che la Minetti avesse cambiato vita, non occupandosi più di organizzare “cene eleganti”; e il fatto che il bambino, adottato insieme al compagno Cipriani, necessitasse dell’assistenza della madre adottiva. Ciò perché è ricoverato a Boston, a causa di una malattia trattabile esclusivamente oltreoceano (come confermato dai supposti pareri del San Raffaele di Milano e dell’ospedale di Padova).
L’inchiesta condotta dal Fatto Quotidiano aveva messo in discussione proprio questi due punti. Infatti, da un lato, era stato rilevato che il bambino potesse essere curato anche in alcuni ospedali italiani, venendo meno l’esigenza della Minetti di evitare i servizi sociali. Dall’altro, il giornale aveva evidenziato, grazie ad una testimonianza, l’infondatezza della tesi secondo cui la Minetti avesse cambiato vita, dal momento che in Uruguay si sarebbe occupata ancora di organizzare eventi in cui il consumo di droga e la presenza di prostitute fossero all’ordine del giorno.
Una volta diramata la nota del Quirinale, in cui si prendeva atto della relazione conclusiva della Procura Generale, confermando il provvedimento di grazia, una buona parte della stampa italiana ha accolto con implacabile entusiasmo il fatto che una persona condannata a 3 anni e 11 mesi di reclusione per peculato e favoreggiamento alla prostituzione non avesse ri-favoreggiato la prostituzione. Sembra evidente che tutti gli editori fossero straordinariamente in ansia per il fatto che la povera Minetti, dopo aver organizzato eventi in cui delle ragazze si prostituivano con il Presidente del Consiglio italiano, infangando la dignità della Nazione, non ci fosse ricascata.
È altresì evidente anche che tali giornalisti fossero al settimo cielo per il fatto che la rieducazione della pena avesse sortito i propri effetti. Se solo una pena fosse stata scontata.
A chi scrive, sembra invece che tali quotidiani e tali giornalisti non vedessero l’ora di poter dire che Travaglio e il Fatto avessero commesso un errore. Come se i veri antagonisti di tutta questa vicenda fossero i giornalisti che, badate un poco, si sono permessi di fare i giornalisti. Hanno addirittura messo in dubbio che un provvedimento di grazia, adottato in gran segreto (va bene che siano adottati in segreto provvedimenti di grazia a tutela dei minori, ma qui stiamo parlando di una grazia a favore di una persona che ha umiliato lo Stato italiano), potesse basarsi su elementi di fatto non corretti.
E quindi, hanno fatto un qualcosa di impensabile per la stampa mainstream: un’inchiesta giornalistica.
Già il fatto che i giornalisti italiani vedano negativamente la realizzazione di inchieste dovrebbe far riflettere, in più sono state invocate a gran voce le scuse del direttore del Fatto, come se ci fosse un rapporto di mezzo-fine tra la realizzazione dell’inchiesta e l’annullamento del provvedimento del Quirinale.
Aldilà di questo, io credo che la lettura di questa vicenda debba essere fatta su due piani: uno di merito e uno di metodo.
Partendo dal primo profilo, gli elementi di fatto giustificativi della grazia non sembrano essere stati sconfessati dalla Procura Generale: la testimone che ha riferito dei festini con prostitute non è stata ascoltata; e non è stato chiarito se il bambino potesse realmente essere curato solo negli USA, o anche in Italia, e in questo secondo caso non avrebbe avuto senso evitare i servizi sociali (perché, ricordiamolo, sotto i 4 anni di reclusione nel Bel Paese non si va realmente in galera). Non essendo stati smentiti tali fatti, non si capisce per quale ragione il Fatto debba delle scuse alla Santissima autrice dei reati di peculato e favoreggiamento alla prostituzione.
Passando alla questione di metodo, da quando è nata l’inchiesta in molti si sono affrettati ad affermare che “era l’ennesimo modo in cui Travaglio il giustizialista voleva parlare di Berlusconi”, evidenziando, a mio avviso, una certa insofferenza verso le richieste di chiarimenti rivolte a chi detiene il potere. Che dovrebbe essere il normale compito di un giornalista, ma non sembra più così scontato.
È stata messa in discussione la legittimità di un giornale nel realizzare delle inchieste, parlando senza alcuna cognizione di giustizialismo, come se qualcuno avesse detto che la Minetti sarebbe dovuta marcire in galera. Non mi sembra che interrogarsi sulla veridicità di alcuni presupposti di fatto sia un modo di fare da giustizialisti, né tanto meno comprendo come si possa affermare che un giornale si sarebbe dovuto astenere dallo svolgimento di un’inchiesta. Infine, tutti i giornalisti che si gonfiano il petto, invocando a gran voce le scuse di Marco Travaglio, dovrebbero guardarsi allo specchio e chiedersi come mai è proprio il Fatto Quotidiano che negli ultimi anni ha realizzato le inchieste più importanti.
Si potrebbe anche pensare di empatizzare con un collega che, a detta degli altri, ha commesso un errore (che non è stato dimostrato). Ma chiaramente godere degli insuccessi altrui è molto più semplice.
Carica un'immagineFinisco di pranzare, apro instagram pronto per una sana sessione di scrolling, ma rimango folgorato da uno spezzone di uno spot di Fratelli d’Italia: giugno 1946, una donna, Teresa, mentre è a letto col marito che legge il giornale, per qualche secondo discute disillusa sull’opportunità di andare a votare, poi, chiude lentamente gli occhi e prende sonno, col marito che contestualmente le chiede di pensarci. Tuttavia, il sonno è condito da un sogno lucido in cui Teresa attraversa un corridoio elegante pieno di ritratti fotografici delle donne che hanno fatto la storia della nostra Repubblica: Tina Anselmi, Nilde Iotti, Maria Elisabetta Casellati e Marta Cartabia. Il tutto con in sottofondo la voce di Ugo Zampetti, Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, che invita Giorgia Meloni a giurare come nuova guida della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ad un tratto, una dissolvenza accompagna la donna dentro il giuramento di Meloni, Teresa, fiera dell’apparizione rivelatrice appena avuta, balza giù dal letto e di fretta corre alle urne, per fare in modo che, quel sogno lontano, diventi realtà.
Ecco, credo che in tutta questa meraviglia, gli unici che hanno vissuto un sogno ad occhi aperti, sempre se così si può definire, siamo stati noi spettatori e lo staff della comunicazione di Fratelli d’Italia. Il tentativo di regia è comunque da apprezzare perché, almeno questa volta, hanno lasciato recitare delle persone in carne ed ossa piuttosto che un groviglio di ologrammi strambi e deformi figli dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, se il tentativo si limita all’apprezzamento, il risultato finale è un vero capolavoro, degno del miglior cinepanettone.
Sulla recitazione nulla quaestio, tranne per la scelta, senz’altro coraggiosa ad un anno dalle politiche, di far pronunciare al marito una frase maledetta, iellata peggio del pane messo al contrario per i Siciliani: pensaci dai. Due misere parole, che riecheggiano tempi non troppo lontani, in cui un giovane e spavaldo Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio, decideva finalmente di scendere in strada, fra la gente comune, pedalando una bicicletta e sussurrando alle orecchie degli elettori indecisi quelle sillabe, che di lì a poco l’avrebbero portato a perdere tutto il seguito raccolto (bicicletta compresa).
Come spesso si dice però “il diavolo sta nei dettagli”, che in questo caso riformulerei più con “il genio sta nei dettagli”, perché la vera pietra miliare della cinematografia risiede nella sequenza eterea del sogno. Luce fioca, gialla e biancastra, immagini che si susseguono in un continuo tremolio febbrile che ricorda, più che un sogno, un incubo (il nostro probabilmente). La nostra Teresa che sorride fissa, forse per via di una paralisi facciale che lascia un alone di mistero. Sarà mai voluta questa paralisi? Sarà forse un messaggio, calato dalle alte sfere, per rendere ancor più chiaro il legame “fermo” col Governo? Il quadro è così onirico e psichedelico che, azzardando una previsione, un italiano su due, guardando quel video, ha sentito sovrapporsi, alla voce di Zampetti, quella del maestro Renè Ferretti che ripeteva freneticamente: Duccio, smarmella tutto! Questo nostro viaggio in canoa tra le rapide dell’inconscio meloniano, ahimè, si conclude con la donna che, come dicevo, balza giù dal letto, dettaglio anche questo che stupisce in termini di coerenza, perché tutto mi sarei aspettato dall’elettore meloniano del 2026, tranne che un atto di rottura così netto rispetto alla linea “immobile” del suo governo.
Ora, se fossi in Teresa, proverei a riflettere e a guardare al futuro, a quella Repubblica giovane ma vecchia in cui una persona su due non va alle urne, in cui sulla scheda elettorale al posto di Tina Anselmi e Nilde Iotti, sei costretto a “scegliere” (si fa per dire) - senza nemmeno poter mettere le preferenze - tra Vannacci e Ilaria Salis. Quella Repubblica in cui i Repubblichini si sono trasformati in Repubblicani e i “terroni” in leghisti. Così, preso atto del nefasto “futuro nazionale”, tornerei nel letto a dormire.
Carica un'immagineQui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce, perché tutti li avessero aperti per sempre alla luce.
Carica un'immagineIl golem, secondo la mitologia ebraica, è un gigante d’argilla forte e ubbidiente, impiegato anche per difendere il popolo ebraico ed è evocato con la magia. Tuttavia, egli è incapace di provare emozioni perché privo di un’anima, che non può essere fornita da nessuna magia fatta dall’uomo.
Questo articolo, il primo di una serie, è una breve sintesi dei primi passi di Israele. Scopo dell’articolo, oltre a quello di stimolare curiosità verso questo tema, è dimostrare come anche questo Stato sia un po’ un golem: incapace di provare emozioni e creato dai sionisti per utilizzare una forza imponente col fine di commettere le atrocità più disparate. La malattia da debellare è proprio il sionismo, non la religione ebraica che viene deviata dal primo. La prima data da ricordare è il 29/11/1947. In questo giorno viene approvata la risoluzione ONU 181 contenente la spartizione della Palestina con la città di Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. Le autorità ebraiche accettarono, mentre il Supremo Comitato Arabo boicottò il procedimento in seno all’organizzazione internazionale, affermando che “i diritti naturali degli arabi di Palestina sono evidenti e non possono continuare ad essere oggetto di trattative”. La risoluzione attribuiva a Israele il 55% del territorio, nonostante gli ebrei rappresentassero un terzo della popolazione palestinese e abitassero nel 7% del territorio. Dall’altro lato, lo Stato arabo sarebbe stato diviso in tre regioni sconnesse tra loro, tra l’altro poco coltivabili rispetto a quelle assegnate a Israele. Per esempio, quest’ultimo otteneva quasi tutte le aree di coltivazione di agrumi e cereali, estremamente importanti nell’economia della regione. Per lo storico Walid Khalidi, la risoluzione rappresentò il via libera per la conquista armata di quella terra. Conquista voluta anche dai sionisti cristiani, motivati dall’antisemitismo o da ragioni geopolitiche. Il sionismo, infatti, non è un progetto politico e colonialista esclusivamente ebraico ma anche cristiano. Allo stesso modo per cui oggi tra le lobby pro-Israele troviamo non solo l’AIPAC ma anche la CUFI (Christians United for Israel). Facilitato dalle azioni terribili perpetuate dai nazi-fascisti negli anni precedenti, il lavoro di propaganda da parte di quei movimenti, i quali univano ragioni religiose a interessi economici e politici, fu vitale per convincere gli stessi ebrei della necessità di uno Stato di Israele. È interessante notare, però, che i sopravvissuti della Shoah in Israele venivano spesso umiliati, chiamati “topi in fuga” e incolpati per non aver resistito. Costoro erano incompatibili con la figura sionista dell’ebreo forte ed eroico, chiamato “Sabra”. Solo successivamente, quando Israele aveva bisogno di giustificare il proprio fantomatico “diritto di esistere”, la narrativa ufficiale cambiò, sfruttando la Shoah a scopi propagandistici. Allo stesso modo, gli ebrei emigrati dal Nord Africa e dal Medio Oriente, i Mizrahì, venivano trattati orribilmente dagli ebrei ashkenaziti, in quanto venivano visti come primitivi e arretrati. Quindi, il sionismo, ossia un movimento [… testo mancante nel PDF originale: manca una porzione di frase qui …] Un’aggiunta che non veniva percepita come naturale da molti ebrei prima della nascita del sionismo. Addirittura, Edwin Montagu, politico inglese ebreo con incarichi governativi durante la Prima Guerra Mondiale, definì la Dichiarazione Balfour “antisemitica”. Forse Montagu era un ebreo antisemita? Forse era un terrorista islamico? Forse sono domande troppo complesse per i sionisti. Tra l’altro, il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, pensava anche che tra Palestina e Argentina poco gli sarebbe cambiato, il che dimostra che non fosse percepita come necessaria una determinata regione, purché si potesse avere un progetto colonialista. Oltre a ciò, lo stesso Herzl descrisse il sionismo come “qualcosa di coloniale” in una lettera diretta al terribile colonizzatore dell’Africa meridionale Cecil Rhodes, cercando il suo appoggio. Inoltre, il sionismo è stato capace di far credere che l’essere arabo ed essere ebreo siano mutualmente esclusivi. Niente di più falso, come smentisce lo storico israeliano di origini irachene Avi Shlaim, il quale ha affermato: “In famiglia parlavamo arabo; il nostro stile di vita, la nostra cultura e la nostra letteratura erano arabe; la nostra musica era un mix di musica ebrea e araba. Avevamo molte più cose in comune con i musulmani e con i cristiani iracheni piuttosto che con i nostri co-religiosi dell’est Europa”.
A ciò si aggiunge l’analisi dello storico Ilan Pappé, il quale riporta che i sionisti dovettero eseguire pratiche aggressive e subdole per convincere gli ebrei arabi a emigrare verso Israele, proprio perché questi ebrei si erano stanziati in quelle regioni da secoli e percepivano gli altri arabi come vicini. Lo scopo era quello di creare una maggioranza ebrea nel neo-Stato. In sostanza venivano visti come carne da riempimento, tanto che alcuni venivano portati in Israele contro la loro volontà, oppure, i sionisti organizzavano attentati in quartieri ebraici, come accadde in Iraq, per spaventare gli ebrei, dare la colpa ai musulmani e favorirne l’emigrazione verso Israele.
Quindi, prima del sionismo, e specialmente prima dello Stato di Israele, era un fatto la coesistenza tra arabi ed ebrei. Tuttavia, non era certo intenzione dei sionisti continuare questa coesistenza: il 09/04/1948 circa 120 ebrei sionisti commisero il massacro di Deir Yassin in cui uccisero circa 100 palestinesi, inclusi bambini. Alla fine della primavera, diversi villaggi palestinesi furono conquistati da forze paramilitari sioniste.
Il 14 maggio, David Ben Gurion, che vedeva gli arabi come esseri inferiori da espellere per prendere tutta la loro terra, proclama la nascita dello Stato di Israele e ne diventa il primo ministro. Tuttavia, Israele, già allora, controllava non solo quel 55% ma anche ulteriori territori, conquistati dopo l’esodo forzato degli arabi palestinesi dai propri villaggi. Il giorno successivo, Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania dichiarano guerra al neonato Stato israeliano. Questo conflitto, che causò circa 6000 morti israeliani e tra i 5000 e i 15.000 morti nel fronte opposto, è ricordato dai palestinesi col nome di “Nakba”, ossia “la catastrofe” perché circa 700.000 palestinesi scapparono, furono espulsi dalle loro case o furono massacrati. Questo è un esempio chiaro di pulizia etnica (da notare che al termine della guerra, Israele otterrà il 78% del territorio della Palestina mandataria), cominciata comunque nel dicembre 1947. Iniziò a rendersi concretamente visibile il fine del sionismo: la rimozione e la sostituzione dei palestinesi, secondo quella che è stata definita “la logica dell’eliminazione”. In una lettera, Ben Gurion afferma che, il compito principale durante la guerra era proprio la pulizia dei palestinesi, attraverso il Piano Dalet, nonostante in altri contesti venga usata la parola “trasferimento”. E ancora, disse in un’altra occasione che “non ci può essere uno Stato ebraico con una maggioranza di ebrei del solo 60%”.
I sionisti possono accettare i palestinesi indigeni solo se questi ultimi si sottomettono al loro controllo. Un esempio sono le evizioni forzate dei palestinesi dai loro campi affinché siano coltivati solo da ebrei, secondo una logica tipica del socialismo nazionale. È proprio durante la Nakba che venne ucciso il mediatore svedese dell’ONU Folke Bernadotte dalla banda Stern (anche nota come Lehi), un gruppo terrorista, sionista, di estrema destra. È interessante ricordare che uno dei leader di questa organizzazione terrorista, Yitzhak Shamir, divenne poi primo ministro negli anni ottanta.
Tuttavia non fu l’unico. Durante questa guerra, infatti, il politico israeliano Menachem Begin (primo ministro dal 1977 al 1983), già noto per essere un terrorista, visita gli USA in cerca di supporto.
A ciò conseguì una lettera, firmata anche da Einstein e Arendt, che descrive il partito di Begin come un’organizzazione terroristica, di estrema destra, sciovinista; analogo nei metodi, nel pensiero e nell’organizzazione al partito nazista. L’ideologia di Shamir, Begin e del loro partito, il Likud, appartiene al “sionismo revisionista”, fondato da Vladimir Jabotinsky. Per dirla con le sue parole: “nessuna compensazione può essere offerta ai Palestinesi […]. Perciò, un accordo è impensabile […]. La nostra colonizzazione o si ferma o continua contro la volontà della popolazione nativa”. E ancora: “un ebreo cresciuto tra tedeschi può assumere gli usi tedeschi, le parole tedesche. Potrebbe essere interamente intriso di quel fluido tedesco ma il nucleo della sua struttura residuale sarà sempre ebreo, perché il suo sangue, il suo corpo, la sua razza è ebrea. È impossibile per un uomo assimilarsi con persone di sangue diverso”. Essenzialmente, Jabotinsky credeva che sionismo e nazismo convergessero in quanto a logica. E non lo penso solo io: un ex Ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha paragonato l‘ideologia dei coloni israeliani al nazismo, in un contesto in cui vi sono 4 attacchi al giorno da parte dei coloni contro i palestinesi secondo l’Office for the Coordination of Human Affairs dell’ONU (OCHA), cifra che è aumentata dal 2023.
In conclusione, mi si permetta una considerazione personale finale. Chiunque ritenga essere di sinistra, o meglio, più a sinistra dei socialdemocratici, deve ripugnare il sionismo in ogni sua forma così come ripugna il fascismo in ogni sua forma. È incompatibile con una dottrina politica di sinistra, un movimento che si basa sul suprematismo religioso e sul colonialismo. Anche perché, se il suprematismo in questione avesse avuto a oggetto l’islam, non ci sarebbero stati problemi nel dibattito pubblico occidentale a stigmatizzarlo.
Il punto è che il doppiopesismo è un errore logico che gli esponenti di sinistra non si possono permettere: sarebbe più coerente avere una politica estera che ragiona con tutti i suprematismi religiosi in base agli interessi economici.
Ancora meglio: sarebbe ottimale avere una politica estera italiana ed europea che prenda azione contro tutti i suprematismi religiosi, specialmente se questi commettono gravissimi crimini come un genocidio.
Carica un'immagineSpesso si sente dire che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente ma è davvero così? In questo articolo analizzerò la democrazia israeliana, cercando di far emergere come in realtà non si possa davvero utilizzare questo termine con riferimento a questo Stato, specialmente se impone un regime di apartheid.
Innanzitutto, una serie di leggi sono state approvate per assicurare un controllo della maggioranza basato sulla religione. Per esempio si possono ricordare la legge sulla proprietà di terreni, sulla cittadinanza e sul diritto di ritorno, quest’ultima accompagnata dal diniego, per i palestinesi rifugiati altrove, di poter tornare. Garantire il diritto di ritorno a chi non ha alcun collegamento con quella terra e al contempo negarlo alle popolazioni autoctone, dopo aver commesso pulizia etnica nei loro confronti, è l’opposto della democrazia. Inoltre nel 2018, il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una Legge Fondamentale che definisce Israele quale Stato nazionale del popolo ebraico e include provvedimenti simbolici e operativi pensati per rafforzare il carattere giudaico dello Stato. Tra questi figurano: l’ufficiale riconoscimento dello status di Gerusalemme quale città capitale (in violazione della risoluzione 478 dell’ONU) e la dichiarazione che Israele è il luogo dove si realizza l’autodeterminazione degli ebrei e degli ebrei soltanto. Questo è un esempio lampante di suprematismo religioso che tra l’altro viene presentato anche come etnico. La stessa Corte Suprema israeliana ha dichiarato che lo Stato in questione è “lo Stato sovrano degli ebrei”. Poco importa cosa ne pensino i sionisti di centrosinistra, i quali cercano di tenere insieme uno Stato fondato su una religione, e soltanto quella, e l’idea di democrazia. Per utilizzare le parole di Tamir Pardo, che non è il fratello del telecronista ma fu Direttore del Mossad dal 2011 al 2016, “un territorio in cui due popoli sono sottoposti a due sistemi giuridici separati è in uno stato di apartheid”, un concetto a cui torneremo dopo.
Prima è necessario specificare che questo progetto non è stato inventato da Netanyahu, ma è molto risalente. Lo storico israeliano Ilan Pappé riporta come prima del 1967 Israele perseguiva la politica dello “sparare-per-uccidere” nei confronti dei rifugiati palestinesi che cercavano di riottenere i loro terreni. A ciò si aggiunge la storica politica dell’ebraizzazione della Palestina. Come riporta Honig-Parnass nel libro “False Prophets of Peace: Liberal Zionism and the Struggle for Palestine”, “questa politica ha preso di mira le zone a concentrazione palestinese, come la Galilea e il nordest del Negev. Creare una maggioranza ebraica in queste regioni è diventata una priorità dello Stato ebraico. Lo scopo principale dell’ebraizzazione di queste regioni è prevenire l’emergere di un nucleo sociale/politico/economico tra i palestinesi”, secondo una logica della separazione.
Ora è necessario soffermarsi sul precedente riferimento all’apartheid, voluta e promossa specialmente nei territori occupati, come in Cisgiordania. Secondo l’art. II della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Repressione del Crimine di Apartheid del 1973, “il termine crimine di apartheid, che comprende politiche e pratiche analoghe di segregazione e di discriminazione razziali, quali vengono praticate nell'Africa australe, designa soli atti disumani indicati qui appresso, commessi in vista di istituire e di mantenere la dominazione di un gruppo razziale di esseri umani su un qualsiasi altro gruppo razziale di essere umani e di opprimere sistematicamente quest'ultimo”. Tra questi vi sono: “(a) Rifiutare ad un membro o a dei membri di uno o più gruppi razziali il diritto alla vita ed alla libertà personale […] (c) Prendere misure, legislative o d'altro genere, destinate ad impedire ad uno o più gruppi razziali di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale del paese […]; d) Prendere misure, ivi comprese misure legislative miranti a dividere la popolazione secondo criteri razziali, creando riserve e ghetti separati per i membri di uno o più gruppi razziali vietando i matrimoni misti tra persone appartenenti a differenti gruppi razziali ed espropriando i beni immobili appartenenti ad uno o più gruppi razziali ed a membri ditali gruppi”. La Convenzione, quindi, fa riferimento alla dominazione di un gruppo razziale su altro gruppo razziale. L’espressione è infelice dato che, come riporta Amnesty International nel rapporto “Ti senti come se fossi subumano”, “il concetto di razze biologiche distinte è stato scientificamente screditato, ed è ormai ampiamente riconosciuto che la razza è un costrutto sociale non basato in alcun modo sulla genetica o sulla biologia umana. I tribunali internazionali hanno anche riconosciuto che l'appartenenza a un gruppo razziale è in gran parte un concetto soggettivo piuttosto che oggettivo”. Spesso sono gli autori di tale dominio che definiscono le caratteristiche della “razza” da opprimere. Questa posizione è stata riassunta come segue: “la questione della razza è legata all'etichettatura e alla stigmatizzazione dei membri di un gruppo, individuati dall'autore come bersaglio dei suoi atti criminali. L’autore del crimine domina un gruppo che considera e tratta come inferiore”. In più, “Amnesty International ritiene, sulla base di quanto sopra, che i palestinesi costituiscano un gruppo nazionale, etnico e razziale distinto ai sensi dell'articolo II della Convenzione sul genocidio. Indipendentemente dal fatto che i singoli palestinesi siano cittadini israeliani che vivono in Israele, che vivano sotto il dominio militare israeliano nei TPO [Territori Palestinesi Occupati] o che siano rifugiati palestinesi, essi si identificano in larga misura come palestinesi e hanno legami politici, etnici, sociali e culturali profondi e condivisi. I palestinesi condividono una lingua comune e hanno usanze e pratiche culturali simili, pur avendo religioni diverse, indipendentemente dal territorio in cui risiedono. Anche la CIG [Corte Internazionale di Giustizia] ha stabilito in via preliminare che i palestinesi sembrano costituire un ‘gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso distinto, e quindi un gruppo protetto ai sensi dell'articolo II della Convenzione sul genocidio”.
Per quanto riguarda, invece, le misure poste in essere da Israele per rendere effettivo il regime di apartheid, ce ne sono diverse. Il professore Sari Makdisi ha affermato che molte di queste misure sono equivalenti a quelle presenti in Sudafrica proprio ai tempi dell’apartheid. Per esempio, Israele, oltre a riconoscere la cittadinanza israeliana, riconosce la “nazionalità ebraica” e quelle persone a cui non viene riconosciuta godono di minori diritti. Il che è l’equivalente della Legge sulla registrazione della popolazione (Population Registration Act) approvata nel 1950. Poi, il Group Areas Act, che divideva i quartieri residenziali in base alla razza, trova il suo corrispettivo nella legge israeliana che impedisce ai palestinesi di vivere negli insediamenti ebraici. Il Black Education Act del 1953 ha il suo equivalente nel sistema educativo israeliano: “di 1600 asili nido sovvenzionati dallo Stato, solo 25 sono in città palestinesi; su 80.000 bambini israeliani sotto i 4 anni che frequentano gli asili nido, solo 4.200 sono palestinesi, anche se dovrebbero essere 20.000”. Ancora, le leggi sudafricane che applicavano restrizioni alla libertà di movimento dei neri vengono applicate anche da Israele nei confronti dei palestinesi. Infine, “in base alla Legge Fondamentale di Israele: la Knesset del 1958, il Comitato elettorale centrale può squalificare un partito o un candidato dalla partecipazione alle elezioni se i loro obiettivi o azioni intendono negare la definizione di Israele come stato ebraico e democratico” come riporta Amnesty International nel rapporto “L’apartheid di Israele contro i palestinesi” (ma si potrebbe anche leggere il rapporto di Human Rights Watch “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”). E inoltre: “le limitazioni al diritto delle e dei cittadini palestinesi di Israele di partecipare alle elezioni sono accompagnate da altre violazioni dei loro diritti civili e politici che limitano la misura in cui possono partecipare alla vita politica e sociale di Israele. Ciò ha incluso il controllo razzializzato delle proteste, arresti arbitrari di massa e l'uso illegale della forza contro i manifestanti durante le manifestazioni contro la repressione israeliana sia in Israele che nei Territori Occupati. Tali misure, che prendono di mira i manifestanti pacifici, hanno lo scopo di scoraggiare ulteriori manifestazioni e soffocare il dissenso. Dopo l'arresto, le e i palestinesi sono regolarmente posti in detenzione preventiva; al contrario, alle e ai manifestanti ebrei viene generalmente concessa la cauzione. […] Le e i palestinesi nei TPO, nel corso degli anni, hanno mobilitato e organizzato una resistenza popolare non violenta contro l'occupazione militare israeliana e l'espansione degli insediamenti, che è stata sistematicamente affrontata con un uso eccessivo e illegale della forza, arresti arbitrari e procedimenti giudiziari nei tribunali militari, nonché indebiti restrizioni alla libera circolazione. Nonostante il disimpegno del 2005, le e i palestinesi nella Striscia di Gaza continuano ad affrontare la repressione israeliana per la loro resistenza popolare contro l'occupazione. Ciò ha incluso una forza eccessiva, e spesso letale, durante le proteste vicino alla recinzione che separa Gaza da Israele”. In generale, “nel corso degli anni Israele ha approvato leggi assimilabili a leggi costituzionali che forniscono una certa protezione del diritto all'uguaglianza, ribadendo però allo stesso tempo che lo Stato di Israele è ebraico. […] Tuttavia, ai sensi dell'articolo 8 della stessa Legge Fondamentale [L.F.: Dignità Umana e Libertà], l'ebraicità dello Stato è una considerazione di carattere giuridico che consente allo Stato di limitare il diritto all'uguaglianza e violare altri diritti tutelati dalla Legge Fondamentale”. Come ricordato da Yossi Beilin, uno dei leader del partito socialdemocratico israeliano Meretz:” Se questo Stato non è uno stato degli ebrei e al suo interno non c’è una maggioranza ebraica, non mi interessa”. E ancora, come riporta l’ONG israeliana B’Tselem, “Il regime israeliano attua in tutto il territorio che controlla (territorio sovrano israeliano, Gerusalemme Est, Cisgiordania e Striscia di Gaza) un regime di apartheid”. Persino Kaja Kallas è riuscita a paragonare il trattamento dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza all’apartheid sudafricano.
Per concludere, una democrazia, per definizione, deve attribuire il potere a tutto il popolo, non solo a una parte di esso e ciò evidentemente non accade in Israele. Spero pertanto che nessuno riesca più ad affermare seriamente che in Israele esiste una democrazia. Questo concetto infatti è incompatibile con tutte le misure poste in essere in questo Stato.
Quindi, sulla base di quanto emerso, mi auguro che gli Stati che aiutano questo Paese e che proclamano il necessario rispetto della dignità umana, effettivamente pongano quest’ultima al di sopra degli interessi economici e tecnologici. Tuttavia, laddove i governi non si muovano autonomamente, è necessario che ci sia una spinta popolare organizzata, una spinta di solidarietà concreta per i nostri fratelli d’oltremare, una spinta volta ad abbattere il paradigma economico capitalista e che riporti al centro l’Uomo.
Carica un'immagineNegli ultimi anni si è sentito discutere molto in Tv e sui social se quello che sta accadendo a Gaza sia o meno un genocidio. Ciò che Israele sta commettendo viene difeso non solo dalla destra e dal centro ma anche da alcuni esponenti del centrosinistra. In più, solo in alcuni casi si è arrivati a utilizzare questa parola. In questo articolo ho cercato di dare maggiore chiarezza alla discussione, partendo dalla definizione della Convenzione dell’ONU sul genocidio e dalla giurisprudenza internazionale, per arrivare allo studio sul campo di diversi studiosi e organizzazioni internazionali. Mi preme aggiungere che la discussione su questo tema, anche se fosse ancora in corso, non dovrebbe assolutamente far tentennare gli Stati europei a fare tutto ciò che è possibile per fermarlo. Che gli europei non siano per l’ennesima volta i campioni dell’ipocrisia, riempiendoci solamente la bocca di valori e di libertà e contemporaneamente supportando questo Stato. Noi dobbiamo ricordare che a Gaza non muoiono solo i palestinesi. A Gaza muore anche l’umanità. Poi, anche se Israele non stesse commettendo un genocidio, come invece sta facendo, non possiamo permettere un massacro indiscriminato nell’attesa del giudizio della Corte Internazionale di Giustizia: le vite umane valgono ben più del denaro, checché ne pensino i liberali.
Come ho menzionato precedentemente, bisogna partire dall’art. II della Convenzione del 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, la quale stabilisce che per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro. Il genocidio quindi si compone di un elemento materiale, uno o più atti, e un elemento psicologico, l’intenzione di distruggere. Posto che gli atti di genocidio sono i più facili da documentare (si veda, per esempio, il rapporto di Human Rights Watch “Extermination and Acts of Genocide: Israel Deliberately Depriving Palestinians in Gaza of Water”), è più opportuno concentrarsi sull’elemento psicologico, il più difficile da provare senza una confessione esplicita. Sulla base della giurisprudenza internazionale, ossia principalmente sulla base delle decisioni dei Tribunali appositamente costituiti per ciò che accadde in Jugoslavia e in Rwanda, l’intenzione può essere desunta da una serie di fattori. Ecco un elenco non esaustivo: a) la grandezza delle atrocità commesse; b) il fatto di colpire deliberatamente e sistematicamente le vittime in ragione della loro appartenenza a un gruppo specifico, mentre vengono esclusi i membri di altri gruppi; c) una dottrina politica generale alla base degli atti; d) l’uso di linguaggio offensivo verso un gruppo colpito.
Come riportato nel rapporto “Ti senti come se fossi subumano”, Amnesty International ha scoperto che lo schema di condotta israeliano a Gaza indicava un intento genocida: ripetuti attacchi diretti contro civili e obiettivi civili e attacchi deliberatamente indiscriminati nel periodo di nove mesi, che hanno annientato intere famiglie palestinesi, ripetutamente lanciati in momenti in cui questi attacchi avrebbero causato un numero elevato di vittime civili; l'uso ripetuto di armi con effetti su vasta area in quartieri residenziali densamente popolati; la rapida, massiccia e completa distruzione di obiettivi e infrastrutture civili, siano essi stati case, rifugi, strutture sanitarie, infrastrutture idriche e igienicosanitarie, terreni agricoli o altri oggetti essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile; la ripetuta distruzione di obiettivi e infrastrutture civili e di siti culturali e religiosi, anche tramite bulldozer e demolizioni controllate, dopo che Israele ne aveva ottenuto il controllo militare; gli ordini di “evacuazione” generali, spesso incomprensibili, fuorvianti e arbitrari, ripetuti nel periodo di nove mesi in esame e diretti a un numero estremamente elevato di persone, che hanno causato il loro ripetuto spostamento forzato di massa in condizioni insicure e disumane senza via d’uscita da Gaza; la tortura e la detenzione in isolamento dei palestinesi di Gaza e il continuo rifiuto di consentire che aiuti umanitari adeguati e altri beni essenziali raggiungessero le persone a Gaza nonostante la condanna internazionale e agli ordini giuridicamente vincolanti della Corte internazionale di giustizia.
Come non menzionare poi l’uso di scudi umani palestinesi da parte delle forze israeliane a Gaza, pratica chiamata “protocollo zanzara”, dove le “zanzare” sono i palestinesi. Oppure il fatto che “nel 2025, una tendenza circa la violenza sessuale contro i palestinesi detenuti in Israele e il Territorio Palestinese Occupato ha continuato a essere documentata. I casi verificati dalle Nazioni Unite dovrebbero essere visti come indicativi di incidenti e tendenze su più periodi di riferimento piuttosto che completi, dato il continuo diniego di accesso da parte del governo di Israele nei luoghi di detenzione e a Gaza [basti pensare che l’avvocato israeliano Ben Marmarelli ha dichiarato che i suoi assistiti palestinesi detenuti lo pregano di non farsi vedere perché ogni volta che il primo visita i secondi, questi ultimi subiscono violenze sessuali]”, secondo il report annuale del Segretario Generale dell’ONU sulla violenza sessuale commessa durante i conflitti. Inoltre, “bambini gravemente malnutriti e disidratati venivano ricoverati all'ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, compresi alcuni che non riuscivano a muoversi o piangere a causa della gravità della debolezza dovuta a malnutrizione e disidratazione. Entro aprile 2024, 26 bambini, la maggior parte dei quali aveva due anni o meno, erano morti per malnutrizione e complicazioni correlate alla malnutrizione, secondo i registri dell'ospedale. Insieme allo stress dello sfollamento e agli attacchi incessanti, la malnutrizione ha reso molte donne incapaci di allattare i loro neonati”. Amnesty International, Human Rights Watch e l’Ufficio dell’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani (OHCHR) concordano sul fatto che Israele stia usando la fame come arma di guerra. A ciò si aggiunge l’UNFPA, la quale ha dichiarato che nella prima metà del 2025, secondo le autorità sanitarie di Gaza, sono state registrate solo 17.000 nascite, il che rappresenta un calo del 41% del tasso di natalità di Gaza negli ultimi tre anni.
In generale, questo approccio israeliano risponde alla dottrina Dahiya, che è una strategia militare di guerra che legittima l’uso sproporzionato della forza, prendendo deliberatamente di mira le infrastrutture civili. In sostanza: se un attacco proviene da un’area civile, l’intera area può essere trattata come un obiettivo militare. Esempio di questa dottrina lo fornisce Ben Gvir che recentemente ha detto:” noi non possiamo smettere di distruggere case nel Sud del Libano. Noi non possiamo permettere alla popolazione sud libanese di tornare”. Ulteriore esempio è il fatto che il conflitto a Gaza è quello in cui sono morti più giornalisti nella storia: 259 giornalisti uccisi da Israele. Di questi, Fatima Hassouna, prima di essere selvaggiamente uccisa, dichiarò:” Se muoio, voglio una morte che faccia rumore. Non voglio essere solo una notizia dell’ultima ora o un numero qualsiasi, voglio che il mondo senta parlare della mia morte, un impatto che rimanga nel tempo”. Altro esempio: il dottore e attivista Mads Gilbert ha dichiarato che l'aspettativa di vita a Gaza è precipitata da 75 a 35 anni, un evento mai successo nella storia medica.
Proprio in tema di strategia militare, è importante specificare che un genocidio può essere commesso e voluto anche perseguendo contemporaneamente altri obiettivi: militari o politici. Un elemento da tenere in mente insieme alle stesse dichiarazioni di funzionari israeliani. Per esempio, il 9 ottobre 2023, il Ministro della Difesa Yoav Gallant ha annunciato un assedio completo su Gaza, affermando di combattere “animali umani” e di “combattere di conseguenza”. E poi ancora ha detto che “non ci sarà elettricità, cibo o carburante. Tutto è chiuso”. Netanyahu e il Ministro delle Finanze Smotrich invece, hanno invocato la storia di Amalek parlando alle truppe, facendo diretto riferimento a una guerra di sterminio per ordine divino. Poi, il Presidente di Israele Herzog ritiene l’intera popolazione di Gaza responsabile per il 7 ottobre, affermando che non ci fossero civili non a conoscenza o non coinvolti. Per chiudere l’elenco, si potrebbero ricordare le intollerabili dichiarazioni del Ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e a me, al contrario loro, non piace farlo. Tuttavia, è importante specificare che questa violenza non è prerogativa della destra israeliana: Rabin, eminente esponente del centrosinistra israeliano, diede l’ordine di “spezzare le ossa” ai manifestanti palestinesi durante la Prima Intifada (in un contesto caldo sì ma sempre a causa delle azioni di Israele).
Mi avvicino alla conclusione dell’articolo ricordando il pensiero dello storico Raz Segal, Associate Professor of Holocaust and Genocide Studies e Endowed Professor nello Studio di Genocidi Moderni alla Stockton University, il quale ritiene che “l’assalto a Gaza può essere inteso in altri termini: un caso da manuale di genocidio che si svolge dinanzi ai nostri occhi”, valutazione effettuata già nell’ottobre 2023. A questa valutazione si associano in primis lo storico israeliano Omer Bartov e l’International Association of Genocide Scholars (IAGS), la più grande associazione di studiosi sul genocidio, la quale ha passato una risoluzione approvata con l’86% dei votanti il primo settembre 2025. Ma anche la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele, ha concluso il 16 settembre 2025 che: “lo Stato di Israele è responsabile per non aver impedito il genocidio, per aver commesso il genocidio e per non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza”.
In conclusione, penso non ci siano parole migliori di quelle utilizzate dallo scrittore egiziano Omar El Akkad:
“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”.
Carica un'immagineLa contemporaneità ci ha abituati ad una serie di maschi performativi da borsa di tela, che al cambio di stagione alternano la Birkenstock al mocassino nero lucido (entrambi rigorosamente con calzino in spugna bianco). Prima c’era Edoardo Prati, illustre letterato da reel. Guai ad incontrarlo tra Via Irnerio, Via Mascarella o Via Zamboni 38, si sarebbe corso il rischio di sentirsi in dovere di ripassare perfettamente gli insegnamenti di italiano del liceo, onde evitare di avvertire su se stessi il peso dell’ignoranza. Adesso è (stato, aggiungerei) il momento di Raffaele Giuliani. Il compagno filosofo, baluardo del buonsenso e patrono dei giovani, nelle recenti settimane, piuttosto, ha conquistato una nutrita fetta di ragazzi e ragazze in virtù del suo tono battagliero e fermo. Dalla sua bocca sono uscite solo un profluvio di verità, acclarate dai fatti, indiscutibilmente indirizzati verso ciò che dicesse. Il nuovo sbarbato simbolo dell’infallibilità. In pochissimo tempo ha conquistato tutti, giocoforza lo stile comunicativo che lo mostra imperante dietro la vuota scrivania, mentre agita una penna o una matita, e ci spiega quale sia la malefatta di turno attuata dal Governo. Alcune figure pubbliche, commentando i suoi video, hanno addirittura interpretato la sua come una comparizione divina e liberatrice: finalmente un giovane che parla senza peli sulla lingua, convinto di tutto ciò che pensa e senza necessità di limitazioni. La vertiginosa crescita di visualizzazioni, interazioni, apprezzamenti e ospitate ha prodotto un effetto a cascata, per cui ogni accadimento necessitava il suo commento. Come sempre, il rischio è dietro l’angolo. L’ordinaria diligenza richiederebbe di sforzarsi per evitare di incappare in errori, magari correndo il rischio di mettersi in dubbio. È ovvvio che, però, chi si propone come interlocutore privilegiato di un’intera categoria (i “giovani”) non può permettersi questo lusso. Il compagno Giuliani ha fatto la fine di Icaro: sempre più voglioso di avere visibilità (sia chiaro, è legittimo farlo, specie da influencer) è volato troppo vicino al sole. Nascosto dietro la retorica del «lo sto facendo per voi, miei amati», ha dimenticato i suoi stessi ideali radicali e massimalisti. Vittima della necessità di costruirsi un personaggio forte e attrattivo, ha prontamente archiviato la vena anticapitalista e anti-borghese, erroneamente volando nella direzione sbagliata. Non è bastata la disinformazione fatta durante la campagna referendaria (lo dico da elettore del NO a malincuore, sia chiaro); non è bastata la perenne inconcludente retorica del ritorno dei fascisti al Governo; non è bastata l’infondatezza delle argomentazioni su patrimoniale e scarsa crescita economica; neanche la capziosa polemica sull’acquisto del GNL dagli USA (l’Ing. Giuliani non capisce che è naturale il gas da trasportare in nave costi di più) o sulla spesa militare in crescita. L’Icaro dei reels doveva combinarne un’altra. È così arrivato il Lavazza-gate, al quale ha fatto seguito una timida risposta video a freddo (scelta che paradossalmente gli ammiro). Qui il compagno appare nella sua eloquenza piú smagliante: alterna una serie di argomentazioni che meritano solo un sorriso spontaneo, tra cui la necessità di «combattere dall’interno» il capitalismo e quella di essere il messia che ha creato uno spazio per il dibattito, come se oggi non ce ne fossero abbastanza all’evidenza, ai soliti affondi al Governo (“petrosino ogne menestra” direbbero dalle parti mie). C’è altro di più rilevante, un errore che lui stesso ha provato a nascondere. Decide innanzitutto di negare la sua posizione sul boicottaggio (per confutare la quale basterebbe già solo vedere la sua ospitata nel programma di Lilli Gruber o ascoltare la sua successiva frase) compiendo una torsione assai strana. Stabilisce perentoriamente che questo, per funzionare, «deve riguardare un numero preciso di realtà, in un tempo altrettanto preciso e con un’azione collettiva». Dunque, se domattina ci va allora boicottiamo, se non ci va non boicottiamo: dipende da come ci svegliamo. Liquidare la questione con una insignificante argomentazione peggiora la sua posizione. Anche perchè il compagno, non contento del polverone alzatosi, nei successivi giorni ha rilasciato dei commenti spiazzanti anche sulla vicenda della scomparsa del marito della ministra Roccella: ritiene non possa essere imposto un dispiacere generale, nonostante la tragedia nella perdita della persona amata, a causa delle opinioni della donna, proseguendo ad elencare nei successivi 7min e 30sec di video le oscenità pronunciate dalla stessa. Sarà, eppure qualcuno professava la solidarietà e il rispetto dell’avversario... La vicenda Lavazza, però, mi ha lasciato perplesso: dopo giorni non so ancora come guardare ad un singolare episodio come questo. La mia solita pesantezza mi porta ad analizzare un dettaglio che lo stile comunicativo del compagno tenta di annullare, per cui a chi impone verità assolute va risposto, come direbbe Spadolini, nel metodo e con il metodo della libertà, dimostrando la fallibilità nelle argomentazioni di ognuno. Al contempo, davanti ad un quadro del genere i pensieri mi si dissolvono, facendosi strada le pubblicità di Bonolis e Laurenti, e quella semplicità con cui i due si sedevano attorno ad un tavolo con San Pietro a bere un caffè dietro il motto «crema e gusto, ogni momento è quello giusto». Forse avevano ragione loro, non serve inasprirsi. La chiave di lettura è quella. Bisogna sedersi attorno ad un tavolo, magari sorseggiando un caffè (amaro spero), e dialogare, negando anche davanti al custode del Paradiso che esistano verità assolute. Insomma, viva il caffè e la libertà!
Carica un'immagineBologna è ancora calda, anzi caldissima, ma non per l’afa. Sono passati undici giorni da quel 20 luglio in cui, per le vie retrostanti Piazza Maggiore, sembrava fosse passato un nuovo carnevale, incendiario, con coriandoli di molotov e nastri di bombe carta.
E ancora vedo, nelle dichiarazioni, sui social e nell’opinione pubblica in generale, il ripetersi dello stesso vizio, tutto contemporaneo, quello di perdere il focus nella mischia. Ed è proprio di questo che voglio parlare, di come alcuni eventi potrebbero essere collante ma diventano, per un sadico gioco delle parti, divisione.
Lo schema è sempre lo stesso: accade un fatto rilevante, l’impatto con l’opinione pubblica è, il più delle volte, poco violento o neutro; ma l’attimo successivo, l’evento diventa patria d’una parte, zattera per una fazione che, appropriandosene, interrompe bruscamente il processo di metabolizzazione, e alla fine conduce tanti alla peggiore delle conclusioni, tanto coriacea quanto inevitabile: la polarizzazione.
Anche questa volta Bologna si è addobbata per la rivoluzione (l’ennesima) e ha voluto che tutti i riflettori la puntassero: il risultato è stato quello di aver ucciso un uomo già morto, Abderrahim Fakir. Con lui è morto un pezzetto di Paese, con la testa schiacciata sull’asfalto e il sangue nei polmoni, come accade ogni volta che una vita si spezza nelle mani ferme dello Stato.
Quando l’ultimo respiro sale, l’arietta si fa tempesta e sciame per il cittadino medio, tutto si mescola, tutto si contorce, nulla viene fuori se non il dolore vero di qualche cuore straziato, di una figlia, di una madre, di un estraneo.
Il tutto pesa doppio se poi si pensa che il giorno prima correva una data particolare, che le strade di Genova non hanno mai dimenticato. Un segno indelebile nelle vertebre di un Paese che, per un attimo, si è trasformato in bestia. E lo ricordano tutti. Dalle mura insanguinate della scuola Diaz alla targa in marmo di Piazza Alimonda su cui ritorna, di anno in anno, uno scarabocchio fatto col pennarello su cui si legge: Carlo Giuliani, ragazzo.
Un caso complesso, divenuto simbolo di uno Stato che - nonostante le legittime evidenze processuali - perde su ogni fronte, un fallimento ritenuto tale da vittime e carnefici (come sottolineato dallo stesso Mario Placanica).
L’Italia, per certi versi, viaggia al passo della targa: scrive, grida, dimentica, cancella. Ed ogni volta è così: la destra rivendica l’operato e la vicinanza alle forze dell’ordine con un approccio che spesso appare motivato da più che una semplice presunzione d’innocenza; e la sinistra, quella estrema, prima di ogni verdetto, dichiara ormai per prassi - guerra all’ordine costituito.
Sul corpo di Fakir pesa non solo la violenza degli scontri che l’hanno trasformato in una bandiera di nessuno, l’ennesima scusa per giocare a fare la rivoluzione, ma anche una sentenza e un punto delle linee guida per l’immobilizzazione delle persone irrequiete diffuse circa due mesi fa dal ministero dell’interno:
La prima è una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in cui l’Italia viene condannata per la violazione dell’art.2, relativo al Diritto alla vita, per la morte di Riccardo Magherini. Sentenza in cui si sottolinea la formazione carente degli agenti e la totale assenza di linee guida che, al momento del fatto (2014), dessero indicazioni ed istruzioni sull’immobilizzazione delle persone in posizione prona. Motivi per cui, nel giudizio “interno”, la Cassazione riformò la decisione del secondo grado e sancì l’innocenza degli agenti.
Il secondo peso, lascia col fiato sospeso, è un punto delle linee guida diffuse dal Viminale a inizio maggio, rubricate “linee guida per la gestione delle persone pericolose”, in cui alla sezione “la tutela sanitaria del soggetto non collaborativo” si legge: “L'intervento coercitivo per mettere in sicurezza un soggetto non collaborativo presenta dei rischi che possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative.
Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocarsi al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza, laddove fosse necessario, nell'attesa dell'intervento di personale sanitario, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale.”
Detto questo, non possiamo fare altro che aspettare, nella speranza della verità e della giustizia, una sentenza definitiva. Possiamo fare come la “prima piazza”, quella scesa con la voce roca, spezzata dal dolore, desiderosa di verità. Quella convocata da Matteo Lepore, Sindaco di Bologna, a cui la Questura ha appena assegnato una scorta a causa delle gravi minacce subite. Certo è che, nonostante il marasma generale, anche a me, forestiero senza patria, sono affiorate diverse perplessità circa la prevedibilità e l’evitabilità della guerriglia, anche se ormai non posso far altro che consegnarle al passato, riporle in un cassetto pieno di domande. Un dubbio, in particolare, mi sorge spontaneo: sarebbe successo lo stesso?
Checché se ne dica, una cosa è certa: se anche in astratto un invito a manifestare rivolto a tutti i bolognesi prima della sentenza potesse prefigurare un simile epilogo, mi sarei aspettato errori da chiunque tranne che dal primo cittadino, uno che “la rossa” Bologna dovrebbe conoscerla abbastanza bene. Perplessità a parte, vorrei brevemente concentrarmi su una tra le motivazioni che hanno spinto il Sindaco ad indire la manifestazione: ossia il silenzio di Roma. Nelle prime ore dall’accaduto, infatti, da Palazzo Chigi non si era levata una mosca; eppure sarebbe bastata anche una blanda (e tipica) dichiarazione di vicinanza alla famiglia e alla comunità, invece nulla.
Dopo questi quattro anni credo di aver capito una cosa: mamma Roma non è sorda, solo che spesso è distratta. In quel momento, forse, era pensierosa, impegnata a scovare franchi tiratori, ad oscurare le chat fra esponenti della camorra e un sottosegretario; non uno qualunque, ma quello alla giustizia, perché a noi piace fare le cose in grande. Oppure, chissà, magari era disorientata dai colpi del gioielliere pistolero, i cui bossoli hanno un rumore diverso dagli altri. Infatti questi gridano una parola sacra per ogni governo che annaspa: voti.
Alla destra in doppiopetto si è ovviamente accodata anche quella “social”, con la sua galassia fatta di paginette nere dalle copertine sgorbie, vomitate da un prompt dettato con rabbia, in fretta e furia, e dai connotati latini o militari. Strisciano fuori dal fango, e come ossesse, ogni volta che un agente prende uno schiaffo tirano fuori dal cappello la solita solfa decontestualizzata – un passo de’ “Il PCI ai Giovani” di Pasolini – a riprova della lettura “sottosopra” cui sottopongono qualsiasi opera letteraria che non sia l’etichetta di uno shampoo. Il passo recita così:
“Quando ieri a valle giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri.”
Per una corretta analisi della poesia – oltre che consigliarne un’attenta lettura rimando chiunque abbia intenzione di citarla con un minimo di senso storico e logico, al dibattito che si svolse successivamente presso la redazione dell’Espresso, in cui PPP stesso ne chiarì il significato, specificando che non aveva alcuna intenzione di prendere le “difese” dei poliziotti.
Anzi, oggi sono buono, tanto da volervi alleggerire il lavoro - qualora non abbiate voglia di leggerla tutta - vi riporto qui un passettino insignificante che Pasolini dedica ai poliziotti:
“E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in un tipo d'esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l'essere odiati fa odiare).”
Detto ciò, finita la vertiginosa rassegna delle maschere di questo mesto carnevale, non posso che dedicare i miei ultimi pensieri a voi, rivoluzionari senza nome né volto, menatori abituali, assistman prediletti dell’ordine costituito. Siete discepoli arrugginiti della falce e del martello, una sparuta folla sudata di sessantottini démodé, con la speranza rossa nel cuore e le braghe di Zara. Siete in pochi ma fate rumore e subisco, ahimè troppo spesso, il vostro fascino e la vostra ilarità.
Aspettate l’evento giusto per mettervi sotto i riflettori, quatti quatti, mimetizzati nella massa studentesca - con le sue stesse sembianze e movenze - senza rendervi conto d’essere la rappresentazione plastica della teoria dei capelloni. Ve ne state lì, a galleggiare nell’insignificanza nazionale, narcotizzati da qualche occupazione e qualche schiaffo. Sparsi in mille sigle diverse in evidente contraddizione con la logica del vostro stato ideale: quella del partito unico. Mille nomi, qualche idea, un solo grande risultato: il nulla, la destra postmissina al governo e qualche occupazione ben riuscita.
Carica un'immagineDopo ingenti pressioni politiche da parte della Commissione UE, che ha visto il proprio Commissario per la Difesa Kubilius spesso in difficoltà sul punto, finalmente i dicasteri Esteri e Difesa hanno espresso la loro solenne volontà di voler ricorrere ai fondi previsti dal programma SAFE (Security Action for Europe) alle Commissioni di Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato. Certo, è un passo importante. Innanzitutto si rimarca la volontà politica di perseguire quel cammino teso a favorire la costruzione di progetti industriali in armonia tra i vari Paesi dell’Unione.
In secondo luogo, novità più rilevante, servirebbe a dare al comparto industriale la certezza che i programmi finora accordati vengano finalizzati e portati a compimento. Potrebbe sembrare una nota poco rilevante, se non addirittura tesa a favorire la temibile industria bellica (e quei terribili «poteri forti» alle spalle delle grandi aziende). La produzione manifatturiera in questi settori speciali ordinariamente si basa sul sistema “build-to-order”, in cui l’attività industriale segue la commessa statale.
Pertanto, quei necessari investimenti sull’efficientamento della filiera produttiva si basano principalmente sulla fiducia tra le parti, e risentono marcatamente della volontà politica di concludere in maniera tempestiva e rigorosa i programmi. L‘obiettivo di una pianificazione fluida e un aggiornamento puntuale rispetto alle novità tecnologiche nella produzione passa allora anche attraverso questi complessi aspetti. Visto l’elevato rischio, le aziende difficilmente si spostano su modelli “forecast-based”, in cui si produce a ritmi elevati per avere prodotti finiti sullo scaffale.
Liquidare la diatriba con l’accusa del “militarismo” diventa sterile, legato a pregiudizi privi di fondamento tecnico. Si conferma anzi la necessità che la sicurezza nazionale sia costruita come una politica pubblica da programmare e rendicontare, in cui la contrapposizione ideologica sia ridotta al minimo. Nell’UE gli shock dell’ultimo periodo hanno dimostrato che questa via sia percorribile, e il programma SAFE dimostra come siano risolvibili tutti questi problemi, nonostante la complessità che si cela dietro il semplice acronimo.
Il riconoscimento di questi fondi vede, infatti, una disciplina assai complessa, basata su diversi livelli e percentuali di cooperazione fra gli Stati membri, nonché per un elenco ampio di settori, ma è chiaro che il punto a noi conveniente riguardi le condizioni imbattibili per un Paese squattrinato come l’Italia: il prestito è concesso dietro garanzia dell’UE, che ha un tasso di affidabilità per il prestito (il c.d. credit merit) AAA, contro il nostro sovrano BBB+.
Quando si rivolge ai risparmiatori e agli investitori istituzionali, l’UE lo fa offrendo condizioni di rimborso «più sicure» rispetto all’Italia, in virtù dell’alto livello di indebitamento e del disavanzo di spesa che noi abbiamo. Concretamente, il programma SAFE ha evidenti ricadute positive sulle condizioni di rimborso e sui tassi di interesse, in aggiunta da riconoscere privi di IVA e nel termine massimo di 45 anni. Condizioni competitive e imperdibili.
Sul punto Crosetto non ne ha fatto un mistero. Dopo l’intervento di Tajani in Commissione ci ha tenuto, però, a placare i teneri animi pacifisti dei leghisti, ricordando come questi fondi siano una mera alternativa ai BOT (Buoni Ordinari del Tesoro), la cui scelta, definita «tecnica», sia esclusivamente del Ministro delle Finanze Giorgetti. Sarà questi poi a scegliere quali voci di bilancio saranno da ricoprire con alcuni fondi piuttosto che altri. Giorgetti, a suo tempo, aveva subito messo le mani avanti, segnalando come l’ultima parola sull’alternativa spettasse al Parlamento.
Ecco allora l’ennesimo circo nel Paese in cui conta di più la bravura dei ragionieri, pronti a trovare sotterfugi per garantire la botte piena e la moglie ubriaca, pensando che all’estero siano tanto ingenui da non vedere che la botte è bucata. Specialmente con le elezioni alle porte, più che mai alcuna forza politica si intitolerebbe del vergognoso e temibile incarico di aumentare le spese per la difesa. I corridoi del MEF per i prossimi mesi saranno allora solcati da ragionieri che se le inventeranno di ogni per far sì che tutto si muova purché nulla cambi.
Sento il vociare dei dirigenti generali che studiano i modi più furbi per far sì che i fondi SAFE possano coprire i progetti già avviati, mentre le risorse previamente distribuite siano indirizzate sulla spesa corrente utile per la campagna elettorale. C’è il rischio che tutto si risolva nell’ennesimo trucchetto contabile, del tutto in barba ai principi ispiratori dei fondi SAFE e delle esigenze nostrane, e nella perfetta convinzione, del tutto italiana, per cui si sia più furbi degli altri.
Accettare i fondi SAFE non è una semplice volontà politica. In un contesto in cui mancano le risorse da destinare alla difesa prevale l’esigenza di garantire sia la continuità dei progetti già avviati che l’integrazione degli armamenti fra i paesi UE. Sono molteplici i progetti a rischio, che richiederanno nei prossimi mesi di favorire la botte o la moglie. Si pensi alle nuove navi rifornitrici (le LSS, logistic support ship) classe VULCANO della Marina Militare presso lo stabilimento di Castellammare di Stabia (NA), che al momento del varo della seconda, la nave ATLANTE, non sa ancora se riceverà i fondi idonei per avviare e concludere la terza.
A questo si accompagna l’acquisto di altri 24 Eurofighter Typhoon destinati a coprire parte dei Panavia TORNADO che presto saranno ritirati dal servizio e giungeranno in pensione (meritatissima, si parla di un aereo in servizio dagli anni ’80 d’altronde), una parte degli 8 miliardi che l’Italia deve destinare al GCAP in virtù degli accordi siglati con i Paesi partner, nonché il nuovo sistema di difesa anti-aerea che i «Volenterosi» hanno intenzione di progettare con l’Ucraina.
Senza dimenticarsi della polemica affrontata qualche settimana fa in relazione alla mancata firma per l’accordo di sviluppo e acquisizione dei primi esemplari del nuovo carro PANTHER-IT (il nuovo Main Battle Tank, MBT) progettato in collaborazione con la Germania. L’opinione pubblica ciecamente considerava questi ormai passati rispetto alla guerra drone-centrica che si osserva. Una piattaforma di questa rilevanza, però, non abbandonerà di certo il terreno di gioco nel breve-medio periodo, semplicemente va riconsiderata e adattata alle esigenze che oggi si hanno, dall’anti-drone (C-UAV) alla guerra elettronica (EW).
I ragionieri allora si sono messi all’opera, hanno dovuto ingegnarsi per far sì di rientrare nei costi già stanziati nel capolavoro che è stata la legge di bilancio. La cabina di regia ministeriale aveva ordinato un taglio dei costi proprio a causa delle incertezze legate alla firma del SAFE. Prima ancora che si accendessero i riflettori già si era dato il via alle danze per gli indaffaratissimi revisori. Mi sembra chiaro, ci prepariamo ad osservare uno dei più attrattivi parchi giochi per ogni furbo contabile del MEF.
Vi è mai capitato di trovarvi in una stanza affollata o in una cameretta buia a chiedervi chi foste? come vorreste essere?
Negli scorsi mesi ci siamo fermati a riflettere sulla resistenza e la ricostruzione. Ma ci siamo resi conto che non può esistere resistenza se non si ha qualcosa da difendere, e non può aversi alcuna costruzione se non si sa cosa costruire. Per questo motivo, abbiamo deciso di fare un passo indietro, di abbandonare trincee e cazzuole per fermarci a osservare la terra sotto i nostri piedi e il cielo sopra le nostre teste, per specchiarci nell'acqua di oggi. Un’acqua che scorre senza sosta, che va. Un’acqua che, ogni volta che proviamo a rifletterci, ci ricorda che non esistono forme rigide, che non possiamo sempre puntare a smussare degli angoli che non esistono.
Oggi, in modo particolare, la confusione identitaria è multiforme, può essere individuale o collettiva, può avere luogo nella vita materiale o dietro uno schermo. Ed è proprio da questa nebbia perpetua, da questo giramento di testa collettivo, che possiamo partire per trovare dei punti fermi, delle boe per la nostra incessante esigenza di certezze. Tuttavia, siamo del tutto coscienti del fatto che questa esigenza definitoria pressante non sia altro che un peso, un “giogo” che nella migliore delle ipotesi può convincerci di aver trovato una stabilità che in realtà sarà staticità o immobilismo. Forti di questo assunto, crediamo che in una società in cui il mito della stabilità e la risoluzione personale vengono spesso designati come indefettibili componenti della serenità e la totale assenza di certezze viene vista come una debolezza o come sintomo di una grave erranza, non esista moto più spontaneo verso la conoscenza di sé che l’abbandonarsi al fluire delle mille correnti che ci animano. Nel 1943, un giovane ma già tormentato Pier Paolo Pasolini, in un breve scritto pubblicato postumo, parlando dalla sua adolescenza spiritualmente “confusa” e del cumulo di pensieri che lo portavano a perdere il senso del reale, diceva: “perdevo il sentimento del reale che è misura e rassicurazione (e anche ipocrisia). Passavo delle ore fronte a una foglia o a un tronco per capirlo, cioè per valicare il limite e natura dove io terminavo e cominciava l’altro; la foglia, il tronco.” Ecco, nelle pagine che seguono troverete proprio questo, un tentativo di fissare il nostro tronco per capire dove terminiamo “noi” e inizia “l’altro”, senza alcuna rigida pretesa definitoria.
Vi auguriamo una buona lettura, La Redazione di NESSI
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76 anni. 76 anni di idee, programmi, regolamenti, decisioni, iniziative e confronto. 76 anni di scelte politiche, dall’industria alla tutela dei consumatori, passando attraverso le (assai discusse) politiche green. Ma anche 76 anni di errori, scelte sbagliate, crisi, emergenze, scandali e di «condanne solenni». Il 9 Maggio ricorrono 76 anni dalla dichiarazione Schuman, il discorso del Ministro degli Esteri francese che ha trasformato definitivamente il volto dell’Unione europea. Quelle idee hanno ispirato 6, poi 9, poi 10, 12, 15, 21, 25, 27, 28 e infine, purtroppo, nuovamente 27 Paesi, a far parte di un unico ecosistema politico e culturale, che potesse rappresentare una nuova chiave di lettura per i cittadini membri. La ricetta perfetta era stata maldestramente tentata da Carlo Magno, Napoleone e Hitler, che avevano provato ad unire l’Europa sotto il vincolo delle armi, raggiungendo risultati alterni ma, dulcis in fundo, disastrosi. La seconda guerra mondiale ha ispirato i leader europei ad agire secondo uno schema del tutto differente, assecondando quell’antico motto per il quale «lì dove passano le merci non passano gli eserciti». Ebbene, il più illustre economista contemporaneo, John Maynard Keynes, lo aveva proprio predetto. Ne «Le conseguenze economiche della pace» del 1919, quando lui era assistente del Cancelliere dello Scacchiere (il «Giorgetti» della Realità britannica), aveva assistito ai negoziati di Versailles sull’armistizio della Germania: quel disastroso e insussistente accordo che, già alla firma, preannunciava il fatto che la questione non fosse affatto finita, bensì semplicemente rimandata. L’economista inglese riteneva che un’Europa unita fosse possibile, l’importante era permettere una ripresa dell’iniziativa economica europea dopo la prima guerra mondiale, e rilanciarla favorendo il commercio fra i vari stati. Keynes non avrebbe potuto immaginare che, alla sigla del Trattato sulla CECA del 1951, gli esecutivi europei avrebbero rispecchiato appieno quell’idea di cooperazione economica. Oggi, però, l’Europa ci sembra qualcosa in più di una semplice «unione economica». Anzi, lo è sempre stata. Nella sua storia bimillenaria è stata un ideale, un punto di riferimento, un salvagente, e perfino un sogno per alcuni (chi scrive non lo nasconde per sé stesso). È il sistema meno imperfetto che sia stato finora creato, ed è per questo che bisogna tenerlo stretto e curarlo in tutte le sue difficoltà.
Ce lo spiega lo storico Giovanni Reale: “la Costituzione non crea il cittadino, né tantomeno la democrazia è un concetto autonomo. Queste due valgono fintantoché ci sia uno spirito dei cittadini che, a mezzo dei rappresentanti eletti, riesca a tradurlo in un programma concreto, fatto di iniziative che non sempre si dimostrano impeccabili. Anche perché l’Europa non è un popolo o un territorio definito. Rappresenta, specie negli stalli e nelle crisi, una cultura, un’idea, che si fa espressione politica”. L’Europa rimane una bussola, una finestra aperta sul possibile, pure se un po’ incrinata. Perché la forza dell’Europa sta proprio in questo: essere cosciente dei propri limiti, ma fare il possibile per superarli.
Carica un'immagineEra la primavera del 1972, un’Italia giovane si preparava ad affrontare una nuova tornata di elezioni politiche. Le città erano tappezzate di manifesti, santini e striscioni. Delle pareti scolorite non si vedevano altro che minuscole fessure. La propaganda geniale e di gran caratura estetica delle forze politiche colorava le vie.
Tra i manifesti infiniti, però, uno in particolare attira l’attenzione. È un foglio che raffigura la stessa persona vestita in tre modi differenti e porta a piè di pagina un simbolo, uno scudo crociato: è un manifesto della Democrazia Cristiana.
L’ho ritrovato, perso tra un post e l’altro, poche settimane fa. In un momento in cui mi trovavo quotidianamente ad usare paroloni per definire il nostro non-posizionamento ideologico. Lette quelle parole mi sono detto: DC a parte, tra quelle battute ironiche e cariche di propaganda, ho ritrovato la nostra indole vivace. In particolare, sono stato abbagliato da uno slogan: Né fez, né colbacchi, Democrazia Cristiana: la libertà. Ecco, io per evitare indebiti accostamenti lo riformulerei così: né fez, né colbacchi, Nessi: libertà.

Tale forza espressiva mi ha spinto tra queste pagine. Mi ha portato a voler ribadire, ancora una volta, dove stiamo, o meglio, dove non stiamo. Perché, ho ritrovato, riflessi nell’uomo del manifesto, tanti volti di una generazione. Tutti accomunati dalla sola voglia di cucirsi la libertà addosso, di allontanare quelle mani che vorrebbero mettere sulle loro teste fez e colbacchi. Una manica di boxeur stanchi, che stremati provano a schivare i colpi di un tempo feroce, con l’unico obiettivo di poter, finalmente, uscire dal quadrato per fumare una sigaretta. Persino quelle linee irregolari, grezze, ricurve, che accompagnano le nostre riflessioni, nate spontaneamente come ogni nostra parola, sono diventate accidentalmente pastiches delle nostre vite, simboli di uno stile genuinamente “raffazzonato”, privo di pretese.
Sono proprio queste percezioni, questi vissuti speculari, che ci hanno spinto a non voler “imporre” una linea, a voler indossare sia mocassini che sabot. Abbiamo fatto nostro un motto già noto ai più: ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo. Abbiamo creato una scarpiera.
L’essere distanti da partiti e associazioni ci ha portato ad oscillare costantemente tra etichette, a essere additati come qualunquisti, servi o gelidi analisti. Ecco, noi non siamo nulla di tutto ciò, siamo: militanti-pedanti. Militanti perché il nostro desiderio di riflettere non si ferma alla mera descrizione dei fenomeni sociali o all’analisi senza colore, ma ci porta in rotta di collisione con la realtà. Pedanti, perché alle letture faziose preferiamo le posizioni fondate e ragionate, o perché alle campane di vetro preferiamo spazi di confronto, ruscelli in cui sciacquare i nostri “panni sporchi”.
La nostra rivista è un contenitore, ed in quanto tale assume le forme e i colori di chi decide di riempirlo.
Tuttavia, esiste un dato innegabile che ci accomuna, non per velate ragioni ideologiche ma per un groviglio di valori e sensibilità che sono ormai genesi di una generazione, perché, davanti al tempo che scorre inesorabile, possiamo dirci differenti, ma non figli di una storia differente. Per queste ragioni e non altre chiedo a voi lettori:
Noi che siamo figli dell’Europa, come potremmo mai predicarne l’indebolimento o la cancellazione?
Noi che siamo figli della Democrazia, come potremmo non provare ad estirpare le radici dei nuovi fascismi, delle nuove autocrazie multiformi?
Noi che siamo figli della Libertà, come potremmo, nell’ora della libertà, non sostenere, fino a quando sarà necessario, l’ultima strenua difesa di un fratello o una sorella ucraina, o l’ultima speranza, per i Gazawi, di rivedere la luce?
Noi che siamo figli del Dialogo, come potremmo assistere da astanti alla sostituzione della diplomazia e del multilateralismo con animaleschi rapporti di forza?
Per queste ragioni, crediamo che la libera espressione possa essere un colle ameno, una via di fuga da una condizione radicata in parte del dormiente inconscio collettivo: il disinteresse per la cosa pubblica, l’autoindotta incapacità di osservare “l’altro”. Con la testa in questa morsa e le tasche vuote, abbiamo una sola consapevolezza: essere, nella varietà, figli della stessa storia.
Carica un'immagineL’ Oikeiosis indica la sensazione piacevole che si prova nella realizzazione, il fine ultimo degli esseri viventi. Per gli stoici, la conoscenza del proprio io.
Panezio di Rodi (185-110 a.C) nella sua “teoria dei 4 ruoli”, che ritroviamo anche nel De Officiis di Cicerone (106-43 a.C) con implicazioni morali, valorizza il concetto di oikeiosis applicandolo al singolo individuo, che viene così connotato come unico e irripetibile. La teoria illustra i ruoli che ci troviamo a interpretare durante la nostra esistenza: il primo è l’universale, comune a ciascuno di noi dal momento che apparteniamo alla natura umana; il secondo ruolo è l’individuale, che racchiude l’insieme delle tendenze e dei talenti naturali conferiti individualmente a ciascuno; il terzo ruolo è il casuale, quello che ci attribuisce il fato, che governa tutto: lo ricopriamo in frangenti specifici che non dipendono dalla nostra natura individuale; il quarto ruolo è quello scelto che adottiamo liberamente per noi stessi a seguito di una decisione personale.
L’identità viene dunque descritta come un qualcosa di mutevole. E in questo senso non è un caso se si parla di personae, cioè di maschere teatrali che possiamo togliere e rimettere quando serve. La seconda è specifica per ciascuno di noi, ma in quanto maschera resta tale, non costante. Non viene menzionata una componente a priori, un’identità di base.
E così scopriamo di essere Uno, nessuno e centomila: «Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere ». Il terzo ruolo si sdoppia e si moltiplica: diventano tanti quante le persone e i contesti a cui ci rapportiamo. Nello specchio, invece, rimane solo l’attore dinanzi a se stesso.
Riuscire a stabilire un’unica identità si rivela inverosimile e riduttivo: siamo forse l’unione e la dissoluzione continua di tutte le maschere messe insieme? Per chi si affeziona talmente tanto a “quell’uno” che è per se stesso è inaccettabile non esserlo per gli altri. Viene quindi contemplata la fine che fa Vitangelo Moscarda nel romanzo di Pirandello: scegliere di non essere nessuno. Si rifugia in un ospizio e lì raggiunge una fusione totale con il mondo naturale, l’unico in cui può lasciarsi andare senza temere le centomila maschere che la società gli ha imposto durante la sua vita.

Decide di scioperare alla recita esistenziale della vita per lo stesso motivo anche la protagonista del film Persona (1966), Elizabeth. Attrice diventata afasica, trascorre la convalescenza su un’isola in compagnia di un’infermiera che le parla tutto il giorno. Proprio quest’ultima comprende cosa si cela dietro alla scelta (e non patologia) della paziente. Emerge nel monologo divenuto celebre, ripreso anche da Marracash in un suo album: «Tu insegui un sogno disperato. Questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia… Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti».
C’è però una strada per provare a costruire un’identità tutta nostra (con tutte le imperfezioni del caso) e ce la rivela Cicerone parlando a proposito del secondo ruolo: ogni uomo dovrebbe conservare le proprie qualità particolari perché se abbiamo la possibilità di scegliere, ci impegneremo fedelmente in ciò che più ci si addice. Ognuno di noi si guarda intorno, scorge nella società una realtà che finge di non essere artificiosa. D’un tratto, ciascuno indaga dentro di sé, cerca di raggiungere l’ oikeiosis e così tutti si scoprono unici (o lo vogliono essere a tutti i costi). Decidiamo arbitrariamente che per essere autentici, dobbiamo essere il contrario, l’alternativa a quello che vediamo in tutti gli altri. Ma che valore ha essere alternativi se lo sono tutti?
“Ognuno vive come vuole, ma oggi sembrano tutte uscite da una fotocopiatrice” – Il favoloso mondo di Amélie E’ questa la domanda da cui scaturisce l’album ANTI-ANTI, che racconta il processo identitario artistico che fa il rapper 18K, separandosi e scappando da un modello, per riconoscersi e farsi descrivere. Il titolo, una sorta di litote, racconta quello che lui vuole essere: l’alternativa all’alternativa, il volto vero tra i presunti volti che riempiono l’universo rap con una moltitudine di storie, sistematiche, uguali, tanto da sembrare contraffatte. Le sonorità dei brani si discostano dunque dall’ordinario e i testi raccontano quello che vuole raccontare di sé, senza seguire un copione trito e ritrito. ANTI-ANTI non ha poi la pretesa di vincere il premio per l’album più anticonformista. Quasi alla fine del disco 18K chiude il gioco, ammettendo lui stesso che se tutti cerchiamo di fare gli anticonformisti nessuno di noi lo sarà veramente. Il valore del viaggio è aver semplicemente ascoltato le proprie ispirazioni e non essersi lasciato limitare dall’iter di questa industria musicale, come ha sempre fatto Tyler the Creator. Il brano Take Your Mask Off è un inno all’autenticità, un invito a rivelare la propria essenza e a non rimanere bloccati nel ruolo che ci troviamo a ricoprire: Tyler si rivolge tanto ai rapper del settore che millantano una vita difficile che non hanno vissuto solo perché lo prevede il contratto del personaggio ideale, quanto a tutti suoi ascoltatori che almeno una volta nella vita hanno provato il peso di non essere se stessi.
Carica un'immaginePirandello sosteneva che ogni uomo indossa una maschera, ognuno di noi interpreta un ruolo senza rendersene nemmeno conto. La nostra identità è quindi un riflesso delle aspettative sociali che gli altri hanno. Siamo una persona, ma abbiamo centomila versioni diverse, e allora cosa ci rimane? È vero che alla fine non siamo nessuno?
Hans Georg Moeller e Paul D’Ambrosio, due professori di filosofia e autori del libro “Il tuo profilo e te. L’identità dopo l’autenticità”, analizzano il problema della costruzione dell’identità, a partire dalle società premoderne fino ad arrivare ai giorni nostri. I due autori presentano tre tecnologie del sé, ovvero tre modi attraverso i quali, durante la storia dell’umanità, gli uomini hanno creato la propria identità e l’hanno trasmessa agli altri.
La prima tecnologia, la più antica, è la sincerità. In essa le persone si identificano con le caratteristiche ascritte conferite alla nascita dalla società, che quindi non si possono scegliere. Nella sincerità, è la società a decidere chi sei. Questa immedesimazione con le aspettative sociali non è vista, da coloro che la adottano, come una costrizione, si conformano perché lo considerano giusto e credono realmente che il loro ruolo rappresenti anche la loro identità. Ciò nonostante, la pressione per conformarsi a questi ruoli può diventare enorme, ingigantita dalle aspettative che la società ha su ogni individuo. “Se l’identità può essere trovata solo nella realizzazione di successo del ruolo e nelle relazioni con la comunità, allora una negazione del loro riconoscimento è percepita come catastrofica“, scrivono gli autori. Nella sincerità, l’identità personale non esiste, è la società a conferire un’identità sulla base dell’adempimento ai vari ruoli che lei stessa assegna. Questi ruoli sono molteplici e spesso possono essere in contrasto tra loro, “richieste incompatibili spingono i protagonisti in direzioni opposte”, aumentando il loro senso di inadeguatezza nei confronti dei ruoli, e quindi della loro identità, che sono impossibilitati a ricoprire nel modo più corretto. Il capitolo sulla sincerità si apre con una citazione del sociologo americano Robert Ezra Park, il quale sottolinea come il termine “persona” derivi dalla parola latina persōna, che si traduce con “maschera teatrale”. Lo considera un riconoscimento del fatto che ognuno interpreta sempre un ruolo, che ne sia consapevole o meno, nella società ma anche con se stesso. Secondo il sociologo è solo tramite i ruoli che noi stessi ci conosciamo, “questa maschera è il nostro io più vero”. La considerazione di Park non è poi così distante da quella che fa Vitangelo Moscarda, il protagonista di “Uno, nessuno, centomila”, dopo che una mattina la moglie gli fa notare come il suo naso penda leggermente verso destra. Questo dettaglio fisico, che lui non aveva mai notato prima di quel momento, lo fa interrogare sulla natura più profonda della sua identità. Chi è lui? Come lo vedono le altre persone? Per ognuno lui ricopre un ruolo diverso, ma oltre questi ruoli cosa c’è? Moeller e D’Ambrosio probabilmente risponderebbero che lui è ognuno di quei ruoli che rappresenta, ma oltre essi non si trova niente, almeno non nella sincerità.
Le osservazioni dei due pensatori su cui ci siamo soffermati si riferiscono alla prima metà del ventesimo secolo – “Uno, nessuno, centomila” è del 1926 e la citazione di Park è presa dal suo libro “Race and Culture” del 1950 –, ma negli ultimi anni le cose sono cambiate velocemente. Durante gli anni sessanta del secolo scorso infatti è mutata, dopo un lungo percorso nel tempo, la tecnologia prevalente e si è passati all’autenticità. Prima di descriverla però è importante fare una precisazione: nessuna di queste tre tecnologie elimina completamente le altre, esse convivono ancora insieme nella società, e il passaggio dall’una all’altra come forma prevalente segue ritmi molto lenti. Inoltre è necessario aggiungere che nessuna di esse è migliore o peggiore delle altre, tutte e tre presentano problemi e paradossi; dopo tutto, non sta a noi giudicare come le persone decidono, il più delle volte inconsapevolmente, come mostrarsi a se stesse e al mondo. Si passa da una tecnologia all’altra perché nel tempo la prima diventa meno efficiente e ne subentra un’altra che si adatta meglio alle nuove abitudini della società. Il passaggio da sincerità ad autenticità, ad esempio, è durato a lungo, in quanto la seconda è comparsa a partire dalle prime società moderne, ma è diventata la tecnologia prevalente solo nella seconda metà del ‘900.

L’autenticità, considerata la tecnologia della modernità, proprio perché nata con i primi pensatori moderni, prevede l’identificazione con un io originale. I ruoli sociali diventano un filtro a ciò che si è veramente, e l’identità viene creata dall’individuo indipendentemente dalle convenzioni sociali. Si tratta di un percorso introspettivo, non più sociale, in cui gli uomini sono gli unici veri autori di se stessi. Tuttavia, al disegno apparentemente coerente di questa tecnologia, si frappone una realtà differente e contorta. L’idea che si debba creare un io originale è di per sé un’aspettativa sociale che mette pressione a coloro che non riescono a trovare un qualcosa di nuovo rispetto agli altri, come puntualizzano gli autori “in un regime di autenticità, tutti si sentono obbligati ad essere autentici”. Inoltre questa pretesa di essere diversi, accomuna tutti gli uomini in questa tecnologia, rendendoli quindi meno diversi l’uno dall’altro. Elena Esposito, sociologa italiana, commenta che “nulla è così poco originale come il desiderio di essere originali”. L’identità autentica si basa sull’indipendenza dalle aspettative, ma in realtà l’uomo continua ad essere dipendente dal riconoscimento degli altri, “brama la convalida dell’identità”. Come se questo non bastasse, gli autori sottolineano come opinioni, stili di moda, o qualunque altro elemento definisca un’identità, sono difficilmente inventabili da zero, tant’è che spesso si prendono quelli già presenti nella società e si modificano per dare loro una parvenza di novità. Ciò significa che l’io autentico non solo non è indipendente dalle aspettative, ma non è neanche realmente originale; pur non seguendo norme sociali, segue tendenze e mode, determinate, anch’esse come le norme nella sincerità, dalla società. I due autori, per farci comprendere meglio la distinzione tra queste prime due tecnologie del sé e riprendendo una teoria di Henry Rosemont Jr, paragonano le persone che costruiscono la loro identità nell’autenticità a delle pesche e coloro che sono nella sincerità a delle cipolle. Le prime hanno “una buccia esterna che è pubblica, il frutto che è il nostro corpo oltre che la nostra personalità e storia e [...] il nocciolo della pesca, il nostro io”. Delle seconde invece spiegano: “Sbuccio gli strati; prima figlio, poi marito, padre, nonno [..] cosa viene lasciato quando non ci sono più strati? Niente di niente”.

L’ultima tecnologia da descrivere, quella a cui i due studiosi dedicano più spazio nel libro, proprio per la sua novità, è la profilicità. Essa nasce a partire dai primi Mass Media, prima ancora dell’avvento di internet. Con l’ascesa dei social viene poi sfruttata a pieno e in questo momento si sta facendo spazio nell’autenticità per diventare la tecnologia prevalente. Riprendendo le parole degli autori, profilicità significa: assumere identità attraverso account pubblici di se stessi. Presentando i loro profili, le persone dicono agli altri e a loro stessi chi sono. La vera rivoluzione di questa tecnologia sta nel superamento dell’osservazione diretta, di primo ordine: si inizia ad osservare come gli altri guardano il mondo. Nel suo libro “La realtà dei Mass Media” Niklas Luhmann, uno dei maggiori sociologi del ventesimo secolo, descrive quella che lui chiama “l’osservazione di secondo ordine”, essa consiste nel vedere il mondo solo indirettamente, attraverso la prospettiva di altri. Sia l’oggetto che il suo osservatore sono presi in considerazione simultaneamente. Ad esempio, se oggi, uscendo di casa, dovesse passarti davanti un cagnolino, potresti al massimo pensare “che bel cane”; se dovessi vedere la stessa scena, ma attraverso le storie instagram di un tuo amico, oltre ad apprezzare la bellezza dell’animale inizieresti a chiederti “perché ha deciso di pubblicare questa foto?” e la risposta a questa domanda ti direbbe qualcosa sia sulla realtà che hai osservato che sull’osservatore di questa realtà. Questo è il funzionamento dell’osservazione di secondo ordine, una modalità certamente più complessa della precedente, ma che sta diventando un’abitudine per coloro che la adottano. L’identità viene quindi creata tenendo in considerazione come sarà vista da un pubblico vasto e anonimo che gli autori chiamano “general peer”, un collettivo transpersonale di profili social che non rappresenta un individuo in particolare, ma la volontà generale della massa, degli utenti social. L’identità creata sui Mass Media ha comunque bisogno di essere validata dalla società. Tuttavia, in questo caso non si tratta di una società presente, che ci vede nella realtà e vive con noi, ma del “general peer”, che conosce soltanto ciò che noi decidiamo di mostrare. Dal momento in cui per esistere, l’identità necessita di essere convalidata, l’utente nei social deve cercare di capire cosa il “general peer” approva e profilarsi seguendo quelle tendenze e mantenendo le aspettative.
Essere all’altezza del “general peer” diventa ancora più complicato se si considera che ci troviamo in un momento di transizione, nel quale stiamo lentamente abbandonando l’autenticità, ma non siamo ancora entrati pienamente nella profilicità. Si viene così a creare un ibrido, la “profilicità autentica”, nella quale consideriamo i profili ancora con i filtri dell’autenticità. I profili non sono reali, non raccontano veramente chi è una persona, e il giudizio del “general peer” si riferisce proprio a quella finzione che decidiamo di condividere, non alla persona reale che sta dietro quel profilo. Ovviamente, comprendere perché qualcuno scelga di mostrarsi in un determinato modo ci dice qualcosa su quella persona, ma continuiamo a non conoscerla se non attraverso un’immagine che non ne rappresenta l’identità autentica.
Ma quindi, siamo riusciti a capire cosa sia l’identità? Siamo uno, nessuno o centomila? Forse sarebbe stato più semplice consultare il dizionario, dove si sarebbe trovato, molto semplicemente, che l’identità, dal latino tardo identitas (“stessa cosa”), indica, in senso lato, la perfetta uguaglianza, ossia la qualificazione di una persona o di una cosa per cui essa è tale e non altra. La mia identità dice che io sono “così”. Ma “così” come? Ogni tecnologia presentata risponderebbe in modo diverso. Per la sincerità, io sono così come la società mi descrive, in centomila modi diversi e contrastanti. Per l’autenticità, io sono così come decido di essere, unico e originale. Per la profilicità invece, sono così come vengo qualificato dal profilo che mostro agli altri. Arrivati a questo punto, possiamo affermare che non esistono e non appaiono auspicabili risposte univoche. La costruzione della propria identità, per quanto paradossale possa rivelarsi, è un punto fondamentale dell’esperienza di vita di ogni persona. La necessità di crearsi, per essere visti e riconosciuti dagli altri, accompagna l’uomo da sempre e continuerà a farlo in futuro, con nuove, sempre più complesse, tecnologie. Questa necessità è il motore del mondo, perché crearsi significa anche definire i propri sogni e obiettivi e lavorare per realizzarli. La vera sfida del futuro non sarà scegliere tra io sinceri, autentici o profilati, ma saperli riconoscere e abitare consapevolmente. Navigare tra una tecnologia e l’altra significa comprendere che ognuna di esse contribuisce alla costruzione dell’identità umana.
Carica un'immaginerubrica: Orme.
Sin da bambino, mi sono sempre posto questa domanda. Sono nato ad Aversa, in provincia di Caserta il 28/05/2004 e ho vissuto con i miei genitori lì un anno e, prima che potessi creare nella memoria un ricordo, una traccia, del fatto che avessi trascorso parte della mia vita lì, i miei genitori sono saliti -mi si perdoni il termine colloquiale- al nord, in Romagna, a Fusignano, in provincia di Ravenna e la Campania è diventato per me terreno di vacanze estive e feste varie. I miei ritorni al sud sono sempre stati occasione per conoscere effettivamente la mia famiglia d’origine, fare grandi scorpacciate e passare molto tempo da solo. Fino al liceo non avevo mai avuto un gruppo nè giù nè su ed ancora oggi non vengo considerato totalmente nè di giù nè di sù: giù mi dicevano sempre fosse evidente che venissi da su e su che avevo l’accento di giù. Insomma, il tema identitario è sempre stato complicato. Non che mi scervellassi a riguardo, ma quando ci pensavo ero sempre malinconico, ho sempre desiderato un paese come quello descritto nella Luna e i Falò di Pavese, uno di quelli a cui sei costretto, in cui ti conoscono tutti, uno di quelli la cui presenza nella vita vale anche solo per il gusto di andarsene. Come fin qui si può notare, ho sempre immaginato l’identità come un qualcosa di fermo, come una roccia. Ho sempre amato la filosofia, e per questo anche all’università non sono riuscito a privarmene. Durante la prima lezione di storia della filosofia antica ci concentrammo su un frammento di Eraclìto (e non Eràclito) che da allora non mi ha mai lasciato: “acque sempre diverse scorrono per coloro che si immergono negli stessi fiumi”. Da un punto di vista fisico quindi si afferma che il mondo sia in costante divenire (in particolare dato dallo scontro di opposti, come luce e ombra), mentre da un punto di vista soggettivo il frammento lascia intendere che la nostra identità non è qualcosa di costante ma sempre diverso: oggi non abbiamo le stesse opinioni che avevamo ieri e che avremo domani, perchè l’esperienza cambia, evolve, e noi di conseguenza mutiamo, continuamente. Questo punto di vista, che ho poi ritenuto più veritiero del precedente, non mi è mai parso consolatorio. Se sono qualcosa che muta continuamente, se sono una storia, allora chi sono? A cosa posso aggrapparmi? Sarebbe bello, ogni tanto, poter fingere di essere una roccia, di avere un perimetro, come fanno gli altri. William Thompson soffriva della malattia di Korsakov, una forte amnesia dovuta alla carenza di vitamina B1, spesso legata all’alcolismo, e la descrizione dei suoi comportamenti è contenuta nel dodicesimo capitolo de “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di paglia”, libro del celebre psichiatra Oliver Sacks, che aveva il paziente in cura. Thompson non ricorda nulla, ma non si arrende mai: quando vede il dottore con il camice bianco si comporta dapprima come se fosse davanti al macellaio e tenta di ordinare della carne ma, smentito, diventa convinto che l’uomo di fronte a lui sia un meccanico e in seguito che sia un vecchio amico. Non ricorda nemmeno di essere malato e l’unica cosa che Sacks riesce a fare per fermare i suoi continui racconti è lasciarlo da solo, su un prato, a meditare. Lo psichiatra arriva così a una conclusione, piuttosto cupa, riguardo al suo paziente: è de-animato, non ha più un’anima perchè non ha più un’identità, non riesce più a ricordare la sua storia e per questo si affanna nell’inventarla. Ma quindi che cos’è questa identità? E chi sono io? Il mio studio e le mie riflessioni purtroppo non mi hanno mai aiutato a trovare risposte, ma solo a precisare le domande, e a tentare di dare nuove sfumature alle ipotesi. Non sono roccia, non lo sarò mai, anche se vorrei esserlo. D’altronde però penso, nel continuare l’esempio eracliteo, che le rocce tipicamente vengono erose, si spezzano, si danneggiano, mentre i fiumi no, perchè sono liberi di fluire: come Thompson, ho la libertà di costruire la mia storia, arricchendola. Sono di tutti e di nessuno, sono di giù e sono di su, un continuo fluire di opposti, sono libero.
Carica un'immagineCosa il concetto di identità fa venire in mente in maniera istintiva? Sicuramente può essere collegato a un’idea di solidità, a un nucleo essenziale e necessario di caratteristiche intrinseche a un determinato soggetto. Tuttavia, è ancora più importante sottolineare come possa essere più facilmente ricollegato alla necessità di difendere strenuamente quel nucleo, perché il cambiamento difficilmente viene accettato. D’altronde il bisogno di sicurezza è importantissimo per l’uomo in modo da poter vivere tranquillamente, anche operando a livello inconscio. Ma siamo davvero sicuri che l’identità sia immutabile? E se non lo fosse, siamo davvero sicuri sia necessario difendere certe caratteristiche? La società in cui viviamo ci permette davvero di coltivare la nostra identità? Per poter rispondere compiutamente, bisogna distinguere tra l’identità individuale di un soggetto e quella collettiva di un gruppo o di un popolo. Nel primo caso, l’identità di un soggetto individuale è determinata dalla sua genetica, dalla sua psiche e dalla società in cui vive, quindi anche dalle relazioni che man mano costruisce. Perciò, per dare una prima categoria all’identità individuale, questa è, sotto un primo aspetto, sua. Con ciò non intendo solamente che appartiene a quello stesso soggetto, ma anche che è declinata secondo la sua interpretazione, che cambia nel tempo in ragione delle esperienze vissute. Pensare di avere un’identità con certe caratteristiche non è altro che interpretare una serie di esperienze attraverso i propri filtri della mente, che comunque non è immune da condizionamenti esterni. L’interpretazione soggettiva è, dunque, ciò che conta, perché essa determina la percezione che quello stesso soggetto ha della sua identità. Inoltre, poiché l’interpretazione può avvenire solo attraverso le parole, sono queste ad avere un’importanza assoluta quando si parla del proprio Io a sé stessi e ad altri. Il linguaggio è fondamentale per l’interpretazione ma esso è anche, per sua natura, ambiguo. Questo perché una stessa esperienza, una stessa parola, uno stesso gesto hanno significati diversi a seconda di chi li percepisce. In altre parole: a un significante corrispondono più significati. La conseguenza di ciò è che si deve tenere in considerazione l’esistenza di diverse identità percepite di uno stesso soggetto. Diverse in primis per quest’ultimo, poiché l’attività interpretativa è costante nel tempo ma utilizza strumenti e significati che cambiano. Diversa, poi, anche per gli altri, i quali interpretano l’identità del soggetto percepito ciascuno secondo i propri filtri, significati e condizionamenti, a loro volta mutevoli nel tempo. Ecco allora che risulta fondamentale concentrarsi su questo aspetto: l’identità percepita è proteiforme e coglierne una sola interpretazione è limitante. Si potrebbe obiettare che comunque abbiamo inventato contenitori generali, come “paziente” o “amante dell’ambiente”, per descrivere la nostra identità e che poi abbiamo convenuto un significato valido per tutti. Tuttavia, questo non è altro che un artificio retorico, che non tiene conto delle specificità individuali e che, sottoposto a una lente d’ingrandimento, sparisce. Questi contenitori sono come il mare: non ci si può aspettare di essere a contatto con la stessa acqua di altri, nonostante tutti stiano facendo il bagno. Gli altri tuttavia non generano solo ncomprensioni ma svolgono anche una cruciale funzione. Come menzionato prima, il tempo è un fattore imprescindibile per l’attività interpretativa operata su sé stessi. Il primo e la seconda incidono sulla memoria. A questo proposito, Kundera diede sicuramente una descrizione emblematica della funzione degli altri. Scrisse, infatti, che gli amici ci forniscono uno specchio che, di tanto in tanto, lucidano affinché ci possiamo guardare dentro, affinché possiamo annaffiare i nostri ricordi come dei fiori in vaso. A volte ci dimentichiamo le nostre percezioni passate, altre volte le reinterpretiamo, perché anche i ricordi, come i fiori, vanno educati. È fondamentale, però, collegare tale ragionamento con quanto detto prima. Per cui, va sottolineato come gli amici ci forniscano il loro specchio. Alla luce di queste considerazioni è vitale aggiungere un importante tassello pratico per evitare che le varie interpretazioni si raggomitolino come fili, creando una profonda confusione. Questo tassello è la comprensione. Noi dobbiamo essere consci dell’esistenza delle diverse interpretazioni e, perciò, rivolgere il nostro pensiero sia verso la loro comprensione sia verso i vari condizionamenti e bias cognitivi che hanno influenzato le prime. Senza questa siamo destinati all’ambiguità perenne. Una volta chiarito come sia necessario strutturare il discorso in termini di identità plurime, la stessa struttura va applicata quando si analizzano le identità di un popolo. Infatti, anche ragionando in termini più ampi, bisogna ricordare che sono presenti gli stessi meccanismi di base nelle relazioni tra popoli. Come prima, le componenti del carattere attribuite a un certo popolo sono il risultato di percezioni altrui, proiettate su un oggetto osservato. Queste percezioni, che operano a livello collettivo, derivano a loro volta da meccanismi sociali e dalle relazioni di potere che modellano la società stessa. Quindi, cercare di afferrare l’identità di un popolo come qualcosa di fisso è sbagliato. Non solo perché in questo mondo i fenomeni migratori, e tutte le novità culturali che comportano, sono naturali; non solo perché le percezioni sono diverse; ma anche perché non esiste la possibilità di conservare le varie specificità individuali in un contenitore generale. Quest’ultimo, come menzionato prima, ha proprio la funzione di operare come un artificio che confonde le diverse percezioni. Per questo motivo, tale contenitore va ripensato: non si possono ignorare né i meccanismi sociali che influenzano, tendendo a raggruppare, le identità individuali né l’esistenza della diversità di percezioni, che invece spinge nel senso opposto, verso diverse identità. A questo punto una particolare attenzione meritano i meccanismi sociali. Questi ultimi si sviluppano dalla struttura economica che governa la società, ossia, nel nostro caso, il capitalismo. Nell’epoca in cui viviamo la più grande minaccia alla libertà individuale, intesa come possibilità di sviluppare le proprie identità, è rappresentata proprio da questo sistema economico. Questo produce, nella nostra parte di mondo, consumatori, la cui mente deve essere continuamente distratta per non concentrarsi sulle condizioni materiali in cui viviamo. La costruzione del proprio percorso identitario è un’opera lunga e non sempre facile. Ciò si pone in direzione opposta alla tendenza del capitalismo verso la semplificazione, l’abbreviamento e la velocità. I rappresentanti del capitalismo, attraverso la loro egemonia culturale, spingono verso un mondo la cui parola d’ordine è precarietà (per i più). Precarietà intesa come possesso di un bene, come una casa, un’informazione, un pensiero; la cui durata non è determinata da noi ma da chi tiene le redini della struttura economica. D’altronde, un sistema economico che sta distruggendo l’ambiente a ritmi letteralmente insostenibili, perché non consentono alla Terra di autorigenerarsi e che si basa sullo sfruttamento esternalizzato nello spazio e nel tempo, necessita di un continuo annebbiamento delle menti per evitare che possano pensare. L’esempio più allarmante è rappresentato proprio dai social media, che sono nelle mani di pochi tecnooligarchi e che hanno un effetto devastante sulla mente, abbattendo la soglia di attenzione. Tra l’altro, è di febbraio 2026 uno studio pubblicato su Nature in cui si dimostra che l’algoritmo di X è in grado di influenzare, in modo permanente, le ideologie politiche degli utenti, orientandoli verso il Partito Repubblicano. Costruito così e da pochi il sistema su cui viaggiano le informazioni attualmente, viene stroncata in radice la possibilità di formare un pensiero diverso da quello che l’algoritmo decide. Sotto gli spari continui dei diversi stimoli prodotti dai social, l’uomo vive un continuo stress, non potendosi focalizzare davvero e profondamente su poche relazioni. Questa è la precarietà delle informazioni. Laddove è maggiore la precarietà, minore è la sicurezza. È per questo che il capitalismo tende alla massificazione degli individui, non solo per ragioni di profitto: in una situazione di incertezza il conformismo è il palliativo che usiamo per sostenere tale situazione. Fondere la propria individualità nel mare della moltitudine produce euforia e questo ci costa solamente la nostra identità.
Carica un'immagineViviamo in una società in cui le relazioni sembrano consumarsi con la stessa velocità con cui vengono create. Il bisogno di riconoscimento, di desiderio e di conferma personale diventa spesso il motore invisibile dei rapporti umani. In questo spazio fragile tra desiderio e identità emerge una domanda antica: quanto delle nostre relazioni nasce da un incontro autentico e quanto, invece, dalla ricerca di noi stessi negli altri? È proprio su questa tensione che si innesta Teorema, romanzo del 1968 di Pier Paolo Pasolini. La prima lettura può suscitare semplice curiosità, nutrita da una prestazione attenta all’ascolto; eppure, più ci immergiamo nel testo, più ci estraniamo dalla realtà e dalla società. Un’esperienza che richiama, in chiave letteraria, il concetto contemporaneo di Sunken Place: uno stato mentale in cui la coscienza della persona viene intrappolata nel proprio subconscio, e il senso di disagio cresce. Teorema è un romanzo di pietra: un’opera che, paradossalmente, invita a non leggerla, o meglio, a concentrarsi sul concetto più che sulle parole. Pasolini riesce così a farci empatizzare con il singolo soggetto, trascinandolo nell’impotenza sociale, nella fragilità morale e nell’oppressione individuale – elementi essenziali per comprendere il gruppo. Nonostante sia datato 1968, il romanzo parla a un presente più vicino di quanto si possa immaginare, rivelando sentimenti sociali che traggono linfa dal nostro acume critico. Pasolini rappresenta una società borghese perenne, senza tempo, quasi una dimensione metastorica, che osserva passivamente – o meno – anche i giorni odierni. Sventrando Teorema, emerge il tema del consumismo relazionale, concetto ripreso da sociologi contemporanei come Zygmunt Bauman con il suo amore liquido: la ricerca di gratificazione immediata nelle relazioni, a scapito di profondità e stabilità. Accanto a questo, il romanzo suggerisce anche la possibilità di un amore sacro, un’esperienza trascendente simile all’agape, capace di trasformare l’incontro umano in rivelazione. E qui emerge la chiave: la consapevolezza. È il metro con cui misuriamo la coscienza, il filo che ci permette di affrontare il male che spesso nasce dall’ignoranza di sé, come ricordava Socrate.
In Teorema, Pasolini non racconta solo la crisi di una famiglia borghese: mette in scena l’irruzione del sacro in una realtà svuotata di senso. Il misterioso ospite diventa il catalizzatore di una verità che ogni personaggio è costretto ad affrontare: quella della propria coscienza. Ed è proprio in questa tensione tra sacro e decadenza individuale che risiede l’attualità dell’opera. In una società che consuma rapporti e identità, Pasolini ci ricorda che l’incontro autentico con l’altro può essere rivelazione, ma anche perdizione.
Carica un'immagineL’AZZECCAGARBUGLI presenta: NÉ FEZ, NÉ COLBACCO Mi raggomitolo sofferente sulla sedia, mentre ascolto i candidati per le prossime elezioni comunali di Frosinone. Soffro, e anche tanto, ad ascoltarli. Nessuno ha l’eloquenza e il bel pensiero che connota solo alcuni eminenti giuristi: come il sottoscritto Avvocato Azzeccagarbugli. È iniziata la primavera e stanno per arrivare le elezioni amministrative: il mio caro, amato Comune di Frosinone andrà al voto, ed essendo una persona in vista in questa città, da una parte e dall’altra mi arrivano inviti, richieste di sostegno e di supporto. Niente di più fastidioso che andare racimolando consensi a destra e a sinistra. Tanto si sa, il popolo è capra.
Ho accettato l’invito a moderare un incontro che vedeva protagonisti i due candidati e, seppure nessuno dei due mi sconfinferi, l’idea di presidiare un palco e di avere tutti gli occhi puntati addosso mi emoziona. Ho sempre partecipato, in un modo o nell’altro, alla vita politica del mio comune, ma è la prima volta che mi invitano a moderare un incontro. D’altronde, nonostante iniziasse a montare una certa ansia in me, è come se avessi sempre avuto questa forte tensione verso la politica. E se fosse l’ultimo treno per rendermi protagonista della vita amministrativa della mia città?
È sera, siamo nella piazza centrale di Frosinone, inizia ad arrivare sempre più gente: distribuisco saluti, lancio baci e benedico bambini. Mi sento come il Papa. Non solo la piazza è gremita, ma vedo anche gente “di qualità”. Tra qualche vecchia nave scuola e qualche giovane ciociara, ci sono: imprenditori, miei ex clienti, parlamentari della Repubblica ed ex sindaci della mia amata Frosinone. Tutti mi salutano e mi rispettano. Non capisco perché, però, ogni volta che passo, sento il rumore di una pernacchia… sarà il caso?
L’evento sta per iniziare e capisco che devo cogliere la palla al balzo e fare mio il palco. Tutta questa presenza non fa altro che aumentare la mia tensione. Il presentatore della serata chiama sul palco i due candidati, tra gli applausi generali, e li presenta come se fossero i prossimi Churchill. Mi ha sempre incuriosito quanto la dimensione locale e provinciale possa portare gli uomini a credersi grandi. Poi il presentatore chiama me sul palco.
Decido di alzarmi, ma quando mi avvio spavaldo verso il palco mi rendo conto che dietro di me si leva un insieme di risate sommesse, ma tutt’altro che indifferenti. Capisco che sono rivolte a me. Arrivato sul palco, preso il microfono, sento che qualcuno mi dice qualcosa da dietro. Mi giro, imbarazzato, ma non incrocio lo sguardo di nessuno. Ho appena compiuto un’azione che mi ha reso solo più ridicolo di quanto non fossi: mi sono girato da solo su un palco e ora sto dando le spalle al pubblico.
Quando prendo posto tra i due candidati, uno dei due mi sussurra che potrei essere bagnato nella zona posteriore. Mi rendo conto di avere il culo bagnato…ed evidentemente dalla platea pensano che sia andato di corpo per lo stress. Purtroppo, quando sono teso, mi capita anche in tribunale: sudo. Questa volta però ho fatto un errore che non commettevo dai tempi dell’università: ho indossato un pantalone chiaro e di tessuto sottile. Il problema è che, in queste serate più afose, si bagnano proprio le parti più delicate. Soffrono particolarmente la zona lombare e quella del coccige.
Ma io sono un professionista, quindi “the show must go on”: devo avere la forza di dimenticarmi del profluvio di risate e concentrarmi solo sul dibattito. I candidati affrontano temi assai variegati fra di loro, e io sono stato chiamato proprio per riportare l’ordine tra gli argomenti. Da una parte, un candidato parla di mobilità sostenibile, sviluppo “green” e di transizione urbana. Chissà cosa voglia intendere. D’altra parte il suo rivale blatera qualcosa sulle imprese, i negozi di prossimità, il turismo…una noia mortale, spero che nessun notabile nel pubblico si stia accorgendo dei miei sbadigli.
Ogni tanto mi capita anche di chiudere gli occhi, ma chiaramente lo faccio soltanto per concentrarmi sulle parole dei due rivali. Ma in effetti chi sono questi candidati che si scontrano? Nel corso delle ultime settimane ho avuto modo di osservarli da vicino: entrambi lottano per avere il mio sostegno, ed io sono talmente parsimonioso da aspettare per sbilanciarmi. Il primo è il professor Alberelli, il nipote del migliore amico del sindaco uscente. Ha esposto parte del suo programma anche questo pomeriggio, eppure si vede ictu oculi che porterà avanti il progetto del dimissionario.
È un volto noto per tutta la provincia. Nato e cresciuto qui, ha fatto successo all’Università della Tuscia, a Viterbo, dove insegnava chimica organica. È sempre stato vicino ai volti della sinistra oltranzista, ambientalista, massimalista, animalista, transfemminista e tutti gli altri “ista” di quest’area! Si dice che il posto in Università sia arrivato dietro raccomandazione di un amico parlamentare… Ad ogni modo, parla di continuità dell’Amministrazione, inzuppandola ogni tanto nella volontà di sradicare tutte le carreggiate e rimpiazzarle con alberi e tappeti colorati, altresì favorendo le macchine elettriche e ibride in tutta la zona del Comune. Se davvero lo facesse dove utilizzerei la mia Range Rover nero lucente? Non è un programma che io posso sostenere a ben vedere.
Ogni tanto, però, l’ho sentito parlare di temi a me cari. Per esempio, vuole aumentare le ZTL in centro. Niente male, riducendo le macchine nella strada sotto casa mia potrò finalmente parcheggiare davanti al portone, alla faccia di quei mascalzoni che solitamente mi rubano il posto auto. Il secondo candidato, invece, è il Cavalier Vivi, un noto imprenditore della nostra città: da generazioni la sua famiglia si occupa di pompe funebri e seppelliture. Di nobili origini, il padre fu capace di disperdere, al gioco, un patrimonio che faceva invidia da Frosinone a Latina. Suo nonno, prima ancora, durante la prima metà del novecento era…molto italiano, per così dire. Lo è stato per più di vent’anni, siccome la famiglia ha sempre coltivato, più o meno alla luce del sole, questa forte…italianità!
Ripete uno schema che già ho sentito più volte: aiutare le imprese per far arricchire il tessuto urbano (si, ma come?); intende riammodernare l’aeroporto cittadino, facendolo diventare l’hub più importante nel centro Italia (e chi ha tutti questi fondi per finanziarlo?). Anche lui, tuttavia, sa toccare dei tasti che animano dentro di me quella stessa pulsione che mi aveva portato a votare… come ho votato… al Referendum scorso. Tra uno sbadiglio e l’altro lo sento citare l’abbassamento delle addizionali IRPEF o l’aumento degli incentivi per comprare le case. C’è un altro punto che mi sembra assai interessante, riguarda la sicurezza: vuole istituire una serie di ronde cittadine (alcune perfino armate di spranghe e bastoni) che possano fare delle “passeggiate per l’ordine e la disciplina”.
Ebbene si, la mia Frosinone non è più quella di una volta. Ormai le strade pullulano di queste strane Baby Gang, che vandalizzano e vilipeggiano. Si aggirano continuamente per le strade, pensando di avere il totale controllo della città e impedendo alla gente per bene come me e il Bruttintrallazzi di poter passeggiare tranquillamente lungo le vie del Corso in tarda serata. Ho ancora vividi ricordi di quando ero piccolo io, c’era ordine e sicurezza! Negli anni ‘70, qui come a Roma o Milano, non volava neppure una mosca per le strade, tutti rigavano dritto.
Questi spinelli che adesso si moltiplicano come conigli ai miei tempi non erano affatto presenti. Sembra che a nessuno interessi. Il confronto continua, e i due candidati iniziano ad inasprire i toni. Alla mia sinistra, il Professor Alberelli continua a farneticare, sostenendo che sia importante integrare nel tessuto cittadino tutte le persone, straniere e non, che abbiano deciso di trasferirsi qui. Di conseguenza, dice che vada assicurato un alloggio a chi non può permetterselo, delle forme di assistenza direttamente dal Comune per far fronte alle varie spese e così via.
E alle sue continue alzate il pubblico schiaccia con degli applausi sonori. Ogni tanto anche il Cav. Vivi prova a rispondere, ma si vede che sul tema è in netto svantaggio. Quindi prova a rigirarsela: gli ricorda di quando il suo avversario era stato incastrato in una brutta faccenda riguardante delle cooperative che gestivano lavoratori agricoli. Come dimenticarsi di quella calunniosa faccenda, d’altronde, l’Avvocato che lo difendeva ero proprio io. Il PM, palesemente una toga rossa, contestava che gli stipendi fossero talmente bassi da essere considerati al pari di schiavismo, nonostante la paga ammontasse a 3 euro per ora lavorata: non so se mi spiego, ma sarebbero ben 6000 delle vecchie lire, neanche il mio primo stipendio era così alto!
Da quella brutta faccenda ne uscì del tutto indenne, grazie anche ad un aiuto (o due) da parte della mia ex moglie. Il Vivi, poi, di certo non è uno stinco di santo. La ditta di famiglia è salva per miracolo: tra il padre ludopatico e il figlio incompetente, non potrei definirlo altrimenti. Neanche lui è del tutto indenne da procedimenti penali per le bancarotte, mi ha raccontato il Bruttintrallazzi. Spesso il collega ha accennato qualche sua sventura, ma ho sempre tappato le orecchie dinanzi ai suoi pedanti discorsi.
Ritornando al comizio, adesso è proprio l’enfant prodige dell’imprenditoria a prendere la parola, e si sta scaldando anche lui. Afferma in continuazione che il volto cittadino si sia completamente trasformato, a causa della desertificazione e della fuga dei giovani verso Roma, Milano e Bologna. A sentire le sue proposte mi sembra solo che voglia incoraggiarlo. Tutto quel che propone sono sagre stagionali e un po’ di tasse in meno. Si vede che non è dotato di quella stoffa geniale che caratterizza chi, come me, si intende di politica dalla A alla Z.
Farnetica sulla costruzione di negozi di souvenir all’interno del Duomo e nelle sue vicinanze, vuole ergere un altro castello e intensificare le costruzioni nel punto più alto della collina. I toni cominciano a scaldarsi, si vede che entrambi sono appassionati al bene…della loro papabile carica, dunque lottano con le unghie e con i denti per accaparrarsi il Sacro posto. È il professore che si rivolge per primo al Vivi, iniziando ad imprecare con toni altissimi dicendo che sia un fascista, nostalgico di quando la sua famiglia davvero era un potentato locale. Alberelli è irriconoscibile. Tutti lo conoscono per essere una persona dall’animo mite, eppure sul palco sta sfoggiando il suo più completo vocabolario di insulti e vessazioni verso il suo avversario.
Il Vivi, però, fumantino com’è, di certo non rimane in silenzio. Dalla mia destra sento dire che il professore sia un rammollito e raccomandato, incapace di fare politica o di insegnare. Per giunta, mentre ancora sta finendo i suoi più astuti sproloqui, lo vedo avvicinarsi al professore con il pugno chiuso e lo sguardo incattivito. La situazione mi sta sfuggendo di mano: la polizia locale a stento riesce a trattenere le persone che cercano di assalire il palco, mentre da dietro il resto della platea si diletta nel lancio degli oggetti che trovano, più o meno grandi che siano.
Mi ricorda proprio quella sera in cui ero insieme al mio amico Bettino, e una folla compì l’ignobile gesto di lanciare delle monetine prima che lui entrasse in macchina. Che tempi… È del tutto inaccettabile, e una persona con lo spirito artistico e culturale del mio calibro non può sopportare a lungo queste spregevoli lamentele: è ora di intervenire! Mi alzo in piedi e decido che qui ed ora la storia della città cambierà: c’è bisogno che l’Avvocato Azzeccagarbugli scenda in campo.
D'altronde, Frosinone è la città che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti. In questo momento avverto che Frosinone ha bisogno di me, e io ho bisogno che Frosinone torni ad essere la gemma della Ciociaria e del Centro Italia. Lo posso fare, però, soltanto ad una condizione: né fez, né colbacco! Se s’ha da fare, questa discesa in campo deve segnare un punto innovativo nella storia non solo della città, ma anche del Paese. È fondamentale una proposta diversa dalle altre, un nuovo schieramento che superi la sinistra e la destra: il centro. Ebbene si, non si può pensare di risollevare lo spirito del Paese con queste due farlocche posizioni ideologiche che oggi si scontrano. E’ necessario che, chi abbia le competenze, prenda finalmente il comando nella cabina di regia.
Basta riempirsi la bocca con parole vuote! Frosinone ha già avuto in passato troppe delusioni, spesso partite dalla volontà dell’uno o dell’altro schieramento di rendersi popolari e ammiccanti. Noi nuovi sostenitori del centro non faremo quella fine: noi siamo professionisti, e in quanto tali non ci faremo trarre in inganno da chi, invece, desidera solo il male. Perché noi siamo europeisti, ma anche sovranisti e atlantisti rinnegati; siamo per la libertà di dialogo, ma sempre purché siano allontanati gli estremi; siamo per il garantismo, basta che non vengano a rubare i ladri a casa mia; e, infine, siamo democratici: abbiamo sempre ragione noi!
Su queste fondamenta si dovrà basare una proposta diversa e libera, una vera stoccata per chi desiderava solo il male della nostra amata città. Guardo soddisfatto il pubblico, so che con la mia geniale eloquenza li ho conquistati, mi vedo già seduto nella Giunta Comunale a dirigere i lavori. Anche mentre mi risiedo vedo i due candidati sbalorditi: sarà per la vistosa macchia sul mio fondoschiena oppure per la mia arringa pubblica? Me ne frego. Oggi si scrive la storia!
Ciononostante, nel pubblico ci sono un paio di persone non molto convinte. Una di queste è la vecchia professoressa di italiano delle mie figlie, che mi guarda intensamente con quello sguardo glaciale che durante i colloqui riusciva a farmi sudare freddo, come se lo studente fossi io. La sento ripetere la stessa frase, ad intensità sempre più alta, finché non capisco perfettamente: ci sono già altri 5 candidati sindaco che si sono autoproclamati del centro, io sono solo l’ennesimo nella mischia. Spingerò per l'alleanza, purché ne sia io il leader!
L’ Azzeccagarbugli, dalla (malsana) idea di Luca Pasquariello e Giuseppe Valluzzi, vuole satiricamente affrontare argomenti di attualità dal punto di vista del più famoso avvocato della letteratura italiana, immaginando come questi possa esprimersi ad oggi.
In questo numero abbiamo scelto di confrontarci con il voto dei giovani e con l’ambiguo atteggiamento degli adulti: pronti a liquidarne le opinioni come capricci, ma altrettanto rapidi a celebrarli come salvatori del mondo, spesso senza prendersi la briga di capire davvero cosa pensino.
Augurando una buona lettura, consigliamo vivamente di leggere il pezzo col sottofondo di Bad Bunny, un vago sapore di corna portoricane vi farà compagnia.
Carica un'immagineLa palafitta nasce dall’idea di volersi sopraelevare rispetto lo scorrere della trattazione mensile, rivolgendo uno sguardo ai nessi che sussistono fra il nostro presente politico, economico e sociale, e l’aspetto del nostro vivere che intendiamo scrutare attentamente ogni mese.
Nel mese di Maggio Nessi si concentra sul tema dell’identità. Come affermato nell’editoriale, l’identità rappresenta quel cumulo di radici e fondamenta in cui tutti, consciamente o inconsciamente, ci ritroviamo. Nella storia recente, si guardino i programmi politici come la gestione delle emergenze e delle crisi, è stato sfruttato un particolare significato di pathos: la percezione del vulnus che genera attaccamento emotivo verso qualcosa che (si ritiene) preesista a noi, ergo l’identità. Basti pensare al cameratismo, capace di creare un legame indissolubile fra due o più persone quando queste sono legate dalla paura, dall’odio o dalla conflittualità verso un agente esterno, e scaturente da un mero pretesto.
L’identità, però, non dovrebbe essere uno sterile punto di riferimento cui aggrapparsi per sfruttare un’ondata positiva, bensì un percorso in continuo mutamento che, però, ha bene a mente la storia “maestra di vita”.
Per questo l’identità, in tutte le sue sfaccettature, non può essere slegata dai problemi che quotidianamente tentiamo di risolvere.
793.629 euro. Questi sono i fondi ottenuti da Netflix per il documentario su Fabrizio Corona “Io sono Notizia”, finanziati dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli. Oltre le critiche e lo scalpore generale, visto il protagonista così controverso, l’attenzione va, però, rivolta alla Riforma Franceschini del 2016 tout court. Il “Tax credit cinema”, infatti, ha dimostrato nel tempo varie incongruenze, subordinando il finanziamento a criteri di eleggibilità vaghi e ampiamente discutibili, con un conseguente buco di bilancio da €600 milioni.
Il MIC, infatti, assegna un credito d’imposta per tutte le produzioni cinematografiche (piccole, medie o grandi imprese) per un totale minimo del 30% dei costi complessivamente sostenuti. Ebbene, quello che doveva essere un tentativo alquanto generoso di rilanciare il cinema italiano, si è tramutato in una sovrapproduzione che ha avvantaggiato il cinema estero, allettato dall’incentivo fiscale che la legge prevedeva. Unito all’assenza di un tetto alle risorse disponibili e l’ampia accessibilità al credito, il mercato è stato inondato da produzioni qualitativamente scarse, con risultati altrettanto negativi al botteghino.
È chiaro che la questione sia, inevitabilmente, “sfuggita di mano”. Oltremodo, se guardassimo i nostri vicini europei, si rimarrebbe delusi nello scoprire che gli incentivi cinematografici qui non sono assegnati per decisione ministeriale, bensì mediante delle valutazioni nel merito dello sceneggiato, nella specie, mirate ad agevolare la prosperità della piccola produzione nazionale. Un sistema, insomma, a differenza del nostro, che promuove davvero l’identità.
Il primo esponente di governo nella storia israeliana ad essere stato condannato per terrorismo ha ottenuto la sua rivincita politica: è il leader di Potere Ebraico e Ministro della sicurezza nazionale Ben-Gvir, che ha esultato alla Knesset dopo l’approvazione del disegno di legge che prevede la pena capitale per i palestinesi. La fattispecie? Uccidere un cittadino israeliano con l’intenzione di negare l’esistenza dello Stato di Israele. La legge è assolutamente coerente con la radicalizzazione trainata dagli esponenti messianici e, al contempo, rinnega i principi e i valori dello Stato di diritto di matrice europea.
L’impianto di equilibri edificato dalle democrazie occidentali si traduce in un diritto penale fatto di garanzie, precauzioni, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e che ambisce ad una giustizia riparativa in linea con il rispetto dei diritti umani. Sono gli stessi principi che Israele ha sottoscritto nelle leggi internazionali, ma che oggi sospende sdoganando forme estreme di punizione che possono creare precedenti pericolosi: la pena di morte su base etnica può essere un punto di non ritorno.
L’ultradestra religiosa tiene in ostaggio l’assetto liberaldemocratico, che arranca con le sue infinite contraddizioni. Il rischio è di sprofondare in qualcosa di indecifrabile, opposto e ostile alla missione del sionismo delle origini. In alternativa possiamo consolarci, credendo che questa legge sia frutto di un incidente di percorso, figlio di una condizione permanente di assedio, in cui per restare in piedi vale tutto, perfino rinnegare le fondamenta sulle quali si è costruita la propria esistenza.
Bandiera, da Treccani, è un “drappo, di varia forma e dimensione (...): simbolo di una nazione, di un partito, insegna di contingenti armati o di persone comunque raccolte per svolgere azione concorde”. Da quando, nel 1800, sono diventate un simbolo degli Stati organizzati, hanno acquisito un significato consolidatosi fino ad oggi. Dietro queste si schiera compatto un intero popolo, che si riconosce in una determinata forma, colore e dimensione. Banconote, edifici istituzionali, carte d’identità, documenti: dovunque sia necessaria una rappresentanza è presente.
Sono, ancor oggi, uno dei simboli dotati di maggiore pervasività, perciò richiedono uno studio accurato. Fin dal 1955, i cittadini europei sono abituati a convivere con un’altra bandiera rispetto a quella del loro Stato di appartenenza, dallo sfondo blu e con 12 stelle dorate poste in maniera circolare. Tutti la conosciamo, l’abbiamo vista fin dalla nascita e continueremo a vederla ancora a lungo. Non era, però, scontata la sua adozione: al momento della presentazione delle proposte, all’inizio degli anni ‘50, più di 150 progetti erano stati presentati, e ognuno di questi rappresentava un diverso animo: un’Europa parallela, vissuta da chi l’ha ideata e disegnata.
Ma se è stata scelta quella che oggi siamo abituati a vedere è proprio perché le stelle poste in perfetta simmetria riecheggiano la fratellanza e l’egualità dei popoli: al suo interno sono raccolte tutte le storie dei cittadini che qui vi hanno vissuto, ivi incluse le idee che le bandiere “sconfitte” volevano raccontare.
L’articolo 278 del codice penale sanziona con la reclusione da 1 a 5 anni chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica. La fattispecie in esame, posta a presidio dell’onore del Capo dello Stato, pone significativi problemi sotto il profilo relativo al bilanciamento da effettuare tra la rilevanza penale dei fatti concreti (da sussumere nella fattispecie astratta) e il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Benchè sia necessario prevedere una disposizione incriminatrice che tuteli l’onore e la dignità del Presidente della Repubblica, rappresentando questi l’unità e l’identità nazionale, questa non può travalicare il suo naturale scopo: tutelare il Presidente in quanto persona fisica, non solo in quanto detentore di una carica istituzionale.
La Corte costituzionale, pertanto, nella sentenza numero 20 del 1974 si è trovata ad interfacciarsi con il difficile bilanciamento tra i beni suddetti che vengono in rilievo, concludendo che sono sempre consentite le critiche inerenti all’operato del Capo dello Stato, sempreché esse non mutino in semplici condotte villipendiose. La punibilità andrebbe sì limitata solo alle condotte in cui la critica non rispetti nessun valore etico, morale e politico dell’istituzione cui si riferisce, al punto che le si neghi ogni prestigio.
In definitiva, la necessità di tutelare l’onore della più alta carica dello Stato richiede un quid pluris rispetto alle più semplici diffamazione e ingiuria, motivo per cui la pena risulta essere più alta. Tuttavia, come accennato in precedenza, nell’applicare la norma occorrerebbe pur sempre limitarne la portata soltanto alle condotte che ledano in concreto il bene giuridico tutelato, senza che essa costituisca uno strumento per orientare le opinioni manifestate (in maniera compiacente al potere), costituendo un significativo vulnus in una democrazia liberale.
Carica un'immagine[ Linee è la rubrica visiva di Zac. ]
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La rubrica in cui le nostre penne si scontrano: due tesi opposte, faccia a faccia, sullo stesso tema.



La montagna incantata di Thomas Mann è un capolavoro della letteratura mondiale. La trama segue Hans Castorp, un giovane ingegnere tedesco dalle prospettive mediocri. Il nostro protagonista si reca per tre settimane al sanatorio di Berghof, per fare visita al cugino malato, ma finirà per rimanerci per ben sette anni, catturato da un'atmosfera ipnotica e fuori dal tempo. In questo microcosmo alpino, il tempo si dilata quasi fermandosi, trasformando il sanatorio nel palcoscenico delle correnti ideologiche dell'Europa del tempo.
Tra le giornate mondane e tutte uguali Hans assiste al duello intellettuale tra Lodovico Settembrini, umanista fedele al progresso, e Leo Naphta, un ebreo convertito gesuita radicale e nichilista. Attraverso questi dibattiti a cui è praticamente costretto ad assistere e l'attrazione romantica, o quasi, per Clavdia Chauchat, il protagonista compie un viaggio di formazione tra malattia, amore e morte. La tubercolosi qui diventa una condizione dello spirito, lo specchio di una civiltà borghese ormai decadente e destinata ad infrangersi contro il fantasma della Grande Guerra che si avvicina. I pazienti vivono ogni giorno in modo statico, tra cure e riposi, ignorando la realtà della pianura; Mann usa questa paralisi per esplorare la fragilità umana, trasformando il sanatorio in un laboratorio in cui ogni certezza dell'Occidente viene messa in discussione.
Proprio per questo, un testo così distante da noi continua a parlarci con forza, poichè il concetto di “montagna” rivela che il Berghof non è poi così diverso dalle nostre camerette, dalle bolle dei rapporti sociali o da tutte quelle zone di comfort in cui spesso ci rintaniamo per rimandare le scelte cruciali, paralizzati dall'idea del domani. La celebre “posizione orizzontale” a cui sono costretti i malati è simbolo della tentazione della passività: in una società che ci impone performance costanti, l'idea di isolarsi dove il tempo sembra fermo possiede un fascino terrificante.
Mann ci mette in guardia sul fatto che la montagna incanta, ma rischia anche di anestetizzare la nostra volontà. Castorp matura attraverso questa esperienza, ma il vero cambiamento avviene appena la Storia bussa alla porta, costringendolo a scendere a valle per ritornare alla realtà; per noi giovani, leggere quest'opera oggi significa interrogarci direttamente sul presente, per capire se stiamo davvero agendo nel mondo o se siamo solo spettatori sul balcone della vita, fermi a guardare la nebbia che sale.
Nel 1955 Vladimir Nabokov pubblicò uno dei romanzi più celebri della letteratura contemporanea: Lolita. Lo scandalo fu tale da farne discutere ancora oggi, più di 70 anni dopo. Lolita racchiude le memorie personali di Humbert Humbert, professore russo trasferitosi negli Stati Uniti, scritte durante la sua permanenza in carcere in attesa del processo per omicidio. Omicidio di chi? Questo ancora non lo sappiamo, per arrivarci dobbiamo ricostruire con lui la sua vita, sin dall'infanzia. Il filo conduttore di tutta la narrazione è una perversione particolare del narratore, l'attrazione per quelle che chiama "ninfette": ragazzine preadolescenti con misteriose caratteristiche che rendono il loro fascino, esclusivo e insidioso, irresistibile a coloro che, come Humbert, sanno coglierlo.
La ninfetta protagonista di queste memorie è Dolores Haze, o meglio nota come Lolita. Quando Humbert la conosce ha solo dodici anni, ma tra i due inizia una storia passionale che trova il suo culmine in una fuga in giro per gli Stati Uniti. Lolita è una seduttrice che, consapevole dell'amore che Humbert prova per lei riesce facilmente a manipolarlo per ottenere tutto ciò che vuole. Il pover'uomo si rende spesso conto del potere che la ragazza esercita su di lui ma il suo amore non gli permette di comportarsi altrimenti. O almeno questo è quello che ci racconta lui.
In questa storia così coinvolgente si tende a dimenticare che a raccontarla è un narratore inattendibile, che cerca in ogni modo di giustificare le sue perversioni agli occhi dei lettori, ma anche ai suoi stessi occhi. Sta raccontando di come una ragazza, o meglio una bambina di 12 anni, sia stata colpevole di sedurre un uomo adulto e abbia accettato di partecipare a una fuga d'amore, lontana dalla sua casa e da contatti con i suoi coetanei. Leggendo tra le righe capiamo che queste assurdità sono frutto dell'immaginazione di Humbert, lui stesso di tanto in tanto si tradisce e rivela il malessere di Lolita: ci dice, tra le altre cose, che piange tutte le sere prima di addormentarsi, quando crede che lui non la senta.
Ciononostante ancora oggi il libro viene travisato e Lolita viene vista come questa seduttrice ammaliante, dipinta come una ninfa, ma una ninfa di dodici anni. Quella tra Lolita e Humbert è ancora considerata da alcuni una storia d'amore passionale, non di manipolazione e violenza verso una bambina che, sola al mondo, è costretta ad accettare sevizie sessuali. La celebrità dell'opera ha portato il nome Lolita all'interno del dizionario di molte lingue, con il significato di ragazza molto giovane che, con atteggiamenti sensuali e un aspetto precoce, suscita l'interesse e il desiderio di uomini maturi. Nell'immaginario comune Lolita è quasi la colpevole, è lei ad essersela cercata, ad aver sedotto il povero Humbert.
Lolita è ancora una volta l'esempio di come il racconto di un uomo adulto e con una posizione sociale solida possa mettere in secondo piano le sofferenze di una ragazza vittima di violenze.
Bildungsroman, pubblicato nel 1979 da Michael Ende, La Storia Infinita è un fantasy che può essere compreso a più livelli e che ci invita a fare della volontà la nostra linfa vitale, capace di difenderci dalla piattezza grigia della realtà.
Mentre il Nulla avanza e cancella Fantàsia, nel Mondo degli uomini sta prevalendo una logica utilitaristica, fondata sul profitto e la razionalità. I residui delle creature fantàsiche che il Nulla inghiotte sporcano le menti umane, non più disposte a desiderare (e, di conseguenza, a creare), trasformandosi in follie e illusioni.
In origine, la loro esistenza dava speranza all’uomo e di questa speranza loro stesse si nutrivano.
Il Nulla si collega direttamente alla mancanza di volontà; quando gli esseri umani perdono la capacità di immaginare un futuro diverso o di credere in qualcosa che vada oltre il visibile, la loro volontà si paralizza e consumano la realtà passivamente. Nel momento in cui nessun desiderio ha valore, si spegne la spinta a creare o a scegliere.
L’unico modo per fermare il Nulla è l’atto di volontà creativa, precluso all’Infanta Imperatrice ma possibile all’essere umano, la cui prerogativa è creare dal niente attraverso il desiderio. Poiché solo il nome giusto dà a tutte le creature e a tutte le cose la loro realtà, il primo atto salvifico di Bastiano Baldassarre Bucci è dare un nuovo nome all’Infanta Imperatrice, Fiordiluna.
Da quell’istante, di Fantàsia non rimane che il principio, vuoto e buio: saranno i desideri del protagonista a reinventarla da capo.
La sovrana è scomparsa, di lei resta solo l’Auryn, il suo medaglione-simbolo: chi lo indossa diventa suo rappresentante e viene protetto da ogni male. Sul retro l’iscrizione recita “Fa ciò che vuoi”, ma il suo significato si rivela oscuro.
In primis, Bastiano interpreta questo imperativo come un invito a seguire in maniera indistinta i suoi desideri. Sarà Graogràman, la Morte Multicolore, a rivelargli il vero significato di Auryn: è un monito a trovare la sua vera volontà, che potrà raggiungere solamente passando da un desiderio all’altro, fino all’ultimo.
I desideri sono inspiegabili, non si possono né evocare né soffocare a piacimento; nascono dalle profondità più remote del nostro animo, più nascosti di ogni altra intenzione, siano essi buoni o cattivi.
Nel corso della storia, Ende distingue i desideri distruttivi da quelli creatori sulla base degli effetti che questi provocano sulla realtà; quelli distruttivi, superficiali e deleteri, sono mossi in reazione a giudizi esterni (dunque non propri) e che implicitamente tendono a voler annullare la natura delle cose anziché migliorarla e valorizzarla: per Bastiano, desiderare di essere qualcun altro anziché cambiare se stesso.
Auryn esercita un potere ambiguo sull’uomo; gli fornisce il coraggio e la forza necessari per realizzare i suoi desideri, ma porta via un ricordo alla volta.
Le prime cose che il protagonista dimentica sono quelle che odiava di sé e che, nonostante non se ne rendesse conto, lo definivano. Sono le esperienze vissute, i pensieri sulla propria persona e ciò che la caratterizza a mettere in moto il desiderio. Se si cancella la propria storia, con quali occhi si guarderà avanti?
Più avanti nel racconto, Bastiano smette di desiderare, perché non possiede più ricordi che lo muovano e di conseguenza la ricerca verso la volontà s’interrompe. Il gruppo errante avanza ma non si sposta, si ritrova più volte davanti al medesimo punto: quando smette di esserci il motivo per mettersi in cammino, non si arriva da nessuna parte.
Nel suo delirio di onnipotenza da despota, egli individua la causa del suo insuccesso nei rapporti umani che intratteneva con i suoi compagni di viaggio. Non curandosi più di niente e di nessuno si sarebbe portato al di sopra di tutte le cose, diventando saggio. Scambia questo per il suo ultimo desiderio.
Ma non sono le persone che amiamo ad ostacolarci: ad un passo dall’autoproclamarsi imperatore saranno proprio i suoi amici a salvarlo.
Prima di lui, altri esseri umani avevano intrapreso lo stesso percorso e avevano perduto la strada verso la volontà ultima, dedicandosi alla presa di potere su Fantasia. Finiti i ricordi e i desideri non riuscirono mai più a tornare e rimasero nel limbo della Città degli Imperatori.
Non invecchiano, perché chi non ha più un passato non ha neppure un avvenire, e per loro nulla può cambiare, perché loro stessi non possono più cambiarsi. Di fronte a questa vista rovinosa, Bastiano utilizza i pochi ricordi e desideri che gli restano per tornare a casa.
Con un’identità praticamente azzerata, affronta gli impeti da cui tutti noi costruiamo la persona che siamo: la solitudine risveglia in lui il desiderio della comunità, che riesce a trovare negli abitanti sul Mare delle Nebbie; tra loro sperimenta la cancellazione del carattere individuale in favore di un’armonia collettiva e ciò gli fa venire voglia di essere visto per quello che era; la nostalgia dell’essere amato, che viene placata da Donna Aiuola, viene presto rimpiazzata dal desiderio di amare a sua volta, l’arché delle mille forme di gioia possibili. Questo desiderio lo aiuterà a ritrovare la strada di casa.
Ende ci suggerisce il ruolo cruciale che le passioni svolgono in questa ricerca proprio all’inizio del libro, descrivendone la natura come improvvisi e inspiegabili turbini di volontà. Forse ciò che amiamo, e come l’amiamo, ci definisce: sono le passioni le chiavi che ci conducono alla nostra identità autentica.
Carica un'immagine“Il giardino delle vergini suicide” diretto da Sofia Coppola nel 1999 è un film che esplora il dolore e il suicidio attraverso la vicenda di un gruppo di sorelle. La vita di queste viene sconvolta con il suicidio della sorella minore, Cecilia, che durante una festa organizzata dai genitori si getta dalla finestra. Le sorelle Lisbon vengono notate da un gruppo di ragazzi che sembra percepire il loro senso di solitudine, e sarà proprio dal punto di vista di uno di questi che verrà narrata la loro storia.
Il culmine avviene quando dopo il ballo scolastico, Lux non rientra a casa, risvegliandosi abbandonata da uno dei ragazzi in un campo sportivo. Ciò porta i genitori, già rigidi e poco permissivi, a far vivere le sorelle in totale isolamento, portandole una dopo l’altra a compiere l’estremo gesto.
Sofia Coppola presenta tematiche delicate e profonde attraverso una fotografia fatta di colori pastello e luci, evidenziando un ossimoro con quanto viene trattato. Questa tecnica fa percepire quasi come paradossale ciò a cui assiste lo spettatore, il quale si ritrova a oscillare tra la compassione per gli eventi narrati e il godimento estetico per il lato visivo.
L’estetizzazione del dolore è un tema centrale della filosofia di Nietzsche, che ritiene l’esistenza del mondo possa essere giustificata esclusivamente come fenomeno estetico. Il dolore non è qualcosa che va rifuggito, ma va trasformato in opera d’arte. L’arte ha dunque il compito di calmare l’animo e fuggire il terrore dell’esistenza. Per Nietzsche il dolore è la radice stessa della vita, nulla ha un senso e una volta che ne prendiamo atto, se ci lasciamo coinvolgere troppo da questa consapevolezza, rischiamo di cadere nella più profonda angoscia. L’impulso dionisiaco allora accetta la sofferenza come necessaria alla vita, mentre l’apollineo crea un ‘velo’ di apparenza davanti alle cose che trasforma il caos in armonia contemplativa.
Allo stesso modo nella tragedia greca esisteva il concetto di κάθαρσις, una liberazione o purificazione dal dolore che lo spettatore può provare quando assiste alla messa in scena di vicende dolorose. Così la rappresentazione della sofferenza insita nell’esistenza umana diventa motivo di piacere, derivante dalla consapevolezza della partecipazione di ogni essere umano al medesimo destino.
La Coppola usa lo stesso meccanismo quando mette in scena la storia della famiglia Lisbon. Quello che fa la regista non è infatti romanticizzare il suicidio bensì, come i tragediografi antichi, liberare lo spettatore dalle passioni attraverso la vista della condizione umana. Il dolore delle sorelle viene trasformato in arte attraverso i dialoghi, le scenografie curate, la colonna sonora e la fotografia impeccabile. Ogni singola scena è volta a trasmettere un messaggio preciso secondo diversi livelli di significato. La società degli anni settanta e la rigidità familiare, l’oggettificazione maschile, la crudeltà e il lutto, non sempre superabili.
La scena prima del ballo è un vero e proprio museo di significati. Quando il signor Lisbon scatta la foto alle figlie, la posa assunta da ognuna di esse indica il modo in cui si toglieranno la vita. Questa sottigliezza e delicatezza nel rimandare al tema centrale della pellicola è ciò che colpisce di più della regista, la quale non lascia nulla al caso. Il gesto estremo nel finale del film ci rimanda al tragico destino dell’essere umano che si fa sopraffare dal pensiero di morte, per evadere così dal dolore della vita. La storia delle sorelle Lisbon è però resa immortale con questa pellicola, trasformando il lutto in un piacere estetico.
Questo film dunque non rappresenta solo una narrazione della difficoltà dell’adolescenza femminile come può risultare a una prima lettura, ma una trasposizione cinematografica di ciò che allieta l’animo umano pur tenendo a mente la tragicità di quanto presentato.
È il 28 febbraio del 1978. L’auletta di Montecitorio è gremita di facce democristiane, di parlamentari, di gerarchi. Si discute del governo di solidarietà nazionale a guida Andreotti che nascerà di lì a breve. Le voci sono tante: confuse, promettenti, diverse. Bartolomei, Piccoli, e poi, alla tribuna si avvinghia un uomo che parla turbinosamente; quell’uomo è Aldo Moro, e quelle parole saranno tra le ultime che pronuncerà. Si barcamena tra esortazioni e inviti quando ad un certo punto dice:
“Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà. [...] Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi.”
Ecco, per noi quest’editoriale potrebbe anche finire qui, perché ogni sillaba, oltre quelle appena riportate, rischia di essere di troppo.
Sono parole essenziali perché ci ricordano che se il mondo brucia tocca a noi spegnere questo fuoco e trovare nel caos l’alternativa migliore tra quelle possibili. E se queste non ci sono, ci tocca immaginare un mondo diverso e inventarne di nuove, con le nostre mani, con le nostre voci.
“Scegliere” è un verbo che abita gesti quotidiani e straordinari allo stesso tempo, e il mondo, giorno per giorno, ce ne svela le tracce: nel sudore e nelle voci stanche (ma affamate) degli operai e degli studenti italiani, spagnoli e francesi. Nella resistenza del popolo palestinese e di quello ucraino. Nel piatto che abbiamo sotto il naso e nelle scene colorate che scorrono sulle televisioni.
E sarebbe bello poter chiudere gli occhi per riaprirli quando tutto sarà migliore. Ma il domani non potrà esistere se oggi non avremo il coraggio di scegliere e di costruire l’alternativa.
Vi auguriamo una buona lettura, La Redazione di NESSI
Carica un'immagineLa modernità ci ha dato infinite possibilità e, raramente, ci ha insegnato a sopportarne il peso. Søren Kierkegaard chiamava questa sensazione vertigine, evocando il paralizzante senso di smarrimento che nasce quando ci si scopre liberi di scegliere. Ogni decisione, anche la più banale, richiede lo stesso gesto silenzioso di rinunciare a tutte le altre alternative, a tutte le altre vite che restano sullo sfondo, non vissute.
Cerchiamo dunque di conoscere la nostra portata; siamo qualche cosa e non siamo tutto, scriveva Blaise Pascal. L’uomo porta dentro di sé un desiderio di infinito che nessuna realtà concreta riesce davvero a colmare, aumentando la percezione che una sola vita non sia sufficiente.
Deriva forse da qui il bisogno di vivere simbolicamente più storie possibili, quasi nel tentativo di sfuggire alla nostra condizione di esseri finiti.

In uno dei suoi testi più celebri, Jorge Luis Borges immagina una biblioteca nella quale convivono tutti i libri già scritti dall’uomo e quelli che verranno.
È un’architettura che seduce e, insieme, spaventa. La promessa di trovare la risposta definitiva al senso della nostra esistenza si scontra subito con la certezza che nessun individuo avrà mai il tempo di percorrere quella vastità, trasformando la meraviglia per ciò che esiste nel peso soffocante di tutto ciò che ci resta precluso.
Come scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, la vita accade una volta sola e, proprio per questo, non offre prove generali. Non sapremo mai cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto un’altra strada, un altro amore, un’altra città, un’altra versione di noi stessi. Ed è forse questa l’origine più profonda della nostra inquietudine: l’impossibilità di sapere se, altrove, saremmo potuti essere più felici. Queste possibilità nascoste, seppure non abbiano conosciuto la luce, ci appaiono spesso più luminose della realtà stessa, proprio perché non ci deludono né si consumano, ma restano sospese nella forma perfetta della possibilità.
Non so dire se si tratti di insoddisfazione o del vecchio inganno dell’erba del vicino che sembra sempre più verde. O, ancora, se si tratti di una società che ci ha resi schiavi delle nostre scelte, facendoci credere che ogni decisione debba essere ottimizzata e che l’errore non sia più contemplato. Già nella critica alla società moderna, da Marx in poi, emerge l’idea di un individuo sempre più immerso in sistemi che trasformano anche la vita quotidiana in qualcosa da misurare, confrontare e rendere produttivo.
E forse questa logica, che affonda le sue radici nella sfera del lavoro e della produzione, oggi si è estesa fino a colonizzare anche le scelte più intime. Oppure, più semplicemente, un simile tormento non deriva dall’esterno, ma, come sosteneva Kierkegaard, è una caratteristica intrinseca alla natura stessa dell’uomo. Se l’uomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe angosciarsi. Poiché è una sintesi, egli può angosciarsi, e più profonda è l’angoscia, più grande è l’uomo.

Il significato figurato della parola paralisi, da vocabolario, indica l’arresto totale di un’attività o di un complesso di attività, stasi nelle normali funzioni di qualche cosa. Eppure, la vita non si arresta in attesa della decisione perfetta. A renderne chiaramente il senso è Kierkegaard quando immagina un capitano sul ponte della propria nave, sospeso nel momento della scelta prima di una battaglia. Mentre l’uomo riflette, la nave continua ad avanzare e, lentamente, il tempo sottrae alla scelta la possibilità stessa di essere compiuta. Così, mentre cerchiamo la decisione giusta, il tempo continua a decidere per noi. Il destino dell’uomo è nell’uomo stesso, ricorda Sartre. Il significato delle nostre vite è nelle nostre mani a tal punto che anche se non scelgo, scelgo comunque.

È qui che la paralisi rischia di trasformarsi nella colpa più grande verso la propria esistenza, quella che Dante Alighieri riserva agli ignavi nell’Antinferno. Coloro che vissero sanza 'nfamia e sanza lode, rifiutandosi di prendere una posizione, vengono lasciati fuori sia dal Cielo, che dal profondo dell’Inferno. Nel rifiuto della scelta, Dante scorge la rinuncia all’umanità stessa, definendo spietatamente quanti si astengono come esseri che mai non fur vivi.
Ci culliamo nell’illusione che l’attesa custodisca il nostro futuro, dimenticando che ogni giorno speso a non scegliere non fa che consumarlo. Non stiamo tenendo le porte aperte su mondi possibili, stiamo soltanto restando fermi sulla soglia di stanze che non abiteremo mai, mentre lo spazio intorno si rimpicciolisce. Alla fine, il punto non è mai stato evitare di sbagliare, ma non arrivare troppo tardi a vivere.
Carica un'immagineQuanto siamo davvero liberi di scegliere? Molti si sono posti questo interrogativo: alcuni hanno basato intere rivoluzioni su questa riflessione, mentre altri hanno solo cercato una risposta. D’altronde la formulazione del problema stesso crea un pensiero che ci allontana dalla non-scelta, il conformismo, il comportamento della grande massa. Nei secoli, i pensatori hanno cercato di stabilire quale sia il meccanismo della scelta. Weber teorizza una scelta “razionale” basata sulla relazione tra mezzi e scopo.
Tanto più una scelta umana è razionale, tanto più è comprensibile e prevedibile. Questa scelta mai potrà essere pura, ma sempre inscritta in una forma di razionalità storicamente determinata. Bourdieu, d’altro canto, sostiene la scelta come frutto dello scontro tra quello che, secondo il parere di altri, per noi sarà possibile e impossibile, inserendo la nostra decisione in una pre-assegnazione condizionata. La struttura sociale in cui ci troviamo non determina con certezza il nostro agire individuale, ma lo condiziona: gli esseri umani in quanto dotati di creatività godono di una certa libertà di agire.
Seguendo questa linea di pensiero, qualunque sia il segreto dietro alle decisioni di ciascuno, rimane certo che la nostra storia è fatta di scelte proprie ed altrui. Scelte d’amore, di passione, di successo, di redenzione, scelte impulsive o meditate, scelte sagge o folli. Molte di queste scelte sono rimediabili, ma non irreversibili: la narrazione storica del passato e la glorificazione del presente ci portano a pensare di essere sempre più liberi (soprattutto) di scegliere, quando in realtà si sono solamente ampliate le possibilità di decidere dove non esercitare le proprie scelte.
Veniamo costantemente influenzati e condizionati dall’ambiente in cui scegliamo di esprimere la nostra libertà: chi si oppone al pensiero unico, spesso associato alla sinistra progressista, combatte la cosiddetta woke culture ma rimane fermo sui dogmi tradizionali, sposando solamente un altro tipo di monocultura ideologica. Chi invece si definisce alternativo, tenta di fuggire dal comportamento della massa, esercita il proprio dissenso contro l’ortodossia dei grandi costrutti sociali, finendo spesso per conformarsi ad una massa più piccola ancora in cerca di una propria identità.
Coloro che effettuano la scelta si sentono sempre diversi, percepiscono la loro stessa volontà decisionale come una peculiarità e cercano di esaltarla, ma agli occhi degli altri le pecore nere sono poche. Queste pecore nere sono coloro che non hanno potuto scegliere di appartenere al gregge. Alcuni sono vicini a noi, come i malati negli ospedali, i mendicanti sotto i porticati, i tossicodipendenti fuori dalla stazione, i pazzi dei paesini.
Altri li vediamo solamente dietro ad uno schermo, per pochi secondi: i bambini sotto le bombe, i perseguitati, gli schiavi in miniera, le vittime di catastrofi climatiche, esseri umani esattamente come noi ma che vivono in povertà assoluta. Loro ai nostri occhi non hanno potuto scegliere perché non si decide in quale continente nascere o da quali genitori, sotto quale regime o in quale corpo. Nemmeno noi abbiamo potuto farlo, ma loro sono semplicemente i meno fortunati, e noi, anche se non lo diciamo mai ad alta voce per vergogna o presunzione, i più fortunati.
È forse per questo motivo che la società disapprova con tanta rabbia e giudizio chi sceglie stili di vita alternativi? Ci appare insensato quando una persona abbiente per fortuna o per merito decide di regredire ad una vita più semplice, magari priva di eccessive comodità e ricchezze. E ci appare allo stesso modo insensato quando una persona giovane è priva di idilliache aspirazioni e non sogna di possedere il mondo. Nessuna villa con piscina o macchina accattivante, nessun successo sportivo, nessuna Barbie o Ken.
Perché qualcuno dovrebbe desiderare queste cose? Viviamo nella bolla di ciò che abbiamo sempre visto e sperimentato, di quello che la televisione prima e i social poi ci hanno fatto sognare: soldi, fama, bellezza. Non siamo a conoscenza delle alternative, e questo ignoto ci spaventa. Ci illudiamo però di averle già comprese, perché i social ci sbattono in faccia i contenuti più disparati che siamo convinti di desiderare da quando abbiamo accettato l’algoritmo come oracolo della nostra informazione e conoscenza.
L’algoritmo, tuttavia, non crea uno spazio di scelta: passivamente accettiamo ciò che ci mostra di sua iniziativa o il ventaglio di opzioni sempre personalizzate che risultano dopo una nostra ricerca; nella costante vaghezza dei suoi contenuti non sappiamo mai con precisione cosa vogliamo vedere. Accettiamo l’onniscienza dell’algoritmo perché abbiamo metabolizzato la verità dietro al suo funzionamento, ovvero la compravendita spietata dei nostri dati personali, che abbiamo scelto di regalare alle aziende di Big Data da quando abbiamo aperto Internet per la prima volta.
Dal momento in cui però queste informazioni circolano sui server e non possiamo più farci niente, perché non sfruttare la funzione primaria dell’algoritmo, ovvero selezionare contenuti personalizzati apposta per noi? Non sappiamo scegliere perché sui social la possibilità non ci è mai stata data. È diverso da sintonizzarsi su un canale della televisione sapendo di guardare quel programma o andare in biblioteca con solamente l’iniziale del cognome di un autore.
E allora, a partire dal campo dell’informazione, come pretendiamo di essere liberi di scegliere se non esistono nemmeno più gli spazi, privati e comuni, per esercitare le nostre scelte liberamente? Abbiamo smesso di combattere per avere questi spazi poiché oltre a quelli virtuali, anche negli spazi fisici esercitare le proprie scelte diventa sempre più difficile. In realtà non è mai stato facile, solo che prima eravamo più rassegnati. Ora siamo convinti di essere liberi di scegliere su tutti i fronti, soprattutto quelli espressivi della nostra singolarità come persone, ma dopo aver messo piede fuori dalla nostra stanza ci accorgiamo di avere il mondo contro, a prescindere dal tipo di libertà che stiamo cercando di esercitare.
Forse è per questo che gli oppressi sfilano senza paura ai gay pride, ballano per strada alle street parade o si barricano nelle zone autogestite, per non sentire il mondo contro nel momento in cui esercitano liberamente le proprie scelte. Dov’è, oggi, che non veniamo giudicati? Siamo liberi di scegliere, ma non impunemente. Viviamo nell’ombra del giudizio su come siamo vestiti, acconciati, truccati o decorati da tatuaggi e piercing, per dire le più banali.
Veniamo convinti di poter scegliere perché nella nostra contemporaneità tutto appare possibile. Infine però, paghiamo le nostre scelte con il peso di quel giudizio che prima o poi arriva sempre, nei momenti più disparati, dalle persone che non ti aspetti. La società è legge, gli altri sono giudici, il tempo è carnefice. La risposta più ovvia a tutto ciò è la fuga. Non può essere fisica perché sarebbe una scelta troppo grande, con molte conseguenze, perciò fuggiamo nella nostra mente.
Quando non esercitiamo le scelte che vorremmo fare, seduti su un treno che non vogliamo prendere, diretti in un luogo dove non vogliamo andare, guardiamo fuori dal finestrino e immaginiamo. Ci immaginiamo sotto una palma in un’isola caraibica, o ad ammirare qualche panorama mozzafiato dall’altra parte del mondo. E se siamo veramente stanchi delle nostre non-scelte andiamo ancora più lontano con l’immaginazione, dove il mondo non può raggiungerci; sfrecciamo su un’astronave dall’altra parte della galassia o cavalchiamo in una terra fantasy medievale. Desideriamo di poter avere quell’alternativa, di poter fuggire in quei luoghi impossibili. Il treno però prima o poi si ferma e ci riporta sui binari delle nostre scelte, passate e presenti.
Avanzando nel futuro, le alternative a nostra disposizione si riducono sempre di più. Lo spazio fisico a disposizione di ciascuno diminuisce e aumenta quello espressivo, saturando i luoghi di confronto ed informazione con milioni di pensieri che nessuno riuscirebbe a sintetizzare. Queste alternative, tuttavia, esistono ancora, risiedono nei nostri desideri e aspirazioni, schiacciate nel tempo dall’aspettativa sociale e dal conformismo, ma mai davvero cancellate dalla nostra mente. La casa sull’albero che tutti fin da piccoli avremmo voluto è la perfetta rappresentazione del nostro spazio alternativo, il luogo dove da sempre abbiamo immaginato le nostre scelte. Non è mai tardi per costruire una casa sull’albero, un luogo sicuro. È ancora possibile farlo anche se non siamo più bambini.
“Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci viene dato”. - J.R.R. Tolkien
Carica un'immagineSettembre 2035. Quando Marta esce dalla stazione di Bologna Centrale sono quasi le dieci di sera e l’aria sotto i portici è ancora ferma. Ha diciannove anni, uno zaino, una valigia troppo grande e diciassette annunci per delle stanze salvati sul telefono. Luca la aspetta all’angolo di via Carracci con il badge del Tecnopolo ancora alla cintura. Lavora lì da qualche anno e abita in Bolognina, abbastanza vicino da muoversi quasi sempre in bicicletta. Lei dormirà sul suo divano finché troverà una stanza.
Negli annunci Marta guarda per primi il prezzo, i minuti dalla facoltà e l’aria condizionata. La terza voce avrebbe fatto sorridere sua madre quando studiava a Bologna, mentre nel 2035 pesa quasi quanto una camera senza finestra. Negli ultimi giorni di agosto, quando aveva fatto le prime visite, Bologna era sciolta da un’ondata di calore e per buona parte della giornata il termometro restava intorno ai 40 gradi.
La prima stanza che le piace davvero è luminosa, affaccia su un cortile e dista meno di quindici minuti di bicicletta dalle aule. Nel portone ci sono sei cassette per le chiavi dei bnb e due turisti stanno cercando di capire quale aprire. Marta sale al terzo piano, ascolta il proprietario, guarda di nuovo la finestra e poi sente il prezzo. Poco più di mille e cento euro al mese. Più condominio. Bollette naturalmente escluse.
La sera apre il riepilogo preparato dal suo assistente AI, che durante le visite ha ordinato automaticamente gli appartamenti per prezzo, distanza dall’università, spese previste e caratteristiche della stanza. Marta scorre le alternative e aggiunge una domanda che nessun assistente può risolvere al posto suo: “C’è posto per me a Bologna?”
Questa storia può ancora cambiare
La Bologna appena descritta potrebbe esistere nel 2035. Per capire da dove nasce, bisogna tornare al presente, quando è ancora una possibilità e alcuni dei segnali che potrebbero condurvi sono già visibili. La singola da oltre mille e cento euro che Marta visiterà tra nove anni nasce da un’ipotesi costruita a partire dai prezzi di oggi, quando una stanza a Bologna viene offerta attorno ai seicento euro. Il mercato non indica ancora una direzione univoca. I portali registrano valori e tendenze diverse, mentre i contratti effettivamente registrati mostrano canoni inferiori agli annunci. Anche la Bolognina, spesso evocata come possibile frontiera della gentrificazione, nel 2026 resta sotto la media cittadina. Il rischio esiste e l’esito resta aperto.
Anche le cassette per le chiavi che Marta trova nel portone hanno già una storia. Uno studio pubblicato nel 2026 conta a Bologna 6.666 annunci Airbnb attivi nel 2024 e descrive un’offerta sempre più professionale, con gli host maggiori che controllano quasi un quarto degli alloggi.
Nello stesso periodo il Tecnopolo consolida il proprio ruolo nell’intelligenza artificiale con IT4LIA e viene preparato un nuovo sistema di calcolo dedicato. Studenti, turismo e nuovi lavoratori possono quindi esercitare pressioni diverse sullo stesso mercato abitativo. Anche la storia di Luca nasce da qualcosa che esiste già. Nel 2025 il Comune ha messo a disposizione venticinque alloggi inutilizzati, distribuiti in cinque comuni dell’area metropolitana, affinché imprese ed enti possano destinarli a dipendenti trasferiti. Sono pochi rispetto al mercato, e proprio per questo interessano chi prova a leggere il futuro. Un segnale debole può apparire così, abbastanza piccolo da passare inosservato e abbastanza nuovo da suggerire una direzione.
Cassette per le chiavi, studentati, proteste per gli affitti, alloggi destinati ai lavoratori e Tecnopolo appartengono tutti al 2026. Nel 2035 potranno essere diventati elementi ordinari oppure deviazioni temporanee. È questa distanza tra ciò che osserviamo e ciò che potrebbe derivarne a rendere utile il foresight.
Mettere il futuro sul tavolo
Si parte dall’horizon scanning, l’osservazione sistematica dei cambiamenti che attraversano politica, economia, società, tecnologia, ambiente e regole. Alcuni fenomeni hanno già una direzione e diventano trend, altri agiscono su tempi più lunghi come megatrend, altri restano segnali deboli. Il lavoro consiste nel cercare relazioni tra elementi separati e individuare le incertezze capaci di modificare davvero il futuro esplorato.
La futures literacy aggiunge un’altra competenza. Ogni scelta contiene un’idea implicita del domani. Costruire uno studentato presume nuovi studenti, investire nell’intelligenza artificiale nuove attività e professionalità, lasciare un appartamento sul mercato turistico la continuità di quella domanda. Rendere visibili queste immagini permette di discuterle prima che diventino edifici, contratti e prezzi.
Quattro Bologne possibili
Per passare dai segnali agli scenari, bisogna ordinare i dati e le informazioni attuali secondo due incertezze. La prima riguarda l’attrattività di Bologna, che può crescere oppure indebolirsi. La seconda riguarda la capacità di governare l’housing attraverso offerta accessibile, recupero degli immobili inutilizzati, studentati, regole sugli affitti brevi e trasformazioni urbanistiche. Incrociandole emergono quattro futuri possibili per Bologna, e vediamo come Marta potrebbe viverle.
Nel primo futuro Bologna ha aumentato la propria attrattività senza riuscire a governare con la stessa intensità la questione abitativa. Il Tecnopolo ha creato un’opportunità infrastrutturale senza precedenti, attirando investimenti, imprese e lavoratori da molti Paesi, mentre università e turismo hanno continuato a portare nuove persone in città. L’offerta di case cresce più lentamente della domanda e la stanza che piace a Marta supera i mille e cento euro.
Lei trova una soluzione fuori città. Ogni mattina il prezzo più basso si trasforma in un’altra valuta, quarantadue minuti all’andata e quarantadue al ritorno. Luca resta vicino al Tecnopolo grazie a un reddito più alto e a un sostegno abitativo legato al lavoro.
Nel secondo futuro l’attrattività di Bologna si è indebolita e anche il governo dell’housing è rimasto limitato. Parte degli investimenti tecnologici si è concentrata altrove, il turismo si è stabilizzato e la domanda dei fuorisede è diminuita. La pressione sul mercato si è ridotta senza una stagione significativa di investimenti sul patrimonio abitativo. Marta trova una stanza intorno ai seicento euro. Il palazzo aspetta una ristrutturazione da anni, due camere di fronte sono vuote e la facilità con cui ha trovato casa convive con una città meno dinamica e vivace, dove si incontrano meno studenti, meno nuovi lavoratori e meno persone arrivate da fuori, e anche gli spazi quotidiani sembrano perdere parte della loro mescolanza.
Nel terzo futuro la città ha investito con decisione sull’housing, mentre l’attrattività attesa si è rivelata più debole. L’amministrazione ha programmato nuovi studentati, recuperato immobili e predisposto servizi per una crescita che negli anni successivi ha rallentato. Marta entra in una residenza nuova, ben isolata dal caldo e con una grande sala studio, ma molte stanze restano sfitte. Luca attraversa aree progettate per accogliere più imprese e lavoratori di quanti ne siano poi effettivamente arrivati. Anche una politica costruita guardando avanti può sbagliare misura quando le ipotesi su cui si fonda smettono di reggere.
Nel quarto futuro Bologna è diventata ancora più attrattiva, mentre le politiche abitative hanno accompagnato la crescita. L’amministrazione insediata nel 2027 ha dato centralità all’housing, recuperando appartamenti inutilizzati, ampliando l’offerta accessibile e inserendo la casa nelle trasformazioni delle aree più esposte alla nuova domanda. Il Tecnopolo continua ad attirare investimenti e professionalità, mentre una quota maggiore della crescita trova spazio nella città.
Marta trova una stanza sotto gli ottocento euro e raggiunge l’università in bicicletta. Luca continua a lavorare al Tecnopolo e a vivere vicino al quartiere in cui ha costruito le proprie abitudini. I due cenano spesso insieme. La crescita della città non ha cancellato la possibilità di abitarla, e la sua attrattività continua a tradursi in incontri, servizi, lavoro e vita urbana senza trasformare la casa in una soglia d’ingresso riservata a pochi.
Dal racconto alla strategia
Nessuna delle quattro storie cerca di indovinare il 2035. Servono a mettere alla prova le decisioni del presente. Nel 2027, mentre le quattro Bologne sono ancora possibili, chi entrerà a Palazzo d’Accursio dovrà scegliere quali politiche abitative avviare prima di sapere quale combinazione di attrattività e pressione sulla casa si realizzerà. Gli scenari diventano così uno strumento di lavoro per discutere oggi gli effetti che quelle scelte potrebbero produrre negli anni successivi.
L’amministrazione può partire dal futuro che vuole rendere possibile, una Bologna capace di attrarre studenti, imprese e lavoratori mantenendo accessibile la possibilità di abitarla, e procedere a ritroso attraverso il backcasting. Si ricostruiscono le condizioni da raggiungere nel 2032 e nel 2030 fino alle decisioni da avviare oggi. Recupero degli immobili sfitti, studentati, edilizia accessibile e regole sugli affitti brevi possono poi essere messi alla prova nei quattro scenari per individuare le strategie robuste, quelle che conservano utilità anche quando cambiano le condizioni esterne.
Restano infine gli indicatori sentinella, pochi segnali da seguire nel tempo per capire quale Bologna sta prendendo forma. Il prezzo delle stanze, il tempo necessario per raggiungere università e luoghi di lavoro, la presenza di appartamenti turistici, gli alloggi vuoti e le trasformazioni dei quartieri più esposti alla nuova domanda possono segnalare un cambio di direzione. Quando i segnali cambiano, anche la strategia può essere corretta. È qui che il foresight diventa pianificazione strategica, rendendo esplicite le ipotesi prima che un piano diventi troppo costoso da cambiare.
Settembre 2035, di nuovo
Marta è seduta sul pavimento della stanza che alla fine ha scelto e Luca le scrive per chiederle se quella sera ceneranno da lei. Potrebbe vivere a quindici minuti dall’università oppure a quarantadue minuti di treno, pagare poco più di seicento euro oppure il doppio, abitare in un edificio recuperato oppure in una residenza costruita per una domanda che poi non è arrivata. Quando risponderà, molte delle decisioni che rendono possibile quel sì saranno già state prese.
In una delle quattro Bologne Marta può rispondere subito e mettere l’acqua sul fuoco. In un’altra controlla l’orario del treno regionale. In un’altra ancora la cena si fa nella cucina comune di uno studentato quasi vuoto. Sono gesti minuscoli che raccontano dove finiscono politiche abitative, trasformazioni economiche e scelte urbanistiche quando entrano nella giornata di qualcuno.
Prima di rispondere a Luca, Marta riapre la nota creata dal suo assistente AI durante i primi giorni di ricerca. In fondo resta ancora la domanda che aveva scritto lei. La risposta avrà una storia lunga, fatta di scelte pubbliche e private, investimenti, regole, rinunce e occasioni colte per tempo. È quella storia che il foresight prova a rendere visibile quando esiste ancora lo spazio per cambiarla.
Marta e Luca sono personaggi di finzione. I fatti e i dati che attraversano la loro storia derivano dalle fonti disponibili fino al 2026. Le situazioni ambientate nel 2035 appartengono agli scenari costruiti nell’articolo e rappresentano possibilità, non previsioni certe. Gli scenari partono da dati osservabili, tendenze documentate e ipotesi esplicite, quindi esplorano futuri plausibili senza pretendere di prevederli.
Carica un'immagineLo abbiamo sentito spesso nell’ultimo decennio da tutte le opposizioni, il ricorso massiccio ai decreti legge è ormai divenuto una costante dell’azione di Governo in Italia. Quale strumento utilizzato da tutte le forze politiche parlamentari, il dibattito nazionale ha sempre conosciuto la denuncia da parte di questa o quella coalizione circa i rapporti fra Parlamento, Governo e attività legislativa. Non troppo tempo fa, infatti, l’attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in opposizione al Governo Draghi, denunciò i presunti abusi della decretazione d’urgenza.
La questione, ça va sans dire, è stata, altresì, strumentalizzata nell’ultima legislatura da parte del cosiddetto Campo Largo, che ciclicamente lamenta l’ingente utilizzo di questi strumenti per la produzione normativa, aggiungendo qua e là qualche richiamo al ritorno del fascismo autoritario.
Si badi bene, il decreto legge è uno strumento essenziale, poiché logicamente non tutte le situazioni possono essere risolte con la gravitas che il procedimento parlamentare richiede. Entrambi i rami, infatti, sono soggetti ad un’analoga regolamentazione sia per prerogative che per funzioni, con leggere differenze per elettorato attivo e passivo. Sostanzialmente, Camera e Senato sono caratterizzate da una forte e permeante omogeneità politico-istituzionale.
A tale scopo, l’art. 70 della Costituzione richiede che l’attività legislativa ordinaria sia compiuta collettivamente dalla Camera dei Deputati e dal Senato, secondo quel modello di bicameralismo perfetto che ci contraddistingue in tutto il mondo.
Le proposte o disegni di legge sono presentati rispettivamente alla Camera o al Senato, dopodiché la palla passa alle Commissioni Parlamentari, in genere formate per assicurare una rappresentanza proporzionale delle forze politiche in Parlamento e che, nelle ipotesi più comuni, agiscono in sede referente. In questa sede si compie l’istruttoria volta a certificare i vari interessi in gioco e si redige una relazione per l’Assemblea.
La discussione viene integrata da pareri di altre commissioni o valutazioni da parte di esperti, associazioni di categoria e altri rappresentanti di interessi particolari: tutte le parti sociali possono essere interpellate per concorrere alla formazione legislativa.
Il fulcro e il successo del metodo democratico si ammirano proprio da questo lento processo. Solo mediante questo lento passaggio rimane viva la garanzia che possa trovare attuazione la composizione di interessi che è preminente nello svolgimento dei compiti più importanti per la Repubblica.
Una volta approvato dalla Commissione il progetto giunge nell’Assemblea, dove sarà votato. Lo stesso identico testo necessita, a questo punto, il voto dell’altro ramo del Parlamento, in virtù del bicameralismo perfetto. Nel disegno originario dei padri costituenti questo schema rappresentava la più efficace garanzia affinché le oscenità commesse durante il fascismo non si ripetessero, vista la difficoltà di ottenere un duplice voto di assenso da entrambe le Camere in casi di gravi violazioni delle regole dello stato di diritto.
Quel che rappresenta il successo della Democrazia può, però, essere anche una minaccia laddove ci siano circostanze che non ne permettano l’ordinaria attuazione. A tal proposito giova la previsione dell’art. 77 della Costituzione, laddove prevede quale mezzo straordinario, collegato a requisiti di necessità ed urgenza, il decreto legge. Come poc’anzi affermato, i padri costituenti non celavano affatto la necessità di prevedere delle deroghe alla regolare attività in caso di condizioni emergenziali.
In isolati casi, seguendo la ratio costituzionale, il Governo può agire mediante atti aventi forza di legge sottoposti a una limitazione dell’efficacia in 60 giorni, al termine dei quali il provvedimento dovrà essere convertito in legge ordinaria da parte di entrambi i rami del Parlamento.
I caratteri di necessità e urgenza, i veri criteri guida per l’adozione di questa particolare forma legislativa, devono essere preminenti e vincolanti, quindi devono emergere immediatamente dalla motivazione che ha portato all’emanazione dello stesso e dai relativi concreti provvedimenti attuativi.
Allo stesso tempo, però, per loro natura i criteri non sono suscettibili di una predeterminazione astratta, tantomeno legislativa. L’apprezzamento adottato dal Governo circa la straordinarietà dovrà, dunque, assumere un carattere assolutamente politico-discrezionale, tale da far sorgere una responsabilità (una sorta di accountability di tipo politico) in capo all’Esecutivo.
Tuttavia, non è nuovo il problema della non corretta aderenza ai criteri individuati dalla Costituzione: circa dagli anni ’80, infatti, la Corte Costituzionale osserva e denuncia il progressivo allargamento delle maglie rispetto ai due criteri cardine.
Esattamente da questo spiraglio, allora, si sono insinuati i vari problemi che circondano questo complesso istituto, e che nelle ultime legislature ne hanno giustificato l’abuso. L’utilizzo disinvolto, se non giustificato da alcune comprovate esigenze, rischia di rendere il Decreto-Legge un ordinario strumento di governo, con evidenti ricadute sulla separazione e bilanciamento fra poteri. Secondo Fondazione Openpolis, anche sulla base dei dati pubblicati nel luglio 2026 dall’Osservatorio della Camera dei Deputati sull’attività parlamentare durante la XIX legislatura, il Governo Meloni ha emanato 140 decreti-legge, con una media di quasi 3 al mese e dei picchi tra i 6 e gli 8.
Nonostante su questo aspetto si fosse registrata una forte opposizione da parte di Fratelli d’Italia nelle precedenti legislature, in verità questo Esecutivo ne ha emanati poco meno di quanti non ne fossero stati emanati sotto gli Esecutivi Draghi e Conte II.
La grave situazione si rileva, difatti, anche nella qualità della produzione legislativa del Parlamento, che per la XIX legislatura registra un peso delle leggi di conversione dei decreti-legge pari a circa un terzo del totale di quelle approvate (120 - circa 35%, dati della Fondazione Openpolis).
Su un piano parallelo va aggiunto che, sempre secondo gli stessi dati, 257 delle 340 leggi approvate siano di iniziativa governativa (75,6%), a prova della maggiore tendenza dell’Esecutivo a farsi carico della propulsione dell’attività legislativa.
Il problema, però, non attiene esclusivamente alla sfera quantitativa della produzione, bensì anche a quella qualitativa. Innanzitutto, la prassi odierna ha conosciuto l’utilizzo di decreti che avessero ad oggetto una serie eterogenea di settori, in modo tale da poter affrontare tutte le esigenze sospinte dalla cronaca giornalistica e, al contempo, accelerarne l’intervento.
Questi rientrano nella classificazione dei decreti-legge c.d. “Omnibus”: nonostante il dettato costituzionale imponga che il testo del decreto abbia contenuto specifico ed omogeneo, sono frequenti casi in cui sotto l’egida della singola emergenza, vera o ampliata che sia, sono agganciate una serie di norme che afferiscono a settori quanto più variegati possibile.
Gli esempi sono molteplici sicché, sempre secondo i dati raccolti dalla Fondazione Openpolis, nella legislatura in corso sono 58 gli atti legislativi di questo tipo (si vedano il c.d. decreto milleproroghe, il decreto accise o il decreto lavoro 2026).
La prassi governativa conosce, purtroppo, altre forme tramite cui viene eluso il dettato costituzionale: non possono essere sottaciuti i casi in cui, in virtù degli stretti tempi di conversione e della rapida risposta che si intende dare a una popolazione sempre più interconnessa, l’Esecutivo vuole evitare a tutti i costi una mancata conversione tramite i c.d. “decreti minotauro”.
Questa nuova forma di decreto-legge fa sì di assorbire i contenuti di altri decreti che altrimenti non verrebbero convertiti in tempo dal Parlamento, permettendo una nuova valutazione senza che, però, l’atto normativo formalmente perda i suoi effetti.
Tuttavia, il vero nocciolo della questione, ciò che rende il disinvolto utilizzo di questa tipologia normativa ancora più inaccettabile, consiste tutto nella difficoltà, da parte del Parlamento, di valutare gli atti così presentati. A colpo d’occhio si capisce quanto sia difficile esaminare secondo il normale iter, pur sempre nell’orizzonte temporale di 60 giorni, gli atti così estesi, di conseguenza l’analisi potrà essere soltanto sommaria, senza la considerazione degli interessi di tutte le istanze sociali.
Allargando le maglie delle materie oggetto di un provvedimento normativo, diviene complesso, nel periodo di conversione da parte di entrambe le Camere in legge ordinaria compiere una corretta analisi dei criteri di necessità e urgenza, nonché del merito dei provvedimenti da approvare, specie alla luce dello spessore tecnico di alcune materie legiferate.
In aggiunta, logiche del tutto differenti regolano, nei due rami del Parlamento, diversi aspetti dell’iter di conversione, quali, ad esempio, il perimetro di ammissibilità degli emendamenti o la previsione di tempi per la conclusione dei lavori di conversione. I percorsi, tutt’altro che omogenei, seguiti da Camera e Senato, quanto al vaglio di ammissibilità degli emendamenti ai disegni di legge di conversione, stanno a testimoniare della difficoltà che il Parlamento, a causa delle asimmetrie del bicameralismo, incontra anche soltanto nel disegnarsi un ruolo univoco e ben definito nei procedimenti in questione.
In sintesi, il Parlamento viene svuotato della sua potestà legislativa, divenendo sempre più difficile compiere una deliberazione all’interno del processo democratico di formazione delle leggi. Il monito è stato, per giunta, rilanciato dalla Corte Costituzionale dallo scorso decennio a questa parte, osservando che la legge di conversione, quale atto normativo a competenza funzionalizzata e specializzata, proprio poiché rivolta unicamente a stabilizzare gli effetti del decreto-legge, è limitatamente emendabile, potendosi aprire solo a disposizioni coerenti con quelle originarie dal punto di vista materiale o finalistico.
Dunque, alla congenita diminuzione della democraticità della decisione parlamentare, la limitata possibilità di presentare emendamenti, si aggiunge anche il chiaro vincolo che questi possano avere, pur sempre concorrenti all’indirizzo politico del Governo. In molte di queste ipotesi è la fretta a guidare l’azione di governo, prodotto dell’indiscutibile necessità di dare risposta immediata a casi di cronaca o sensazioni generali di gravi assenze dello Stato.
A tal proposito, è interessante evidenziare come la stessa frenesia che rende repentina la risposta finisca per dimostrarsi vana e inefficace: all’introduzione rapida di un decreto-legge fanno spesso seguito lunghe stasi e intervalli, date dall’assenza dei decreti attuativi.
Una volta promulgata una legge, questa solo in apparenza è capace di spiegare subito i suoi effetti siccome spesso (circa il 50% dei casi) si rendono necessari atti secondari che ne precisino i margini. Si è valutato, difatti, che già solo la normazione primaria prodotta nel primo anno della legislatura corrente necessitasse più di 300 decreti attuativi, per una somma totale di 500 se si considerano anche gli atti che derivano dalle precedenti legislature e che ancora necessitavano attuazione.
Ancor oggi i Ministeri sono impegnati con l’adozione dei numerosi decreti: si stima che solo due terzi di quelli necessari siano stati attuati (1098 su 1630), mentre i restanti siano ancora in fase di studio e predisposizione. Un problema analogo a quello dei decreti “minotauro”, ossia l’eccessiva limitazione dei tempi di valutazione da parte del Parlamento, trova una maggiore espressione nella procedura di approvazione della legge di bilancio.
Secondo il dettato costituzionale e normativo, la sua presentazione è competenza esclusiva del Governo, il quale secondo un calendario ben dettagliato (accordato a livello UE) deve compiere una serie di atti preliminari che porteranno all’approvazione del dettato da parte delle Camere.
Il momento più importante, quello in cui si entra nel vivo della discussione politica, è nella fase di presentazione al Parlamento. La presentazione del progetto di legge ogni anno vede un’alternanza tra Camera dei Deputati e Senato, pur sempre richiedendo l’analisi e l’approvazione del testo da parte di entrambi i rami entro il 31 dicembre di ogni anno. La mancata approvazione entro questa data comporterebbe l’esercizio provvisorio del bilancio, imponendo, quindi, di eseguire solo la spesa già approvata nel bilancio dell’esercizio precedente.
Ma è chiaro che questo non è l’unico effetto. La mancata approvazione del bilancio può significare una crisi politica, vista la stasi del Parlamento nel compiere un’attività così importante, ma anche un segnale negativo per i mercati, vista l’impossibilità per lo Stato di compiere nuovi investimenti.
È un atto che geneticamente presenta difficoltà, nonostante la sua frammentazione in una serie di documenti e, come se ciò non bastasse, ogni anno la presentazione avviene sempre con più ritardo da parte dell’Esecutivo. Questo ha prodotto, unitamente alla contrattura temporale in cui è richiesta l’approvazione, un sostanziale monocameralismo alternato: annualmente una Camera discute ed esamina fedelmente gli emendamenti presentati (anche se sul punto si potrebbe aprire un lungo capitolo circa i maxiemendamenti governativi), mentre l’altra si ritrova a dover approvare il testo senza che sia stato possibile compiere un qualche tipo di analisi.
È chiaro come in questa sede, sotto lo sguardo di tutti, sia vanificato il dettato costituzionale. Nel 2019 la stessa Consulta ha denunciato il suddetto problema: a seguito di un ricorso presentato da alcuni senatori del Partito Democratico relativo all’ingente compressione nei tempi per l’esame parlamentare, nell’ordinanza che pronuncia l’inammissibilità del ricorso segnala altresì che l’approvazione dei disegni di legge attraverso il voto di fiducia apposto su un maxiemendamento governativo sia una prassi che preclude “una specifica e congrua deliberazione sui singoli aspetti della disciplina” e, aggiunge, impedisce “ogni possibile intervento sul testo presentato dal governo”.
Nel 2020 la Corte arriva a conclusioni simili, e nulla fa pensare che la situazione sia mutata. Il problema risulta quindi molto ampio, e la grave emorragia che la democrazia rappresentativa avverte è stata acuita dalla sconfitta civile che ha rappresentato la vittoria del referendum costituzionale sul taglio dei membri del Parlamento del 2020.
Ad una contemporaneità che richiede maggiori azioni specifiche, più competenze e studio, il taglio della rappresentanza parlamentare dei cittadini ha comportato una diminuzione della manodopera utile ai fini del lavoro di produzione normativa, impedendo di capovolgere la grave situazione rappresentatasi.
Ad un’opinione pubblica sempre più sensibile ai gravi risvolti geopolitici e di politica economica non fa da contraltare un’adeguata attenzione al metodo democratico. Le notizie internazionali, accompagnate da quelle di cronaca interna, vengono amplificate dai mezzi di informazione sempre più capillari e vicini agli elettori. Un fenomeno isolato, nonostante non sia supportato da rilevanti conferme statistiche, viene rimbalzato dai notiziari finché il caos non arrivi a creare una paura in chi ascolta.
La paura agita, sprona a chiedere alla politica una risposta ferrea, in modo tale che il problema si risolva immediatamente. Lo sforzo che dobbiamo compiere, allora, è anche quello di proporre un’alternativa e, personalmente, l’unica che ad oggi risulta essere perseguibile è quella di abbandonare l’idea di avere due Rami con i medesimi poteri e prerogative.
È una crisi nell’intera forma di Governo e nella struttura in cui questo si articola. Un problema insolito, ma che si sta specchiando in altri paesi del Vecchio Continente. In altre parole, si può scorgere che l’abuso degli atti aventi forza di legge emanati dagli esecutivi, così come la forzatura di determinate regole processuali, stressando oltremodo lo spirito costituzionale, possano rappresentare elementi fisiologici qualora in un dato ordinamento gli elementi condizionanti della forma di Governo non riescano a garantire un efficiente funzionamento della stessa.
Si va così certamente ad aumentare, da un lato, il ruolo propulsore dell’Esecutivo quale “comitato direttivo” della maggioranza parlamentare; dall’altro, sempre meno si assicura che in seno alle assemblee rappresentative si esplichi un salutare confronto tra le diverse posizioni, condizione necessaria per l’esercizio della funzione legislativa.
Calando il discorso nel nostro ordinamento, la situazione per il Governo appare ancora più paradossale in virtù della larga maggioranza di seggi in Parlamento di cui gode. Altresì, va chiarito che la protrazione dell’immutabilità del nostro sistema legislativo, politico e sociale sia solamente un danno, e non si può certamente ritenere che questo sia un vulnus scovato nelle recenti legislature.
Dal contesto primorepubblicano sono rimasto sempre affascinato da due figure: Montanelli e Minoli. Dal primo ho imparato la vera arte del capire il sentimento popolare e tradurlo in testi sempre rapidi e precisi. Del secondo, invece, ho sempre ammirato il modo di condurre del suo programma di punta, «Mixer». In due puntate ancor oggi reperibili su YouTube viene intervistato il socialista Claudio Martelli, allora Ministro di Grazia e Giustizia e braccio destro di Craxi (puntate del 1982 e 1987).
Il vicesegretario del PSI in entrambe le puntate richiama all’attenzione su un dato ancora attuale e, ahimè, oggi non udito. Con una lungimiranza ammirabile riconosce che nel futuro prossimo la sfida principale sarà quella di riformare le istituzioni, e in particolare lo stesso Parlamento.
Era la prima metà degli anni ’80, molti dei nostri genitori ancora frequentavano le scuole medie o il liceo, eppure un Ministro della Repubblica avvisava che i risvolti tecnologici dell’epoca rendevano necessario migliorare e ottimizzare i processi decisionali, per far sì che l’attività parlamentare stessa non soccombesse dinanzi all’esigenza di avere rapide e specifiche decisioni. Qualcun altro temeva il possibile abuso della decretazione d’urgenza e di quella delegata, contrariamente a quanto richiederebbero i processi decisionali in una liberaldemocrazia a trazione costituzionale. Difatti la profezia si è subito abbattuta sull’attività legislativa, senza distinzione di colore fra i vari Governi che abbiamo potuto vivere sulla nostra pelle o semplicemente analizzare dai libri di storia.
Nulla si è fatto per evitarlo. Nel periodo di maggiore crisi, la forza politica crescente nei sondaggi, il Movimento 5 Stelle, preferiva urlare all’apertura del Parlamento come una scatoletta di tonno, ignorando le gravi lacune che gli slogan potevano lasciare dietro di sé.
Anzi, si è proceduto con dei machete populisti al taglio dei parlamentari e alla distruzione della credibilità e onorabilità di questa istituzione.
Carica un'immagineÈ il 1956 quando la famiglia di Maricarmen Abascal prende per la prima volta in affitto l’appartamento di Calle Alcalde Sáinz de Baranda, nel quartiere Retiro di Madrid. Da allora sono passati 71 anni. Settantuno anni nella stessa casa, quella in cui Maricarmen ha trascorso praticamente tutta la sua vita adulta e nella quale sono morti anche i suoi genitori. Una casa che, nel tempo, è diventata molto più di un semplice luogo in cui abitare: è diventata parte della sua storia.
Il contratto originario era stato stipulato dal padre e successivamente era passato alla famiglia. Si trattava di uno dei vecchi contratti di renta antigua, caratterizzati da canoni particolarmente bassi e da una maggiore tutela per gli inquilini. Maricarmen pagava circa 500 euro al mese. La situazione cambia quando l’immobile passa nelle mani di società immobiliari e viene messa in discussione la possibilità per Maricarmen di continuare a vivere nell’appartamento alle medesime condizioni.
In un primo momento il contratto viene mantenuto, ma successivamente la proprietà sostiene che il diritto della donna a proseguirlo sia terminato e propone un nuovo canone molto più alto. Le cifre riportate nelle diverse ricostruzioni non coincidono perfettamente: si passa da una prima richiesta di circa 1.600 euro mensili fino a cifre vicine ai 2.650 euro. In ogni caso, si tratta di somme molto lontane dalle possibilità economiche di Maricarmen, la cui pensione si aggira intorno ai 1.400 euro al mese.
La questione arriva quindi davanti ai tribunali. Uno dei nodi principali riguarda la possibilità per Maricarmen di subentrare nel vecchio contratto dopo la morte dei genitori. La normativa spagnola stabilisce condizioni e limiti precisi per la successione nei contratti di questo tipo. In alcune circostanze la tutela può essere estesa anche in relazione alla disabilità dell’inquilino, ma nel caso di Maricarmen la percentuale riconosciuta era del 50%, mentre la soglia prevista dalla disposizione considerata nel procedimento era superiore al 65%.
Il Tribunale Supremo spagnolo conferma così la possibilità di porre fine al vecchio contratto. Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda segue un percorso preciso e arriva a una decisione. Ma una sentenza, soprattutto quando riguarda una casa, non esaurisce necessariamente tutte le domande che una storia può porre. La vicenda di Maricarmen suscita infatti una forte reazione nell’opinione pubblica spagnola. Attorno alla sua storia si mobilitano associazioni, vicini di casa e movimenti per il diritto all’abitare, che chiedono che alla donna venga consentito di rimanere nella propria abitazione.
Uno dei passaggi più significativi arriva con l’intervento delle Nazioni Unite. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali chiede alla Spagna di sospendere lo sfratto oppure di garantire a Maricarmen una soluzione abitativa adeguata. L’intervento, però, non interrompe automaticamente il procedimento. Dopo diversi rinvii e tentativi precedenti, il 23 settembre 2026 lo sfratto viene eseguito. Quel giorno, davanti all’edificio, si radunano centinaia di persone nel tentativo di impedire che Maricarmen venga allontanata dalla sua casa.
Tra loro ci sono attivisti del movimento degli inquilini, vicini e altri cittadini accorsi per sostenerla. Le forze dell’ordine intervengono per permettere alla commissione giudiziaria di procedere con lo sfratto e si verificano momenti di tensione e scontri con alcuni manifestanti. Maricarmen viene infine portata fuori dall’abitazione su una barella e trasferita all’ospedale Gregorio Marañón. Anche il Comune di Madrid, nel frattempo, sostiene di aver cercato una soluzione alternativa, proponendo alla donna diverse possibilità abitative.
Secondo l’amministrazione, alcune di queste proposte erano state rifiutate e, dopo lo sfratto, era stata presa in considerazione anche una sistemazione in una struttura residenziale. Ma proprio qui emerge una delle questioni più profonde di tutta questa storia: che cosa significa davvero offrire un’alternativa? Una nuova abitazione può essere, dal punto di vista materiale, un tetto sopra la testa. Ma può davvero essere considerata equivalente alla casa in cui una persona ha vissuto per 71 anni?
È possibile mettere sullo stesso piano un appartamento qualsiasi e il luogo nel quale sono trascorsi quasi tutti i momenti più importanti della propria vita? Per Maricarmen, evidentemente, no. Dopo lo sfratto, la donna sceglie inizialmente di stare presso alcuni familiari invece di accettare la sistemazione proposta dal Comune. Poi, pochi giorni dopo, arriva un nuovo sviluppo. Il 29 settembre 2026 Maricarmen raggiunge un accordo con la società proprietaria Urbagestión.
Viene previsto un nuovo contratto della durata di otto anni, con un canone non superiore al 30% dei suoi redditi netti. Una cifra che dovrebbe aggirarsi nuovamente intorno ai 500 euro al mese. Dopo essere stata sfrattata, Maricarmen potrà quindi tornare nella sua casa. Ed è forse proprio questo il punto da cui questa storia smette di essere soltanto una vicenda giudiziaria e immobiliare e diventa una questione che riguarda tutti noi. Il caso si inserisce nella crisi abitativa che sta vivendo oggi la Spagna, ma, a mio avviso, racconta anche un problema più ampio.
Al di là della correttezza giuridica delle decisioni prese, questa vicenda ci porta a chiederci quale valore attribuiamo a una casa quando, oltre a essere un bene economico, rappresenta una parte così importante della vita di una persona. La storia di Maricarmen è struggente anche perché riguarda una donna di 87 anni che, al momento dello sfratto, deve essere portata via in barella. Ma proprio la sua fragilità rende ancora più evidente una questione che riguarda potenzialmente molti altri: quanto può essere considerata realmente libera una scelta quando una delle alternative significa abbandonare il luogo che abbiamo chiamato casa per gran parte della nostra vita?
Forse è proprio qui che il titolo di questa storia acquista il suo significato: la casa come scelta. Quando la possibilità di scegliere dove costruire la propria vita viene meno, diventa inevitabile interrogarsi su che cosa intendiamo davvero per diritto all’abitare. La vicenda di Maricarmen ci pone quindi davanti a un’altra domanda: quali priorità vogliamo dare come società? Quanto spazio lasciamo al valore economico degli immobili e quanto, invece, al valore umano e sociale che una casa può avere?
Io una risposta non ce l’ho. E forse non dovrebbe esserci una risposta semplice. Mi chiedo però quanto questa storia parli di tutti noi. Perché oggi riguarda una donna di 87 anni a Madrid, ma potrebbe riguardare chiunque si trovi, prima o poi, a dover scegliere tra ciò che può permettersi e il luogo che considera casa. E mi colpisce anche il ruolo avuto dalla mobilitazione. Le proteste non hanno impedito lo sfratto del 23 settembre, ma la vicenda non si è conclusa quel giorno.
Pochi giorni dopo è stato raggiunto un accordo che permetterà a Maricarmen di tornare nella sua abitazione. Questo non significa che un singolo caso possa risolvere una crisi abitativa o cambiare da solo un sistema complesso. Mostra però che l’attenzione pubblica e la partecipazione collettiva possono contribuire a riportare una questione privata al centro del dibattito pubblico. Forse è questo l’aspetto che più mi colpisce: una storia nata da un contratto e da una questione economica è diventata una domanda collettiva.

Che cosa vogliamo privilegiare nelle nostre comunità? In ogni caso, oggi Maricarmen può tornare nella sua casa. E mi auguro che possa sentirsi almeno un po’ fiera di quella che è stata la sua conquista. Perché, al di là della sua storia personale, quella casa può rappresentare qualcosa anche per molte altre persone: l’idea che abitare non significhi soltanto avere un tetto sopra la testa, ma anche poter continuare a sentirsi parte del luogo che abbiamo scelto di chiamare casa.
L’articolo è stato concluso prima della notizia della dipartita della signora Maricarmen Abascal.
Carica un'immagineDi fianco ad un letto ingabbiato tra due pareti che sembrano restringersi, troppo piccolo per essere considerato matrimoniale, alle ore 7:51 romba il suono di una sveglia. A spalancare gli occhi è un uomo di stazza, età, ambizione e ceto medio, subito accecato dalla bruttezza lacerante di chi ha acceso la luce, la moglie.
Alle porte una giornata che sembra persa ancor prima che inizi, un calvario segnato da una routine cucita al millimetro, la stessa di molti altri uomini in altri minuscoli trilocali: due pedalate in cyclette per fingere di contrastare la latente obesità, un sorso di un caffè da poter perforare l’esofago e conseguente bisogno di abbeverarsi, barba con doppio rasoio, lavata di ascelle, bacino all’orripilante figlia conseguito dopo un attimo di sdegno.
Poi caffè e latte, pettinata ai capelli, spazzolata ai denti, corsa in bagno. Camicia. Calza. Altra calza. Scarpa. Altra scarpa. Infine un autobus, afferrato al volo. Quest’uomo si chiama Ugo Fantozzi, di professione fa il ragioniere e di lavoro si fa caritatevolmente passare le carte dagli altri impiegati della Megaditta, stando piegato su una scrivania a fare ghirigori e a vagare con la mente.
L’alba di quella mansione di un’utilità nettamente superiore a quella di un chirurgo è scandita da una corsa per timbrare il cartellino, quasi olimpionica e da svolgere senza aiuti da casa, ed il tramonto da un’altra, alle cinque del pomeriggio, per sgusciare da una cella, provare un attimo d’illusorio sollievo, e ritrovarsi in un’altra.
Orca dei timori e delle false speranze di Fantozzi e di tutti quelli che sguazzano nella bolgia dei plancton è il Mega Direttore Galattico: un’entità talmente ricca e potente da essere astratta e della cui reale esistenza sono infestate le voci di corridoio.
Il suo ufficio è arredato solo con sedie di pelle umana e acquari di dipendenti estratti a sorte, che hanno avuto la benedizione di vincere la più ambita delle lotterie. Fantozzi è il primo degli zerbini, ben contento che su di lui si squassino le scarpe dal fango tutti, ed anzi, grato di avere l’incredibile possibilità di poterne leccare le suole e di poter offrire in omaggio anche l’altra guancia per un sonoro schiaffo.
È un atleta di umiliazione, un emarginato, che non solo subisce il sistema ma ne è ingranaggio: oppresso da chiunque abbia abbastanza forza vitale da far male ad una mosca ed oppressore degli unici due personaggi che non ne hanno, la moglie e la figlia, sulle quali può permettersi di esercitare il brivido di una pseudo autorità decadente da ex padre padrone.
È l’italiano medio ed in quanto tale è un allenato perdente: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto campionati di calcio, fiducia in chi governa, capacità d’acquisto della lira; l’elenco potrebbe protrarsi ancora di molto.
È emblema dell’uomo infelice, a cui qualcuno (o magari la televisione) aveva promesso che una macchina fiammante avrebbe ridato fuoco al sangue ghiacciato nelle vene, o che una vacanza in qualche posto patinato avrebbe inebriato di nuovo ossigeno i polmoni.
Si ritrova invece intrappolato in un’esistenza grigia, che assomiglia più ad un plico di burocrazia fatto di compitini da svolgere che ad una vita da vivere. Della sua storia sembra non aver avuto la volontà di scrivere neanche una virgola, come sottolineato dall’aspetto raccapricciante della Pina e di Mariangela, bruttissime in quanto non scelte e forse anche perché buone. E allora Fantozzi arranca passo dopo passo nell’unico modo possibile, cioè tragicamente, e dopo il dolore la burla, dovuta dal fallimento della corsa verso la realizzazione di ridicoli desideri iniettati dal consumismo.
Eppure non smette di lottare, per rimanere almeno plancton, avere ancora qualche fattezza umana, non di rifiuto organico, e non scambierebbe realmente questa battaglia a cui è affezionato per qualcos’altro. Per Ugo non esistono alternative, e quelle che ci sono sono forse ancora più misere ed illusorie: sogna di rimpiazzare la sua “curiosa creatura domestica”, la Pina, con un altro “mostrino”, la Silvani, donna più appetibile ma volgare e sfruttatrice: un’altra minestra ma pur sempre minestra.
Fantozzi è un Sisifo che trascina il macigno del sistema, della mediocrità, ha le spalle rotte dalla fatica e la pelle consunta dal sudore, ma del peso sembra non avere coscienza, se non in rari momenti, in cui scoppia a piangere “dignitosamente” in un qualche angolino riservato.
D’altra parte è l’unica via per non soccombere totalmente ed essere ridotto in poltiglia. Oggi quella marcia mortificante chiamata vita appare paradossalmente quasi come un sogno: una macchina minuscola ma di proprietà, uno stipendio che anche se di ultimo livello mette cibo in bocca e testa al caldo a tre persone, un lavoro insignificante ma pur sempre retribuito ogni fine mese, un contratto che supera la soglia dei sei mesi di prova gratuita.
Possibile che le nuove generazioni come la nostra siano arrivate a bramare la nuvoletta grigia che spara sempre pioggia e l’ufficio condiviso con altre decine di tizi della stessa specie? E di quel ragionier Fantozzi cos’è rimasto?

Qualcuno pensa che non sia mai esistito, che sia solo un sussurro, ma la verità è che dopo una sola ora dalla sua scomparsa tutti hanno smesso di chiederselo. Ma quel signore con il bavero sempre in testa non è caduto nella buia voragine dell’oblio, o meglio, forse proprio quell’individuo singolo Ugo Fantozzi nato negli anni ’30 è ormai quasi solo una brace, ma il “fantozziano” no, quello è fenice.
Cambia le piume, ma continua a rigenerarsi. E l’attuale Silvani è un’influencer ricoperta di filtri, a cui abbiamo legittimato il “potere” concedendole visibilità; il Calboni è quello che, grugnendo in maniera più glamour, è riuscito a fregare le chiavi per portare qualche ragazza fresca nel privé di un qualche disco marcia di provincia.
Il Mega Direttore Galattico potrebbe essersi smaterializzato in strani congegni chiamati “mercato” o “algoritmo”, ma la sua voce messianica continua a sedurre, e non sia mai che manchi un crocifisso anche nell’ufficio virtuale. E tutti noi stimabili che siamo ancora catturati dall’altra parte del romanzo o della pellicola sghignazziamo un’altra volta pensando che il destino di quell’ometto paffuto non sia riservato a noi, non rendendoci conto di essere a nostra volta Sisifi che pellegrinano spalla a spalla con lui. Magari con un misero granello di quella che non so se si possa definire furbizia o vigliaccheria riusciamo pure a rifilargli il nostro macigno.
Pensiamo così di essere salvi, senza accorgerci che il fiato è ancora corto, la salivazione rimane azzerata, e che le gambe non si sono mai fermate, continuando a muoversi verso una condanna ineluttabile. E in sottofondo udiamo delle risate, che prima sono timidamente trattenute, poi piano piano iniziano a scoppiare sempre più fragorosamente, fino ad essere assordanti: sono quelle del ragioniere Ugo Fantozzi.
Carica un'immagineIl caposaldo della dignità umana e della sua sacralità è il libero arbitrio, grazie al quale ogni uomo può decidere gli scopi del proprio agire e del proprio pensare. La scelta individuale è lo spazio in cui l’essere umano ha la possibilità di muoversi e calarsi nel mondo: senza ciò cessa di essere una persona. Di fatto, l’esistenza del libero arbitrio, mosso unicamente dalla volontà, sgombera il campo dalla possibilità che le nostre scelte siano il mero risultato dei rapporti causa-effetto che regolano il cosmo, come contemplato dal determinismo.
L’ultima parola l’abbiamo sempre e soltanto noi, ma talvolta il concetto di libero arbitrio si rivela piuttosto labile: non sempre riusciamo a stabilire con chiarezza fino a che punto la scelta sia nostra o quanto sia risultato di pensieri gregari che ci ha trasmesso la società. Nel romanzo Arancia meccanica, Burgess esplora i limiti che incontra la scelta quando si confronta con la morale. Alex, il protagonista, si autodefinisce un’arancia meccanica quando comprende il reale funzionamento della cura a cui si è sottoposto; si rivede nell’immagine evocata dalla propria espressione: un organismo vivente snaturato dall’interno.
Privato del libero arbitrio, ha smesso di essere una creatura capace di una scelta morale ed è stato ridotto a mero meccanismo conformato alle imposizioni calate dall’alto. Il romanzo vuole essere un manifesto sull’importanza del poter scegliere, tanto da convincerci di un assurdo paradosso: che l’uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto di scegliere il bene, perché si è avvalso con dignità della prerogativa umana di autodeterminarsi. Possono le distinzioni morali accettate convenzionalmente dal senso comune avere un potere assoluto sulla libertà dell’individuo o ci sono dei limiti nella rieducazione?
A livello etico, come sostengono i giusnaturalisti, tra cui Hume, le distinzioni morali non sono qualcosa determinato a priori dalla ragione, come pensa Kant, bensì sono il risultato di un sentimento di approvazione o disapprovazione verso un’azione. Il diritto penale si fonda su questo concetto e serve proprio a preservare questi principi, servendosi della punizione nel caso questi non vengano rispettati. Per Dante, appare palese: se non ci fosse il libero arbitrio e fosse tutto causato da forze esterne, non ci sarebbe la giustizia.
Anche la cattiveria, in quanto risultato di una scelta, è espressione della nostra individualità. Nella società distopica futura che immagina Burgess, i non-io (i governi, le scuole e i giudici) che non vogliono avere il male, non possono ammettere il male perché non possono ammettere l’io: si disegna il ritratto di una società utilitaristica che immagina strategie per debellare la criminalità, ma che non intende intervenire sulla capacità del singolo di scegliere il bene, operazione che richiederebbe un lavoro più lungo, ma soprattutto gli offrirebbe un’alternativa di vita. La privazione della scelta, culmine di questo approccio, è molto lontana dal concetto di rieducazione che dovrebbe essere alla base del sistema penale.
Nell’universo di Burgess e Kubrick, l’individuo a cui è stata castrata la volontà per ottenere la libertà non può conoscere la redenzione. Al cambiare delle idee che muovono le scelte, possiamo giungere a compierne diverse da quelle prese in precedenza, imboccare vie alternative. Ma se le scelte passate ci impedissero di farne di nuove? In altre parole, se la società non ci concedesse di cambiare? Alex si è guadagnato la sua libertà. Nella teoria è completamente guarito, ma il mondo non scorda i suoi peccati.
Sebbene ormai non possa nuocere a nessuno, viene linciato da un gruppo di persone dopo che uno di loro, vecchia vittima del trattamento dei drughi, lo ha riconosciuto. Per fortuna arriva la polizia a far giustizia! “Credi, credi pure ai tuoi occhi. Per dei vecchi drughi come noi, il lavoro più adatto è questo: poliziotti”. Anche Dim e Pete sfogano con la violenza i loro rancori verso Alex. Pure a loro è stata negata un’alternativa; continuano a perpetrare la violenza ma stavolta sono pubblici ufficiali: rappresentano lo Stato di cui sono vittime e che, come dirà Kubrick in un’intervista, utilizza la violenza di peggiori membri della società per i propri fini.

Burgess non parla di cambiamento del detenuto, perché naturalmente la cura Ludovico non ha cambiato Alex (la sua buona condotta è data unicamente dalla paura di soffrire ancora), ma mostra la realtà che, purtroppo, attende generalmente gli ex-detenuti una volta espiata la pena: lo stigma impedisce la redenzione. Sebbene l’articolo 27 della Costituzione stabilisca la tendenza alla rieducazione che deve caratterizzare la pena, volta a favorire il reinserimento in società dell’ex detenuto (con la partecipazione del suo libero arbitrio, s’intende), l’impegno dedicato a ciò è ancora disomogeneo e varia da carcere a carcere.
La rieducazione è tanto cruciale perché offre la possibilità di conoscere un modo di vivere alternativo e può bastare per eliminare il rischio di recidiva. Tra il 2004 e il 2024 il numero totale dei detenuti lavoranti in Italia è passato da 14.686 (pari al 26,6% dei detenuti) a 21.235 (pari al 34,3%), un dato positivo ma che necessita di essere guardato con attenzione: la stragrande maggioranza lavora per i servizi interni dell’amministrazione penitenziaria anziché per aziende private o cooperative esterne e spesso ricoprendo mansioni dequalificate.
Questo perché l’etichetta della pena scontata condiziona le possibilità di ottenere e mantenere un lavoro, dato che rimane viva nella mente della società (oggi più che mai possiamo informarci sul passato di una persona molto facilmente). In questo senso, esercitare il diritto all’oblio e, per estensione, alla deindicizzazione rende più concreta la possibilità di riscattarsi.
L’alternativa è la possibilità di cambiare ed evolversi, cosa che oggi sembra impossibile. Nel film No other choice di Park Chan-wook il tema centrale, come espresso dal titolo, è proprio questo. Sono crollati gli ideali di mobilità sociale e mutamento, non c’è altra scelta che rimanere nel proprio ruolo. Il protagonista, licenziato da un’azienda di carta in fallimento, invece che provare a cambiare vita preferisce rimanere incollato a quel ruolo e al tipo di vita idealizzata ad esso collegata, nonostante le varie alternative possibili.
I tre uomini a cui toglie la vita per ottenere l’impiego tanto bramato rappresentano proprio le tre possibilità che ha: sprofondare nell’incapacità di riuscire a reagire per aver perso il proprio impiego, trovare un nuovo lavoro infelicemente o ottenere un lavoro gratificante sacrificando però i legami familiari. Dunque, nonostante queste decisioni parallele, il film ci mostra come ognuna di queste sia in realtà sbagliata; il film parla di un sistema che ci illude di avere una scelta ma in realtà decide per noi.
Lo stesso accade in Arancia Meccanica: “Eppure, nello scegliere di venire privato della capacità di fare una scelta etica, tu hai in un certo senso scelto il bene.” Alex viene illuso di star scegliendo la via del bene facendo leva sulla moralità, quando al contrario il meccanismo perpetrato dal governo per preservare il suddetto bene devia dai suoi principi fondamentali.
Ogni volta che scegliamo, compiamo un atto di resistenza verso un mondo che sceglie per noi: decidiamo di rimanere uomini, anziché trasformarci in arance meccaniche.
Carica un'immagineLe note appena accennate di una tastiera rompono ritmicamente il silenzio, poi, arrivano malinconiche e in fila indiana delle sillabe sussurrate:
“ritornerailo so, ritorneraie scopriraiche nulla è cambiatoche sono restatol’illuso di sempre”.
A parlarci è Bruno Lauzi che nel novembre ’63 incideva su un quarantacinque giri una radiografia degli amori infiniti, che prima si avvicinano, poi si allontanano e, alla fine, illusi, ritornano. E ce ne sarebbero di amori da raccontare, a prima vista, a distanza, non corrisposti, adulterini, poligami. Però non è oggi il giorno, perché tra questi ce n’è uno tanto lungo quanto travagliato che brama attenzione: è quello tra noi tutti e la Rai.
Una storia che ha attraversato i lustri e più aggrovigliata che mai è giunta fino a noi, a chi, come me, da bambino guardava ipnotizzato i colori sobri della televisione e vedeva cambiare un canale al secondo, per mano della costante indecisione dell’indomito e mai compreso guardiano dei tasti e dei telecomandi. Io proponevo Linea blu, lui metteva la replica di Paperissima. Ma oggi, finalmente, il telecomando in mano ce l’ho io, ma c’è un piccolo problema: non so più a che canale affidarmi, a quale chiesa appartenere.
Anche perché nel tempo lo schermo si è riempito di scintillanti puntini grigi e bianchi: la televisione sta per rimanere senza segnale. Sappiamo bene quanto Mamma Rai sia cambiata da quando in prima serata mandava i palchetti spogli con sopra qualche ballerino smilzo, Mina e un Neumann U47. E sappiamo anche quanto servirebbe cambiarla per tenerla in piedi. Ma su cosa conviene ragionare in queste poche righe? Prima di tutto, a mio avviso, dovremmo cercare di riflettere sulla sua funzione, sui contenuti, su ciò che ogni sera da più di settant’anni ci passa davanti agli occhi. Poi, invece, potremmo guardare verso gli organi, la dirigenza, la vigilanza, insomma, la struttura (e le nuove proposte) per giocare ad uno strano fantariforme a cui forse dovremmo giocare più spesso.
Se si parla di funzioni e contenuti conviene seguire Lauzi per qualche altro secondo:
“e quando tusarai con meritroveraitutte le cose chetu non volevi”.
Nel tempo è come se la Rai abbia perso la bussola fino a ripudiare parte di sé stessa, per non si sa quale disegno perverso. Sarà stato il dio denaro? Sarà stata la lottizzazione? Al momento, avendo solo idea dei peccati commessi non possiamo far altro che chiederci: incontro a quale destino andrà l’industria televisiva (sia privata che pubblica) nei prossimi decenni e cosa possiamo fare per salvare il salvabile e ridare alla Rai un “ruolo” che realmente valorizzi l’aggettivo “pubblico” che ormai per solo sforzo formale viene accostato alla parola “servizio”?
L’aggettivo pubblico ha un significato complesso ed è anch’esso figlio di un lungo processo fatto di fasi di avvicinamento alla piena realizzazione e altre di totale scollamento rispetto alle aspettative “costituzionali” (come l’attuale). Queste erano già state chiarite in una sentenza della Corte costituzionale del 10 luglio 1974 che ritornerà più volte (anche nella seconda parte) e che perciò conviene citare nelle due parti che ci interessano.
Il lavoro importante della Consulta non fu solo quello di evidenziare la legittimità del monopolio pubblico del servizio radiotelevisivo – argomentando che il numero limitato di altre frequenze avrebbe potuto essere terreno fertile per oligopoli di reti private che avrebbero tranquillamente potuto distogliere quel mezzo potentissimo dai nobili fini d’interesse generale, com’è poi accaduto – ma di aver dato forma, attraverso una serie di paletti, alla “meta” nobilissima dell’emittenza pubblica, alla bussola che avrebbe dovuto orientare la Rai nella scelta del “ruolo storico” da ricoprire stagione per stagione e il legislatore nel disegnarle un’adeguata struttura di governo.
In quelle righe, infatti, si parla, riguardo funzioni e contenuti, di garantire la trasmissione di programmi che rispecchino la ricchezza e la molteplicità delle correnti di pensiero, della ormai obliata finalità di interesse generale e della necessità di limitare le inserzioni pubblicitarie. Mentre dall’altro lato si riferisce alla gestione e al governo della rete parlando invece di imparzialità delle trasmissioni, di organi di direzione che non debbano essere appannaggio diretto o indiretto dell’esecutivo e di poteri essenziali che la legge dovrebbe conferire al parlamento, in quanto specchio della collettività nazionale.

Ed è da questa generale definizione di servizio pubblico che possiamo partire per osservare lo scollamento. Difatti, prima abbiamo avuto una Rai traghettatrice dell’Italia in bianco e nero, non alfabetizzata, distrutta ma mai orfana di speranza. In cui il mostro della monetizzazione, che nei suoi limiti pure allora aveva svegliato i fantasmi degli intellettuali, era rinchiuso nelle litanie dei caroselli, in una gabbia di dieci miseri minuti.
E nel dopoguerra, era Mamma Rai, quella preda di una lottizzazione prudente, quella democristiana di Bernabei, che ci insegnava a leggere e a scrivere con il maestro Manzi e a pensare con Gaber. Poi, piano piano, ha iniziato a perdersi tra mille spiette lampeggianti che l’hanno accompagnata sottobraccio verso una decadenza paradossale, in controtendenza con la crescente scolarizzazione.
C’è però da riconoscere che il declino è solo in parte imputabile a errori di programmazione, dato che le varie dirigenze hanno ingenuamente provato a stare al passo degli altri, quelli della televisione privata, in cui il fine “educativo” viene spietatamente soppiantato da quello “ludico”, quelli in cui solleticare la floscia joie de vivre formato poltrona è l’unica regola, l’unica fonte di sostentamento. Però, la Rai avrebbe potuto fare di più, prendere atto della sua diversa ragione d’esistere, essere popolare senza essere necessariamente volgare.
Ecco, come avete avuto già modo d’intendere dal titolo, il volere nuovamente una Rai strumento d’orientamento culturale non nasconde nostalgie o vaghe fantasie reazionarie, ma anzi, nasce dall’esigenza di proteggerla. Per questo dovremmo forse iniziare a pretendere un intervento riformatore che possa portare ad una razionalizzazione dei canali e dei contenuti di mero intrattenimento. E per chiarire, non vorrei ergermi qui a mago bacchettone dell’alta cultura, anche perché già di per sé la parola cultura è indefinibile e in discussioni come queste rischia di diventare schiava di intimissime rêverie dell’interlocutore.
Intendo solo dire che, tra le varie culture e sub-culture, siano esse popolari, borghesi, regionali, dovrebbe essere possibile per un alto dirigente distinguere un reality di coppiette ninfomani in cerca di fama da un documentario sulle ziqqurat.
E poi chi l’ha detto che l’intrattenimento non è cultura? In Germania, ad esempio, il Bundesverfassungsgericht (il Tribunale Costituzionale Federale Tedesco) si è espresso numerose volte sul punto e ha sempre chiarito che l’intrattenimento rientra nell’ampio “mandato” (servizio base) del servizio radiotelevisivo pubblico che loro con la massima delicatezza indicano con un solo nome: Grundversorgung.
Uno tra i semi da cui dovrebbe sbocciare la nostra pretesa dovrebbe essere quello del destino di cui la televisione sarà inevitabilmente vittima: un progressivo processo di migrazione dell’utenza verso altre piattaforme. Lo si odi o no, prima o poi avverrà e già se ne possono osservare le prime avvisaglie nelle statistiche d’ascolto e nello spostamento degli investimenti pubblicitari verso il digitale (Nielsen, CRTV). Dunque, la domanda che dovremmo porci dovrebbe essere: cosa rimarrà dell’amata Rai?
Come ci si vedrà dopo non possiamo saperlo, ma sicuramente possiamo immaginarlo. La partita è già iniziata, e si gioca tutta su Raiplay, sulla capacità di creare del nuovo che sopravviva al domani e sulle Teche, che sono ancora poco pubblicizzate e spesso inaccessibili, nonostante anche sui social i brevi reel d’archivio raggiungano spesso centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ma si sa, a volte, l’utenza sbraccia ma la tasca è cieca.
Carica un'immagineAlla Rai un sincero mea culpa sul ruolo che ha deciso di ripudiare, come abbiamo visto nella prima parte, servirebbe come il pane. Lo stesso si può dire dello stato del suo sistema di governo. Bruno Lauzi, in Ritornerai, ad un certo punto dice:
“e rideraiQuel giorno rideraiMa non potraiLasciarmi più”.
Ecco, un giorno si riderà. Mi chiedo solo: quando? Quando gli alieni arriveranno e la privatizzeranno del tutto?
E poi, ora come ora, ridere sarebbe impossibile con questo mal di testa. E fin quando gli organi di direzione, ovvero il nostro cervello, saranno così lenti e affannati, tutte le utopie di rivoluzioni culturali saranno parole al vento, chiacchiere per sognatori ingenui. Ritornano puntuali, infatti, le voci sgolate dei giornalisti e delle opposizioni di turno che denunciano le falle del sistema di “governo” della pubblica emittenza, e l’hanno fatto così spesso che a dire il vero anch’io ci ho pensato due volte prima di scrivere queste righe e mi sono chiesto quanto potesse essere “nuova” un’opinione modesta come la mia.
Ma non possiamo tirarci indietro, perché specularmente al passo lento del Parlamento, che si è deciso a tentare una riscrittura, in Europa si sta correndo una maratona. I fatti che bussano alle nostre porte sono due: lo stallo per la ratifica, da parte della Commissione di vigilanza, della nomina della Presidente della Rai Agnes e la piena applicazione dell’European Media Freedom Act (risalente ormai all’agosto del 2025). Detto questo, a noi serve capire come bilanciare al meglio quattro esigenze fondamentali: da un lato, la speditezza e l’efficacia del funzionamento della struttura di comando e, dall’altro, il pluralismo e l’indipendenza.
Tutti questi obiettivi sono stati ben delineati da un regolamento europeo pienamente applicabile dall’estate 2025 che ha suonato il gong. I paragrafi da attenzionare sono soprattutto i numeri uno e due dell’articolo 5. In particolare, quelli che obbligano gli Stati a garantire l’indipendenza, il pluralismo, nomine trasparenti, aperte e non discriminatorie e mandati abbastanza lunghi da garantire l’indipendenza.
Ecco, al momento possiamo dire che nella bozza unitaria in discussione al Senato molti di questi campanelli d’allarme verrebbero spenti, infatti, si prevede un allungamento della durata in carica dei membri del CdA che dovrebbe ridimensionare lievemente lo spazio (temporale più che materiale) di manovra dei vari governi, inoltre, si prevede un aumento da due a tre membri del CdA eletti da Camera e Senato che potrebbe indurre fisiologicamente al dialogo.
Tutte queste modifiche possono essere tranquillamente accolte con favore, tutte meno che una: la previsione che, per la ratifica da parte della Commissione di vigilanza della nomina del presidente della Rai, sarà necessaria una maggioranza dei due terzi dei componenti solo nelle prime due votazioni; perciò, si delegherebbe alla maggioranza di turno la risoluzione delle future impasse.
E qui la questione si fa delicata perché entra in gioco l’emotività, l’insofferenza causata dallo stallo per la nomina di Agnes. Ora ci tocca capire con lucidità quale deve essere il punto d’equilibrio tra le esigenze di efficacia e indipendenza. Ad avviso di chi scrive esisterebbe già una via che, per quanto scontata, può garantire una minore influenza, difatti, basterebbe un maggiore dialogo tra maggioranza e opposizione in sede di scelta e consequenzialmente la mutua assunzione della responsabilità politica per lo stallo derivato da eventuali condotte ostruzionistiche, inutile dire che questa strada è stata la meno battuta.
Ed è per questo che si dovrebbero evitare aprioristiche chiusure a riccio e si dovrebbe piuttosto pensare a come dare pluralismo, confronto e efficacia alla Commissione di vigilanza senza per forza assoggettarla alla maggioranza di turno così da esautorarla del tutto, perché, per l’appunto, si dà il caso che una commissione tenuta a “vigilare” sull’operato di un CdA, che è di fatto nelle mani dell’esecutivo, dovrebbe garantire quantomeno di non esser appannaggio della prima maggioranza che passa.
Ecco perché forse si dovrebbe fare un passo indietro per capire che “geni” toccare, senza per forza aggiungere nuovi organi e organicchi al nostro calderone già traboccante, come tra l’altro vorrebbe anche l’UE che all’art. 5 paragrafo 4 afferma che: «Gli Stati membri designano una o più autorità o organismi indipendenti o istituiscono meccanismi liberi da influenze politiche da parte dei governi al fine di monitorare l’applicazione dei paragrafi 1, 2 e 3. I risultati di tale monitoraggio sono resi pubblici.»
La storia e l’Europa oggi puntano il dito su due punti differenti ma che possono combaciare perfettamente grazie ad un serio impegno legislativo. Da un lato, in Europa chiedono che vengano adottate misure maggiori per garantire indipendenza e pluralismo (come la creazione di un nuovo organo). Dall’altro, la storia recente e le trame politiche hanno svestito la vigilanza di stampo parlamentare della sua funzione di garanzia originale, questa infatti ha inciso pochissimo, innestando così nei cittadini la convinzione sospetta di un’autoresponsabilità-privilegio che, viste le proposte delle bozze, va spinta nei giusti canali prima che una nuova delusione possa convertirla in rabbia.
Viste le luci dei nostri due “fari” possiamo formulare una breve proposta-base su cui riflettere: un nuovo organo, che per ragioni pratiche qui chiameremo Consiglio Televisivo Nazionale (come il Fernsehrat tedesco da cui ho preso ampia ispirazione).
Questo andrebbe di fatto a sostituire la Commissione di vigilanza, assorbendone le funzioni fondamentali e andandone a spezzare la composizione chiusa e autoreferenziale con la presenza di rappresentanti del mondo dell’alta cultura, della ricerca, delle arti e della società civile. La televisione pubblica giungerebbe, in larga parte, nelle mani di chi ha la pura e disinteressata intenzione di diffondere il sapere senza interessi di sorta. Per aiutarvi a comprendere la natura del Consiglio, vi pongo due domande:
Che composizione avrebbe?
Sarebbe composto da undici membri compreso un Presidente eletto dal Consiglio stesso che avrebbe il compito di presiederlo. Quattro di questi, ovvero il 36% del totale, sarebbero figli di nomine politiche, difatti, ne verrebbero eletti due dalla Camera e due dal Senato. Ma c’è di più, questi dovrebbero essere scelti tramite procedure in grado di garantire la pari rappresentanza di maggioranza e opposizione, cioè due a testa. Così facendo, da un lato si farebbe in modo di non eludere le conclusioni della Consulta del 1974, in cui si affermava che la legge avrebbe dovuto riservare debiti poteri al Parlamento in quanto rappresentante della collettività e, dall’altro, si avrebbe l’opportunità di controbilanciare la forte soggezione del CdA al governo con meccanismi di nomina paritari, e non proporzionali, e la presenza di soggetti terzi.
I restanti membri dovrebbero provenire invece da una serie di settori indicati dalla stessa legge come l’università, l’alta cultura, la ricerca, la società civile, il terzo settore, il mondo giovanile e categoriale che, per non dare che un’idea, potrebbero essere nominati dalla Conferenza dei Rettori e dall’Accademia dei Lincei, dall’Accademia della Crusca, dal Forum del Terzo settore, dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, dal Consiglio nazionale dei giovani, ed infine, dagli enti impegnati nella tutela dei consumatori che così potrebbero far arrivare le loro istanze direttamente nelle stanze alte della televisione.
La seconda domanda è la seguente: quali funzioni avrebbe?
Innanzitutto, sarebbe chiamato a pronunciarsi sulla sussistenza della professionalità e dell’onorabilità dei candidati al CdA che, a monte, dovranno essere inseriti dal Parlamento in elenchi appositi su cui il Consiglio si esprimerà. Dunque, si parlerebbe di una prima funzione “filtro” per le nomine dei consiglieri d’amministrazione, che garantirebbe inevitabilmente un maggior grado di preparazione dei nominati. Inoltre, il Consiglio sarebbe chiamato a monitorare il rispetto dell’indipendenza e del pluralismo (art.5, par.4, EMFA) con una relazione annuale e una serie di poteri “laterali” come, ad esempio, quello di poter emettere pareri vincolanti sulle revoche dei direttori dei vari programmi.
Preciso che, pur avendo abbastanza chiaro il disegno di riforma da attuare, in questa sede non posso scendere nelle viscere di certe irrealizzabili fantasie, perciò, in queste ultime righe sintetiche ho provato a tracciare quelle che sarebbero le nuove “linee direttrici” che andrebbero a toccare, anche se qui non potrò farne menzione, le regole e la struttura del Consiglio d’Amministrazione o il ruolo del MEF. E vorrei concludere con le ultime parole della melodia che fino a qui ci ha guidati, perché adesso ci sentiamo soli in una sconfinata libertà che, se riuscissimo a far nostra, potrebbe portarci a ritornare grandi:
“Ti senti solaCon la tua libertàEd è per questo che tuRitornerai.”
Carica un'immagineNel contesto universitario la scelta si presenta come un atto fondativo dell’identità individuale, talvolta problematico e vacillante. Dalla selezione del percorso di studi ed il relativo svolgimento degli esami fino alle decisioni riguardanti il proprio futuro professionale, lo studente è costantemente costretto a confrontarsi con una molteplicità di alternative che finiscono per essere condizionate da fattori economici, sociali e culturali.
Pertanto possiamo intendere la scelta come il frutto di una tensione tra possibilità e vincoli. Approfondire il rapporto tra scelta e alternativa in ambito universitario significa interrogarsi non solo sulle modalità attraverso cui si decide, ma anche sull’effettiva qualità ed accessibilità delle opzioni disponibili, mettendo in discussione la credenza, ben radicata nella nostra società, che più alternative coincidano necessariamente con una maggiore libertà.
Questa stessa idea è oggetto del celebre studio “When Choice is Demotivating: Can One Desire Too Much of a Good Thing?” condotto da Sheena Iyengar e Mark Lepper, in termini prettamente economici; a seguito di un esperimento condotto in un supermarket, mediante l’esposizione di molteplici qualità di marmellate, hanno osservato che una scelta di prodotti più limitata aveva prodotto una probabilità di acquisto quasi dieci volte superiore.
Questo risultato conferma pertanto il paradosso: l’abbondanza di alternative genera un sovraccarico cognitivo che compromette la rapida decisione e, in linea generale, indebolisce la libertà di scelta. Ulteriore mito che è necessario sfatare riguarda la libertà come concetto ed il sottile confine tra libertà formale ed effettiva. Come osservato dal filosofo Isaiah Berlin, occorre operare una distinzione tra libertà negativa, ossia l’assenza di vincoli esterni, e positiva, nonché la capacità di autodeterminarsi.
In questo quadro teorico, la distinzione tra libertà negativa e positiva non è soltanto concettuale, ma normativa: induce infatti a riflettere sui limiti dell’intervento sociale e politico, nonché sulle condizioni che rendano concreta una reale autodeterminazione, evitando che una dimensione annulli l’altra. Muovendoci verso l’ambito dell’orientamento accademico, ricerche recenti come “Career Indecision Profile”, evidenziano che l’indecisione è piuttosto comune tra la popolazione universitaria, dovuta a fattori quali ansia, disinformazione e conflitti sociali.
Allo stesso modo, recenti studi empirici condotti su campioni internazionali di studenti mostrano come circa il 50% degli alunni riporti livelli significativi di incertezza rispetto al proprio percorso accademico e professionale. Questo sentimento inficia sul singolo percorso universitario, traducendosi in rallentamenti accademici, cambi di indirizzo e drastiche rinunce agli studi. Spostandoci ora nel nostro territorio nazionale, secondo i dati raccolti dal Consorzio CISIA, oltre il 70% degli studenti sceglie il proprio corso di laurea soltanto nell’ultimo anno di scuola superiore, e il 36% addirittura dopo il conseguimento della maturità.
Questa decisione tardiva evidenzia una condizione di libertà solo formale: di fronte all’ampio ventaglio di scelte formative disponibili, non si possiede una capacità decisionale adeguatamente sviluppata per selezionare il proprio percorso del tutto autonomamente. In Italia tale carenza si riflette sugli esiti dei percorsi universitari: il tasso di abbandono universitario si attesta intorno al 7%, ed oltre il 10% durante il primo anno.
Si considerano tra le principali cause la mancanza di un adeguato orientamento in entrata ed il notevole divario tra aspettativa e realtà accademica. Nel sistema universitario italiano, poi, si presenta una disomogenea distribuzione delle opportunità: i contesti familiari di provenienza tendono ad influenzare notevolmente le alternative disponibili per i singoli soggetti, variando dalla possibilità di accesso alle università private alla mancanza totale di un’istruzione superiore.
La molteplicità di scelte rischia perciò di accentuare le disuguaglianze sociali, piuttosto che ridurle. Emerge chiaramente la necessità di analizzare la scelta universitaria come un fenomeno strutturale di massa e non come un problema del singolo; il suddetto tema chiama a rispondere le istituzioni educative e le relative politiche pubbliche. Ampliare l’offerta formativa non basta: è necessario garantire un accesso equo ai sistemi di apprendimento superiori, mediante adeguati metodi di orientamento in entrata.
Secondo i dati più recenti, basati sulle statistiche della FAO, sono 80 miliardi gli animali, terrestri e marini, ogni anno vittime della brutalità e della crudeltà degli allevamenti intensivi. Una quantità che la nostra mente a stento concepisce, una quantità esagerata rispetto alla stessa popolazione mondiale, che conta solo 1/10 di quel numero.
Ogni anno, ci dicono i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, vengono uccisi e macellati 202 milioni di polli, 12 milioni di anatre, 3,8 milioni di maiali, 1,7 milioni di pecore, 1,4 milioni di capre, 900.000 bovini e centinaia di milioni di pesci.
Tutti questi animali finiscono la loro vita molto prima del dovuto, i dati dell’OIPA parlano chiaro: i polli, la cui durata di vita dovrebbe essere di 8 anni, vivono soltanto 6 settimane; i maiali, che in natura vivrebbero quanto un cane, circa 15 anni, vengono invece macellati a 6 mesi; le mucche da latte, al posto di 20 anni, ne vivono solo 5, quando la loro produzione di latte cala; e i vitellini maschi, che queste danno alla luce, vengono eliminati a pochi giorni, costituendo un prodotto di scarto dell’industria del latte; altro prodotto di scarto sono i pulcini dell’industria delle uova, triturati vivi alla nascita; gli agnelli invece, in natura vivrebbero 10/12 anni, ma vengono uccisi a poche settimane di vita, e in enormi quantità durante la settimana santa, oltre 400mila l’anno solo in Italia.
La durata della vita di questi animali non è determinata dalla biologia, ma dall’economia: la loro morte si basa sul raggiungimento del peso ottimale per il mercato alimentare. Perché numeri talmente grandi in un’era moderna in cui sono ormai stati sfatati tutti i miti a sostegno delle tesi onnivore?
Una dieta vegetale, in tutti gli stadi del ciclo vitale, se correttamente pianificata, non comporta rischi per la salute, anzi può conferire benefici nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie, a dirlo è il Position Paper dell’Academy of Nutrition and Dietetics e quello del gruppo di lavoro della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU). Il consumo di alimenti ricchi di fibre, tipico delle diete plant-based, offre numerosi vantaggi: diminuisce il carico glicemico del pasto, prevenendo l’insorgere del diabete di tipo 2; riduce i livelli ematici di trigliceridi, colesterolo totale e LDL; nutre il microbiota intestinale.
I grassi tipici di questa alimentazione, priva di grassi saturi di origine animale, sono alleati della salute del nostro cuore, diminuendo il rischio di malattie cardiovascolari. Il consumo quotidiano di fibre e verdure porta inoltre un maggiore senso di sazietà, che diminuisce il rischio d’insorgenza di sovrappeso e obesità.
Anche il pianeta, inoltre, beneficia della scelta di una dieta vegetale, dato che quest’ultima determina un minor consumo di suolo e acqua, emissioni inferiori di gas serra, dunque una pressione ambientale minore. Il problema della carenza di vitamina B12, usato spesso come tesi contro l’alimentazione vegetale, è risolvibile tramite l’assunzione di integratori, i quali vengono assunti anche dagli animali negli allevamenti intensivi: la vitamina B12 (cianocobalamina) non è prodotta dagli animali, ma da batteri. La carenza di questa vitamina può verificarsi anche in persone onnivore, a causa di problemi di assorbimento o fattori gastrointestinali, e non dipende esclusivamente dalla dieta.
Nell’allevamento di animali da carne viene prodotta industrialmente e aggiunta ai mangimi come additivo, secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), dato che le condizioni negli allevamenti intensivi privano gli animali di poterla assumere da un ambiente e un’alimentazione naturale e non in gabbia.
Circa il 65-70% della popolazione mondiale adulta, secondo fonti scientifiche come l’NCBI e il MSD Manual, presenta una ridotta capacità di digerire il lattosio: la perdita della lattasi, l’enzima che rende capaci di digerire il lattosio, è la condizione biologica più comune.
Inoltre, secondo il NIH, “la lactase non-persistence è la forma ancestrale normale”, ciò significa che la capacità degli individui di digerire il lattosio è causata da un’evoluzione dovuta dall’abitudine umana di bere latte di mucca fino a tarda età.
Biologicamente, infatti, la lattazione è il processo con cui i mammiferi producono latte per nutrire i loro piccoli (EBSCO), il latte è un prodotto della madre per il suo nascituro e serve per il sostentamento e alla sopravvivenza di quest’ultimo (National Academies). Si tratta di una fonte primaria di nutrizione per i piccoli mammiferi finalizzata alla loro crescita, non all’età adulta, tantomeno finalizzata a una produzione di massa, meccanica e industriale per un’altra specie, come oggi avviene tra mucche e umani.
Numerose sono le fonti e le inchieste che testimoniano uno scarso benessere degli animali negli allevamenti intensivi, benessere che, secondo l’EFSA, dipende dallo spazio, dalla densità e dalle condizioni d’alloggio. Il sovraffollamento in tali strutture è però reale e documentato, provocando restrizione del movimento, stress, lesioni, fame e sete prolungate: una vita di sofferenza seguita da una morte violenta.
Lo stordimento, che dovrebbe rendere incoscienti gli animali prima del loro abbattimento, al fine di evitare dolore e paura, non è sempre efficace, l’EFSA parla infatti di “mis-stunning” (stordimento fallito), che porta l’animale a essere perfettamente cosciente e provare dolore durante la morte. L’European Food Safety Authority identifica inoltre pratiche inaccettabili e rischi legati a manipolazione, trasporto e contenimento degli animali.
Diverse sono le inchieste giornalistiche che hanno documentato criticità negli allevamenti intensivi, tra cui sovraffollamento, animali malati e feriti non separati, condizioni ambientali altamente artificiali, problemi igienici e criticità nei controlli sanitari e veterinari, come documentano le inchieste Report e Food for Profit.
Numerose anche le testimonianze di casi di non conformità alle norme sul benessere animale, come dimostrano le inchieste di Animal Equality: non sempre le norme UE sono rispettate dagli allevatori, e non sempre la loro applicazione garantisce condizioni ottimali per gli animali.
L’“allevamento a terra” delle galline non avviene come ci mostrano nelle foto delle etichette delle uova: secondo la normativa UE “allevamento a terra” non significa pascolo, accesso all’esterno, luce del sole; ma indica sistemi indoor in capannoni chiusi che permettono sempre alta densità e molti animali insieme privi di accesso ad ambienti naturali, con l’unica differenza costituita dalla mancanza di gabbie, le quali normalmente sono grandi quanto un foglio A4.
In un’epoca in cui si sa che la vitamina B12 viene già in primo luogo somministrata agli animali, i quali non vedono la luce del sole, né un prato da brucare o in cui correre, neanche se nella scatola delle uova vi si legge il famoso “galline allevate a terra”; in un periodo storico in cui numerose sono le ricerche che dimostrano la validità e salubrità di una dieta vegetale, e altrettanto numerose sono le testimonianze - fotografie, video, documentari - che mostrano come, negli allevamenti intensivi, gli animali non vengano trattati come gli esseri senzienti che sono, capaci di provare paura, dolore fisico e emotivo, capaci di essere terrorizzati e morire in agonia, soprattutto a causa delle molteplici norme non rispettate dagli allevatori.
Nel 2026, dove il “senza lattosio” è presente in ogni banco frigo e in ogni scaffale del supermercato, l’essere umano non giunge alla realizzazione che, se tante persone sono intolleranti al lattosio, è forse perché quel latte non ci spetta; che la mucca lo produce perché viene costantemente ingravidata e perché il suo cucciolo le viene portato via subito dopo il parto, affinché possa essere munta fino allo sfinimento, sviluppando la mastite a causa delle scarse condizioni igieniche e della produzione di latte forzata.
Se tali informazioni sono ad accesso gratuito e se le atrocità, di cui le mura di allevamenti e mattatoi sono testimoni, sono oggettive, perché si sceglie ancora di mangiare carne e derivati di esseri senzienti? Questa scelta, di fronte a una realtà oggettiva, è nella maggior parte dei casi una consapevole volontà di ignorare il fatto, di non guardarlo, di voltarsi e tapparsi le orecchie, perché l’ignoranza consapevole è la forma più comoda di vivere.
Chi sarebbe capace di mangiare un hamburger se dovesse essere egli stesso artefice della produzione di quella carne, di quel formaggio, di quel bacon e di quella maionese? La crudeltà di uccidere di propria mano un vitello, ingravidare artificialmente e mungere meccanicamente una mucca, sgozzare un maiale e usare le uova di una gallina i cui pulcini maschi sono stati triturati vivi al primo giorno di vita ci costringe a fare i conti con ciò che mangiamo.
Molti sarebbero incapaci di mangiare carne e derivati anche solo guardando scene tanto crudeli, o semplicemente ascoltando le grida di paura e dolore provenienti da queste strutture. La storia secondo cui tutto ciò è “tradizione”, “abitudine”, “vero sapore” o “necessità di proteine” è solo una scusa usata per non informarsi, per restare consapevolmente inconsapevoli di ciò che c’è davvero in quel piatto: animali denaturalizzati, che vivono meno della metà di quanto vivrebbero normalmente, che ingrassano in maniera artificiale e muoiono in modo crudele.
Ognuno di noi ha potere di scegliere: scegliere la consapevolezza o l’ignoranza, decidere di informarsi e guardare la realtà oppure continuare a vivere da ignavi nell’indifferenza. Nell’era moderna, in cui esistono alternative vegetali per qualsiasi alimento e capaci di soddisfare qualsiasi voglia, perché scegliere di non informarsi e continuare ad alimentare un sistema portatore di morte e crudeltà?
Carica un'immagineLa palafitta nasce dall’idea di volersi sopraelevare rispetto lo scorrere della trattazione mensile, rivolgendo uno sguardo ai nessi che sussistono fra il nostro presente politico, economico e sociale, e l’aspetto del nostro vivere che intendiamo scrutare attentamente ogni mese.
Nel mese di ottobre Nessi si concentra sui temi di scelta e alternativa: la continua lotta che in fondo attraversa ogni spazio della nostra vita.
Questa riesce a diffondersi a macchia d’olio dovunque sia presente l’uomo, dunque mai quanto questo mese era viva l’occasione per spaziare e approfondire temi del tutto differenti.
Con un biglietto in mano di sola andata, aeroporti e stazioni sono tra i luoghi privilegiati dai ventenni e trentenni con un diploma o una laurea magistrale. Secondo l’Istat nel 2025 circa 109.000 cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero. Oltre il 40% appartiene alla fascia 18-34 anni. Si parla con rassegnazione dei flussi migratori in uscita e si parla ancora meno del fatto che l’esodo sembra essere causato dai bassi salari all’ingresso nel mercato del lavoro e della scarsa meritocrazia.
In parallelo, nelle aule scolastiche dei nostri istituti va in scena il cortocircuito del modello italiano. I dati del MIM registrano oltre 930.000 studenti delle scuole primarie e secondarie che non possiedono la cittadinanza italiana, ma che coprono l’11,6% del totale. Per più del 67% si tratta di ragazze e ragazzi di seconda generazione nati sul territorio italiano, che non hanno mai vissuto altrove, parlano italiano come prima lingua e condividono percorsi di istruzione e di crescita. Eppure, non siamo così interessati a considerare cittadini italiani chi anno dopo anno vive, risiede e studia in queste aule.
Entrambi gli scenari mostrano due categorie che non si sentono riconosciute. Di fronte ai due fenomeni sembra che il nostro hobby preferito sia lamentarci delle perdite o ignorare la questione derubricando i ragazzi italiani “di fatto” in ospiti burocratici. Forse c’è un filo conduttore che dovrebbe portarci pubblicamente a riflettere, senza ignorare o negare la realtà, per trasformare semplici “presenze sul registro” in protagonisti di un Paese che oltre a non riuscire a trattenere capitale umano qualificato, fatica a riconoscere quello potenziale che già possiede.
Si è da poco superata la settimana del Kraken, che dalla sua Leopolda ha invitato numerosi esponenti politici, aprendo il confronto su temi e sulle possibili alleanze in vista della riconquista di Itaca e della distruzione dei Proci. Tra gli ospiti più spiccanti c’è lui, lo “Sceriffo”, che tra le famosissime mozzarelle mangiate a Palazzo Chigi e la sicurezza non ha risparmiato frecciatine al Partito Democratico. Questa volta, però, nel mirino c’è Alessandro Onorato, assessore ai grandi eventi di Roma, e fondatore di “Progetto Civico Italia”, movimento che riunisce numerosi amministratori di tutta Italia.
Lo sceriffo parla di “paraculismo civico”, forse anche alla luce del passaggio, seppur non ancora ufficiale, di un suo uomo in Consiglio regionale della Campania, oggi membro della lista “A Testa alta”, proprio con Alessandro Onorato. Quest’ultimo, insieme all’On. Ismaele La Vardera, Deputato dell’Assemblea regionale siciliana, e presidente di Progetto Civico Italia, è pronto a creare la “quarta gamba” del campo largo: un’area civica e riformista che ambisce a trovare uno spazio all’interno della coalizione.
Tra gli altri invitati all’ex stazione c’è l’On. Benedetto Della Vedova, che prende le distanze dall’idea di un nuovo “Terzo polo” e indica piuttosto la necessità di costruire un’alleanza di riformisti, liberaldemocratici ed europeisti. I voti di questi ultimi rappresentano la garanzia richiamata da Giuseppe Conte. Nel mondo di +Europa il segretario Riccardo Magi, e la vicesegretaria Antonella Soldo hanno intrapreso uno sciopero della fame contro la quantità e, soprattutto, le modalità di raccolta delle firme per le presentazioni delle liste elettorali alle prossime elezioni.
Ma la partita passa inevitabilmente anche dal Partito Democratico. Importante è stata la presenza dell’europarlamentare Giorgio Gori, esponente dell’area dei riformisti, che, come ribadito anche nella recente assemblea dei riformisti Pd a Prato, sostiene l’idea dell’unità seppur non rinunciando ai valori e alla collocazione internazionale del partito. Unità non significa necessariamente allineamento. Per Elly Schlein si apre così una fase complessa. La segretaria dovrà trovare innanzitutto una quadra all’interno del suo partito, ma soprattutto con i suoi alleati.
Dalla recente direzione nazionale del PD, la segretaria, richiama il peso elettorale del partito, circa il doppio del M5S, e ricorda che “uno non vale uno”. La linea indicata è quella di essere “generosi ma non ingenui”. Tra i nodi più delicati resta quello della politica estera e, in particolare, il sostegno all’Ucraina. Schlein ha ribadito la posizione del PD a favore di Kyiv, su una questione che continua a rappresentare uno dei principali terreni di confronto con il Movimento 5 Stelle e con AVS. Giuseppe Conte, dal canto suo, insiste sullo strumento delle primarie e tende a dettare la linea del campo largo, nonostante il Movimento rappresenti, in termini elettorali, una forza di dimensioni inferiori rispetto al PD. A cercare di creare un ponte tra le diverse anime riformiste c’è anche Vincenzo Spadafora, già ministro delle politiche giovanili e dello sport e oggi presidente dell’associazione Primavera, che propone una costituente capace di riunire le diverse realtà riformiste.
In quest’area dovranno essere presenti anche il PSI di Enzo Maraio, assessore al turismo e transizione digitale della Regione Campania, e l’associazione Più Uno di Ernesto Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle Entrate, che ha recentemente annunciato la discesa in campo di Franco Gabrielli, ex capo della Polizia.
E poi c’è Il Kraken. Nel suo discorso conclusivo Renzi non risparmia il suo ex alleato Carlo Calenda, attaccandolo per i suoi viaggi e tatuaggi dedicati all’Ucraina. Parla anche della Presidente Giorgia Meloni e della sua possibile aspirazione al Quirinale, così come non mancano critiche al Ministro Giorgetti.
Tuttavia, Renzi al termine si rivolge ai riformisti di Forza Italia incitandoli a seguirlo. Il viaggio verso Itaca, però, è ancora lontano dalla sua conclusione. Il campo largo continua ad assomigliare più a una flotta di navi che difficilmente navigano tutte nella stessa direzione che a una vera coalizione: parlano di unità, ma ciascuno sembra avere in mente una propria rotta. Il PD rivendica il ruolo di forza principale, il Movimento 5 Stelle e AVS pongono le proprie condizioni, mentre intorno cresce una costellazione di movimenti civici e riformisti pronti a contendersi quello spazio politico che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare il centro della futura alleanza.
E in mezzo a tutto questo c’è Renzi. Il Kraken della Leopolda è tornato a gettare i suoi tentacoli nella partita del centrosinistra, chiamando a raccolta i riformisti e strizzando l’occhio persino ai riformisti di Forza Italia. Prima ancora di affrontare i Proci, dunque, il centrosinistra dovrà evitare di affondare la propria nave nelle acque delle divisioni interne. Bisognerà capire chi sarà davvero disposto a salire sulla nave e, soprattutto, chi pretenderà di tenere il timone.
Perché la sfida del campo largo non sarà soltanto quella di trovare un accordo elettorale ma sarà decidere quale identità dare alla coalizione, quale linea politica seguire e chi avrà la forza di rappresentarla. Itaca è ancora lontana, e nel frattempo il mare del centrosinistra resta pieno di correnti.
È sera e come al solito scruto lentamente il feed Instagram quando mi imbatto in un post di “disturbo_satira”. Questo riporta una vignetta in cui viene raffigurato lo stesso manifestante bardato in paesi diversi. Prima c’è il francese, poi lo spagnolo, l’albanese e infine l’italiano. L’unica differenza sta nel fatto che i primi tre vengono raffigurati come in procinto di lanciare a qualcuno molotov, sassi e ferraglie, strumenti di lotta per eccellenza, mentre l’italiano no: nella mano sinistra tiene in alto un cellulare e con l’indice e il medio della mano destra alzati manifesta la vittoria, si sta per scattare un selfie.
Ecco, il post mi ha lasciato perplesso. Non tanto per l’oggetto in sé, ma per la tendenza di cui è il culmine: quella di negare sistematicamente che l’Italia scenda in piazza. Perché non è vero. Non sarà la Francia né la Spagna, ma la mobilitazione popolare in Italia esiste e, in alcuni casi, oltre che parlarne meno male se ne dovrebbe solo parlare. Perché l’eco francese ha superato le Alpi e ha raggiunto Torino, Bologna e non so quante altre università e i licei italiani.
Certo, sarebbe bello poter vedere nelle piazze i ragazzi delle aree interne, delle aree disagiate, proprio come accade in Francia, in cui i blocchi e le barricate li fanno sia i “borghesi” del Louis-le-Grand sia i “ragazzacci” del “Le Corbusier” di Aubervilliers e delle banlieue. Stupisce inoltre come in Francia - per memoria storica o nella consapevolezza della protezione dei manganelli e dei proiettili di gomma dei CRS - persino le stanze alte del potere, cercando di adattarsi alle proteste come un cuscino, provino bonarie a “dialogare” con i manifestanti. Infatti, il Primo ministro Sébastien Lecornu il 6 ottobre ha annunciato una sospensione delle lezioni per invitare gli studenti ad un “temps démocratique interne”, un momento di “democrazia interna”.
In Italia la situazione è innegabilmente diversa. Infatti, l’effetto “memory” francese, del governo pronto da un lato a dialogare e dall’altro a picchiare, non si vede nemmeno da lontano.
Questo risultato - a mio avviso - deriva, oltre che da una serie di fattori storici e culturali, da una assente o inadeguata lettura che le istituzioni e i mass media danno alla protesta e ai suoi strumenti. Infatti, spesso è come se il concetto di “strumento di pressione” fosse chiaro solo a parole, perché non appena se ne osserva la manifestazione pratica ci si scandalizza. Ma è proprio questo il punto: il mezzo di pressione è tale perché, provocando a qualcuno una qualsiasi forma di disagio, porta questo o un terzo a prendere in considerazione la ragione di chi protesta che, nella circostanza concreta, è il portatore di disagio per antonomasia.
Certo, sarà pure legittimo chiedersi come mai per alcune cause non si protesti (si pensi al baratro “previdenziale”) o perché lo si faccia in un dato modo (e qui penso ad esempio allo squadrismo di Cambiare Rotta e simili), ma credo che a volte dovremmo renderci conto che negare ci rende complici, ci rende servi proni dello Stato “avvinghiato”, a cui tutto va bene così com’è.
Con ciò mi riferisco soprattutto a quanto sta accadendo nel tanto nominato Mezzogiorno, la cui voce viene riportata solo quando si vota qualcuno, alle politiche, alle europee, alle suppletive, eccetera. Quel Sud, da cui molti, me compreso, sono scappati e scappano per un diffuso torpore spiazzante, che spesso fissa nella mente l’immagine del “terrone” immobile davanti a ingiustizie palesi. Ma negli ultimi giorni, qualcosa si è mosso: i rumori dei tir e dei trattori hanno invaso autostrade, strade provinciali e porti.
Il traffico ha smesso di scorrere e gli scaffali dei supermercati sono dimagriti. Autotrasportatori e agricoltori si sono messi di traverso per bloccare un’Italia che corre senza ascoltarli. I presidi di manifestanti sono compatti e radicati: Cerignola, Palermo, Eboli e tanti altri. Ma gran parte della stampa italiana sembra confermare l’innata tendenza a regalare le prime pagine a dissacranti scippi di turisti, relegando le proteste del meridione all’ultima colonna prima dei consigli culinari.
Tant’è che anch’io, per avere un quadro chiaro, ho dovuto costruire un “arlecchino” di dati e sigle recuperati qua e là in blog e quotidiani locali e nei pochi coraggiosi giornali nazionali che hanno deciso di parlarne.
Caro Sud, non sgolarti, conserva un po’ di voce per le prossime elezioni.
Carica un'immaginetra mille strade ho perso me.





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Carica un'immagineCare lettrici e cari lettori di Nessi, Vi do il benvenuto nella nuova rubrica Nessi Cinematic Universe! Per introdurre questo informale spazio di discussione sul cinema, non posso non citare una frase (ahimè virale) che riassume perfettamente la mia idea di cinema e mondo, pronunciata dallo sconfitto hollywoodiano del momento, Timothée Chalamet: “What is this Earth without art? Just a rock”.
Cinema è arte, non solo intrattenimento. È vita, non solo svago. È profondità, non solo un passatempo. Per questo è definito la settima arte, posta allo stesso piano di pittura, scultura o poesia: la settima in ordine temporale, perchè è la condensazione tecnologica delle precedenti. Per fare cinema ci vuole tecnica, passione e creatività, mentre per raccontarlo basta una penna e un'insaziabile passione. Quello che questa rubrica si propone di fare è analizzare con sguardo critico e passionale allo stesso tempo le storie che hanno affascinato intere generazioni per i più svariati motivi.
In questa rubrica prediligeremo sempre il ragionamento e il sentimento, mai la mera valutazione statistica di un film: per questo non ci saranno valutazioni numeriche, ma solo un ragionamento sui suoi significati e — perché no — sulla sua origine. Questa decisione nasce dal fatto che nell'era dei social media tutto è diventato ricerca di “performance”: capire quali film hai valutato bene e quali male contribuisce ad alimentare la maschera della tua personalità “esteriore”, a discapito della tua identità. Qui si rigetta questa idea, e si va più in fondo. Quanto? Lo scoprirete con la lettura del primo numero.
Carica un'immagineQuando su Letterboxd (beccato…) ho letto per la prima volta la presentazione del Grande Lebowski, primo film dei fratelli Coen dopo il capolavoro “Fargo”, mi sono chiesto “in che senso ‘tempi come questi necessitano di un grande Lebowski’?”. Consapevole che le recensioni sull’app non sono una scienza esatta mi sono interrogato sul significato di questa figura apparentemente sfaticata e impassibile che è riuscita a strappare i complimenti e le 4 “stellette” a Roger Ebert. Ciò che i registi sono riusciti a catturare magistralmente non è tanto uno stile di comicità caratterizzato da battute lampanti o fulmen in clausula, quanto un’essenza umoristica dei personaggi stessi: la trama (che sempre Ebert nella sua prima recensione aveva sentenziato come “pretestuosa” prima di cambiare idea nel 2010) riesce come spunto per i personaggi a dare il meglio di sé e definirsi attraverso varie situazioni paradossali e soggetti fuori dal comune, includendo nel mix pornoattori, nichilisti, feticisti, eroi invalidi e molta altra effervescenza.
Un grandissimo Jeff Bridges interpreta Jeffrey “Drugo” Lebowski (“The Dude”), un hippie invecchiato, appassionato di marijuana, white russian e bowling, ormai strascico di una generazione convinta di poter cambiare il mondo, ma miseramente ritrovatasi a vivere “senza terzo atto”, idea rappresentata dall’immagine del Drugo che si specchia su una copertina di “uomo dell’anno”, a sottolineare questo contrasto tra ambizioni e realtà. La comitiva di personalità che questo film si porta dietro è tanto variegata e caricaturale quanto umana: nel contesto della guerra del golfo (esplicitata dall’apparizione di George H W Bush in una tv nel film), oltre al già citato Drugo, prendono spazio come compagni di avventure Walter, un veterano del Vietnam che non fa altro che estraniarsi dalla realtà per ricadere in un mondo immaginario fatto di “valli di lacrime” e “linee che non devono essere oltrepassate”, e Donny, difficilmente descrivibile in quanto non riesce a completare una frase senza essere duramente ripreso da Walter. Ghiaccio e fuoco, così espliciterei la differenza tra il Drugo e Walter: se la flemma e la tranquillità del protagonista ci ispirano un sorriso rilassato, la caricaturale arroganza e durezza d’animo della sua spalla trovano un perfetto equilibrio che spinge in avanti il Drugo lungo la linea tratteggiata della trama. In effetti, senza Walter e le sue fallimentari trovate ci sarebbe stato più di un dubbio che il Drugo avrebbe agito verso i propri scopi con tutta questa energia.
La cornice di personaggi entro cui questi eroi gravitano include altre prove attoriali di livello altissimo: basti pensare a John Turturro con “Jesus”, il giocatore di bowling cui ha dato vita dopo aver scoperto di non avere un’ampia parte all’interno della sceneggiatura dei fratelli Coen. Semplicemente iconico, così come Sam Elliott, straniero anonimo che serve a esplicitare il messaggio del film attraverso i suoi dialoghi con Drugo, e Julianne Moore, che, per certi aspetti in linea con il precedente “Boogie Nights” (1997), si diletta come artista e scandalizza i puritani con battute provocatrici su “falli” e vagine.
Può inizialmente stupire che questo film abbia dato vita ad una corrente filosofica ispirata allo stile di vita del Drugo: il Dudeismo, fondata nel 2005, è un modo di vivere dichiaratamente alla ricerca della serenità, senza lasciare spazio ai turbamenti che la vita ha in serbo per noi. E qualche volta un white russian o una partita di bowling hanno un effetto rasserenante maggiore del più forte ansiolitico: o quantomeno, se non volete interiorizzare un blando alcolismo, lasciate spazio nella vostra vita al motto del Drugo, “The Dude abides”.
Carica un'immagine“(Pum, pum, pum, pum!)
-Oggi chi sei? Sheppard? Nembo kid? Fammi pensare … l’uomo mascherato?
No
-Buffalo Bill?
No… e chi è?
-E va bene, ci rinuncio.
Sono Pasolini, pam! Pam!
-Bravo, ciao.” Dalla canna della pistola giocattolo di Ricky questa volta esplode veramente un colpo e fa discretamente male. È l'inverno del 1962. Secondo le voci, Alfredo Bini riesce a convincere quattro registi - navigati e non - a girare dei mediometraggi da mettere insieme. Tra i grandi nomi di Rossellini, Pasolini e Godard c'è lui: Ugo Gregoretti. L'iniziale del suo cognome nel titolo “composto” viene messa alla fine, divenendo così l'ultima ruota, l'unica consonante solitaria, l'ultima lettera di Ro.Go.Pa.G.
Fino a quando non arriva, passa del tutto inosservato il pollo ruspante, che svolazza libero tra i campi, che va con le galline, mangia quando può e dorme quando vuole. Piazzato - per chissà quale casuale scelta registica - alla fine, non si sente, non si vede, non si percepisce, ma poi, all'improvviso, sbuca dal nulla, accecante come una luce bianca che irrompe nel traffico della strada enorme e ci investe tutti, proprio come succede alla (non)allegra famigliola.
Un ritratto di una famiglia modello, ostaggio dei caroselli e delle luci ipnotiche delle insegne, e delle televisioni. Il signor e la signora Togni diventano lo specchio dei consumatori perfetti, persino la loro piccola Antonella, già pronta e educata alla nuova società, canticchia di luogo in luogo le litanie coloratissime dei caroselli. Ricky, il fratello più grande, invece, riesce in qualche modo a fuggire in un mondo diverso, dove all'occorrenza svolazza tra campagne fangose fingendosi un pollo ruspante o, con un mantello nero sulle spalle, diventa il temutissimo pistolero Pier Paolo Pasolini, e con una pistola giocattolo spara a tutto ciò che si muove nell'altro “mondo”, quello grigio di mamma e papà, quello dei grandi.
Sequenze ritmate, vaporose - interrotte dal discorso del Professor Pitzorno, un illustre sociologo venuto dall'altra parte dell'oceano per parlare di produzione e consumismo usando un laringofono - accompagnate da un sottofondo a tratti jazz, a tratti twist, che lascia scivolare lo spettatore nelle viscere dell'Italietta del miracolo economico, tra le neonate arterie autostradali e le campagne paludose della Lombardia. Un fast-track ironico, a tratti eccessivamente didascalico, tipico di quella “inguaribile cialtroneria” di cui Gregoretti stesso si diceva portatore.
Mi chiedo a chi parla oggi Gregoretti? Cosa resta delle chiacchiere profetiche e meccaniche del professor Pitzorno? Qual è la reazione della “bestia ammaestrata” che si vede riflessa in una manciata di sillabe metalliche fuggite da un laringofono? Che si ritrova in quel viluppo indotto di emozioni e impulsi, in quell'ombra che non calcola, che non distingue il necessario dall'inutile, che prende coscienza di sé solo quando paga in cassa. Avrà forse iniziato anche lei a canticchiare spensierata le battute di qualche carosello o il motivetto di una hit nazionalpopolare?
Mi rendo conto di scrivere da un'epoca di innocenti polli d'allevamento, di feti adulti, in cui il “pollo ruspante” di Gregoretti diventa un bel quadretto per qualche intellettuale polveroso, ingessato, un palliativo per qualche timoroso rivoluzionario e un prontuario etico per il consumatore abbiente, la cui libertà è direttamente proporzionale al potere d'acquisto. Nelle mani non mi rimane nulla, nella testa ho la sola certezza di vivere nell'unico sistema economico al momento possibile, in bocca ho solo tre parole, le ceneri di un figlio del “dopo-storia”, che nella rassegnazione non vede alcuna alternativa: Consumate! Consumiamo poco e bene.
Amate chi vi piange sulla spalla senza aver paura d'essere sadici.
Amate le risate degli altri senza invidia.
Giocate a fare i pistoleri.
Svolazzate tra i campi come polli ruspanti, mangiate quando potete, dormite quando volete.
Non mi ascoltate, non sono, per difetto d'epilogo, nemmeno il profeta di me stesso.




Linee è la rubrica visiva di Zac: uno sguardo disegnato sull'attualità, un mese alla volta.












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Carica un'immagineCorrono giorni bui. Tempi in cui, in ogni angolo del mondo, si assiste a pietose “sagre del meno peggio” in cui spesso, elettori e spettatori, si vedono costretti a preferire dittatorini a dittatori. Gli esempi sarebbero tanti, da Magyar in Ungheria a Lula in Brasile, salvo qualche eccezione che svela luci inaspettate, come il trionfo in Serbia della Lista “studentesca” pigliatutto nata dalle macerie di una pensilina di Novi Sad.
Ma c’è uno Stato in letargo in cui nulla cambia. In cui sia i palazzi sia chi li elegge sembrano assopiti: parlo dello Stato di Israele.
Oggi si vota per confermare o ribaltare uno tra i governi che, quantomeno per le azioni perpetrate in terra palestinese, gode del minor consenso a livello internazionale. Infatti, anche dalle bocche che hanno difeso a spada tratta Israele è capitato di sentire parole di sdegno nei confronti di Netanyahu o dei suoi rabbiosi e spietati ministri.
Ma c’è una cosa che lascia spiazzati. E la si osserva quando, nei sondaggi, l’alternativa a Netanyahu, che rimane il secondo, è Gadi Eisenkot, un ex Capo di Stato Maggiore dell’esercito che a Gaza ha perso un figlio e due nipoti, contrario alla soluzione dei due popoli, due Stati, mente della dottrina “Dahiya” (che ha recentemente definito come “attuale”) basata sull’uso sproporzionato della forza su obiettivi civili e militari per infliggere danni tali da scoraggiare attacchi futuri.
Ma questa è solo l’epidermide dell’ansia. Perché, guardando al quadro complessivo, ai seggi che i sondaggi attribuirebbero e stando al sistema elettorale proporzionale “quasi” puro tipico israeliano, si potrebbe arrivare ad una situazione in cui più del 70% della Knesset andrebbe a partiti che, anche senza coalizioni, sarebbero accomunati da una linea “dura”. Una linea dalle tante sfumature, che coprirebbe sia partiti favorevoli all’annessione della Cisgiordania e ad esodi forzati sia realtà più “caute” - si fa per dire – comunque contrarie al riconoscimento di uno Stato palestinese. Insomma, una cieca unione all’insegna della negazione.
Ora, permettetemi di provare, oltre che ansia e preoccupazione, un certo stupore nei confronti del popolo israeliano. Un popolo che da prima del 7 ottobre ho provato a “pesare” in ogni momento, nella sua storia “errante”, nelle miriadi delle sue specificità.
E nel tempo ho sempre sostenuto la necessità di mantenere dei punti di contatto con le spiagge sicure d’opposizione all’eccidio di Gaza, che, però, mai come oggi mi sono sembrate oasi. Mi riferisco agli universitari del movimento Omdim Beyachad, sospesi ad Haifa; ai poeti, agli intellettuali che hanno preso posizione contro la guerra; oppure, ai sarvanim, gli obiettori di coscienza incarcerati e tutti coloro che hanno incenerito pubblicamente le cartoline d’arruolamento.
Ma, si sa, a volte, la storia sembra correre al contrario. E mentre rotocalchi e partiti si affannano a smerciare una presunta “dissociazione silenziosa” e maggioritaria, la maggior parte dell’elettorato israeliano, per traumi o mendace propaganda, probabilmente sceglierà la linea “dura”.
L’affluenza da quel che appare sarà ai massimi storici. Perciò, non ci rimane che affidare alle urne le ansie e le paure per sperare in un domani capovolto. In un bellissimo giorno dei contrari.
Carica un'immagineLa discussione parlamentare sulla riforma della giustizia ha riportato il tema della separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti al centro del dibattito politico ed istituzionale. Si tratta di una proposta che ciclicamente riaffiora, che divideva Falcone e Borsellino e divide ancora l'Italia.
Accompagnata da argomentazioni che, pur variando nei toni, restano sostanzialmente le stesse: garantire una maggiore imparzialità dei giudici, impedire influenze indebite tra requirenti e giudicanti, sottrarre la magistratura a derive politicizzate. Tutte premesse nobili, sia chiaro, ma viene da chiedersi se questa riforma sia davvero necessaria e, soprattutto, se sia la soluzione ai veri problemi della giustizia italiana.
Spicca l'osservazione secondo cui se requirenti e giudicanti sono "colleghi" la terzietà del giudice è indebolita per una tendenza a dar maggior credito al requirente rispetto alle altre parti del processo. Un ragionamento che, a ben vedere, appare più suggestivo che fondato su dati reali. La statistica dice infatti che le decisioni dei giudici coincidono con le richieste dei PM in poco più della metà dei casi (50.5% per il Sole 24 ore) il che rappresenta un equilibrio fisiologico: né un allineamento preoccupante, né un sistematico contrasto.
C'è una tendenza piuttosto bizzarra, giustamente smentita e non rivendicata dalla maggior parte degli stessi sostenitori, che ha portato alcuni a conclusioni discutibili. Si tratta della convinzione che la riforma possa influire anche su relazioni instauratesi in contesti extra-professionali. In questo caso, è difficile nascondere l'ilarità di fronte all'idea che qualcuno da Roma debba scomodarsi per far saltare qualche "appuntamento".
Un ulteriore punto nevralgico della riforma è quello della creazione di due organi di autogoverno separati. Attualmente, i giudicanti sono la maggioranza all'interno del corpo della magistratura e nel CSM. Ciò significa che, nel sistema attuale, esiste un equilibrio tra le due funzioni, con i giudici che, in virtù della loro preponderanza numerica, possono garantire un certo bilanciamento rispetto ai pubblici ministeri. Con la riforma, invece, si andrebbe verso la creazione di due Consigli Superiori separati, uno per i giudici e uno per i PM. Un'idea che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire maggiore indipendenza, ma che nella pratica rischia di creare due corpi distinti e autoreferenziali. Paradossalmente, potrebbe perfino rafforzare le tanto vituperate "toghe rosse", perché un corpo requirente chiuso in sé stesso avrebbe meno contrappesi interni rispetto ad oggi. Qui la maggioranza a furia di sgambetti rischia di inciampare. Un altro argomento addotto a favore della riforma è quello di impedire il passaggio dalla funzione di PM a quella di giudice e viceversa.
Qui, in teoria, il ragionamento ha una sua logica: chi per anni ha fatto l'accusa potrebbe avere difficoltà a vestire i panni dell'imparziale giudicante. Ma quanti magistrati cambiano effettivamente funzione nel corso della loro carriera? Pochissimi, negli ultimi 5 anni tale fenomeno ha interessato solo lo 0,3% dei magistrati. E peraltro, la riforma Cartabia ha già introdotto paletti molto rigidi, limitando la possibilità di passare da una funzione all'altra ad una sola volta nei primi anni dall'abilitazione. Dunque, si tratterebbe di risolvere un problema che, nei fatti, appare irrisorio.
L'unico punto su cui tutti sembrano concordare è la necessità di depoliticizzare la magistratura, e a questo scopo il sorteggio per la scelta dei membri del CSM potrebbe essere una soluzione accettabile. Ma se il sorteggio potrebbe potenzialmente risultare utile per ridurre l'influenza delle correnti, perché non applicarlo all'interno di un unico CSM, senza bisogno di separare le carriere? Tutto ciò, ovviamente, lasciando da parte i dubbi riguardanti la "qualità" della scelta, che il sorteggio potrebbe non garantire.
La verità è che questa riforma, più che rappresentare una svolta strutturale, assomiglia a un intervento di maquillage istituzionale. Non risolve i problemi più gravi della giustizia, che restano la lentezza dei processi, la carenza di organico, il sovraccarico dei tribunali. E non è detto che non ne crei di nuovi. Se davvero si vuole migliorare il sistema giudiziario in chiave garantista, noi cittadini in primis dovremmo chiederci: dove vogliamo arrivare? sarà questo solleticare le tendenze e le tensioni del momento a condurci ad una giustizia giusta?
Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riportato in auge il tema dell'Autonomia Strategica europea, definita come la capacità dell'UE di liberarsi delle dipendenze e di agire autonomamente in vari settori strategici (EPRS, 2022). Questo perché, nelle ultime settimane, il Presidente americano ha lanciato una serie di segnali che gettano qualche dubbio sull'affidabilità delle garanzie statunitensi, denunciando in particolare una certa "stanchezza" americana in tal senso. Se queste posizioni non sono certo una novità da parte di Trump, questa volta sembrano essere più insistenti, in un contesto diventato più ostile rispetto al quinquennio 2016-2021. La guerra russo-ucraina si è trasformata da conflitto localizzato e congelato, ad un'invasione su vasta scala che si protrae da tre anni. Ad oggi, la Russia sembra sulla strada di una "vittoria", seppur parziale, con il placet di Trump che punta chiaramente ad un cessate il fuoco immediato, anche a costo di enormi concessioni alla Russia. In tale contesto geopolitico fortemente degradato, la Presidente della Commissione Europa Ursula Von Der Leyen ha presentato un importante Progetto di riarmo denominato "ReArm Europe/Readiness 2030", aggiungendo come l'Europa stia entrando in un'era in cui deve pensare autonomamente alla propria difesa e assumere maggiori responsabilità di sicurezza nel medio e lungo periodo. In sintesi, è (di nuovo) "l'ora dell'Europa" che deve quindi farsi trovare pronta.
Come funziona?
Il piano ReArm Europe / Readiness 2030 ha come obiettivo quello di mobilitare fino a 800 miliardi di euro, il piano punta a sostenere gli Stati membri nell'aumentare rapidamente gli investimenti militari, senza violare i vincoli di bilancio. Come funziona? In primo luogo, la Commissione propone di rendere più flessibili le regole di bilancio, permettendo agli Stati di spendere fino all'1,5% del PIL in difesa senza che questo pesi sul deficit. In aggiunta è stato creato un nuovo strumento finanziario denominato SAFE ("Security Action For Europe"), che offrirà 150 miliardi di euro in prestiti a lungo termine per acquistare insieme armamenti strategici, come sistemi antimissile, droni, munizioni e tecnologie cyber. A questo si aggiunge il coinvolgimento della Banca Europea per gli Investimenti e del capitale privato, per sostenere l'industria europea della difesa. I fondi saranno destinati a progetti congiunti tra più paesi europei (e anche con l'Ucraina), per garantire interoperabilità, risparmio sui costi e maggiore coerenza strategica.
Riarmo: Un passo necessario ma imperfetto
Il piano di riarmo annunciato dalla Commissione Europea rappresenta una svolta per la sicurezza del continente. Non tanto per il suo contenuto rivoluzionario quanto piuttosto perché incorpora la presa di coscienza dell'ingresso in una nuova era geopolitica nel quale gli Stati Uniti non sono più disposti a farsi garanti della sicurezza europea. Un mondo post-egemonico, dove l'ordine liberale internazionale cede gradualmente il passo alla politica di potenza. Dall'altra parte, la Russia ha dimostrato di essere un attore ostile e inaffidabile, con l'obbiettivo di ridefinire l'ordine di sicurezza europea andato a stabilirsi dopo il 1991. In tale scenario incerto, il riarmo svolge dunque una funzione duplice: ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e dissuadere la Russia.
Nonostante le sue ambizioni, il piano presenta delle criticità. Nello specifico, allo stato attuale, manca una vera integrazione delle forze armate europee, traducendosi piuttosto in un mero rafforzamento degli eserciti nazionali senza una strategia comune. Rischio è, dunque, la disorganizzazione e la frammentazione. Per tale motivo è essenziale che gli investimenti siano vincolati a progetti di cooperazione europei, come acquisti congiunti o l'interoperabilità delle forze armate.
Il riarmo è necessario: le condizioni geopolitiche internazionali non sono più tali da permettere l'inazione. Coloro che si dicono contrari al riarmo, ignorano una variabile fondamentale della politica internazionale: l'incertezza. Come non è possibile affermare con certezza affermare che la Russia voglia attaccare l'Europa, così non è possibile escluderlo. Molti analisti, prima dell'invasione del 2022, affermavano con certezza che Putin non avesse intenzione di invadere l'Ucraina, salvo poi doversi ricredere all'indomani del 24 febbraio. Tutto ciò sulla base di un principio di razionalità che, tuttavia, non è sempre applicabile alle Relazioni Internazionali.
In tale contesto di incertezza, il riarmo (ora definito "prontezza") potrebbe rappresentare una forma non solo di deterrenza nei confronti della Russia, ma anche di "assicurazione" nei confronti di un possibile futuro attacco. Un'Europa disarmata rischierebbe di creare un forte disequilibrio di potenza che costituirebbe un incentivo a un colpo di mano russo, specie con gli Stati Uniti in ritirata, in quanto ridurrebbe fortemente il costo dell'aggressione.
In conclusione, il riarmo è coerente con il mutato contesto geopolitico che, certamente, non permette l'inazione. Tuttavia, è importante che esso sia accompagnato da una visione. Una visione che deve mirare quanto più possibile a un'integrazione comunitaria della difesa in modo da ottenere non solo una maggiore efficienza operativa, ma anche una vera autonomia strategica europea.
Un'integrazione comunitaria della difesa consentirebbe di evitare duplicazioni, razionalizzare gli investimenti e rafforzare la base industriale comune, trasformando la spesa in leva per la coesione politica e la sovranità europea. Il riarmo, se lasciato alla sola dimensione nazionale, rischia invece di alimentare frammentazione e concorrenza interna.
Resta da vedere, dunque, se questa iniziativa avrà successo. Storicamente, le crisi hanno rappresentato opportunità di maggiore integrazione: da Maastricht fino alla pandemia, l'UE ha spesso saputo trasformare situazione di emergenza in momenti fondativi. Tuttavia le crisi sono state anche momenti in cui la solidarietà è stata messa a dura prova, come nel caso dell'euro-crisi o della crisi migratoria del 2015.
Serve dunque una governance chiara, inclusiva e strategicamente orientata. Solo mantenendo alta l'ambizione politica e costruendo fiducia reciproca tra i Paesi membri, si potrà trasformare questa crisi in un'occasione di rafforzamento.
Oggetto del dibattito nazionale ed internazionale è certamente la questione energetica. Se da un lato esiste ed è appurata l'emergenza climatica, dall'altro lato è evidente come il livello di sostenibilità richiesto all'industria energetica risulti spesso in conflitto con le effettive esigenze interne.

Facciamo subito chiarezza andando a visualizzare i dati relativi al mix energetico italiano (triennio 2021-2023); dati che indicano i contributi riferiti alle singole fonti energetiche che concorrono alla generazione elettrica: (dati provenienti dal rapporto sulla situazione energetica nazionale nel 2023 redatto dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica).
Visualizzando la voce della produzione di energia elettrica da impianti termoelettrici tradizionali (ossia gli impianti che "bruciano" un combustibile per poter alimentare un ciclo che porta alla generazione di energia elettrica) in relazione alla voce sulla produzione totale, notiamo come oltre il 50% di quest'ultima, tra il 2021 ed il 2023, sia stata sostanzialmente determinata da fonti di origine fossile. Tra queste spicca su tutte il gas naturale con percentuali che superano il 70%.
Le fonti rinnovabili, seppur in forte aumento dal 2022 al 2023 in termini di energia generata (aumento del 16% nella produzione), sembrano occupare un ruolo di secondo piano rispetto alle fonti fossili convenzionali. Le argomentazioni potrebbero essere molteplici, ma su tutte spicca la motivazione tecnologica: le fonti rinnovabili presentano due limiti: la non programmabilità e l'intermittenza. Esse sono intermittenti in quanto non producono energia in modo costante e continuo (a differenza delle centrali termoelettriche in funzione 24 ore al giorno 365 giorni all'anno), bensì seguono un andamento che dipende dalle condizioni atmosferiche e da altri fattori naturali. Basti pensare al fotovoltaico: è chiaro che nei mesi invernali la generazione sarà ben diversa rispetto alla generazione nei mesi estivi, così come è evidente che durante le ore notturne l'energia prodotta non sarà paragonabile a quella prodotta durante le ore diurne. Tali fonti sono inoltre non programmabili in virtù del fatto che non è possibile stabilire a priori quanta energia verrà prodotta.
Questa visione dei fatti appare però in netto contrasto rispetto a quella che è la normativa vigente a livello europeo. Il Green Deal, insieme di iniziative proposte dalla Commissione Europea nel 2019, si pone infatti come principale obiettivo quello del raggiungimento della "neutralità climatica" entro il 2050, vale a dire zero emissioni nette di gas serra (anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, vapori d'acqua e gas fluorurati) entro il 2050 (le emissioni nette sono il risultato del bilancio tra le emissioni di gas serra al netto delle azioni che vanno a ridurre o compensare queste emissioni).
Affinché il "Net Zero" venga raggiunto sono state poste in essere diverse iniziative in diversi ambiti, che vanno dall'industria sostenibile all'economia circolare ed alla mobilità sostenibile sino alla modifica radicale del sistema energetico europeo, ritenuto responsabile del 75% delle emissioni di gas serra all'interno dell'UE (ricordiamo che nella combustione di materie prime di origine fossile viene prodotta anidride carbonica, il principale gas serra). Nello specifico, essendo l'obiettivo incentrato sulla decarbonizzazione, il piano prevede lo sviluppo di un settore energetico basato in gran parte sulle risorse rinnovabili.
Il piano porta ad una serie di riflessioni a fronte dell'obiettivo preposto: come affrontare il limite intrinseco delle fonti rinnovabili? Come ridurre la dipendenza dalle fonti fossili non rinnovabili?
La risposta alla prima domanda può essere affrontata sotto una lente prevalentemente tecnica, ad esempio: potrebbero essere introdotti dei sistemi di accumulo dell'energia prodotta durante periodi di intensa generazione (esempio per l'eolico: giornata caratterizzata da forte vento) così da sopperire ai periodi di bassa generazione. Purtroppo, anche adottando tale soluzione, la problematica persiste: i comuni sistemi di accumulo dell'energia (batterie al litio) sono dotati di una limitata capacità di accumulo; dunque, non è materialmente possibile accumulare interamente il surplus energetico generato. La ricerca in questo ambito prosegue e continuerà nel tempo, con la speranza di giungere a una soluzione che possa rivoluzionare il mondo della generazione elettrica.
La risposta all'ultima domanda risulta ancor più complessa: come già detto, il sistema termoelettrico nazionale dipende fortemente dal gas naturale; inoltre, per le motivazioni già citate, ad oggi sarebbe impensabile la sostituzione dell'intero apparato energetico nazionale con un apparato basato esclusivamente sulle fonti rinnovabili, per non parlare poi dei costi a cui si dovrebbe far fronte. Infine, il gas naturale è ritenuto dagli esperti del settore come la possibile "fonte ponte" verso un sistema energetico che in futuro sarà prevalentemente basato sulle rinnovabili così come auspica il Green Deal. Individuata come "ponte" in virtù delle minori emissioni di anidride carbonica rispetto ad altri idrocarburi come il carbone (emissioni minori del 50%, a parità di energia prodotta, a seguito di una reazione di combustione).
A seguito di quanto detto sino ad ora gli spunti per il dibattito sono molteplici, tralasciando la trattazione sul gas naturale, tema che certamente verrà trattato con maggior cura in un successivo articolo, possiamo sottolineare che: visti i limiti delle tecnologie rinnovabili, perché non "accompagnare" la transizione energetica al posto di imporla con il Green Deal? Perché dunque non adottare politiche energetiche basate su effettive esigenze generali e non su paletti ideologici potenzialmente limitanti? Trovare un punto di incontro tra la generazione elettrica da rinnovabili e da fonti fossili risulta essere il nodo principale dell'intero dibattito energetico.
Tre anni fa, l'89% degli studenti della nostra università ha scelto di non partecipare alle elezioni studentesche. Il dato è chiaro: nel 2022, per il rinnovo degli organi di rappresentanza dell'Alma Mater, l'affluenza si è fermata all'11%. Un trend in calo da oltre un decennio, comune alla maggior parte delle università italiane, ma che colpisce particolarmente in un Ateneo dal passato ricco di fermento culturale e politico.
Disillusione o disinteresse? Probabilmente entrambi. Gli studenti appaiono sempre meno integrati nella comunità accademica. Spesso l'università viene percepita come un'entità distante, un'istituzione burocratica che non incide concretamente sulla vita quotidiana degli studenti. L'idea diffusa è che le decisioni prese all'interno degli organi accademici siano irraggiungibili e non influenzino in alcun modo l'esperienza universitaria. Ma è davvero così? La realtà dimostra il contrario: quando gli studenti si organizzano e si fanno sentire, quando partecipano attivamente e si inseriscono in un lavoro serio all'interno di tutti gli organi – dai consigli di corso fino al consiglio di amministrazione – possono incidere concretamente. Le testimonianze di chi si è impegnato nella rappresentanza dimostrano come sia possibile migliorare servizi, spazi, regolamenti e opportunità, cambiando radicalmente l'esperienza universitaria per sé stessi e per gli altri.
I dati dimostrano come gli universitari non sono colpiti dall'astensionismo che spesso svuota le urne durante le principali tornate elettorali del nostro paese. Tuttavia, il numero esiguo di votanti alle elezioni universitarie suggerisce ragionevolmente una esistente disaffezione nei confronti della propria comunità accademica e una scarsa percezione della necessità di partecipare attivamente alla costruzione dell'università stessa.
Il termine "Universitas," dal latino "totalità," rappresenta un'esperienza ricca, dove studio, relazioni, arte, conoscenza, impegno e curiosità si intrecciano. Tuttavia, con la possibilità di seguire lezioni a distanza – un'abitudine consolidata durante la pandemia di Covid – cosa motiverà in futuro gli studenti a raggiungere fisicamente l'università?
I dati ANVUR mostrano un aumento significativo di iscrizioni alle università telematiche, segnalando un fenomeno preoccupante: l'università sembra perdere la sua identità di "comunità" e la sua attrattiva, riducendosi a una mera "fabbrica di titoli." In questo scenario, gli studenti rischiano di non sentirsi parte di una comunità accademica, né di impegnarsi a preservarla o arricchirla. Il declino della vivacità culturale e del dibattito politico e sociale, pilastri tradizionali degli ambienti universitari, è ormai evidente.
Quale modello vogliamo costruire? Dobbiamo chiederci come arginare il disinteresse verso l'università e la partecipazione attiva. Una possibile soluzione potrebbe consistere nel ripensare l'università come una comunità di sviluppo relazionale, arricchita da attività extra-didattiche che rendano il percorso universitario più coinvolgente.
Promuovere il dialogo tra docenti e studenti.
Creare spazi per iniziative culturali, favorendo dibattito e creatività.
Sostenere le liste studentesche, fondamentali per dare voce agli studenti e coinvolgerli attivamente nel processo decisionale.
A maggio si terranno le elezioni per rinnovare gli organi di rappresentanza degli studenti dell'UNIBO e del CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari). È giunto il momento per tutte le realtà studentesche di proporre soluzioni capaci di mettere al centro il bisogno naturale dello studente di sentirsi parte di una comunità aperta e viva.
Solo così l'università potrà tornare a essere un ambiente di cultura e dibattito. E solo così gli studenti potranno ritrovare la motivazione per partecipare attivamente, invertendo la tendenza verso la disillusione e il disinteresse. Rivitalizzare il ruolo storico dell'università è ancora possibile.
È una storia dedicata "a chi tende la mano, senza mai ricevere aiuto, o carezza. Ai dimenticati che resistono. A chi è andato giù".
E' la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, e a ogni piano, mentre cade, l'uomo non smette di ripetere: "Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene". Ma il problema non è la caduta: è l'atterraggio.
Pietro è già caduto a precipizio per quarantanove piani. Ha combattuto, con tutte e le sue forze, il Dono che la vita gli ha dato tra le mani. Senza ricevere aiuto. Senza mai ricevere una carezza. E ha deciso di schiantarsi al suolo. Ha deciso lo schianto più forte che potesse scegliere.
Pietro spesso cerca esilio in uno dei suoi "rifugi segreti". Un metro quadro di vapore, la doccia. Un'immagine luminosa del passato, lui e sua mamma dentro l'alimentari del signor Foscaro. I pochi attimi tra il sonno e la veglia, in cui non si è ancora materialmente immersi nella disgrazia che è la realtà. Istanti di "infinito perfetto, rovesciato tutto in dolore, qui e ora."
Il dolore porta Pietro ad odiare tutti. Odia le esibizioni della finta bontà, le recite indegne di una letizia costruita, l'ipocrisia del bene. Ma quando la cruda realtà precipita sul viso dei falsi perbenisti, quando il male vero e duro, incarnato nello sguardo assente dello Scrondo, si schianta sulle espressioni improvvisamente imbarazzate della gente, Pietro gode, sì, gode.
L'odio, che ha consumato il cuore di Pietro, lo porta a disdegnare anche coloro che davanti allo Scrondo sperimentano, invece, una sincera pietà. Come Agata, la donna che durante tutto il racconto si prenderà materialmente cura dei suoi due ospiti, i quali risveglieranno in lei un'innata maternità che sembra quasi riportare Agata a respirare un'aria che non scopriva da tempo tra le malinconiche vie di Sant'Anna del Sannio.
"Si volta verso di lui, ha gli occhi invasi di pianto. -Guardi- Con una mano, con il palmo aperto, leggera, sta accarezzando Jacopo. … Pietro è colpito, finge di non esserlo, non vuole dare peso alla cosa. … – Quanto è bello- Agata non smette e di piangere. No. Questo no. Pietro con la pietà ha chiuso. Jacopo, lo Scrondo, non è bello, né buono, né bravo."
Pietro ormai rifiuta anche la pietà. Rifiuta di lasciare aperta qualsiasi speranza di risveglio. Ma gli occhi del figlio rimangono spenti. Pietro desidera solo tornare a respirare. Ha fame. Ha fame d'aria. Ma la vita continua a cibarlo di istanti solamente pieni d'odio.
"È slanciato, e bello, Jacopo è bello, di una bellezza che può ingannare per qualche istante, poi, anche mentre cammina, non si può non notare il leggero dondolamento, l'andatura da sonnambulo aggrappato al braccio del padre, e la mano sinistra, le dita della mano sinistra, che non smettono mai di passare e ripassare sulla coscia. Una carezza senza significato. Un gesto meccanico. Una stereotipia. Così dissero a Pietro e Bianca i dottori, oramai tanti anni fa."

Bianca, la donna di cui si innamorò da ragazzino, una giovane evidenza d'amore che gli donò Jacopo. Lei, pur continuando a soffrire, "ha accettato che quel figlio potesse essere quello che è, … ha saputo ricostruire il suo amore attorno alla malattia del figlio." Pietro no, Pietro "ha iniziato a competerci con la malattia, come fossero due innamorati che corteggiano lo stesso cuore. E alla fine ha perso. Il cuore di suo figlio se l'è preso l'autismo a basso funzionamento, bassissimo."
E poi c'è lei, Gaia, l'ennesima rappresentazione di una fuga in una terra chiamata felicità, in un mondo in cui il male fa finalmente spazio alla bellezza, dove si possono amare, e dove tutto è sereno.
"La fantasia è un dono che la vita concede agli uomini. … Ma la fantasia, così come viene, se ne va". Un rapporto innalzato dal sogno e, in un attimo, bruciato dall'odio. "È calato il buio. Su natura e umani. … - Non ci credo- Guarda Gaia con disprezzo." Pietro è ormai totalmente fuori controllo, l'odio ha preso, per l'ennesima volta, il sopravvento. "Lei non si aspettava una reazione così violenta…-Ma vaffanculo. Te e questo posto di merda-". Lui è irrefrenabile, non riesce più a starle davanti, vuole andarsene, fuggire, il più lontano possibile. Afferra Jacopo per un braccio, tira su l'eterno peso morto. I due si alzano, e fuggono. Jacopo, trascinato dal padre. Pietro, trascinato dall'odio. "Anche Gaia si alza, prova a riprendergli una mano, a ristabilire un contatto, ma lui la spinge via in malo modo". In un attimo l'odio ha usurpato, e poi carbonizzato, la gaia allucinazione che la fantasia gli aveva cecamente costruito. E Pietro viene nuovamente catapultato nella personale prigione che è la realtà.
Questa è la storia di un uomo ormai rassegnato all'ingiustizia della vita, nudo davanti al dolore, sconfitto di fronte all'odio. Ma è anche la storia di un padre, Pietro, che si trova di fronte a qualcosa di nuovo e inaspettato. Una vicinanza fatta di piccoli gesti sinceri. Un amore genuino. Un contatto con una carità familiare. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Ed è la storia di un marito, che ritrova la certezza di una solidarietà tacita, ma mai spenta, donata dalla sua più leale compagna di viaggio, Bianca.
È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, ma che un attimo prima dell'atterraggio decide di tornare a difendere quel Dono così rumorosamente muto che la vita ne ha fatto della sua stessa carne. Un figlio. Jacopo.
Se il sovraffollamento carcerario è un morbo tristemente noto in Italia da lungo tempo, altrettanto non si può dire di quella che sta interessando gli istituti penitenziari minorili: un'emergenza di recentissimo sviluppo che ha fatto perdere all'Italia uno dei pochi motivi di vanto a livello europeo rimasti nel sistema giudiziario nazionale. Il minorile italiano, infatti, rappresentava uno dei migliori modelli penitenziari in Europa, e mai aveva registrato numeri così elevati e dati così allarmanti come in questi ultimi anni. Tra le peggiori conseguenze vi è la proposta di trasferire cinquanta detenuti dall'IPM di Bologna alla Casa circondariale "Rocco D'Amato", più nota come Carcere della Dozza, per motivi di sovraffollamento, accolta e attuata anticipatamente già nella seconda metà del mese marzo. E sebbene il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari abbia assicurato la temporaneità dell'operazione, non si può certo ignorare che, oramai, le violazioni dei diritti costituzionali siano in metastasi. Per quanto la sentenza pilota Torreggiani c. Italia della Corte di Strasburgo abbia inciso sull'attenzione che oggi si pone verso i numeri di capienza effettiva nelle celle, non si può certo affermare che sia stata un antidoto sufficiente a contrastare gli esiti collaterali del Decreto Caivano. Un decreto che non solo ha diminuito il minimo ed esteso il massimo edittale delle pene per alcuni reati commessi da minori, facendo smoderato uso improprio del bisturi penale, ma ha anche esteso la possibilità di custodia cautelare preventiva ai minori in relazione a determinate condotte.

Quello che è certo, quindi, è che le carceri minorili sono tutt'altro che immuni al virus del panpenalismo. Se la rieducazione è lo scopo cui dovrebbero tendere le pene per Costituzione, è tanto semplice, quanto intuitivo, comprendere che la giovane età è condizione ottimale per il recupero del reo. Un reo che potrebbe riscoprirsi in un mondo che ancora non ha visto del tutto e che potrebbe essere ancora in grado di sorprenderlo, ma che, invece, preferisce l'effetto placebo del sedativo carcerario. Un metodo che funziona fino a quando il detenuto non torna in libertà. Perché se il metodo scientifico valesse nel diritto come vale nella medicina, un tasso di recidiva del 60% di chi sconta la propria pena in carcere basterebbe per ammettere il fallimento dello Stato.
Ancora di più, se ulteriormente svilito dal 2% di recidiva di chi, invece, accede a percorsi lavorativi extra moenia. I cittadini, dunque, sono vittime della recidiva in proporzione a quanto i detenuti sono vittime del carcere. Nessuno, infatti, beneficia delle prigioni, nemmeno chi crede di essere dalla parte giusta delle sbarre. Sono 78 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita dal 2011 al 2022, registrando un numero di casi record rispetto a qualunque altro corpo di Polizia. Nonostante ciò, c'è ancora chi propone di costruire nuove carceri, gridando ad una sorta di diritto all'eutanasia: il diritto di morire in detenzione per chi lo ha scelto. E queste risposte semplici a problemi complessi si materializzeranno in nuovi istituti detentivi: contenitori di indesiderati come sterili espedienti per una società infetta. Una cura oppiacea che ha già tutte le caratteristiche di un esperimento fallito. Se si pensa, poi, che la facoltà di scelta i detenuti ce l'abbiano una volta liberi, si è vittime delle proprie contraddizioni: chi crede che un essere umano meriti quei "trattamenti disumani e degradanti" espressamente proibiti dalla Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, e per cui l'Italia è stata sanzionata più volte, sarà poi in grado di accogliere in società chi quei trattamenti li ha "meritevolmente" subiti? Con questo interrogativo lascio i negazionisti, anche se tanto, si sa, il metodo scientifico (per ora) non vale nel diritto. Eppure, al carcere nessuno è immune.
Carica un'immagineNel XXI secolo, il concetto di guerra è stato sempre più esteso a campi che vanno al di là del dominio militare. L'interdipendenza, in particolare, ha reso possibile l'utilizzo del commercio come strumento di pressione e influenza nelle dinamiche geopolitiche. L'amministrazione Trump, nello specifico, ha incarnato questa tendenza, trasformando i dazi in veri e propri strumenti di compellenza, da usare indistintamente contro avversari e (supposti) alleati.
La fine del multilateralismo?
Le recenti politiche tariffarie di Trump rendono evidente come il paradigma di cooperazione multilaterale stia venendo gradualmente sostituito da una logica realista e improntata all'unilateralismo. Inoltre, dimostrano come l'interdipendenza possa essere utilizzata per fini coercitivi. Questa idea è racchiusa nel concetto di "Weaponized Interdependence", sviluppato da Henry Farrell e Abraham Newman, secondo cui gli Stati con posizioni centrali nel sistema economico globale possono sfruttare tale centralità per influenzare o punire altri attori ormai integrati in questo stesso sistema. Gli Stati Uniti, occupando una posizione centrale nel commercio internazionale, hanno applicato tale strategia imponendo dazi e restrizioni che vanno oltre la semplice protezione del mercato interno, ma mirano a ottenere concessioni in ambito internazionale.
America First
Trump si è fatto paladino del protezionismo, sotto lo slogan "America First", con la pretesa di voler porre fine ad anni di "sfruttamento" degli Stati Uniti nel commercio internazionale. Le cosiddette "Liberation Day Tariffs" hanno imposto dazi "reciproci" nei confronti di diversi Paesi, inclusa l'Unione Europea (20%) e la Cina (34%), salvo poi decidere per una sospensione di 90 giorni nei confronti della prima. La guerra commerciale con la Cina, invece, continua, con tariffe che hanno raggiunto l'assurda cifra del 145% sulle importazioni. L'Unione Europea ha reagito alle tariffe statunitensi approvando contromisure su circa 18 miliardi di euro di prodotti americani. Tuttavia, ha sospeso l'implementazione di queste misure per 90 giorni, in attesa di negoziati con gli Stati Uniti. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha avvertito che, in assenza di progressi, l'UE è pronta a introdurre ulteriori misure, inclusi dazi sui servizi digitali, che colpirebbero grandi aziende tecnologiche statunitensi.
Il ruolo dell'Europa
Di fronte a un crescente uso coercitivo del commercio e dell'interdipendenza economica, l'Unione Europea è tenuta a ridefinire profondamente il proprio ruolo. La risposta non può essere esclusivamente difensiva o reattiva, ma deve piuttosto essere accompagnata da un rafforzamento della capacità dell'UE di agire come potenza normativa e strategica. Nello specifico, l'UE deve dotarsi di strumenti credibili per la protezione di settori sensibili, deve essere in grado di garantire la continuità delle catene del valore, così come deve essere capace di rispondere a coercizioni economiche esterne. Questa strategia richiede il completamento dell'agenda per un'autonomia strategica aperta, investimenti nell'innovazione industriale e accordi commerciali con economie affini. Ma soprattutto, l'UE deve lavorare attivamente per una riforma del sistema multilaterale, facendosi garante di un commercio internazionale basato sulle regole, sulla trasparenza e sull'uniformità. In un mondo sempre più competitivo e frammentato, l'uniformità e la visione strategica dell'Europa sono i prerequisiti della sua rilevanza.
Impatto economico mondiale
Le politiche tariffarie dell'amministrazione Trump avranno effetti negativi sull'economia mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto una crescita mondiale al ribasso per il 2025, portandola dal 3,3% al 2,8%. Le tensioni commerciali con la Cina e l'inasprimento delle tariffe statunitensi hanno ridotto i flussi di investimento, interrotto catene del valore globali e diminuito la fiducia delle imprese, frenando consumi e investimenti.
Il FMI ha anche segnalato un rischio di recessione per gli Stati Uniti, con una probabilità del 40% entro fine anno. L'impatto è visibile anche in Europa: le economie di Germania, Francia e Italia mostrano tassi di crescita inferiori all'1,1% previsto per il Regno Unito. In sostanza, il sistema multilaterale del commercio appare sempre più fragile, mentre l'uso strategico dei dazi come strumento politico mette in discussione la sostenibilità dell'ordine economico liberale.
Nel precedente numero, illustrando il rapporto sul mix energetico italiano pubblicato nel settembre del 2024 dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, è stato appurato come il gas naturale rappresenti la principale materia prima implementata per la generazione di energia elettrica. Avendo chiarito tale punto ed avendo già trattato, seppur brevemente, le principali tematiche del Green Deal, la nostra attenzione dovrebbe spostarsi verso l'analisi del settore del gas naturale in Italia.
Se da un lato l'Italia ha prontamente risposto con un aumento della generazione elettrica da fonti rinnovabili (con il primato dell'idroelettrico nel 2023 come appurato nella precedente pubblicazione), dall'altro lato ha dovuto rispondere in maniera forzata andando alla ricerca di nuovi partner commerciali per poter sopperire a tale "deficit" di gas naturale, l'imprescindibile unità base del sistema termoelettrico nazionale.
Fondamentali sono stati gli accordi stipulati tra l'attuale governo e l'Algeria i cui effetti hanno portato ad un incremento della portata che transita attraverso il gasdotto "Transmed". La strategia nazionale si è infine concentrata sulle importazioni di gas naturale liquefatto, incrementate dal 2022 al 2023 del 17% circa. Ad oggi sono quattro i terminali di rigassificazione operativi in Italia: Porto Viro, Livorno, Panigaglia e Piombino, a cui si aggiungerà un quinto terminale entro la fine del 2025 a Ravenna.
Il punto di partenza non può che essere anche il punto di arrivo dell'intera trattazione: la domanda di gas naturale supera la produzione interna, rendendoci fortemente dipendenti dall'estero. I dati più recenti a nostra disposizione, riferiti al 2023, evidenziano una domanda complessiva di gas naturale pari a 61,7 miliardi di metri cubi. Tale domanda è stata soddisfatta per il 95% dagli approvvigionamenti esteri e solamente per il 5% dalla produzione nazionale. Facendo ora riferimento alle importazioni: circa il 73% del gas naturale giunge nel Belpaese mediante gasdotti, mentre il restante 27% giunge mediante navi cisterna sottoforma di GNL (gas naturale liquefatto, ottenuto portando il gas naturale alla temperatura criogenica di circa -160 °C). Attualmente, il principale Paese da cui importiamo gas naturale via gasdotto è l'Algeria; infatti, circa il 52% proviene dal Paese nordafricano, seguono poi in ordine: Azerbaijan (circa 22%), Nord Europa (circa il 15%), Russia (circa 6%) e Libia (circa 5%). (fonte: Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica). La questione sui metanodotti apre un ulteriore fronte: il tema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Come tristemente noto, nel febbraio del 2022 ha avuto inizio l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. In risposta a tale evento l'Unione Europea ha implementato un "pacchetto" di sanzioni nei confronti di Mosca.
È di fondamentale importanza evidenziare che il trasporto del GNL si realizza per via marittima, andando quindi a rompere la staticità che caratterizza i metanodotti: un metanodotto collega direttamente Paese esportatore ed importatore, azzerando le possibili interazioni di mercato (banalmente: si è sempre "costretti" a comprare dallo stesso fornitore). Il GNL al contrario, in virtù della sua maggiore flessibilità, apre ad eventuali scambi commerciali globali. Basti pensare che ad oggi il principale fornitore di GNL per l'Italia è il Qatar, seguito dagli USA che, a seguito del proficuo incontro tra la Premier Meloni ed il Presidente Trump, potrebbero incrementare le esportazioni.
Come abbiamo potuto constatare in questi ultimi tre anni, la politica italiana, in termini di sicurezza energetica, si è mossa esclusivamente verso una maggiore diversificazione delle importazioni di gas naturale. Non andando in alcun modo a scomodare un tema certamente caldo in Italia come quello delle perforazioni. La domanda che ci poniamo, con l'auspicio che questa possa generare dibattito e riflessione, è la seguente: considerando la dipendenza così marcata dal gas naturale ed appurata la sua importanza nell'ottica della transizione energetica, perché non invertire l'attuale tendenza volta alla diminuzione della produzione interna? (passata in meno di 30 anni da 19,2 a 3 miliardi di metri cubi all'anno, fonte: ARER.
Tra le misure più impattanti e di maggiore sensibilità per l'Italia vi è stata la progressiva riduzione delle importazioni di gas naturale, misura volta a diminuire la dipendenza energetica da un Paese che, prima del conflitto, copriva circa il 40% del fabbisogno nazionale.
Carica un'immagine"Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo."
Queste sono alcune delle parole scritte da Aldo Moro durante i suoi 55 giorni di prigionia. Oggi, però, dobbiamo compiere un piccolo sforzo: cercare di far sì che anche le parole al di fuori del "caso Moro" prendano vita e diventino guida, affinché non rimangano confinate a quella fredda primavera del '78. Come spesso accade, infatti, l'attenzione si concentra più sul rumore di una morte che sulla sinfonia di un'intera vita. Vita che, così facendo, viene ridotta a pochi attimi. Facciamo come se quei piccoli occhi mortali rivedessero la luce, come se Moro, parlandoci, ci indicasse la via.
Innanzitutto, prima di poterne attualizzare gli insegnamenti, dovremmo chiederci: cosa resta di lui? Una risposta esaustiva potrebbe risultare sconfinata e confusionaria; dunque, è necessario un lavoro di sintesi. Sicuramente restano le parole che hanno plasmato un modo di guardare alla politica e, in generale, alla democrazia come un processo e non come un dato acquisito. Parole che ancora ci ricordano l'importanza del dialogo e del compromesso. Tuttavia, nonostante gli spunti argomentativi sarebbero numerosi, in questa breve riflessione ci concentreremo sulla centralità che il tempo ricopre nel sistema democratico, partendo dallo sforzo di Moro nel sottolinearne l'importanza e di come questo, oggi genericamente collegato alla lentezza, possa tornare a essere un "pregio".
La prima risultanza che balza agli occhi è una generale insoddisfazione verso il funzionamento della nostra democrazia, con una principale imputazione di colpe alla lentezza del processo decisionale.
Difatti, dati alla mano, si può osservare che, secondo quanto rilevato da Ipsos nel 2020, il 56,2% dei cittadini si diceva insoddisfatto della nostra democrazia e parte delle colpe venivano imputate proprio alla lentezza. Un'altra rilevazione (sempre di Ipsos), più recente (2024), riporta che il 51% degli italiani si ritiene insoddisfatto del funzionamento della nostra democrazia. Si può dunque affermare che oggi il tempo non sia ben percepito dalla comunità democratica a causa dell'automatica associazione tempo-lentezza? Direi di sì. E non finisce qui, perché tale associazione rischia di essere un "cavallo di Troia" per l'entrata in vigore di riforme illiberali, soprattutto in un paese insoddisfatto come il nostro, in cui un italiano su due non vota. Riforme che, animate da fittizie premesse di governabilità, potrebbero spostare eccessivamente la bilancia dei poteri verso l'esecutivo.
Ora, preso atto della rilevanza statistica del dissenso legato alla lentezza, possiamo rielaborare le parole di Moro: "Per fare le cose, occorre tutto il tempo che effettivamente occorre." E se dobbiamo iniziare a imputare delle colpe agli artefici della lentezza, l'elemento ordinamentale da esaminare è, in primis, il nostro bicameralismo perfetto: un modello nato dalle macerie del fascismo e costruito sulle legittime paure di ulteriori svolte autoritarie. Paure che, forse, per alcuni tratti, ci hanno legato le mani. Infatti, oggi osserviamo un panorama in cui, da un lato, di regola, una sola camera assume un ruolo di predominanza e l'altra si limita a ratificare, andando così ad allungare inutilmente i tempi di approvazione. Non solo: così si rischia anche di frustrare il ruolo dei nostri rappresentanti eletti, che potrebbero limitarsi a ratificare decisioni senza proporre emendamenti. Dall'altro, data la totale equivalenza funzionale, si corre il rischio di possibili navette parlamentari, anche se oggi meno frequenti. A riprova del ruolo predominante assunto generalmente da una sola camera, ci sono i dati della XIX legislatura (fino a dicembre 2024): su 172 leggi approvate, solo 11 sono state modificate da entrambe le camere. Sui 68 decreti-legge convertiti, nessuno ha subito una "terza lettura".
È bene, innanzitutto, mettere in luce il ruolo che il tempo gioca nella democrazia, in particolare come elemento del processo decisionale. Il suo scorrere permette a un pluralismo spesso apparentemente caotico di farsi sintesi. È uno dei fattori che differenziano la democrazia dall'autocrazia, sistema in cui la rapidità e l'assenza di confronto si trasformano in fantomatiche garanzie di benessere immediato. Moro ne coglie l'essenza in una frase: "Per fare le cose, occorre il tempo che occorre". Ora, però, ci tocca attualizzare questa frase di Moro, partendo dall'attuale concezione del tempo.
Alla luce di quanto detto, sorprende l'assenza di proposte concrete da parte delle forze politiche e una domanda sorge spontanea: non dovremmo forse ambire a qualcosa di meglio? Perché non guardare, ad esempio, a un bicameralismo imperfetto, in cui una delle due Camere rappresenti i territori o sia chiamata a svolgere funzioni differenziate? Una soluzione, questa, già sperimentata con successo in numerosi ordinamenti stranieri.
In conclusione, affinché il tempo ritorni a essere un pregio della democrazia, come Moro diceva, potrebbe essere l'ora di fare un piccolo ma essenziale passo per la salvezza di quest'ultima, per un'Italia nuova che sia in grado di garantire il confronto e la rapidità.
Carica un'immagineAll'indomani della condanna a 4 anni di reclusione e all'immediata sanzione di ineleggibilità per 5 anni nei confronti di Marine Le Pen, venti di opposizione contro il Tribunale di Parigi (e il potere giudiziario in generale) si sollevano in Francia, trovando presto seguito in tutta Europa ed oltreoceano.
Distogliendo l'attenzione dall'accusa di aver usato 4 milioni di euro per retribuire attività fittizie di assistenti dei parlamentari europei, Marine Le Pen, presidentessa del partito di estrema destra francese Rassemblement National, accusa gli organi di giustizia di cospirare contro il suo partito, per impedirle la promettente vittoria alle elezioni presidenziali del 2027. Così, in un batter d'occhio, la condanna di peculato viene trasformata agli occhi della società come un allarmante attacco alla democrazia. Scandalizzati ed intimoriti, i sedicenti patrioti richiamano allora ad una mobilitazione generale per salvare la volontà popolare dalle tenebrose mani giudiziarie.
Non sorprende ascoltare un simile mantra.
Negli Stati Uniti d'America, davanti al Ministero della Giustizia, il presidente Donald Trump ha promesso vendetta a coloro che lo hanno "perseguitato" durante i suoi anni lontano dal potere, accusando i giudici di terrorismo, estremismo di sinistra e disturbi mentali. E non si è astenuto in questi primi mesi da presidente dal sollecitare ripetutamente i giudici a conformarsi al suo volere, legittimando tutti i suoi ordini esecutivi, dato che, come pubblica sui suoi social media, «chi salva il suo Paese non viola alcuna legge».
Un simile ritornello risuona anche in politica interna. Basti pensare alla vittimizzazione di Matteo Salvini prima del processo Open Arms, ed il suo slogan "difendere i confini non è un reato". O alle ricorrenti dichiarazioni della Premier, ad esempio "Non potendoci battere alle urne, cercano di fermarci nelle aule di tribunale", e ancora, sui centri di detenzioni in Albania, "Ci troviamo a fare i conti con una certa magistratura politicizzata, che interferisce nell'azione dell'esecutivo". Fino al celebre "Non sono ricattabile" pronunciato contro la Corte d'appello di Roma dopo il pasticcio della vicenda Almasri.
Sono solo pochi degli infiniti esempi di critiche alla magistratura che, lentamente, fanno sorgere inquietanti dubbi sullo stato del nostro sistema democratico. Davvero la democrazia è in pericolo? Davvero la volontà popolare viene così brutalmente calpestata? Davvero una lobby di giudici politicizzati cospira contro i governi di sponda opposta alla loro?
Per affrontare queste domande, senza lasciarci prendere dall'allarmismo, è quantomeno necessario chiarire i termini in gioco e comprendere le diverse sfaccettature che si celano dietro la questione democratica. Nell'Atene del V secolo a.C., Pericle dà forma a uno dei primi sistemi democratici, nel quale le decisioni venivano prese a maggioranza durante un'Assemblea pubblica e direttamente dai cittadini.
Il concetto di democrazia periclea evolve nell'età moderna. Gli illuministi teorizzano allora l'idea di uno "Stato di diritto", in cui il potere non è più esercitato in modo arbitrario, ma è vincolato al rispetto di norme giuridiche generali e astratte, stabilite ex ante dalla volontà del popolo. In altre parole, si tratta di una forma di autocontrollo in cui lo Stato non è più governato secondo i caprices du Prince, cioè secondo i desideri mutevoli e incontrollati di un sovrano assoluto, come accadeva nell'Ancien Régime, ma agisce secondo regole certe, valide per tutti, comprese le autorità stesse.
Da questo bisogno di razionalità, impersonalità e oggettività dello Stato sorge la teoria della separazione dei poteri: chi detta le leggi (potere legislativo, espressione della volontà popolare) deve essere un soggetto diverso da chi le attua (potere esecutivo). E, ancor di più, deve essere differente chi controlla che queste norme vengano rispettate (autorità giudiziaria), al fine di impedire che l'interpretazione del diritto venga influenzata dalla volontà dei governanti.
Alla luce delle atrocità dei totalitarismi del Novecento, spesso saliti al potere con ampio consenso popolare, i governi occidentali sono stati costretti a rivalutare il concetto stesso di democrazia. Contro l'idea di una "dittatura della maggioranza", che potesse sfociare nei più disumani crimini contro le minoranze, i giuristi europei del secondo dopoguerra elaborarono un sistema di "contrappesi" al potere statale, proclamando una gamma di diritti naturali inviolabili (la dignità umana, l'uguaglianza, la libertà personale…) che neanche la più larga maggioranza popolare avrebbe potuto rimettere in discussione.
Fedeli a questo cambio di prospettiva, i costituzionalisti italiani decisero di formulare così il primo articolo della Carta: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", sottintendendo così quelle regole fondamentali necessarie per assicurare il corretto funzionamento dello Stato di diritto e per tutelare le libertà fondamentali di ogni individuo. Una tale stesura deriva senz'altro dalla paura nel 1947 di un eventuale ritorno del famoso uomo (o donna) forte che potesse riscrivere in poco tempo gli ordini politici, stravolgendo quel sistema di diritti e principi alla base di una Repubblica sana. Per capire la vitale necessità di questi autolimiti, si immagini la democrazia come una partita a un gioco da tavolo: per fare in modo che la competizione sia giusta, tutti devono seguire le stesse regole, stabilite prima dell'inizio del gioco. Se mai un gruppo di giocatori, forte del sostegno della maggioranza degli altri partecipanti, iniziasse a manipolare le regole per vincere, non dovrebbe sorprendere che qualcuno, fuori dal gioco, impugni il libretto delle istruzioni per contestare la violazione delle regole. Sarebbe ingiusto, e per nulla razionale, beffeggiarli come "rosiconi" o "intellettualoni" che tentano di ostacolare la vittoria della maggioranza. Eppure, nell'attuale realtà politica, coloro a cui vengono contestate le irregolarità delle proprie azioni gridano disperati ad un attacco alla sovranità popolare. E così, giorno dopo giorno, si accusa violentemente chi si ostina a richiamare al rispetto della democrazia scelta dai nostri padri costituenti, che si rifiuta di sminuirla ad una dittatura della maggioranza dove tutto è concesso.
Per carità, non è ragionevole neanche escludere che qualche magistrato possa impropriamente oltrepassare il suo ruolo di "bouche de la loi", ed invadere spazi di valutazione politica che non gli appartengano. Ciò che sconvolge, però, nelle dichiarazioni dei nostri rappresentanti è che non si tratta quasi mai di un attacco ad un singolo giudice, ma di una contestazione generalizzata all'idea stessa di autorità giudiziaria. E così, quasi senza rendersene conto, i difensori di una democrazia incondizionata minacciano ogni principio dello Stato di diritto: dalla separazione dei poteri, alla parità davanti alla legge, fino al rispetto della gerarchia delle norme.
In conclusione, forse, la democrazia è davvero in pericolo. Ma non per forze oscure che tramano per impedire la libera espressione di certe forze politiche. O almeno, non principalmente per questo. Le basi della democrazia, così architettata nell'antifascismo dei nostri padri costituenti, scricchiolano invece ad ogni pretesa di assolutezza (absolutus: sciolto da vincoli) da parte di chi ha ottenuto il consenso maggioritario. Così, ad ogni delegittimazione dell'autorità giudiziaria e rifiuto di ogni contrappeso giuridico, la nostra Repubblica democratica si indebolisce, perdendo uno ad uno quegli anticorpi che dovrebbero proteggerla. Con il rischio, che un giorno, per i venti troppo forti che tirano, questa si ammali sul serio.
Desiderio viscerale dell'uomo è riscoprire, ogni giorno, quanto sia vitale avere qualcuno al proprio fianco, qualcuno con cui potersi confrontare, confortare e confidare. Un amico. Ma un amico diventa tale quando inizia a camminare con te, quando insieme si è diretti verso qualcosa, verso la conoscenza di sé stessi e verso la conoscenza della propria strada. Il cammino, che è espressione della propria sete di vita e dimostrazione concreta del desiderio dell'uomo, non può che essere affrontato con qualcuno al proprio fianco. Lo sanno bene Pietro e Bruno, i due protagonisti dell'intenso romanzo di Paolo Cognetti "Le otto montagne", adattato nell'omonimo film interpretato da Alessandro Borghi e Luca Marinelli. Il racconto ruota attorno alla storia di amicizia di due bambini che insieme diventano uomini, le cui strade sono tenute insieme da un'unica realtà comune: la montagna. I due, affamati di conoscere il proprio posto nel mondo, prenderanno spesso sentieri diversi, tenendo sempre però un occhio in direzione della propria montagna, che è da sempre casa. Il titolo riprende un'antica visione del mondo secondo la quale vi sono otto catene montuose concentriche separate da otto mari, con al centro il Monte Meru, la cima più alta di tutte. Nel mondo ci sono uomini che spendono un'intera vita a salire e scendere le otto montagne, oppure uomini che si impegnano a scalare direttamente la montagna centrale. Pietro, figlio di una città caotica e fagocitante specchio del suo animo, continuerà a cercare il proprio posto in giro per il mondo, mentre Bruno, da sempre cosciente della propria natura da figlio della montagna, escluderà sempre di scendere al di sotto della propria cima.
Pensai al torrente: alla pozza, alla cascatella, alle trote che muovevano la coda per restare immobili, alle foglie e ai rametti che correvano oltre. Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce, vengono da monte: insetti, rami foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. [...] Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.
Scena film "Le Otto Montagne"

Un lungo viaggio verso sud, alla ricerca di luoghi più miti con tracce di vita umana, un viaggio di speranza per un uomo e il suo bambino. Pochi averi in un carrello del supermercato, un paio di coperte, un telo di plastica per proteggersi dalla pioggia, una cartina per orientarsi ormai ridotta a pezzi conservata come un mazzo di carte, un binocolo, qualche piccolo giocattolo, una pistola e del cibo in scatola.
Due vite racchiuse in un carrello o quello che resta di due vite…
Ogni giorno chilometri da percorrere a piedi, sopralluoghi in vecchie case e fienili arsi dalle fiamme, abbandonati per procurarsi del cibo, utensili, coperte o indumenti da sostituire a quelli già logori e sporchi. Ogni luogo trasuda di morte, di abbandono, ogni luogo racconta di una vita passata, abitudini di chi un tempo lì viveva. L'uomo è costretto a entrare con prepotenza nelle stanze, abbattere porte, aprire credenze per necessità, per sopravvivenza, per proseguire un viaggio verso l'ignoto. Il bambino lasciato nei cortili con la pistola in mano controlla ogni piccolo movimento, attento ad avvertire il padre.
La strada è lunga e tortuosa, non c'è un dopo, il dopo è già qui…
Un percorso, una strada spesso avvolta in un manto di nebbia che attraversa villaggi, città bruciate e deserte. Un uomo e un bambino, ridotti talmente all'essenziale che McCarthy non attribuisce loro neanche un nome. Insieme oltrepassano boschi, prati, colline con il terrore di imbattersi in bande di predoni, affrontano ogni giorno le difficoltà di un presente che probabilmente non avrà un futuro, un viaggio che ha l'aria di essere eterno, con un'unica debole e quasi irrealistica speranza: la fede di trovare altre persone sulla costa dell'oceano. Un'unica dimostrazione di bene, di continua conferma di star seguendo la strada giusta.
Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco
Questo è il romanzo di McCarthy, un urlo di lotta al male del mondo, un urlo di sfida, di perseveranza, di resistenza. Un padre ed un figlio aggrappati ad un'unica speranza, un unico bagliore di luce, da seguire, su cui scommettere tutto, soprattutto quando non hai niente. In un mondo apocalittico, distrutto da una catastrofe nucleare, in cui sembra che i pochi esseri umani rimasti si preoccupino solo di sopravvivere, la speranza di un finale migliore distingue quest'ultimi dai due protagonisti, che hanno nel cuore la speranza di vivere.

La strada, come per Bruno e Pietro, e allo stesso modo per l'uomo e il bambino, costituisce l'unica certezza disponibile nel presente. L'idea del cammino è l'unico modo di vedere le cose che può permetterci di sperare in un futuro diverso. Chi rimane fermo sopravvive, chi cammina vive.
C'è chi il proprio viaggio lo compie al fianco di un amico, chi di un padre, chi invece lo compie da solo, o meglio con tutti. È il caso di Daniele Mencarelli che in tutti i suoi romanzi ci racconta quanto coraggio ci voglia nel convivere con sé stessi, e nel dover lottare faccia a faccia, ogni giorno, con le proprie domande. Nel suo romanzo "Sempre Tornare" rende il lettore il proprio compagno di viaggio in una lunga e pericolosa strada che nell'estate del 1991 porta il giovane autore dalla riviera romagnola alla propria casa nella periferia romana. Un viaggio intrapreso in seguito a un gesto di momentanea follia, di una follia coraggiosa, che esige il senso di tutto, di una follia drasticamente assetata di significato.
Cosa pensavo di capire? Cosa ho più degli altri venuti prima di me? E di tutti quelli che mi seguiranno? Niente. Assolutamente niente. Come loro sono venuto al mondo senza averlo chiesto, e me ne andrò allo stesso modo. Dopo aver vissuto e amato in una terra straniera. Cambiano gli scenari, la tecnologia procede inarrestabile, avanziamo creando e distruggendo in egual misura, ma di fronte alla ragione prima, e ultima, siamo ancora attorno a un fuoco, scoperto per caso, vestiti di pelle d'animale, con attrezzi rudimentali che ci aiutano nelle cose di tutti i giorni. Soli, ognuno nel fondo della propria carne, a sgranare domande che non troveranno risposta. Io, come un ragazzo di migliaia di anni fa. Lui dentro una caverna, io nel vagone di un treno in movimento. A chiedere al cielo prova di se stesso. Di questo viaggio resterà una certezza, questo sì. Ho chiesto tanto. E tantissimo ho ricevuto. In molti mi hanno aperto la loro casa, mi hanno accolto come un amico offrendomi la sacra intimità delle loro cose. Ho mangiato nei loro piatti, usato le loro posate, asciugato il viso dove asciugano il loro. Io, uno sconosciuto raccolto per strada. Di tutto l'aiuto che mi hanno dato, i primi a sorprendersi sono stati loro. Si sono scoperti dentro una generosità che non sapevano d'avere. Perché è così. Io come ogni essere umano, siamo qualcosa di diverso, spesso più grande, rispetto al racconto che ci facciamo di noi stessi. Per scoprire quello che siamo veramente, abbiamo solo una maniera. Farcelo dire dagli altri. Accogliere le loro richieste, i bisogni, e nell'aiuto offerto scoprire la nostra reale statura, nostra e del nostro cuore. Questo mi rimarrà, per sempre.
Stare da solo può essere un modo per stare con tutti, si può camminare da solo senza sentire la solitudine. Ma ognuno, il proprio cammino, lo deve percorrere con in testa un fine, una meta. Questa è la storia di una strada che riporta a casa.
Arriverò così. Disarmato e arreso. Spogliato di tutto. Il ponte di Ariccia mi restituisce il sole. E il panorama fino all'orizzonte. La mamma di una mia amica, poco tempo fa, è venuta qui per non tornare mai più indietro. Nessuno si era accorto della sua disperazione. L'aveva covata in segreto, lei come tanti altri. Poi giù, in volo. Per inseguire il sogno di una liberazione. Nel modo più atroce di tutti. Devo tenere lontani certi pensieri. Ho paura di come guardo le cose. Il mio mondo interiore non lo conosce nessuno, solo mia madre intuisce qualcosa. Speravo in questo viaggio. Ma forse la mia, più che una speranza, era l'invocazione di un miracolo, senza credere veramente a Dio.
Daniele è arrivato a casa, il suo viaggio è terminato. Finalmente tutto è bellezza e nella stessa misura pace. Ma c'è qualcosa che ancora non tiene. E un sentimento torna immediatamente a mangiarlo da dentro.
Tutto è bellezza, e nella stessa misura pace. Nessun conflitto, né odio fino all'orizzonte. È quando mi faccio portare dalla gratitudine che la realtà si accende. Quello che inseguo rallenta di poco il passo. Un'improvvisa luce rischiara tutto, dura un battito di mondo. Ma non faccio mai in tempo a catturare nulla, a capire nulla. Le distanze tornano a farsi incolmabili. Non mi accontento di un brandello di luce. Io ti dichiaro guerra, oh vita, io t'incendierò di significato. Oppure come fiamma brucerò verso il cielo.
C'è un fuoco che ognuno di noi ha dentro, l'unica cosa di cui siamo certi è che i nostri occhi sono fatti per la bellezza e il nostro cuore per il bene. Scaliamo le nostre montagne con la stessa fame di trovare il nostro posto nel mondo di Bruno e Pietro. Perseveriamo sulla nostra strada con la stessa consapevolezza di portare il fuoco del bambino di McCarthy. Dichiariamo guerra alla vita con lo stesso ardore di significato di Daniele.
Carica un'immagineNegli ultimi anni, il dibattito sul salario minimo in Italia si è fatto sempre più acceso. Attualmente, il nostro Paese (insieme ad altri cinque Stati UE) non prevede una soglia retributiva fissata per legge, affidandosi alla contrattazione collettiva. Eppure, secondo l'Istat, oltre 3 milioni di lavoratori percepiscono meno di 9 euro l'ora, segno che la copertura contrattuale non basta a garantire retribuzioni dignitose. Ma il problema dei bassi salari è solo un riflesso, una conseguenza. Il vero nodo è la condizione in cui versano le imprese italiane, la cui sopravvivenza è sempre più messa a dura prova da ostacoli strutturali che il dibattito politico ignora costantemente. Fare impresa in Italia è un atto di eroismo.
Questo sistema assistenzialista, che dovrebbe essere temporaneo e selettivo, è diventato strutturale. Si distribuiscono risorse pubbliche per fini elettorali e propagandistici, senza un piano di crescita duraturo. Lo Stato non offre lavoro, ma carità. E la cosa più grave, è che ai cittadini sembra piacere questa carità.
Nel frattempo, il mondo imprenditoriale si sgretola: pochissime nuove imprese nascono e troppe muoiono nei primi tre anni. Il sistema bancario, nonostante la sua solidità, ha ridotto il credito alle imprese, irrigidendo ulteriormente la loro capacità di investimento e innovazione. Il "posto fisso", ancora idealizzato da una parte dell'opinione pubblica, non può essere la risposta a un mercato del lavoro in crisi. Il settore pubblico non è in grado di sostenere da solo l'occupazione: è l'impresa privata il motore della crescita, eppure si continua a soffocarla. Nel dibattito politico, il tema della competitività viene sistematicamente eluso. Si parla di salario minimo come se bastasse un numero per risolvere un problema che è, invece, sistemico. Senza un contesto favorevole alle imprese, fissare per legge una soglia rischia di essere una toppa che non tiene, o peggio, una misura che penalizza proprio chi si vorrebbe aiutare, spingendo alcune aziende fragili verso licenziamenti di massa o chiusure. Il nostro Paese ha bisogno di un cambio di rotta netto. Serve una riforma profonda, che metta al centro l'impresa: meno tasse, meno burocrazia, più credito, più flessibilità. E soprattutto serve una nuova cultura: smettere di vedere l'impresa come un nemico e iniziare a considerarla il principale alleato del benessere collettivo. Il cambiamento non deve essere solo politico, ma anche sociale. Perché più impresa significa più lavoro, più innovazione, più competitività internazionale. Significa, soprattutto, più dignità per chi lavora, perché non verrebbe più preso in giro a suon di sussidi.
La pressione fiscale reale per chi rispetta la legge ha toccato nel 2023 il 47,4%, ben oltre la media ufficiale e tra le più alte in Europa. A ciò si aggiunge una burocrazia pachidermica, che complica ogni fase del ciclo imprenditoriale: dalla costituzione alla gestione ordinaria. Secondo il report Doing Business, l'Italia si piazza al 58° posto su 190 paesi per facilità nel fare impresa. Avviare un'attività richiede più giorni, più costi e più autorizzazioni rispetto alla media UE. E mentre le imprese lottano per sopravvivere, la politica si rifugia nei sussidi. Invece di incentivare investimenti, produttività e occupazione, si preferisce inventare nuovi bonus, sussidi, agevolazioni.
Ma finché il dibattito politico sarà ingabbiato in slogan e misure di corto respiro, e finché gli elettori si accontenteranno di bonus e contentini, il futuro resterà sospeso. E la crescita un miraggio. Quindi, il salario minimo è e una misura giusta? Si, lo è, ma non in questo contesto.
"Come faccio a spiegare a mia moglie che, quando guardo fuori dalla finestra, sto lavorando?"
Se il processo creativo evocato nella celebre frase di Conrad può certamente essere rivendicato da un ampio novero di autori, Georges Simenon riveste, tra questi, un ruolo privilegiato. L'autore belga fu probabilmente colui che, più di tutti, nella sua immensa produzione letteraria, è riuscito a fare della vita la propria musa ispiratrice. E se già la sua Liegi, cuore della rivoluzione industriale belga, ispirò i primi racconti, fu però Parigi — con i suoi vicoli, le sue brasserie, la sua fauna — il vero, grande amore di Simenon: la Parigi che usciva dalla Belle Époque e si addentrava nei "folli" anni Venti (i "ruggenti" per gli americani), quella stessa Parigi che avrebbe fatto da sfondo al commissario più celebre del Novecento.
E poi i viaggi: al fianco del suo primo amore — questa volta reale e non metaforico — Régine Renchon, detta Tigy, con la quale circumnavigò Africa, Europa e America, sempre testimoniando, per lavoro o per vocazione, quell'interesse reale e quasi innaturale verso la più disparata umanità che lo contraddistinguerà per oltre cinquant'anni di carriera.
Ed è proprio il tema del viaggio a essere al centro della mostra sull'autore, inaugurata al Modernissimo lo scorso 10 aprile, non a caso intitolata "8 viaggi di un romanziere". Il percorso ricorda un romanzo dello stesso Simenon: rilassante, progressivo, ordinato. E, un po' come un racconto di Maigret, è in grado di restituirci le atmosfere respirate dall'autore nei vari periodi della sua vita: dai viaggi intorno al globo sull'Ostrogoth alla maturità americana.
Ciò che traspare è l'inestimabile curiosità dell'autore, così consapevole da connotarne il genio: la stessa curiosità che lo porterà all'amicizia con Fellini, dopo quella Palma d'Oro a Cannes per la quale Simenon, da presidente di giuria, si batté strenuamente. Lo stesso Fellini che lo condusse al fortunato sodalizio con Adelphi, che ha da poco ristampato l'intera collana dei Maigret — se qualcuno volesse approfittarne.
Insomma, avete tempo fino a Febbraio 2026 per conoscere, o riscoprire, uno dei grandi intellettuali del Novecento, attraverso un piccolo gioiello sotto Piazza Maggiore. Non lasciatevelo sfuggire.

L'ultimo arrivo in casa Netflix fa scalpore. La piattaforma americana sta spingendo questo settore oltre i confini del conoscibile. L'ultima trovata è la superbia di pensare che una serie intera possa svolgersi con 4 grandi piani sequenza (sequenza che va ben oltre la canonica idea di coprire una certa scena in un certo ambiente, qui addirittura accorpa tante scene, in tanti ambienti e la durata è senza dubbio ragguardevole).
L'estetica è quella dei B movie, la scrittura non eccelle, ma per quel che deve trattare, viste le tematiche infantili, può considerarsi appropriata. É nel montaggio innovativo e nel messaggio che passa il successo di questa serie.
Il primo fattore può considerarsi spiegato come poco sopra. Il secondo rappresenta veramente la cifra stilistica di queste 4 ore.
The Adolescence fa aprire gli occhi su una generazione imperscrutabile, quella della gen Z, quella nettamente più globalizzata, più 'interconnessa', eppure anche quella più isolata e forse (forse conseguenza? forse no?) anche più litigiosa con quella dei padri. Questo perché sebbene essa viva in una società con mille comfort e mille stimoli, è la stessa generazione che fa più fatica paradossalmente a stringere legami più forti, veritieri e duraturi.
Il troppo comfort può rendere pigri. E questo si può tradurre anche nelle relazioni. L'arte del corteggiamento passa sempre più dalla messaggistica, o da un like qua e là...
Questo è un film che parla dell'irrimediabilità di certi cambiamenti, mai soltanto positivi e spesso traumatici. Traumi poi, il più delle volte vissuti sulla pelle di giovani inconsapevoli.
Il vero problema di tutto ciò è che prima di una certa età è quasi impossibile avere piena consapevolezza di certi atteggiamenti, che siano tenuti privatamente o pubblicamente. Con l'avvento dei social network i confini del secondo avverbio sono molto cambiati, sicuramente allargati.
Il grande pregio, non banale, della serie, è quello soprattutto di riuscire a inscenare lo stato di assoluto disarmo che hanno i genitori sulle vite dei figli, la loro inadeguatezza (per noi solo apparente) e la loro rassegnazione di fronte a una rivoluzione culturale che è entrata nella porta di casa senza bussare, che tanto dà e tanto toglie nelle vite dei propri figli, senza quasi alcuna possibilità di intervento.
La possibilità di comunicare arrivando a un pubblico più grande possibile, anche intergenerazionale, senza preoccuparsi più di tanto delle conseguenze, può portare il conto, salatissimo, del rimorso o dell'inadeguatezza.

Bologna, tu sei la città del mio cambiamento. Come riesci a contenere i passi di tutti questi volti? Le tue strade portano i solchi della storia: cortei di uomini ribelli.

I miei piedi scalzi, dove sono diretti?
Bologna, tu sei la città che ancora non posso chiamare casa, bloccata al binario 2 della stazione di Imola. A metà tra passato e futuro cercando di definire la mia unità.
Bologna, tu sei la città che chiede la scoperta. Le porte che circondano il tuo centro e le strade che da esse si diramano sembrano le vene che raggiungono il cuore delle cose, i possibili percorsi per scoprirti, per scoprirmi.
Bologna, tu alla fine sei la metafora di una sfida che chiede tutto. Sei la mappa del Tesoro costellata di indizi, di frasi sui muri da decifrare.
Bologna, aiutami a capire chi sono io.
Carica un'immagineAbbiamo passato giorni interi in cui il mondo pensava all'elezione del nuovo Papa. La morte di Francesco ha commosso tutti, o quasi. E l'attesa del suo successore, che poi è prima di tutto il vicario di Cristo in Terra, ha occupato per settimane le prime dieci pagine dei giornali nazionali e monopolizzato i discorsi nelle famiglie. Il mondo, che pensavamo laico e secolarizzato, si è riscoperto affascinato dalla spiritualità e dal Mistero. La vera domanda, che sorge spontanea, non tanto ad un cattolico, ma ad un uomo che vive nel nostro tempo, è se questa resurrezione (il termine è più che mai adatto) sia un fuoco di paglia, se il fascino per una risposta definitiva a tutte le domande dell'uomo possa terminare come la settimana di Sanremo oppure come un semplice fatto di cronaca.
"Quello che piaceva veramente, di questi eventi, era la ritualità antica, i costumi rinascimentali, il segreto. Cioè la superficie, non il cuore della religione. Cosa resterà di questa apparente conversione del mondo al cattolicesimo, alla quale, se dobbiamo credere ai riassunti dei temi trattati nelle congregazioni, hanno creduto perfino i cardinali? Niente, un pugno di mosche. Se non che il Conclave ha eletto un cardinale defilato, del quale si parlava poco, e quindi è sembrato veramente frutto non di maneggi e scambi di promesse, ma del soffio dello Spirito", scrive, anzi sentenzia, la storica Lucetta Scaraffia sulle colonne de Il Foglio di martedì 14 maggio. Il rischio che Farewell di Guccini risuoni come attuale è concretissimo: "Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale". Ed è proprio il cantautore emiliano che ci viene in aiuto.
La Storia delle Chiesa può essere normale? La domanda non è da sottovalutare perché niente è più umano della Chiesa, ma allo stesso tempo divino. Il Cristianesimo, dopotutto, è l'unica religione in cui Dio è sceso sulla Terra, è diventato pienamente uomo, pur non perdendo la propria divinità. Il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna, ha detto nell'omelia, dopo esser ritornato a Bologna finito il Conclave: "La Chiesa è umana, segnata quindi dai tratti della nostra umanità, anche dalle contraddizioni e dalle fragilità, ma anche dalla bellezza che in essa si rivela. […] Una lettura soltanto umana non comprende questa dimensione spirituale che però non è disincarnata, ma è dentro l'umanità concreta. Altrimenti la nostra umanità diventa inafferrabile, se fosse solo spirituale, angelica e un po' ipocrita".
Uno dei Cardinali più autorevoli, Gianfranco Ravasi, ottantaduenne coltissimo in grado di apprezzare anche la cultura laica e in alcuni casi "bassa" e perciò capace di comprendere al meglio il presente, intervistato da Il Corriere della Sera il 9 maggio, ha detto chiaramente e forse profeticamente: "Questi giorni hanno mostrato come anche in una società scristianizzata c'è sete di trascendenza. In un mondo dove domina l'indifferenza morale e religiosa, la fede è considerata irrilevante, l'etica è mobile secondo le circostanze, la Chiesa ha la possibilità di entrare con la potenza del suo messaggio, di parlare ancora dell'oltre, delle cose ultime: la vita, la morte, la libertà, il male, la sofferenza, l'amore, la felicità, la verità, la pace, l'armonia". Le cose di cui parla la Chiesa, prima di tutto, non sono cose: servono per andare a fondo della vita stessa.
Papa Leone XIV è un agostiniano. Questo non è un dato irrilevante. Colpisce un passaggio dell'omelia che il nuovo Papa ha rivolto ai cardinali all'indomani della sua elezione: "Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l'opportunità di conoscerlo e amarlo". Se queste sono le premesse del pontificato di Prevost, l'obiettivo non pare dissimile da quello di Francesco anche se in misura e in maniera differente: riportarci al cuore della fede. Agostino scrive: "Mio Dio, mio peso, da te sono portato".
Il nome testimonia una volontà: Leone XIII, primo Pontefice senza potere temporale, che ha cercato di guidare la Chiesa all'interno della rivoluzione industriale. Oggi c'è da affrontare quella digitale. Papa Leone Magno ha fermato Attila con la croce e non con la spada: "la pace sia con voi" è risuonato fortissimo da San Pietro in tutto il mondo. Infine, Leone era l'amico di San Francesco: un uomo semplice e fedele che aveva un rapporto tenerissimo con il "poverello di Assisi". Papa Francesco e Leone XIV non hanno lo stesso stile, ma il legame è chiaro.
Sempre riprendendo le parole di Zuppi ricordando i giorni del Conclave: "Sono stati giorni di tanta Chiesa, di tanta consapevolezza della bellezza della Chiesa e di confini molto larghi. Anche Papa Leone ha ricordato "quanto c'erano tutti". Ed è frutto anche dell'attenzione che Papa Francesco ha avuto per superare ogni confine. La Chiesa è fraternità. […] La Chiesa accoglie tutti, non perché ridotta ad albergo, ma perché tutti si sentono e si sentano a casa (e questa è una grande eredità di Papa Francesco) perché tutti sono figli ed è la loro casa, ma non perché accetta tutto ma perché cambia tutto e tutti, rendendo tutti figli e amati. Amore e Verità".
La Verità, testimoniata dall'Amore concreto, è per tutti. In un mondo sempre più globalizzato e dove i centri di potere si stanno spostando sempre di più, anche la Chiesa sta cambiando faccia. Lo si può notare dal numero dei Cardinali provenienti dalle parti più disparate del mondo. Rispondere alla domanda iniziale forse ora è più facile: l'obiettivo era quello di allargare lo sguardo. Se la rinascita della fede non è italiana, o forse sì, ce lo dirà il tempo. Sicuramente c'è una Chiesa, quella della provenienza di Bergoglio e Prevost, ma in fin dei conti, anche quella raccontata da Zuppi, che, in un mondo sempre più interconnesso, cerca di essere guida per tutti. La Chiesa, non cambiando il proprio messaggio e senza omologarsi al mondo, rimanendo fedele a sé stessa, si propone di affascinare e di essere un punto di riferimento. C'è una necessità estrema di luoghi di dialogo considerati credibili per tessere legami, mettere a tacere le armi e fermare la guerra in Ucraina e il massacro di Gaza.
La tentazione più grande per chi vive nel Vecchio Continente è quella di spaventarsi e rifiutare il cambiamento, ma, nella Chiesa Cattolica, la Tradizione ha un ruolo fondamentale: è, insieme alla Scrittura, fonte della Rivelazione. Tramandata dagli Apostoli, custodisce insegnamenti, riti e verità di fede, garantendo continuità e fedeltà al messaggio di Cristo lungo i secoli. E la Chiesa europea può farsi custode di questo: la patria delle cattedrali, di molti Santi, della Storia. La forza propulsiva dei giovani, dei cattolici provenienti dalle parti più disparate del mondo, può compiersi nella comunione con ciò che la Chiesa è stata sino ad oggi.
«Il Governo italiano intende imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il continente africano e costruire un partenariato su base paritaria, che rifiuti tanto l'approccio paternalistico e caritatevole quanto quello predatorio, e che sia capace di generare benefici e opportunità per tutti». Così recita in prima pagina quello che è il cuore del "Piano Mattei per l'Africa": una partnership non predatoria e su base paritaria.
Queste parole, apparentemente innocue, nascondono invece un significato profondo. È proprio su questi presupposti che si è fondata l'intera strategia del nostro Enrico Mattei, inizialmente agente liquidatore dell'Agip e successivamente fondatore dell'Eni nel 1953. Fu presidente della neonata azienda statale fino al 1962, anno della sua morte in circostanze mai del tutto chiarite.
L'obiettivo di Mattei era rendere l'Italia indipendente dal monopolio petrolifero imposto dalle cosiddette "sette sorelle". Ciò gli permise di gettare le basi per rapporti duraturi con Paesi nordafricani come Egitto, Algeria e Libia. In questi scenari, Mattei riuscì ad allontanare le grandi compagnie petrolifere proponendo accordi molto vantaggiosi per i Paesi ospitanti: l'Eni si assumeva il rischio esplorativo per la ricerca di idrocarburi nelle acque territoriali e, in caso di esito negativo, era l'unica a sostenere le perdite. Una volta individuato un giacimento, i contratti prevedevano una suddivisione dei proventi al 50% tra Eni e il Paese interessato. Inoltre, Eni versava le royalties, cioè le tasse calcolate in funzione della quantità prodotta, al Paese stesso. In pratica, Eni tratteneva solo il 25% netto del valore.
Questo approccio innovativo escluse fin da subito le multinazionali petrolifere, che puntavano a una spartizione equa della risorsa senza pagare ulteriori imposte. Sebbene abbia segnato tragicamente il destino di Mattei, questa politica contribuì a instaurare rapporti privilegiati con i Paesi citati, proprio in virtù del rispetto mostrato nei loro confronti.
Il Piano Mattei, tuttavia, non si limita all'ambito energetico. I temi affrontati sono molteplici: accesso e gestione della risorsa idrica, salute, agricoltura, infrastrutture fisiche e digitali. L'Italia si propone come partner affidabile, pronta a collaborare per lo sviluppo dei settori sopracitati in un'ottica "win-win" — tutti vincono. L'approccio neocoloniale, predatorio e sfruttatore, viene esplicitamente rifiutato, in favore di una visione cooperativa ispirata al modello di Enrico Mattei. In cambio, l'Italia otterrebbe benefici significativi. Potrebbe assumere il ruolo di "ponte diplomatico" tra Unione Europea e Africa, grazie alla propria posizione geografica strategica. Il tema energetico torna centrale in questo contesto: la guerra in Ucraina ha alterato il sistema europeo di approvvigionamento del gas naturale, e l'Africa, con il 7% delle risorse mondiali di idrocarburi e un enorme potenziale rinnovabile (ad esempio, nel Sahara), potrebbe diventare il nuovo fulcro energetico.
I buoni rapporti esistenti con il Nord Africa permetterebbero una convergenza: investimenti europei in cambio di risorse energetiche. L'Italia diventerebbe così un hub di distribuzione energetica per l'Europa, trattenendo quanto necessario per soddisfare il fabbisogno nazionale.
Ma l'energia non si limita al gas: l'Italia intende sostenere anche il settore delle rinnovabili, sfruttando le proprie competenze tecnologiche. Progetti già avviati come l'interconnessione elettrica "ELMED" tra Italia e Tunisia e il "Corridoio H2 Sud" per il trasporto dell'idrogeno verde sono esempi concreti.
L'Italia, in questo modo, diventerebbe il punto di ingresso europeo sia per l'energia elettrica tal quale sia per l'idrogeno verde. Ad oggi tra le migliori soluzioni per la generazione di energia elettrica "pulita" e dunque vettore energetico cruciale per la transizione energetica. Senza dimenticare la sua importanza strategica in virtù del suo possibile utilizzo come "accumulatore" del surplus elettrico prodotto nei momenti di picco dalle fonti rinnovabili.

L'A fronte di tutti questi aspetti positivi — sia in termini di sicurezza energetica sia di vantaggi geopolitici — esiste un ostacolo cruciale: la scarsa disponibilità di fondi. I soli cinque miliardi di euro stanziati finora rischiano di essere insufficienti per attrarre partner africani e competere con attori già presenti nel continente come la Cina. Ancora più determinante per il successo del piano è la stabilità politica dei Paesi coinvolti. Investimenti a lungo termine, già di per sé rischiosi, potrebbero fallire in assenza di contesti affidabili.
Basti pensare alla Libia post-Gheddafi: la guerra civile iniziata nel 2011 ha causato un rallentamento della produzione Eni fino al 50% durante i picchi del conflitto (2014–2016), con il rinvio di progetti già approvati in sinergia con la NOC, la compagnia petrolifera statale libica. Nonostante i rapporti privilegiati con la NOC abbiano garantito una certa continuità, l'Italia fu costretta a stipulare nuovi contratti con Gazprom per compensare il deficit di gas naturale, dipendenza che si è rivelata critica con il conflitto in Ucraina.
Questi fatti dimostrano quanto la stabilità politica sia decisiva per il successo del Piano Mattei. Non esistono investimenti sicuri, ma esiste una lungimiranza strategica capace di rendere certi interventi più vantaggiosi di altri. Sicuramente il piano ai suoi albori tenderà ad avviare progetti ed iniziative nei Paesi africani in cui l'Eni possiede una fitta rete di relazioni. Tuttavia, quello che si verificherà in seguito sarà determinato dalle capacità dei governi, attuale e futuri, di instaurare nuove relazioni ed attrarre un maggior numero di partner.
Carica un'immagineN.d.A L'articolo nasce da una riflessione personale sugli eventi più recenti della scena internazionale. Non pretende di offrire risposte, ma di custodire una domanda: cosa resta della memoria, se continuiamo a ignorarne le lezioni?
Gli ultimi anni ci hanno trascinati in un tempo disordinato, lacerato da crisi incalzanti e da eventi che si sono sovrapposti l'uno all'altro con la furia e la discontinuità propria delle epoche di passaggio. Abbiamo assistito a pandemie globali che hanno rivelato la fragilità strutturale dei sistemi sociali, a guerre che si sono affacciate di nuovo nel cuore dell'Europa, a conflitti che sembravano marginali e lontani, e che invece si sono rivelati nodi centrali della nostra comune condizione umana. In tutto questo, il linguaggio della cooperazione si è fatto sempre più flebile, mentre quello della potenza è tornato a imporsi come codice dominante nelle relazioni internazionali.
È in questo scenario già precario che si innesta l'ultima, preoccupante, "escalation" militare tra India e Pakistan: un conflitto mai sopito, una tensione sempre pronta a risalire in superficie, e che oggi, ancora una volta, torna a mostrarsi sotto forma di minaccia nucleare e atti di violenza che superano ogni logica di contenimento. La notizia non ha avuto lo spazio che merita nei canali dell'informazione occidentale, forse perché non coinvolge direttamente interessi strategici immediati, forse perché ci siamo abituati all'idea che certe aree del mondo siano destinate a bruciare senza che questo ci riguardi davvero. Ma ciò che accade lungo il confine tra Islamabad e New Delhi non è un evento isolato, né contingente. È, piuttosto, il riflesso di un fallimento più ampio.

Fallimento che riguarda la comunità internazionale nel suo insieme, incapace o, peggio, disinteressata, a garantire un ordine stabile, equo, duraturo. I grandi organismi multilaterali che avrebbero dovuto preservare la pace si sono rivelati, nel corso del tempo, sempre più impantanati in giochi di veto, interessi bilaterali, e logiche che hanno sostituito i principi con le convenienze. Le diplomazie si muovono come incerte silhouette all'interno di un teatro vuoto, dove gli attori principali hanno smesso di recitare testi condivisi per affidarsi all'improvvisazione armata.
Siamo entrati in un'epoca in cui l'ordine internazionale non viene più costruito attraverso il dialogo e la convergenza, ma attraverso l'intimidazione e il bilanciamento delle minacce. Le relazioni tra le grandi potenze, si pensi alla tensione crescente tra Stati Uniti e Cina, alla retorica bellicista riemersa sotto l'era Trump, alla paralisi di ogni processo di pace nel conflitto israelo-palestinese, alla guerra che ha devastato l'Ucraina, si reggono sempre meno sulla volontà di comprendersi e sempre più sul calcolo delle rispettive forze.
In questa cornice, ogni tentativo di risoluzione appare come un atto debole, quasi vergognoso nella sua innocenza. Proprio quest'anno si rinnova l'anniversario delle esplosioni atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che avrebbero dovuto segnare per sempre il confine tra ciò che è concepibile e ciò che non lo è più. Quei giorni d'agosto del 1945 non furono solo una pagina di morte, ma un monito definitivo inciso nella carne dell'umanità.
Avevamo promesso a noi stessi che non sarebbe più accaduto, che mai più avremmo consentito alla tecnica di superare il controllo morale, che la devastazione di una sola città sarebbe bastata a redimere il secolo intero. E invece, ottant'anni dopo, ci troviamo a evocare nuovamente lo spettro di un conflitto nucleare, questa volta tra due potenze dell'Asia meridionale. Avevamo creduto che la consapevolezza dell'orrore atomico fosse sufficiente a prevenire ogni ricaduta. Ma se la memoria non diventa coscienza, se non plasma un'etica condivisa, resta solo un cumulo di cerimonie vuote, buone per le commemorazioni e inservibili nel momento della scelta. Quella scelta che oggi, ancora una volta, viene elusa, ignorata, rimandata. Perché nel frattempo le bombe continuano a essere fabbricate, ammassate, minacciate. E ciò che dovrebbe suscitare orrore è diventato linguaggio della normalità.
Si accetta che due nazioni si parlino attraverso i muscoli tesi degli eserciti, e non attraverso il diritto o la storia. Si accetta che il mondo osservi, annoti, valuti le conseguenze, come se l'attesa fosse una forma accettabile di responsabilità.
Eppure, tutto questo ci parla di una malattia più profonda, che non è solo geopolitica, ma spirituale. L'uomo moderno, come scriveva Quasimodo nel suo "Uomo del mio tempo", resta pur sempre quello della "pietra e della fionda", incapace di emanciparsi da un istinto che non l'abbandona, neppure quando possiede gli strumenti per farlo. Anzi, oggi questi strumenti rendono ancora più terribile la sua ricaduta nel gesto primitivo.
La tecnica ha moltiplicato il potere, ma non ha trasformato l'anima. Ha dato voce alle armi, non alla coscienza. È per questo che continuiamo a muoverci, ciechi, su questo "atomo opaco del male", che non è più soltanto simbolo poetico, ma geografia reale della nostra storia recente: un nucleo esplosivo di paure, ambizioni e disastri sospesi, che l'umanità abita senza averne mai compreso davvero il rischio.
La memoria, allora, non è un archivio, ma un richiamo. È ciò che ci impone di guardare al passato non per coltivare nostalgia, ma per capire dove abbiamo sbagliato e perché continuiamo a sbagliare. E se c'è un tempo in cui ricordare davvero ciò che avvenne a Hiroshima e Nagasaki, è proprio questo: un tempo in cui la minaccia torna a farsi concreta, in cui la violenza ritorna ad assediarci travestita da inevitabilità.
Ogni volta che un conflitto si riaccende, ogni volta che il mondo assiste in silenzio, ogni volta che il calcolo prevale sull'empatia, noi rinneghiamo quella memoria. E così, mentre nuovi ordigni vengono preparati all'uso, mentre i governi contano i secondi di reazione e i chilometri di raggio d'azione, mentre l'umanità si mostra sempre più smarrita, resta da chiedersi, forse una sola volta, se ricordare abbia ancora un senso. E se sì, perché continuiamo a dimenticare?
Il 14 e 15 di Maggio l'Alma Mater è tornata alle urne. Le condizioni meteorologiche hanno permesso un voto tranquillo, forse grazie alle preghiere "Degasperiane" di migliaia di candidati. Il clima generale non è poi stato così teso, a parte qualche seggio occupato, qualche graffito qua e là e anarchici che hanno fatto a gara a strappare manifesti elettorali (si spera per collezionarli). Ora, mettendo da parte il clima frizzante che "fortunatamente" continua a caratterizzare le nostre elezioni studentesche, dobbiamo esaminare brevemente la cause di un dato allarmante, ossia quello dell'affluenza, che secondo fonti ufficiali è stata del 10,67%. Nel primo numero di "Nessi" avevamo già fatto riferimento al problema affluenza, ma a quanto pare, in tutti gli organi il malanno è stato identificato, ma così non si può dire per la cura. Difatti, seppur la delibera d'Ateneo approvata in Senato accademico il 14 febbraio sembrava aver superato alcune lacune del 2022, è risultata poco soddisfacente se non addirittura controproducente.
Anzitutto, si è optato per l'estensione della possibilità di voto in tutti i seggi disponibili, con la rimozione del vincolo "seggio-dipartimento". Modifica, quest'ultima, che sembra non esser stata recepita correttamente da tante forze, le quali spero per un "giramento di testa", hanno diffuso una serie di indicazioni fuorvianti. Una tattica per far scappare dei poveri elettori disorientati? Cerchiamo di non approfondire ragionando secondo una presunzione di buona fede. La seconda modifica apportata dalla delibera di febbraio ha comportato un passaggio dal voto su scheda cartacea al voto telematico (nel seggio ovviamente). Questa soluzione apparentemente logica e lineare, vuoi a causa del rapporto seggi-aventi diritto (pari a 23 per 86.750 potenziali teste), vuoi a causa dei guasti e dei rallentamenti dovuti al sovraccarico di collegamenti sulla piattaforma di voto, è risultata controproducente. Infatti in quei giorni, secondo quanto risulta da testimonianze raccolte, l'attesa in alcuni orari è arrivata fino alle 2 ore. Un trend generale che non è sceso, tranne in alcuni momenti fisiologicamente meno caotici, al di sotto della mezz'ora.
Le lamentele sono anche arrivate dalla maggior parte, se non dalla totalità, delle Liste concorrenti, al punto che sono girate voci di un possibile "comunicato congiunto" tra tutte le forze politiche dell'ateneo. Dunque, arrivati a questo punto potrebbe essere opportuno chiedersi: cosa fare adesso? Personalmente non credo sia il momento di gridare a "sabotaggi" o alla mala fede dall'alto, ma di intraprendere un sentiero di dialogo tra la comunità studentesca e gli organi della rappresentanza.
Si potrebbe iniziare considerando l'opportunità di rivedere le modalità di voto, valutando sia un ritorno alla versione cartacea, eventualmente potenziata, sia l'adozione stabile del voto telematico a distanza.
La prima ipotesi potrebbe essere interessante perché, se accompagnata da un contestuale aumento dei seggi, da un lato potrebbe garantire una riduzione dei tempi d'attesa e dall'altro manterrebbe la vivacità dell'atmosfera elettorale che, piaccia o no, rimane l'unico elemento "vivace" di una democrazia, che sembra svanire giorno dopo giorno dalle aule universitarie e non solo. Anche la seconda ipotesi, se accompagnata da un generale lavoro di previsione dei rischi di rallentamento, potrebbe risultare funzionale. Poiché il voto sarebbe certamente più comodo e veloce ed il tempo di attesa potrebbe essere limitato. Tuttavia, potrebbero esserci dei problemi, soprattutto in un'Ateneo in cui tendenzialmente, si opta (correttamente) per un "election day" generale. Dove i votanti sarebbero comunque chiamati ad esprimere una preferenza tramite scheda cartacea per il CNSU. In conclusione, queste sono solo idee, probabilmente superficiali, probabilmente di gran lunga peggiori rispetto a tante altre che potrebbero venir fuori dialogando. Una cosa però è certa, queste sorgono da un'esigenza comune, e sinceramente, sentendo il gran numero di lamentele, sento che potrebbe essere una buona occasione per contribuire all'incremento della Democraticità nella nostra Università.
Prendere in mano una spada pone un filo verso il nemico e uno rivolto a te stesso. Questo insegna "Q" di Luther Blissett. Il libro non è frutto di un autore, ma di uno pseudonimo collettivo adottato da centinaia di attivisti, scrittori e artisti dal 1984. Nel 99 quattro membri bolognesi del progetto pubblicarono Q, un romanzo storico che ripercorre le guerre di religione del XVI secolo. Ambientato in Germania, Paesi Bassi e Italia, segue le vicende di un anarchico anabattista che adotta vari nomi durante un periodo di trent'anni ed esplora temi quali il potere della fede personale, la corruzione nelle istituzioni, rivoluzioni e repressioni violente. Punto cardine è la denuncia della comunione tra istituzioni religiose e interessi economici, rappresentata da figure come il cardinale Carafa (futuro papa Paolo IV) più interessato ad utilizzare l'inquisizione per poter accusare i propri contendenti e farli condannare che per fini spirituali. I luterani vengono corrotti ed usati per consolidare il potere mentre gli anabattisti vengono sterminati come eretici.


Ma perché ne parliamo adesso e soprattutto perché ci interessa? Q mette in scena un paradosso amaro: le rivolte popolari, animate da ideali di giustizia, spesso degenerano in massacri a causa della risposta sproporzionata dei potenti. La battaglia di Frankenhausen (1525), dove migliaia di contadini guidati da Thomas Müntzer vengono trucidati, è un monito sulla facilità con cui la violenza viene repressa nel sangue. Le rivolte di Münster sono stendardo di come movimenti di ribellione violenti finiscono per replicare gli stessi meccanismi di chi le reprimeva, degenerando non solo in conflitti e massacri interni ma nella creazione di nuovi despoti tra chi appunto voleva togliersi le catene.
Gli eventi di Münster in Q non sono un semplice affresco storico, ma un'analisi politica senza tempo. Attraverso il crollo della "Nuova Gerusalemme", come viene definita dal futuro despota Jan van Leiden, gli autori invitano a riflettere sui limiti della violenza e sulla necessità di costruire alternative che evitino di replicare le strutture di potere esistenti. Come scrive Roland Boer, il romanzo trasforma la storia in un "manuale di sopravvivenza" per chi lotta contro l'oppressione, ricordando che ogni rivoluzione deve fare i conti con i propri demoni interni.
La caduta di Münster segna una svolta per il protagonista. Disilluso, abbandona la città e inizia a elaborare strategie più sottili di resistenza, come la contraffazione di lettere di cambio e la diffusione clandestina di testi eretici. Questo passaggio simboleggia un rifiuto della violenza diretta a favore di un'opposizione indiretta ma pervasiva, tema centrale nel romanzo.
La lezione, dunque, non è solo storica ma metodologica: la sopravvivenza della rivoluzione richiede adattamento e astuzia, non martirio.
La storia si ripete, e vediamo tutti i giorni come il manuale di cui parla Boer andrebbe preso in mano più spesso: le manifestazioni sono piene di persone che sono lì non per sostenere la causa e per cambiare qualcosa, ma solamente per indulgere in atti violenti(lo abbiamo visto nei movimenti "per la memoria" di Ramy). Anche tra i ranghi di chi effettivamente ha un interesse per la causa si annidano i sanguinari, che non si rendono conto del meccanismo a molla che stanno caricando girando la manovella della violenza per poi indignarsi quando questa viene ricambiata. Infine i movimenti di protesta moderni assimilano e ripetono i comportamenti di chi sta combattendo, allontanando e additando come nemico chiunque proponga una critica o una visione differente dalla loro.
Quindi come fare resistenza? Come difendersi da chi impugna un bastone senza trovarne uno a tua volta? La soluzione è una lotta più viscerale. La diffusione di idee, che non è mai stata semplice quanto al giorno d'oggi. Fare vedere che le persone che la pensano in un certo modo ci sono, e non solo ci sono ma si distanziano dalla metodologia di chi si sta combattendo, attraverso proteste non violente. Una metodica demolizione dall'interno del sistema che opprime, rendendosi impossibili da ignorare. Notate bene su quest'ultima, una folla violenta è talmente semplice da ignorare che basta un manipolo di 20 uomini in divisa per farlo.
Come detto in precedenza la storia si ripete, evitiamo di replicare anche i fiumi rossi lungo le strade.
Ci sono libri che non si leggono: si vivono. Uomovivo è uno di questi. È un romanzo che non vuole raccontarti una storia e basta, ma ti invita a guardare diversamente la tua, a rimettere in discussione la normalità, a riscoprire il miracolo della realtà quotidiana.
Innocent Smith, il protagonista, sembra un matto. Arriva in casa delle persone saltando un muro, facendo discorsi assurdi, trasformando la noia in festa e il dubbio in una domanda radicale: vuoi vivere davvero, o solo esistere per inerzia? Ma pian piano, con la forza travolgente della sua gioia e del suo coraggio, capiamo che Innocent è, in realtà, il più sano di tutti.
In un mondo depresso, stanco, filosoficamente sfiduciato, lui irrompe con un'allegria spiazzante e spiega così la sua "cura": "Scavalcare un muro, arrampicarsi su un albero... ecco la sua terapia per noi".
Smith non è superficiale. È stato nell'oscurità, ci è passato davvero. In uno dei momenti più intensi, affronta il rettore di una scuola, un uomo che ha fatto del pessimismo una dottrina di vita. E gli dice:
"Io mi chiedo prima che io vi faccia saltare il cervello o che vi lasci entrare nel vostro studio, vorrei far chiarezza sul punto metafisico a cui siamo giunti. Ho capito bene: voi scegliete la vita?".
E il rettore, spiazzato, risponde di sì. Non perché gli sia stato "dimostrato" qualcosa, ma perché Smith ha acceso di nuovo in lui il desiderio, la fame di senso. Quella fame che a volte si spegne sotto la cenere di discorsi razionali ma vuoti.
Il messaggio di Chesterton è chiaro: non dobbiamo cercare la vita altrove, ma ritrovarla qui, tra le cose comuni. Proprio per questo, Smith dice: "Dio mi ha ordinato d'amare e di servire un determinato luogo, e mi ha fatto fare, in onore di esso, una quantità di cose anche bizzarre, affinché questo luogo potesse servirmi a testimoniare […] che il Paradiso è in un qualche posto e non dappertutto".
E c'è una bellezza speciale anche nella visione dell'amore. L'amore per una donna, per una casa, per un quartiere, per la propria routine: tutto viene riscattato, non come prigione, ma come forma altissima di libertà. È la libertà di scegliere, ogni giorno, di tornare a casa, di restare, di costruire. "Restare è la vera avventura", dirà in un altro testo Chesterton. E qui ce lo fa toccare con mano.
Bellissima anche la riflessione sull'istituzione e la regola, spesso viste come ostacoli alla libertà, ma che invece, se vissute con allegria e creatività, diventano strumenti per esprimerla: "Non siamo mai liberi fino a quando un'istituzione non ci rende liberi. E la libertà non può esistere finché non ci sia un'autorità che la dichiari".
E non posso non citare Mary Grey, la giovane donna che sembra portare nel volto la luce del mondo intero: "Il suo viso quasi triangolare apparve come un pezzo triangolare di specchio, riflettendo lo splendore della luce di ore prima. […] La sua felicità era così affascinante da far trattenere il respiro".
Tutto in Uomovivo ci spinge a riscattare lo stupore, a tornare bambini, ma non nel senso ingenuo del termine. Anzi, in uno dei passaggi più belli, Smith dice: "La cosa più selvaggia del West non era un cowboy ma un bambino. La cosa più bizzarra del mondo non è un uomo vestito da Arlecchino, ma un uomo vestito da uomo".
Chesterton gioca sempre con questi ribaltamenti: ciò che sembra folle, in realtà è saggezza. Ciò che pare noioso, se visto con occhi nuovi, è pieno di meraviglia. Come dice Smith a un certo punto: "Le cose comuni valgono la pena proprio perché sono comuni. I miracoli quotidiani sono i più ignorati".
Alla fine del libro, quando ci rendiamo conto che Smith non è mai stato pazzo, ma solo veramente vivo, tutto acquista senso. I suoi gesti assurdi, le fughe, i ritorni, le "accuse" che affronta, fanno parte di un unico grande atto d'amore per il mondo.
Uno dei dialoghi che più mi ha emozionato è quello con l'alpinista: "Voglio dire che se in cielo c'è una casa per me, quella casa avrà un lampione verde e una siepe, o comunque qualcosa di chiaramente personale quanto un lampione e una siepe".
In questo, c'è tutto Chesterton. Il cielo, l'eternità, non sono un'idea astratta: sono cose concrete, amate, riconosciute. È il senso del particolare che salva l'anima.
Uomovivo è un libro che scuote, consola, fa ridere e riflettere. È una medicina per chi si sente perso, ma anche una sfida per chi si sente "sistemato". Ti dice, in fondo: non sei vivo finché non scegli di esserlo ogni giorno. È un inno a ringraziare, anche nel grigio, anche nella fatica.
Come dice Smith al rettore: "Ciò che avete capito è che il mondo, al di là di tutto quel che si dice, è un posto meraviglioso e bello. Io lo so, perché anch'io l'ho capito nel medesimo istante"
Nel corso della mattina di venerdì 19 settembre 2025, tre caccia russi MiG-31 hanno violato lo spazio aereo dell'Estonia per circa 12 minuti, effettuando un'incursione nei pressi dell'isola di Vaindloo, nel Golfo di Finlandia. A quanto sembra, i velivoli non avevano un piano di volo autorizzato, viaggiavano con i transponder spenti e non rispondevano alle comunicazioni radio con il controllo del traffico aereo estone.
A seguito del rilevamento radar, i caccia russi sono stati immediatamente intercettati da F-35 italiani di stanza in Estonia come parte della missione di air policing dell'Alleanza sul Mar Baltico. Una volta intercettati, i piloti italiani avrebbero tentato di comunicare con i MiG-31, venendo però ignorati fino al loro allontanamento dallo spazio aereo estone. Il governo estone ha definito l'episodio una provocazione senza precedenti e ha denunciato che si tratta della quarta violazione dello spazio aereo nazionale da parte di velivoli russi nel corso dell'anno.
Ciò che desta particolare preoccupazione è che questo episodio non sia un caso isolato. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre 2025, infatti, circa 19-23 droni, provenienti presumibilmente da Russia o Bielorussia, hanno penetrato lo spazio aereo della Polonia. Le autorità hanno attivato il Quick Reaction Alert, facendo decollare caccia polacchi e forze NATO alleate, che hanno immediatamente intercettato i droni abbattendone quattro.
In risposta all'accaduto, Varsavia ha invocato l'Articolo 4 del Trattato NATO, richiedendo consultazioni con gli alleati. Infine, a questi episodi si sommano altri atti di guerra ibrida, come il jamming GPS al volo di Ursula von der Leyen, l'attacco informatico che ha bloccato diversi aeroporti europei e i ripetuti sabotaggi alle infrastrutture critiche.
Pur non essendo nuova alla strategia ibrida, questi episodi sembrano assumere un significato più ampio e strategico per Mosca, volto a mettere alla prova la coesione della NATO e la capacità dell'Europa di reagire in modo coordinato.

Provocazioni come gli sconfinamenti aerei, i jamming GPS o gli attacchi informatici permettono di sondare quanto velocemente gli Stati interessati reagiscono, quanto coordinati siano tra loro e quanto robuste siano le infrastrutture di protezione. Questi attacchi generano allarme, incertezza e paura che possono indebolire la fiducia dei cittadini nei governi e alimentare critiche verso la gestione della sicurezza e le spese militari. on azioni che sfumano il confine tra guerra e pace e che sono subdole, spesso condotte non direttamente dallo Stato responsabile ma tramite attori non riconducibili in modo immediato ad esso, i cosiddetti "proxy". Questo ovviamente rende più difficile l'attribuzione delle responsabilità e, di conseguenza, rallenta la risposta diplomatica e sanzionatoria.

In un tale quadro, la principale variabile resta comunque rappresentata dagli Stati Uniti, che sotto la presidenza Trump hanno seguito una linea di politica estera spesso incoerente e contraddittoria: tratti di isolazionismo si sono mescolati ad azioni dall'alto valore simbolico, come il recente vertice con Vladimir Putin, più vicino a una performance mediatica che a un reale momento di decisione strategica.
In un mondo segnato da incertezza americana e crescente assertività russa, l'Europa si pone di fronte a una scelta ben precisa. Se vuole mantenere peso e credibilità nello scenario internazionale, deve dotarsi di una maggiore autonomia strategica, rafforzando la propria capacità di difesa e parlando con una sola voce in politica estera. Per far ciò è però necessario mettere in atto una campagna informativa volta a calmare e rassicurare le opinioni pubbliche europee, sempre più spaventate dalla possibilità di un conflitto su larga scala. Solo conciliando le necessità di politica interna con gli imperativi di politica estera si riuscirà a trovare una sintesi che darà finalmente all'Europa un peso nello scenario geopolitico internazionale, sempre più dominato dal multipolarismo e dalle grandi potenze continentali.
"L'Italia crede molto nell'efficacia dei biocarburanti e riteniamo che tale potenziale sia uno dei punti fermi della nostra strategia climatica per l'abbattimento delle emissioni anche nei trasporti stradali". Con queste parole, il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto al Consiglio UE sull'Energia tenutosi in Lussemburgo lo scorso 16 Giugno, ribadisce l'importanza dei biocarburanti nel contesto della de-carbonizzazione. Perché i biocarburanti sono utili ai fini della de-carbonizzazione? Per rispondere a tale domanda occorre effettuare una piccola digressione sulle questioni fisico-chimiche al centro del discorso. I biocarburanti, anche noti come "biofuels", sono ottenuti grazie a dei processi chimici che permettono di trasformare materie prime come scarti organici, residui agricoli, oli vegetali e grassi animali in biocarburanti. Una volta soggetti a combustione all'interno di un motore termico, si andranno a generare delle emissioni di CO2, comparabili a quelle dei combustibili fossili. Tuttavia, tale CO2 non viene considerata "aggiuntiva" rispetto a quella già presente in atmosfera: è infatti anidride carbonica che fa già parte del ciclo naturale e che era stata assorbita recentemente dalle piante grazie alla fotosintesi, necessaria per alimentare il metabolismo delle piante e la loro crescita. In altre parole, la differenza non è nella quantità emessa, ma nel fatto che tale emissione rientra in un ciclo potenzialmente bilanciato.
Ma come è possibile che le emissioni di CO2 dovute alla combustione di biofuels non siano "aggiuntive" se noi sappiamo per certo che l'anidride carbonica contribuisce al riscaldamento globale? Il motivo è da ricercarsi nella problematica stessa di riscaldamento globale. Come è noto, in atmosfera sono presenti vari gas (vapore acqueo, anidride carbonica, ecc.) responsabili del naturale effetto di riscaldamento del nostro pianeta: senza di essi la temperatura media terrestre sarebbe sottozero; dunque, la loro presenza è necessaria per la vita sulla Terra. Capiamo quindi che il problema non è dovuto alla presenza di tali gas, bensì al loro eccessivo accumulo derivante da emissioni di origine antropica (settore energetico e dei trasporti su tutti). Infatti, quando le concentrazioni dei gas serra superano i livelli naturali in atmosfera, si altera l'equilibrio del sistema climatico, causando l'aumento della temperatura media globale.
Come già accennato, la CO2 emessa per via della combustione di biocarburanti, o più in generale di biomassa, fa parte di un cosiddetto "ciclo bilanciato", ossia il ciclo dell'anidride carbonica biogenica. Viene definito bilanciato poiché si assume che la CO2 conferita in atmosfera per via della combustione venga poi assorbita da organismi fotosintetici che la utilizzano per il proprio metabolismo, generando dunque nuova biomassa.
Secondo questa logica, l'emissione netta di CO2 è pari a zero: ciò che brucio viene poi "riassorbito" senza che si verifichi alcun tipo di accumulo in atmosfera. D'altro canto, se consideriamo l'intero ciclo di vita del nostro biocarburante non è del tutto vero che le emissioni nette di CO2 sono esattamente pari a zero: certamente sono nulle quelle legate alla combustione; tuttavia, andando ad analizzare l'intero ciclo di vita del biofuel in questione (fase di produzione, trasporto, ecc.), vi saranno certamente delle emissioni di CO2 di origine fossile connesse. Inoltre, con una tale soluzione si potrebbe andare ad agire sui cosiddetti settori "hard-to-abate", ossia quei settori industriali che per forza di cose sono responsabili di ingenti emissioni di CO2 dovute alla natura stessa del processo. I trasporti, che siano via terra, mare o aria, rientrano in questa categoria: vi sono notevoli emissioni di anidride carbonica legate all'impiego di combustibili fossili. Se per il trasporto leggero l'elettrificazione rappresenta ormai l'alternativa più efficiente e sostenuta anche a livello europeo, nei comparti più difficili da decarbonizzare come l'aviazione, il trasporto marittimo e il trasporto pesante su strada i biocarburanti costituiscono già oggi una delle opzioni più concrete e immediatamente disponibili.
Dall'altro lato occorre effettuare un bilancio realistico sulla fattibilità di una soluzione di questo genere: la disponibilità di biomassa è relativamente limitata e si concentra soprattutto su scarti e residui organici.
Se si puntasse in maniera massiccia sui biofuels come unica alternativa ai combustibili fossili, si presenterebbe la necessità di destinare ettari di terreno fertile alla coltivazione di orzo, mais, colza, soia, ecc. (principali colture per biocarburanti). Il rischio sarebbe la conversione di terreni agricoli o persino foreste in colture dedicate ai biofuels, con un elevato costo ambientale: deforestazione, perdite di biodiversità e rilascio di carbonio dal suolo, andando potenzialmente ad annullare i benefici climatici dei biofuels.
Inoltre, non è possibile trascurare la dimensione economica: la produzione di biocarburanti è oggi più costosa rispetto ai combustibili fossili; inoltre, la loro disponibilità non è sufficiente a coprire l'intero fabbisogno del settore dei trasporti.
Nell'immediato dopoguerra l'Italia, stremata e circondata dalle macerie del secondo conflitto mondiale, seppur segnata da una profonda spaccatura sociale ed economica, grazie alla volontà "collettiva" è riuscita a caricarsi sulle spalle l'enorme peso della ricostruzione.
Ebbene, lungi dal fare paragoni forzati, oggi possiamo affermare di essere circondati da nuove macerie dalle quali ripartire. Ovviamente, queste derivano da ciò che non siamo riusciti a costruire in questi ottant'anni di Repubblica. Inutile dire che il mancato progresso degli ultimi decenni è dipeso, in gran parte, dalla poca importanza attribuita agli ambiti dell'istruzione e della ricerca, che in altri Paesi sono diventati catalizzatori di sviluppo e progresso. Ambiti poco riformati, la cui struttura, ormai stantia, rimane sempre quella di una vecchia Repubblica che sembra aver perso la capacità di reinventarsi, e che sta cercando di perpetuare un modello passato d'eccellenza, senza però accorgersi che si potrebbe anche innovare senza disperdere il prestigio.
Allora, in un Paese segnato da una profonda crisi di ideali, ridotte ormai a posizioni labili basate sui sondaggi d'opinione e slogan fugaci, una domanda sorge spontanea: «In un'Italia così, da dove si può ripartire?»
Si potrebbe ripartire da quei luoghi che, nel tempo, hanno generato moti di cambiamento, luoghi in cui la sapienza scorre da secoli e che invece oggi vivono una profonda crisi proprio come il Paese di cui sono lo specchio: le università. Perciò, potremmo essere proprio noi studenti, non con le lotte o la violenza, ma con la forza del dialogo istituzionale a poter riportare, a modo nostro, l'università italiana al centro del dibattito pubblico.
Oggi, perciò, in questa rubrica tratteremo uno tra gli aspetti – forse – meno discussi, ma di certo tra i più critici dell'attuale sistema, che incide sulla costruzione del sapere e la trasmissione della conoscenza: il reclutamento del personale accademico (professori e ricercatori).
La scelta dell'oggetto della trattazione, potrebbe sembrare ad un primo sguardo distante dalla nostra sfera d'interesse, ma ciò solo in apparenza. Infatti, volendo parafrasare le parole di Santi Romano, l'istituzione si risolve nel corpo sociale che la anima e dunque, nei soggetti che ne fanno parte. Perciò, oggi se non noi studenti chi mai dovrebbe occuparsi delle questioni che affliggono le università?

Ciò detto, è bene chiarire che l'attuale sistema si regge su una "spessa" stratificazione normativa, non sempre coerente, le cui linee guida sono state disegnate dalla riforma Gelmini. Più precisamente, potremmo dire che la riforma si è mossa in senso opposto rispetto alla legge Berlinguer degli anni 90, il cui impianto lasciava "mano libera" – forse troppa - ai singoli atenei e alle commissioni giudicanti nella determinazione dei criteri di selezione portando inesorabilmente al consolidamento di un sistema di reclutamento nebuloso, che spesso divenne viatico di favoritismi: un sistema ribattezzato da Perotti come "malcostume accademico". Per queste ragioni il legislatore del 2010 (Gelmini) decise di porsi come elemento di rottura di un sistema pieno di falle, il cui superamento ha però comportato una maggiore rigidità nella determinazione dei criteri, con una conseguente attribuzione di un ruolo essenziale alla programmazione centrale ministeriale.
«Ma questo sistema è ancora attuale?»
Secondo quanto previsto dalla riforma Gelmini, l'attuale sistema di reclutamento ha alla base un procedimento bifasico. Un primo passo per l'accesso sia alla docenza che alla ricerca è il conseguimento dell'Abilitazione Scientifica Nazionale; il secondo ed essenziale momento della selezione è invece rimesso alle singole università e può, a sua volta, suddividersi in due varianti: una selezione aperta e una chiusa o riservata, delineate, rispettivamente, dagli artt. 18 e 24 della l. 204/2010.
Partendo dalla procedura riservata, che non sarà oggetto diretto della trattazione, è necessario sapere che consente ai singoli atenei di selezionare, tramite apposite commissioni, i propri docenti con procedure selettive riservate agli interni. È bene evidenziare che, in nessun caso, la selezione può essere rimessa alla libera discrezionalità della commissione giudicante, proprio perché, come ribadito dal Consiglio di Stato, «non sarebbe conforme a Costituzione una norma che consentisse a una pubblica amministrazione di poter operare progressioni interne ad personam».
La seconda modalità è, invece, di tipo concorsuale – insomma aperta a tutti – e il cui svolgimento prevede che siano i singoli atenei, con propri regolamenti, a definire i requisiti d'accesso fermo restando il limite dell'art. 18, per cui la procedura di selezione deve attenersi al criterio «...specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari». Con ciò quindi la norma impedisce alle università di profilare ulteriormente il bando individuando il profilo specifico di cui ha veramente bisogni in quel momento.
Detto ciò, possiamo partire dall'individuazione della prima criticità del sistema, che risiede proprio nell'appena citato art. 18, il quale prevede che gli atenei, nella determinazione dei requisiti di accesso, debbano attenersi al seguente criterio: «specificazione del settore concorsuale e di un eventuale profilo esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari». È bene chiarire che, quando si parla di aree scientifico-disciplinari, ci si riferisce a macroaree predeterminate periodicamente dal MUR cui viene abbinato un codice apposito.
All'interno di queste, per affinità generali, vengono raggruppate più materie. In via del tutto esemplificativa, si pensi all'area GIUR-06/A, relativa al diritto amministrativo e pubblico, all'interno della quale rientrano altre materie di studio, come diritto dell'ambiente, e in cui convivono discipline tanto cruciali quanto non analoghe, come diritto amministrativo e pubblico.

Possiamo, quindi, tradurre la disposizione dell'art. 18 come un limite che impedisce ai singoli atenei di inserire nei bandi criteri di selezione più specifici in relazione alle effettive esigenze di ricerca e di didattica. La conseguenza sarà, da un lato, una compressione dell'autonomia dei singoli atenei nell'individuazione specifica dell'organico; dall'altro un inevitabile riduzione della qualità della didattica e della ricerca, proprio perché gli stessi candidati, consapevoli dei criteri di selezione, tenderanno a formarsi più a livello generale che nello specifico in un determinato ambito, che, pur essendo essenziale, correrebbe il rischio di non essere adeguatamente approfondito. Come se non bastasse, oltre a questo limite letterale, se ne è aggiunto un ulteriore, elaborato dalla giurisprudenza amministrativa secondo cui i criteri di selezione dei candidati alla copertura dei posti di professore universitario devono essere individuati esclusivamente facendo riferimento alle materie e alle funzioni che caratterizzano i singoli settori scientifico-disciplinari da loro individuati.
Così, la giurisprudenza, arroccandosi dietro una rigida lettura dell'art. 97 Cost., ha deciso di adottare un atteggiamento prudente e conservativo, dando un'interpretazione restrittiva al disposto dell'art. 18. Una scelta ermeneutica che ha finito per imbrigliare ulteriormente un sistema di selezione già molto rigido.
Una volta individuati i dubbi che questa riforma suscita tutt'oggi in gran parte della moderna "universitas", possiamo iniziare a riflettere su un nuovo intervento riformatore, per poter costruire su queste macerie. Lo schema che emerge è chiaro: è necessaria l'elaborazione di un testo normativo di ampio respiro che consenta alle università di poter inserire nei bandi criteri di selezione più specifici, in base alle singole esigenze. Il tutto con la finalità di migliorare la qualità della ricerca e dell'insegnamento, in piena linea con quanto sancito dai costituenti all'articolo 33 Cost., che recita: «L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento».
Per maggiori approfondimenti si rinvia a: - V. Sticchiotti, Il mancato coordinamento tra programmazione dei fabbisogni e procedure di reclutamento dei professori e dei ricercatori universitari. Quale possibile punto di equilibrio? (In fase di pubblicazione); A. Sandulli, L'immoto perpetuo: patologie del reclutamento locale dei docenti universitari, in Munus, 2016, 3; A. Bellavista, Reclutamento universitario e dintorni: tempi difficili, scelte tragiche, incubi giuridici, in Munus, 2016,; 3; B. Gagliardi, Il principio di "massima concorsualità" nel reclutamento dei professori universitari, in Giornale di diritto amministrativo, 2023.L. Capaldo, A. Dapas, M. Santini, L. Viola I professori universitari in F. Carinci, V. Tenore, A. Dapas, L. Viola (a cura di), Il pubblico impiego non privatizzato, vol. V, Giuffré, Milano, 2010.
Siamo circondati da idee, parole e immagini che si rincorrono senza sosta: ogni giorno veniamo investiti da un insieme di contenuti che scorrono sui nostri schermi come un fiume in piena. Ci sembra di essere informati, aggiornati, consapevoli, mentre in realtà per la maggior parte siamo soltanto spettatori passivi che assorbono opinioni già pronte ad esposte con tanto di fiocco sopra. Il pensiero critico è ormai un animale ai suoi ultimi giorni di vita, è come se avessimo abbandonato il diritto e il dovere di pensare davvero.
Mai come oggi abbiamo accesso a così tante idee ed opinioni diverse, eppure la possibilità di scelta non si traduce in libertà. Molti preferiscono ripetere ciò che ascoltano, come se la voce di qualcun altro fosse sufficiente ad esprimere come ci si sente. Si citano frasi, si condividono slogan, si sostengono opinioni senza essersi chiesti se siano davvero convinzioni personali o semplicemente qualcosa che abbiamo trovato pronto e abbiamo adottato per comodità. È un meccanismo confortevole: non richiede sforzo e regala l'illusione di avere una posizione chiara senza passare attraverso un processo di riflessione.
I social network hanno accelerato questo processo. In pochi secondi passiamo da un tema all'altro, senza radicarci in nessuno di essi. La velocità diventa la norma. Non ci fermiamo a valutare, a discutere, a dubitare. Le idee scivolano via prima ancora di lasciare una traccia duratura. Così l'abitudine diventa un consumo rapido di contenuti, che non genera consapevolezza ma solo accumulo.
La velocità non è l'unico ostacolo: pensare richiede tempo, cosa che sembra mancare di più. Fermarsi per riflettere significa rallentare, accettare di non avere una risposta immediata. È un atto che contrasta con il ritmo imposto dal mondo dell'informazione, o almeno con quello più comunemente utilizzato. Per questo diventa raro. Molti scelgono di non pensarci affatto e di affidarsi a soluzioni pronte. È meno faticoso, è immediato, e soprattutto permette di sentirsi in sintonia con un gruppo.

Seguire le opinioni di un collettivo dona un senso di appartenenza. Si percepisce cameratismo, protezione, un'apparente forza comune. Non serve affrontare la solitudine nel dubbio di essersi sbagliati, non serve ammettere la fragilità della propria ricerca personale. Si preferisce ripetere ciò che il gruppo afferma, così da sentirsi parte di qualcosa. Il prezzo di questa comodità è alto: si rinuncia alla libertà interiore, alla capacità di scegliere con coscienza, alla possibilità di crescere come individui autonomi.
Una società che smette di esercitare il pensiero critico diventa una società che vive di riflesso. I suoi cittadini non sono più protagonisti ma comparse. L'assenza di autonomia produce l'assenza di responsabilità. Senza responsabilità non può esistere una vera libertà. Questo è il rischio che corriamo: trasformarci in una moltitudine che parla molto, ma con voci che non sono proprie. Eppure, non tutto è perduto. Il pensiero critico non è stato cancellato, ma indebolito. Può rinascere, se qualcuno sceglie di coltivarlo. Volontà di rallentare, di selezionare ciò che si legge e ascolta. Coraggio di mettere in discussione ciò che viene proposto, di affrontare la possibilità di sbagliare, di non seguire ciecamente ciò che appare più facile. La responsabilità è individuale. Ognuno di noi ha la possibilità di reagire. Informarsi davvero, cercare fonti diverse, confrontare opinioni, dedicare tempo alla riflessione sono azioni alla portata di tutti. Pensare non è comodo. È più difficile che aderire a una corrente già pronta. Ma solo nel momento in cui scegliamo di pensare con la nostra testa possiamo dirci liberi. L'indipendenza interiore è un bene fragile e prezioso, e spetta a ciascuno di noi difenderla.
Chi legge queste righe ha già fatto un primo passo: si è fermato, ha dedicato tempo a una riflessione. Il passo successivo è non lasciare che tutto svanisca. Coltiva la tua voce, anche se sembra incerta. Informati, dubita, cerca. Non accontentarti delle parole degli altri. Lascia che il tuo pensiero diventi un atto di resistenza silenziosa. In mezzo al rumore, una mente che ragiona davvero può fare la differenza. E se anche pochi scelgono questa via, allora il pensiero critico non muore, perché trova nuova vita in chi decide di essere libero.
Felicità, amore, coraggio, amicizia, pietà, conoscenza, giustizia: sono solo alcuni dei concetti che sentiamo ed utilizziamo ogni giorno. Eppure, se proviamo a formulare una definizione particolare per ciascuno di queste immagini universali, ci rendiamo facilmente conto di come ogni proposta sia elusiva. Ogni risposta definitiva è parziale e il disaccordo è spesso immediato: la maggior parte di noi è convinto che esistano, saremmo pronti a chiamare folle chiunque ne neghi l'esistenza, sappiamo descriverle, le sentiamo dentro di noi, ma non riusciamo a definirle.
Uno dei primi filosofi a rendersi conto di questa particolarità dell'essere umano visse ad Atene, in Grecia, tra il V e il IV secolo a.C., e rispondeva al nome di Aristocle, anche se, mentre era in vita e anche per i posteri, fu chiamato e ricordato con lo pseudonimo di Platone, dovuto alla sua robustezza fisica. La sua vita fu molto tormentata, perché Atene in quel periodo attraversava numerosi stravolgimenti istituzionali, e tutte le strutture politiche che si succedettero delusero Platone: se la dittatura dei Trenta Tiranni volle costringere il suo maestro Socrate ad arrestare un innocente, la democrazia lo condannò a morte.
A partire dalla morte del suo mentore, Platone iniziò a produrre trattati filosofici in forma dialogica, in cui l'interlocutore principale era proprio Socrate, impiegato però come maschera dall'autore, che usava il dialogo per esplorare varie tesi sulla medesima tematica, pur senza giungere mai ad una risposta certa: l'onere di sviluppare, a partire dal testo, una conclusione personale sul tema ricadeva sempre lasciato al lettore.
Nonostante la difficoltà nel formulare una versione definitiva delle argomentazioni platoniche, un tema sviluppato da Platone e sempre discusso anche nei manuali delle scuole superiori è la teoria delle idee. Che cosa siano le idee, dove si trovino, come e chi possa conoscerle (o meglio, ricordarle) fu un argomento trattato più volte da Platone nei suoi dialoghi. A tal proposito, anche coloro che hanno studiato filosofia con meno entusiasmo ricorderanno il celebre mito della caverna, contenuto nella Repubblica, forse il più noto tra gli scritti del filosofo.
Alla base della teoria delle idee – universali come il giusto, il bello o il santo, che dimorano nell'Iperuranio, che vengono ricordate tramite l'esercizio dialettico e che la nostra anima contempla prima di incarnarsi e dopo essersi sciolta dal corpo – vi è la fondamentale consapevolezza dell'instabilità della realtà. Dire che qualcosa è bello, vero, giusto o che un atto è virtuoso o coraggioso, per rispondere a cosa siano il bello, il vero, il giusto, la virtù o il coraggio, è parziale e transitorio. Platone comprese che la realtà non si esaurisce nella dimensione materiale e che la sua finitezza le impedisce di offrire risposte ai suoi - e ai nostri - drammi; tuttavia, nonostante ciò, egli non cedette al relativismo. Nel Simposio, Socrate descrisse Eros non come un dio perfetto, ma come un daimon, figlio di Penia (povertà) e Poros (ingegno). Eros non è un dio ma nemmeno un uomo: è sempre in cammino, spinto dalla propria miseria. L'amore non è possesso e nemmeno mancanza: è tensione, desiderio, ricerca continua di ciò che non si ha ma che si intuisce come bene e bello.
E' proprio questa condizione di intermedio che dà senso all'attività del filosofo, il quale non possiede la verità ma la cerca con passione guidato dall'amore per essa: il legame tra amore, conoscenza e povertà che è possibile delineare a partire da queste posizioni, risulta così essere un monito essenziale anche nella nostra società sempre più polarizzata. Se ogni opinione fosse valida, se non si potesse discernere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, ciò renderebbe impossibile la vita comune e la ricerca della verità. In questo senso, la teoria delle idee si pone come una possibile risposta, perchè i valori in quest'ottica non sono solo frutto delle convenzioni umane ma hanno una realtà propria che possiamo progressivamente riconoscere e ricordare. E' in questo che si può cogliere il valore della filosofia intesa come amore della conoscenza, una tensione verso la verità che cerca di sfiorarla senza mai arrendersi di fronte alla complessità del reale, andando oltre alle opinioni mutevoli attraverso la ricerca e il dialogo.
Di fronte alle sfide del presente lo spazio che deve ritagliarsi il filosofo si chiarisce alla luce della prospettiva platonica: amore, verità e povertà sono indissolubilmente legati negli scritti dell'ateniese. Amare la verità, la giustizia, la bellezza, schierarsi contro il relativismo non significa così prendere una parte e difenderla, ma, piuttosto, implica contemplazione, studio e discernimento. Solo così riusciremo, in un mondo di ombre, a vedere la luce.
Carica un'immagineBEN-GVIR DICE CHE ISRAELE TRATTERÀ GLI ATTIVISTI DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA COME TERRORISTI
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In questo numero abbiamo deciso di mettere su carta i frammenti della nostra resistenza, per poterla osservare e perpetuare. Spesso, infatti, si tende a svalutare la durezza e le difficoltà dei giorni nostri. Perché questi sono, apparentemente, pieni di comodità. Tuttavia, quest'etichetta deformante, che ci mostra, come brillantemente sottolineato da Michele Serra, "sdraiati" agli occhi di tanti, altro non è che l'ennesima boutade di un ciclico conflitto intergenerazionale. Pertanto, abbiamo deciso di affrontare questo tema delicato cercando di abbracciarne tutte le sfumature.
Al fine di poterci immergere nell'essenza della realtà che ci circonda, ci spingiamo ad osservarne le sfaccettature e le criticità che la rendono scabrosa tanto quanto quella vissuta dai nostri nonni e dai nostri genitori.
Per imparare da chi ha scelto di resistere: da chi ha offerto la propria vita nella lotta contro il fascismo, a chi oggi, in Ucraina, imbraccia un'arma per difendere la propria terra; da chi, a Gaza, continua a lottare per esistere.
Per trovare la forza di costruire e ripartire.
Infatti, spesso, se proviamo a guardarci intorno, non vediamo altro che il mare sconfinato e le onde alte. Un mare immenso, che non ha pietà, già vissuto e inquinato da altri, che non ci guarda in faccia, ma che, se ben navigato, può guidarci alla bellezza. Questo nostro grido dice: noi che abbiamo imparato a nuotare da poco, che galleggiamo in balìa delle correnti, senza zattere o crociere, vogliamo trovare la forza di restare in piedi.
Vi auguriamo una buona lettura, La redazione di NESSI
Carica un'immagineStringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò". Quando nel 1847 Mameli scrisse questi immortali versi, il patriota genovese aveva certamente tatto del «grido di dolore levato da tante parti d'Italia» (come ebbe a dire Vittorio Emanuele II più di un decennio dopo). La lotta per la libertà è un atto che è passato attraverso tutti i popoli che hanno dovuto emanciparsi da una potenza straniera. È un trait d'union antecedente ai moti del 1800 e che, dunque, non si è arrestato con l'affermarsi delle democrazie costituzionali dello scorso secolo.

In aggiunta alla loro creazione, gli stati europei avevano intenzione di raggiungere un fondamentale passo successivo: la costruzione di una Europa economicamente unita, da lì l'elevato flusso di scambi commerciali che ne sarebbe derivato avrebbe senz'altro facilitato la pace fra le nazioni del vecchio continente.
Ciononostante, contemporaneamente alla nascita di una cultura europea unica, esisteva un pericolo tangibile nel corso dello scorso secolo, in piena guerra fredda, che lasciava tutte le nazioni all'erta. Ma oggi si è arrestato il pericolo?
L'apparente pace che la «fine della storia» avrebbe portato, ha fatto sì che ciecamente ci dimenticassimo che il dovere di difesa delle nostre libertà non si può arrestare: abbiamo voluto dare in appalto la nostra sicurezza agli alleati, ritenendoli infallibili; abbiamo ritenuto possibile estendere l'ideologia liberista a tutti i paesi del globo, ignorando i primi allarmi provenienti dalle industrie manifatturiere; abbiamo volontariamente chiuso gli occhi dinanzi alle prepotenze di chi, nostro nemico, voleva altresì imporre la propria sfera di potere contro la democrazia. Proprio a causa della nostra perdurante cecità, dobbiamo rendere esemplare quel che gli ucraini sono riusciti a fare: la storia della lotta ucraina per la libertà è un urlo alla vita, come afferma Oleksandra Matviichuk, premio Nobel per la Pace del 2022. Infatti, gli ucraini sanno esattamente cosa li aspetta se non continuano a combattere: alla sconfitta conseguirebbe inevitabilmente l'occupazione e la loro sottomissione ai russi.
E, d'altronde, Putin non accetterebbe alcun esito differente. Con un paese in declino economico, gli arsenali decimati (a breve si vedranno costretti a riesumare la corazzata Potiomkin) e la guerra che mette in ginocchio i suoi più «formidabili» generali, l'unica soluzione con cui potrebbe salvarsi la faccia sarebbe quella di concludere positivamente il conflitto, arraffando quanti più territori riesce.

A questo concorre anche, senz'ombra di dubbio, un tema culturale: per l'imperialismo propagato da Putin l'Ucraina non può esistere.
Abbiamo avuto modo, però, di vedere in questi più di 1400 giorni dall'inizio dell'invasione che gli ucraini sono tutt'altro che disposti ad abbandonare le proprie case per dare ospitalità all'invasore russo. «Questo popolo di ingegneri e combattenti, di volontari che hanno abbandonato le loro vite precedenti per difendere la loro indipendenza e libertà con tutto ciò che hanno, l'ingegno e il coraggio», scrive Anne Applebaum.
Il premio Pulitzer, intervistata al foglio europeo del 6 Giugno 2025, ci ha illustrato come la tenacia e l'innovazione abbiano reso gli ucraini sempre più resistenti.
Il loro più ammirevole pregio è stato quello di essere intolleranti a lamentele e disperazione: oggi la straordinaria capacità di resistenza ucraina è ancora più luminosa poiché Kyiv ha dovuto inventare nuovi modi per combattere una guerra che non possono perdere. La loro forza si nota specialmente nella resilienza, davanti alle fragilità che accumunano tutti noi (la perdita di un figlio, di un padre o della casa in cui si è cresciuti) non possono fermarsi, rischierebbero di essere sopraffatti e sormontati dai russi.
Per questo, la popolazione civile e militare ha cercato nuovi mezzi per garantire che tutti siano pronti a resistere all'aggressore, qualora ciò diventi indispensabile.
Seppure in apparenza dubbia, l'utilità di questi strumenti è, in verità, acclarata. Come ci ha ricordato Nadiya Kalapun, vicepresidente dell'associazione italo-ucraina NaRyna di Bologna, ai microfoni di Nessi per il numero di Marzo 2026, «avere un'abilità non strettamente militare ti dà una certezza di fare qualcosa di utile per il paese, qualcosa che possa rimanere utile anche in tempo di pace, e che anzi, la possa avvicinare».


Anche alla luce delle numerose missioni umanitarie organizzate da Bologna, Nadiya ci ha ricordato che sentirsi utili dà sicurezza e, al contrario, «sentirsi inutili in una guerra che fa il tuo Stato, sapendo che è una guerra per la sua esistenza, è un brutto dolore».
L'impulso che spinge ancora gli ucraini a combattere dopo quattro anni, osserva Nadiya, è probabilmente la vera empatia dimostrata dagli europei. D'altronde, non può più essere nascosto che l'Ucraina sia «quella frontiera, quella forza che separa la Russia e l'Europa». Sono stati, in primo luogo, i singoli cittadini a essersi resi conto delle condizioni in cui si svolgeva il conflitto, ma successivamente anche gli Stati hanno dovuto far fronte a questa minaccia, contribuendo a loro modo all'invio di materiali essenziali.
È proprio questo aspetto che ha spinto Nadiya, come molti suoi connazionali che sono emigrati nell'Europa occidentale, ad impegnarsi con continue missioni di volontariato. Nel corso degli ultimi anni, infatti, si sono registrati numerosi invii di mezzi, medicinali, strumenti e dotazioni di ogni tipo, necessarie per far fronte alle brutali operazioni russe.
L'ultima raccolta fondi, ci racconta Nadiya, era finalizzata all'acquisto di generatori elettrici. La strategia ultima putiniana mira, infatti, all'attacco incondizionato verso le centrali elettriche che servono ad alimentare le città, dove le persone sono costrette ad affrontare così le bassissime temperature invernali. La campagna pubblicizzata da NaRyna e altre decine di associazioni, ha raccolto l'impressionante cifra di 350mila euro, nonostante l'obiettivo iniziale fosse di appena 100mila. L'aiuto ha, senz'altro, rafforzato lo spirito ucraino e fatto sentire la volontà della popolazione emiliana e italiana di aiutare chi si difende, confermando quello spirito che, come ricorda Nadiya Kalapun, fin dall'inizio della guerra è stato altalenante e diviso in successive «ondate».
Una preziosa testimonianza, in tal senso, ci è stata resa anche da Maryana Trofymova, in arte Gyruum, anch'ella membro dell'associazione NaRyna.
Sfruttando, quindi, le nuove modalità tramite cui si sta combattendo il conflitto, la cittadinanza ha istituito una serie di scuole che permettano, indipendentemente da età e provenienza di apprendere come funzioni la guida dei droni.
Numerose sono le testimonianze di come gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR) siano ormai la principale forma di ricognizione e combattimento sul fronte, specie se si ha di fronte un avversario, almeno per quantità di mezzi a disposizione, neanche lontanamente near-peer. Tra le più importanti scuole c'è la Kill House Academy, con sedi a Kyiv, Leopoli, Odessa e Cherkasy.
Fondata in pieno conflitto, la scuola fa sì di istruire la popolazione, con differenti livelli di difficoltà a seconda della bravura dell'alunno, circa nozioni minime in tema di dronistica, dal volo alla manutenzione.
I corsi di formazione, svolti sia in orari diurni che notturni, hanno una durata prestabilita, al termine della quale l'alunno potrà decidere se arruolarsi o meno. Laddove decida di non farlo, gli risulteranno comunque importanti le nozioni acquisite, facendo sì che in caso di immediato pericolo qualsiasi cittadino possa essere in grado di rendersi utile per un'ultima strenua difesa. In alternativa, l'arruolamento nell'esercito è altrettanto essenziale.
In virtù delle diverse zone di scontro che la strategia russa ha voluto aprire - con l'intenzione di allargare quanto più possibile la difesa ucraina - sempre più fanti sono necessari, ma sempre meno questi possono ricevere una formazione idonea alle varie esigenze di combattimento. Pertanto, iniziative come questa tendono a ridurre lo stress posto sulle linee logistiche ucraine.
È, però, evidente che non può essere sufficiente il solo aiuto umanitario ed economico-militare verso l'Ucraina. Maryana, infatti, sui suoi profili social spesso affronta il tema della propaganda. Sia ai nostri microfoni sia su Instagram, ci ricorda la fondamentale distinzione fra libertà di espressione, libertà di cronaca e disinformazione.

La propaganda russa, infatti, «agisce ad ondate, e crea un information disorder: mettono insieme tantissime bugie, le raccolgono per buttarle sui social e su ogni altro canale».
La logica del cremlino (da decenni, come osserva Marta Ottaviani ne «Le brigate russe» del 2022 n.d.a.) è stata quella di dare in pasto all'opinione pubblica estera una miriade di falsi miti sulla Russia, creando delle informazioni «cucite addosso alla persona che le ascolta». Non importa se a volte queste bugie si contraddicono, perché in questo caso, continua Maryana, «si crea confusione, e una persona confusa sarà meno interessata ad aiutare una parte o l'altra». In un primo momento, la narrazione proveniente dalla Russia si concentrava quasi esclusivamente sulla totale eliminazione e smentita delle informazioni diffuse in precedenza, quelle in cui le stesse fonti russe ammettevano l'esistenza e la prosecuzione (a tratti vantandosene n.d.a.) di operazioni paramilitari condotte all'interno delle aree sovrane ucraine a partire dal 2014. Oggi, al contrario, la strategia propagandistica ha cambiato approccio e si è nuovamente orientata verso il riproporre e il rinvigorire il mito dei «russi brava gente», cercando di rafforzarlo con continui richiami alla presunta vicinanza, sia culturale che emotiva, fra la popolazione italiana e quella russa, e insistendo su valori comuni, simpatia reciproca e affinità storiche percepite come naturali, ma che in verità sono del tutto fittizie.
Maryana offre infine anche un antidoto alla propaganda: ritenendo che i singoli individui possano fare poco, dovrebbe essere messa in piedi una rete protettiva ed educativa da parte dello Stato. In primo luogo, è necessaria l'adozione di uno scudo contro l'ingerenza estera nella stampa (ricalcando la proposta legislativa del c.d. scudo democratico); in secondo luogo, sulla scia di Estonia, Finlandia o Svezia, dovrebbe essere instaurata nei programmi scolastici una quantità di ore volta all'educazione sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale in primis, nonché delle piattaforme informatiche in generale poi.
Sta di fatto che la consapevolezza generale su questo argomento è davvero scarsa, a maggior ragione se le iniziative governative sono, erroneamente, concentrate verso la limitazione (rectius, la totale esclusione) dell'utilizzo dei telefoni all'interno delle classi.
Va, quindi, chiarito che, se davvero vogliamo rendere onore a quella parte di popolazione ucraina che resiste da quattro anni, il nostro atteggiamento non può essere ottusamente rivolto verso la conservazione del nostro status quo: dobbiamo interrogarci su quali siano le nuove frontiere scaturenti dal conflitto.
È anche l'ottica della pronta conversione che ce lo impone. Non si tratta solo di una questione di efficienza, ma diviene una necessità strategica per affrontare le sfide future. Ed è chiaro che la soluzione a queste vada programmata con chiarezza nei momenti di maggiore tensione e trasformazione.
L'esperienza del conflitto, infatti, ci ha reso evidente quanto sia fondamentale comprendere che soltanto il rapido adattamento e una continua capacità di apprendere possano garantire la sicurezza collettiva (dunque personale). Questa consapevolezza si intreccia con la necessità di difendere in maniera dinamica la nostra libertà, il vero (personalmente anche l'unico) fondamento della nostra società e del nostro futuro.
Allo stesso tempo, diventa imprescindibile rinnovare con energia il nostro spirito industriale e culturale anche nell'ambito della difesa. Le incertezze iniziali della governance e del popolo ucraino, superate grazie al comportamento successivamente dimostrato, spiegano perché innovazione, creatività e preparazione tecnica sono elementi che permettono di affrontare le sfide globali con maggiore solidità ed efficacia. Non possiamo più permetterci di trascurare questi aspetti.

Solo chi riesce a unire la difesa dei propri valori con la capacità di produrre e reinventarsi può guardare avanti con fiducia. Proprio per questo, oggi più che mai, non è plausibile restare fermi confidando nell'imbattibilità delle nostre idee.
Nei prossimi giorni saranno pubblicate sul nostro canale YouTube le interviste a Kalapun e Trofymova.



30 aprile 2025.
Esattamente ottant'anni dopo il suicidio di Hitler, chiude la storica edicola Carella di Porta San Vitale. Un avvenimento scivolato addosso ai più, ma capace di offrire una fotografia impietosa della mutazione socio-culturale del nostro Paese.
Secondo lo studio "Le edicole del futuro, il futuro delle edicole", condotto da DataMediaHub in collaborazione con l'associazione Stampa Romana, su 7.896 comuni italiani ben 4.974 sono ormai privi di un'edicola. Questi dati segnano il punto di arrivo di una parabola discendente iniziata dopo il picco di fatturato del 2005. Sarebbe tuttavia superficiale dedurne che gli italiani non leggano più: i dati dicono l'esatto opposto. Il bacino dei lettori non solo tiene, ma è in crescita.
Il cambiamento è strutturale: l'informazione si è spostata su canali diversi, in primis i social network. Gli editori, intercettando il trend, hanno trasferito l'asse dalla carta al bit. Se è vero che scripta manent, è altrettanto vero che scriptura constat: la scrittura oggi "costa" meno ed è ovunque, tra testate esclusivamente online e abbonamenti digitali a prezzi stracciati. In questo scenario di apparente efficienza, dove lettori ed editori sembrano aver trovato un nuovo equilibrio, si ignora il "decentramento" che ha messo in ginocchio una categoria storica. In vent'anni, il giro d'affari delle edicole ha bruciato oltre un miliardo di euro.
Da un'indagine che ho condotto sul territorio di Bologna — città simbolo di una regione, l'Emilia-Romagna, che statisticamente resiste meglio di altre — ho cercato di capire come gli edicolanti affrontino il tracollo.
Le risposte ottenute sono un mosaico di imprecisioni e contraddizioni che non reggerebbero in alcun dibattito serio. Per capire la resistenza bolognese bisogna guardare alla ricerca Confesercenti 2024, "Commercio e servizi: le oasi nei centri urbani". In Italia, le edicole "pure" (quelle dedicate esclusivamente alla stampa) sono le vere vittime: calate del 34,63% in dieci anni. Quelle che restano in piedi hanno smesso di considerare l'editoria come core business.
Oggi, l'entrata principale per molti chioschi bolognesi - perchè solo così possono esser chiamati - è la vendita di bevande fresche. È un paradosso amaro: chi ha aperto per vendere cultura sopravvive grazie a una bottiglietta d'acqua o ai biglietti dell'autobus.
Cercando la radice del problema, emerge un fronte comune contro l'uso del POS e una rassegnazione verso lo strapotere dei social. Proprio i social rappresentano il paradosso finale: il medium "usa e getta" per eccellenza sta distruggendo quello che un tempo era il supporto effimero per definizione: il quotidiano cartaceo (quello con cui Giovanni Muciaccia ha costruito un'intera estetica del riciclo).
L'indagine ha toccato il punto di rottura quando un edicolante mi ha confessato: "Le edicole muoiono perché le nuove generazioni non hanno mai visto nessuno andarci".
Questa frase scardina ogni certezza. Io, il più grande di tre fratelli, sono l'unico a non aver mai completato un album di figurine o ad aver accompagnato i nonni al rito del giornale. I miei fratelli e molti coetanei non hanno questo ricordo; per loro, l'unica finestra sul mondo è la prigione di vetro di uno smartphone.
In conclusione, dobbiamo smetterla di fingere che la digitalizzazione sia un processo indolore o puramente democratico.
La rassegnazione degli edicolanti non è pigrizia, è la presa d'atto di un'estinzione programmata.
Se, in un'ottica pasoliniana, questo è lo "sviluppo" che abbiamo scelto, allora dobbiamo accettarne il prezzo: la morte della piazza fisica in favore di un algoritmo che non ci informa, ma ci asseconda.
Non serve a nulla educare le nuove generazioni alla "scelta" se non hanno più un luogo fisico dove esercitarla. La chiusura di Porta San Vitale non è un'evoluzione, è un funerale culturale a cui abbiamo assistito con lo sguardo incollato a un feed.
Se gli edicolanti hanno deposto le armi vendendo bibite e accendini, la nostra non è "resistenza": è l'ultima sigaretta accesa sul patibolo di un'informazione che è diventata merce tra le merci. Resta solo da capire se, una volta spenta l'ultima insegna, saremo ancora capaci di distinguere la verità dal rumore di fondo.
Carica un'immagineIl racconto della resistenza italiana è stato scolpito per decenni nel marmo come un'epopea immacolata, un menhir di sacrificio necessario e virtù civica. Questa narrazione ha servito la fondazione della Repubblica, ma negli anni ha anche creato una zona d'ombra: una terribile intercapedine tra la Storia (con la S maiuscola) e il resoconto di un'epoca intrisa di fango e sangue. In quell'ombra, sotto un tappeto di reticenza politica e silenzio istituzionale, sono stati spinti episodi come l'Eccidio di Schio e della Cartiera di Mignagola. Accettare che la lotta di Liberazione abbia avuto tendenze criminali non significa sminuirne il valore, ma restituirle una dimensione antropica, fatta di uomini e non di santi, capace di sfociare nella ferocia.
Errare è umano, direbbe qualcuno guardando i singoli esecutori; tuttavia, nascondere sistematicamente colpe e fatti per ottant'anni è una scelta politica consapevole non più sostenibile nell'epoca dell'informazione. I fatti di Schio sono cristallizzati nei rapporti dell'AMG (Allied Military Government) e nelle sentenze del Tribunale Militare Alleato di Vicenza: nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, a guerra ufficialmente conclusa, 54 persone detenute nel carcere mandamentale in attesa di processo vennero trucidate da ex partigiani della brigata "Garemi". Le indagini vennero condotte dal Capitano Chambers (Polizia Alleata), che nei primi rapporti descrive una scena di "macelleria gratuita": non ci fu distinzione né processo e tra le vittime figuravano donne e adolescenti. Sempre nel 1945 la Corte Militare Alleata emette una sentenza, condannando a morte gli esecutori materiali definendo l'atto come un crimine premeditato contro civili inermi sotto la protezione dello Stato. Parallelamente, a Carbonera, la cartiera di Mignagola divenne un vero proprio centro di eliminazione clandestino tra l'aprile e il giugno del 1945. Lì reparti della brigata "Bixio" instaurarono una filiera di detenzione, tortura e condanna le cui prove risiedono nei fascicoli del processo che porta lo stesso nome dell'edificio presso il tribunale di Treviso tra il 1951 e il 1954. I verbali di polizia e le testimonianze giurate dei sopravvissuti parlano di sadismo e terribili sevizie, incluse crocifissioni documentate da prigionieri che videro i loro compagni di cella inchiodati a tavole di legno o appesi a ganci industriali. Tutto ciò trova riscontro nelle perizie necroscopiche e nei sopralluoghi dei Carabinieri. La sentenza n. 156/54 della Corte d'Assise di Treviso confermò la responsabilità di comandanti e gregari delle persone coinvolte per omicidio e sevizie, riportando condotte che esulavano da ogni necessità dettata dalla guerra.
A questo punto sorge spontanea una domanda: come mai, nonostante questa mole documentale, questi eventi non compaiono mai nelle commemorazioni ufficiali?

La risposta giace in una gestione che ha preferito la santificazione alla verità storica. Per decenni, ammettere le colpe di certi settori partigiani significava cedere un passo alla propaganda nostalgica. Di conseguenza si è scelto di buttare la polvere sotto al tappeto, scegliendo di dimenticare che molti dei colpevoli dei fatti sopra citati hanno beneficiato dell'Amnistia Togliatti del 1946, un velo gettato sul passato che negò di fatto giustizia alle famiglie delle vittime. La copertura di queste atrocità ha creato un effetto paradossale: ha lasciato il monopolio della memoria di questi fatti a chi voleva usarli per delegittimare l'intero movimento partigiano, mentre una nazione matura dovrebbe essere in grado di guardare in faccia i propri demoni. La resistenza ha smesso di essere un evento storico complesso ed è diventata un feticcio da proteggere dalle critiche; riconoscere che in molti casi agirono individui che tradirono gli stessi valori per cui combattevano non infanga la memoria di chi è morto per la libertà ma distingue il grano dal loglio. A ottant'anni di distanza non c'è più spazio per l'omertà.

I documenti dell'Archivio Centrale dello Stato confermano che le autorità erano a conoscenza dei fatti di Schio e Mignagola già nell'immediato dopoguerra. Ignorare questi fatti significa portare una narrazione monca.
Errare è umano: la violenza del primo dopoguerra fu un rantolo degli eventi di una guerra civile, ma nasconderla e derubricarla ad incidente di percorso nonostante tutta la documentazione è un'offesa alla Storia. È ora di alzare il tappeto e guardare quella polvere per ciò che è: sangue di persone a cui fu negata la decenza umana in nome di una giustizia sommaria che non ha reso onore ad alcuna bandiera, ma anzi l'ha solamente infangata.
Carica un'immagineIl 7 ottobre 2006 nell'ascensore di un palazzo moscovita, con una Makarov vengono sparati quattro colpi d'arma da fuoco, l'assassino secondo le indagini della polizia russa è ignoto, probabilmente un sicario. La vittima è la celebre redattrice di Novaja Gazeta ed attivista anti-putiniana, Anna Politkovskaja. Nata il 30 agosto 1958 a New York, Anna Stepanovna Politkovskaja inizia la propra carriera giornalistica a Mosca subito dopo l'università, presso il quotidiano moscovita Izvestija. L'obiettivo che perseguiva nel proprio lavoro era di descrivere, nel modo più neutrale possibile, ciò che nella Russia dei suoi anni era tenuto segreto a tutti i costi, affinché ogni nefandezza compiuta dal potere fosse sotto gli occhi di tutti.

Ed è proprio questo che la porta a scrivere libri, pubblicati e tradotti in svariate lingue, che descrivono con dovizia di particolari le terribili vicende che si susseguono durante la sua attività. Uno tra i più celebri è la Russia di Putin, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2005, che racconta, tra i vari avvenimenti, le violenze commesse all'interno dell'esercito russo dai superiori nei confronti dei sottoposti, i crimini di guerra russi in Cecenia e la politicizzazione del sistema giudiziario che protegge le volontà e le follie dei potenti, sempre a scapito della parte più fragile della popolazione.
In Kamchatka, remota penisola di 270.000 km² nell'Estremo Oriente russo, Anna Politkovskaja incontra Aleksej Dikij, un talentuoso capitano di prima classe di 34 anni, al comando del sottomarino atomico Viljučinsk, uno dei più letali al mondo. Nonostante la responsabilità elevata, Dikij vive di stenti, ricevendo soltanto una scarsa razione di cibo che non basta per sfamare la propria famiglia. Egli è al comando di un battaglione che, nonostante l'importanza e la gravosità dei compiti che ottempera, riesce a sopravvivere unicamente grazie alla prodigalità del panificio locale, che permette ai soldati di indebitarsi pur sapendo che non potranno mai restituire nulla.
Nella sua crudezza, il ritratto di Dikij e della sua famiglia trasuda umanità: un ammiraglio, padre e marito, innamorato della Patria ma non dei suoi governanti, di cui però per ideali rispetta gli ordini; Larisa, una scienziata, madre e moglie, che per amore e fedeltà segue il marito e non permette che le difficili condizioni in cui versa la facciano tentennare.
Quando le viene chiesto dalla giornalista: "Senta, ma come si fa a vivere come suo marito? Una persona deve potersi riprendere la propria vita!" Lei risponde: "A me, invece, questa vita piace. Almeno so sempre dov'è mio marito! Lui non può filarsela, e dunque addio gelosia!"
Partendo da questo racconto ci siamo chiesti: perchè? Perché un uomo e una donna altamente istruiti e con elevato spirito di sacrificio - pur vivendo nella miseria - dicono di essere felici? Perché annullarsi per un ideale che nessuno nella società occidentale odierna sarebbe disposto a difendere? Perché rischiare la propria vita per raccontare?
Le storie della Kamchatka, di Aleksej e Larisa, non hanno valenza aneddotica, ma sono la rappresentazione di persone che hanno rinunciato a tutto per lo Stato, un ordine che appare solido ma che in realtà è fragile e che vive di equilibri imposti e accettati, nutrendosi di sacrificio, lealtà e obbedienza. La Politkovskaja ci mostra che, nonostante le difficoltà, vivere nella verità è possibile, e significa rifiutare la complicità del silenzio ed affermare che la dignità individuale non può essere sacrificata in nome di un presunto "bene superiore". Tra obbedire e parlare, Anna Politkovskaja ha scelto sempre di parlare, ed è proprio grazie a questa scelta ostinata che la sua vita continua ad offrirci un insegnamento scomodo ma necessario. Perché denunciare, nella Russia di Putin, significa smascherare le bugie dei potenti. Significa mostrare, come lei stessa afferma nel testo, che "il potere in sé è cosa assai più preziosa delle vite dei soldati".

Concludiamo con una citazione tratta dalle pagine de "Il potere dei senza potere" di Vàclav Havel, a partire dalla quale riteniamo che si possa comprendere l'essenza della testimonianza di una martire della libertà:
"Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società [...]. Non è detto quindi che con l'introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario: solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore".
Carica un'immagineIl numero di questo mese di Nessi è dedicato alla Resistenza e quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa, ho subito pensato all'agonia di una classe politica, quella dei cosiddetti "riformisti", ormai specie protetta a rischio di estinzione, che rappresenta, a mio avviso, la vera ferita del panorama politico-sociale italiano.

Questi ultimi sono oggetti da esposizione, come scriveva Luigi Covatta "tanto da dover essere custoditi sotto teca per evitare che si sciupino a contatto con l'aria".
Essere riformista, per Fernando Santi, corrispondeva a credere in una trasformazione graduale e democratica della società attuale in una società più libera e più giusta. Ed è proprio per una esigenza sociale che si avverte come disperata la mancanza di questa classe illustre di politici, di questo filone di pensiero, prima filosofico che pratico. Non c'è, però, la volontà di perseguire un obiettivo politico, da parte delle varie forze partitiche nazionali, capace di per sé di raggruppare e sintetizzare le varie idee di matrice riformista che abbiamo ereditato dalla Politica che ci ha preceduto.
Il termine riformismo
È assolutamente complesso definire in termini esatti cosa si celi dietro alla parola "riformismo": alcuni lo hanno qualificato come termine polisemico, e Bobbio lo ha inquadrato come termine "dai mille significati". Io, per questa riflessione, mi concentrerò sulla categoria politica, da almeno duecento anni appartenente alla storia italiana, che ha per lungo tempo contraddistinto un modo di essere del Partito Socialista Italiano, da Turati fino a Craxi, ma anche delle altre forze politiche della Prima Repubblica, per estendersi come modus operandi dei partiti del centro-sinistra "prodiano" e divenire poi uno dei pilastri fondanti – almeno nelle intenzioni – del Partito Democratico.
L'Enciclopedia Treccani definisce il termine riformismo come: ogni metodo d'azione politica che, ripudiando sia i sistemi rivoluzionari sia il conservatorismo, riconosce la possibilità di modificare l'ordinamento politico sociale esistente solo attraverso l'attuazione di organiche, ma graduali riforme. Si dice anche, in senso spregiativo, di una politica, sostanzialmente conservatrice, che si limita a marginali riforme in un dato sistema sociale, senza modificare le fondamentali strutture del sistema stesso. Storicamente il riformismo è legato all'affermazione del sistema parlamentare e alla convinzione che sia possibile realizzare una trasformazione sociale attraverso lo strumento legislativo.
Da questa definizione emergono due aspetti: la struttura storica del riformismo e una critica alle storture che il termine ha assunto nel corso dei tempi recenti.
La struttura storica
A partire dalla seconda metà dell'800, il riformismo si è caratterizzato come metodo distinto dall'azione rivoluzionaria, propugnata invece dai massimalisti, privilegiando la ricerca preventiva del massimo consenso politico e non la rivoluzione per cambiare la società. Filippo Turati e Giacomo Matteotti ne sono stati illustri esponenti.

Scomparsa l'alternativa rivoluzionaria, il riformismo non poteva essere inteso solo in funzione del suo contrario, e si sono così susseguiti diversi tipi di approcci riformisti.
Nel '900 si distinguono più forme di riformismo: quello socialista, diviso in più correnti – la formula delle riforme di struttura di Riccardo Lombardi, il riformismo "di fatto" di Pietro Nenni e il neo-riformismo decisionista di Craxi; quello cattolico, rappresentato da Moro, Dossetti e Ruffilli; e un riformismo comunista, il cosiddetto migliorismo, di Napolitano, Macaluso e Chiaromonte.
Ma è nei fatti, nelle riforme, nella Storia del nostro paese, che si misura l'importanza del riformismo. L'istituzione della scuola media unica e l'estensione dell'obbligo scolastico a otto anni; lo statuto dei lavoratori; la riforma del diritto di famiglia; l'introduzione del divorzio e il riconoscimento della liceità dell'aborto (se pure entro certi limiti); la chiusura dei manicomi; la liberalizzazione degli accessi all'università; le elezioni scolastiche; la fine del monopolio statale della radio e della televisione; la revisione degli accordi col Vaticano; l'abolizione della "Scala Mobile".
Sono solo alcuni dei cambiamenti, riusciti o no, che questa idea ha saputo partorire. L'obiettivo dell'azione riformista in tutti questi provvedimenti è sempre stato quello del miglioramento della vita delle persone. Dell'evoluzione della società. Cos'è successo dopo?
La critica
È stato scritto che, in Italia, sono state definite riformiste concezioni incapaci di offrire un'alternativa compiuta e credibile alle forze di destra e, anzi, spesso alla ricerca di intese con queste, talvolta condivise dalle stesse.
Ma non si possono additare al riformismo tutte le colpe di una stagione politica che ne aveva ben altre. Non va considerato come la "sinistrina": è parte integrante della storia della politica e dell'amministrazione di questo paese, e non si può trattare la propria storia come una colpa. Le commissioni bicamerali Bozzi ('83 – '85), De Mita - Iotti ('93 – '94) e D'Alema ('97) sono rimaste intrappolate in giochi di intrigo politico che hanno sfruttato le riforme come specchio per le allodole, senza riuscire a produrre i cambiamenti istituzionali e politici attesi, limitandosi a risultati magri e, per la verità, poco soddisfacenti, come la riforma del Titolo V, parte II. Il referendum costituzionale del 2016 ha spaccato l'Italia in un momento di profonda fragilità, per concludersi in un nulla di fatto.
Tutto questo contraddice il fine del riformismo, cioè cambiare ciò che ti sta attorno: se nulla è cambiato, se la grande riforma non c'è stata, non c'è riformismo. Ma, come si diceva allora, sono ormai troppi gli anni di immobilismo. Stiamo pagando il prezzo amaro di un'assenza sostanziale di cambiamenti strutturali che possano orientare il paese nell'affrontare la sfida del futuro.
La necessità di un pensiero riformista vivo
Dal mio punto di vista, per una condizione naturale dell'uomo, esiste una forte resistenza al cambiamento istituzionale, poiché il nuovo è sempre percepito con maggiore sospetto rispetto a ciò che era ieri e che è sempre esistito. Così, in particolare nel Vecchio Continente, dove "solo i giovani muoiono, i vecchi vivono per sempre", questo radicamento ha dovuto confrontarsi con la violenza, spesso sfociata nella morte di grandi uomini di Stato. I grandi riformisti, per natura antirivoluzionari, come Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Marco Biagi – tra gli altri – sono stati uccisi perché, come spiega Stefano Ceccanti parlando di Vittorio Bachelet, "la violenza tendeva a opporre la Rivoluzione agli uomini che, col proprio riformismo, incarnavano davvero la possibilità di Liberazione". Proprio questa tensione tra Rivoluzione e Liberazione resta, paradossalmente, il freno più potente per chi desidera costruire un futuro migliore attraverso il cambiamento riformista.
Se a questo antico e radicato attaccamento allo stato delle cose si collega anche una riflessione sui tempi moderni, il quadro risulta ancora più chiaro: l'iper-connessione e la velocità delle relazioni ci hanno reso più insofferenti circa la soddisfazione dei bisogni, in quanto prevale spesso la logica del tutto e subito, a discapito di tutto ciò che, per essere migliorato, merita un lavoro sotterraneo, lungo e complesso.



A proposito, in una raccolta di scritti di Federico Caffè, non a caso intitolata La solitudine del riformista, emerge chiaramente la natura profonda di chi crede che le idee possano prevalere sugli interessi. È proprio in quell'incontro necessario tra idealismo e pragmatismo che si trova la possibilità di migliorare, attraverso il pensiero e l'organizzazione, la vita delle persone.
Il vero riformista, per Caffè, è orientato alla cultura del benessere, nella sua espressione principale che è il welfare state, che indirizza il pensiero e l'azione e rappresenta l'idea massima e il valore principale da cui attingere per vedere le cose del mondo.

Riformista, quindi, è chi ama profondamente lo Stato, il che non significa non metterne in discussione gli aspetti che, a lungo andare, tendono ad arrugginirsi ed evidenziano inefficienze e mancanze.
Bisogna essere convinti che ciò che affermava Giorgio Napolitano – quando sosteneva che le riforme devono essere sempre riformabili – corrisponde alla realtà.
In Italia, tendiamo a percepire le riforme come un monumento, in sé compiuto, non perfettibile, quando invece andrebbero sottoposte a frequente controllo e considerate come una sperimentazione. Roberto Ruffilli scriveva: "Perché cambiare una Repubblica che ha avuto tanto successo? Il problema vero è quello di mettere in condizione questa Repubblica di perfezionare le conquiste raggiunte". A questa idea di cambiamento si accompagna quella che Tommaso Nannicini definisce la "filosofia del noncosismo": il lamento pubblico di chi preferisce opporsi piuttosto che discutere, di chi ostacola i procedimenti di cambiamento solo perché "lo fanno loro" e di chi denuncia frequenti attentati alla Costituzione pur leggendola spesso con qualche pagina strappata, fingendo di non vedere quando sarebbe necessario. Il riformista, per essere veramente tale, non può prestarsi a chiusure settarie al cambiamento e a prese di posizione figlie di preconcetti che nulla hanno a che vedere con il fine dell'attività riformista, se così dovesse essere si sacrificherebbe la logica del cambiamento in favore di quella dell'opportunismo, la contraddizione più grave in cui un vero riformista può incappare.
In breve, riformista dovrebbe essere quella forza politica che assicura a ciascuno di organizzare un proprio progetto di vita in accordo e uguaglianza con gli altri. Si può affermare con convinzione quindi che riformista è chi tiene unita la modernità ai diritti.

Suggerimenti per giovani riformisti
Alla luce di questa mia ricerca, ho potuto tracciare, guardando al passato, un identikit del riformista. Oggi, un riformista deve credere nei processi della politica e considerare l'azione politica come il massimo strumento di cambiamento. Non deve perdere di vista il sentimento sociale: per trasformare la società bisogna conoscerla, viverla, apprezzarne i pregi e comprenderne i difetti. Deve porsi come obiettivo fondamentale la difesa e il miglioramento dello Stato Sociale. Deve guardare con fiducia e rinnovato spirito al futuro e credere nel progresso. Un riformista deve agire, essere pronto al dialogo, mettersi in discussione, ascoltare, partecipare e non giudicare in maniera preconcetta. Infine, deve studiare. È nostro dovere non disperdere questo meraviglioso patrimonio di idee. La Storia ce lo impone. Per questi motivi, penso che il pensiero riformista debba resistere e che le nuove generazioni debbano lottare per mantenerne viva la memoria e la forza.
Carica un'immagineDurante lo scorso maggio una classe del liceo Malpighi di Bologna ha avuto l'opportunità di compiere un viaggio d'istruzione tra i tortuosi e suggestivi tracciati della regione balcanica. Nel corso di tale esperienza gli studenti hanno avuto l'occasione di incontrare il fondatore delle Scuole per l'Europa, monsignor Pero Sudar, che si è concesso in una sincera e profonda intervista. Attraverso le sue parole, il vescovo ausiliare di Sarajevo è riuscito a far immergere i ragazzi nella più intima essenza della propria realtà educativa. Il materiale emerso dall'incontro è stato poi rielaborato e ha contribuito alla realizzazione di una mostra esposta al Meeting di Rimini 2025, intitolata Profezie per la pace.

Alla prima domanda, in cui i ragazzi gli chiedevano di tracciare una linea sintetizzatrice dell'evoluzione etno-culturale della Bosnia, mons. Pero Sudar ha risposto definendo la propria terra come "un paese dell'incontro":
Perché già dai tempi dei Romani questo territorio tracciava la linea di confine tra i due imperi, quello d'Oriente e quello d'Occcidente. Purtroppo, nei secoli successivi, ci sono state numerose guerre o pretese di spostare questa linea, che divideva ma allo stesso tempo univa i due mondi.
Così è accaduto anche durante l'Impero Ottomano, sotto cui noi siamo stati 420 anni, e poi è successo sotto l'Impero Austro-Ungarico, e con la Jugoslavia, sia la prima che la seconda. In qualche modo perciò si può dire che la Bosnia-Erzegovina sia sempre stata un Paese dell'incontro e, purtroppo, anche dello scontro.
Tale natura ibrida è stata formata nel tempo, secondo Sudar, dai tentativi di spostare la linea di confine tra Oriente e Occidente, finendo appunto per causare "un miscuglio delle etnie, delle culture e delle religioni, così che in Bosnia-Erzegovina oggi convivono tre popoli cosiddetti costitutivi: i serbi, i bosgnacchi e i croati". Da qui in poi l'intervista si è man mano avvicinata al cuore della questione, concentrandosi sulla storia della fondazione delle Scuole per l'Europa. Alla domanda "Come potevate sperare che persone che si erano combattute per anni potessero prendere parte a un'unica scuola?", l'intervistato si è concesso in un sincero e approfondito racconto del "rifugio" di Sarajevo:
"Si è provato a spiegare il conflitto dicendo che, non essendo in grado di vivere insieme, dovevamo vivere separati. Ma questa era un'ideologia del tutto sbagliata. Noi abbiamo capito questo e abbiamo prima di tutto cercato di aprire un piccolo "rifugio" a Sarajevo. […] Durante la guerra e l'assedio molte scuole cittadine furono chiuse per il timore che i bambini venissero uccisi durante l'orario scolastico, e molte famiglie decisero di lasciare la capitale. Per dare a queste famiglie un porto sicuro rispetto al fatto che i loro bambini non sarebbero stati discriminati, noi come Chiesa, come Arcidiocesi di Sarajevo, abbiamo desiderato aprire una scuola di questo tipo, per tutti, nella convinzione che la separazione e l'insofferenza verso il prossimo, non avrebbero mai avuto a un condotto a un risultato positivo.
Volevamo porre un segno, per affermare che non eravamo e non siamo tutti d'accordo con la politica di chi afferma che possiamo vivere solo divisi a livello etnico, religioso e culturale.
Con grande sorpresa da parte nostra, sono stati molti i genitori, anche non cattolici e non croati, che decisero di iscrivere i loro bambini nella piccola scuola con cui abbiamo iniziato. E fu così che dovemmo allargarla, e poi allargarla ancora, fino a che oggi, ventotto anni dopo, gli alunni iscritti a Sarajevo sono circa 1500 e appartengono a tutte le etnie e a tutte le religioni."
Il concetto di pace, come Sudar raccontava anche qualche anno prima in un'intervista al Foglio, non può che essere insito nei valori della collaborazione, del reciproco aiuto e della convivenza, perché nella separazione nessuna pace può essere veramente possibile.
Sono proprio questi i principi che la scuola cerca di trasmettere ai propri studenti: principi e valori che non si limitano ad avere una dimensione meramente teorica o astratta, ma che vengono costantemente vissuti nella quotidianità delle lezioni, nelle relazioni tra compagni di classe e nei rapporti con le figure adulte, che diventano quindi occasione di incontro oltre che di reciproca accettazione:
"Il primo valore che insegniamo è la necessità di accettarsi a vicenda. Cioè che la religione, le differenze etniche e culturali non devono essere e non sono un motivo per aver paura dell'altro, quanto piuttosto un'occasione di reciproco arricchimento.
In questa scuola verranno tollerate tutte le stranezze, tutti gli sbagli, tutti gli atteggiamenti eccetto che l'intolleranza inter-etnica e inter-religiosa. L'unica cosa che è proibita e per cui non si può rimanere nella nostra scuola è proprio questa.[…].
Perché l'Altro è sempre e comunque un'occasione per il mio arricchimento personale. Le altre religioni, le altre culture sono un'occasione per imparare qualcosa di positivo e, allo stesso tempo, per condividere con altri qualcosa di sè, in un'ottica di reciprocità."
L'accettazione dell'altro passa dal rispetto dell'altro. Questo è il caposaldo su cui si fonda il progetto didattico di Sudar. È una forma di rispetto - come racconta il fondatore - che si compie attraverso semplici gesti concreti, i quali devono guidare le azioni di tutti coloro che prendono parte al miracolo educativo delle Scuole per l'Europa. Ed è per questo motivo che, in occasione delle festività della tradizione musulmana, la scuola tutta, che pur essendo di origine cattolica, sceglie di restare chiusa per rispetto degli alunni di fede e religione islamica.
"Altri punti forti del nostro insegnamento sono le lingue classiche, che sono utili per far capire ai nostri alunni che abbiamo un passato comune. Poi ci sono le lingue moderne: siamo la prima scuola in Bosnia-Erzegovina che ha introdotto, per esempio, la lingua inglese dal primo anno di scuola."
Rispetto dell'altro, fede in (un qualsiasi) Dio, e pace realizzabile. Tre concetti che appaiono come altamente astratti ma che in realtà Pero Sudar riesce a interpretare, e a vivere, come materialmente concreti.
Nel contesto bosniaco, ad oggi, quasi l'80-90% dei cittadini si dichiara credente. Di conseguenza, aggiunge il vescovo ausiliare di Sarajevo, la quasi totalità della popolazione è fermamente convinta, ciascuno secondo la propria religione, "che tutto è nelle mani di Dio, che Dio comunque guida la storia umana e la guida a una meta finale dove vincerà la pace".
Sappiamo però anche molto bene che per arrivare alla pace non basta dire: «Dio provvederà», perché Dio certe cose, come la pace, le ha poste anche nelle nostre mani, e Dio sostiene colui che cerca di fare la sua parte.
Oltre a confidare in Dio, oltre a credere che Dio alla fine porterà e darà il dono della pace – perché la pace, come la fede, come la grazia, è un dono –, bisogna essere pronti ad accettare questo dono: questo vuol dire collaborare, vuol dire creare le condizioni in cui Dio può darci questo grande, grande dono.
"Anche a Sarajevo siamo molto lontani da una vera pace. Però siamo in una situazione di assenza di scontri armati. Ma questa non è la pace: la pace è voler bene a tutti, è impegnarsi affinché a nessuno vengano tolti i diritti fondamentali. In questo senso, la pace vera, la pace duratura, la sicurezza di tutti a Sarajevo non c'è ancora, come purtroppo in molti posti di questo mondo. Allora c'è tanto da fare."
La strada che Sudar ha intrapreso per inseguire quella "pace duratura" di cui egli stesso parla, e che con perseverante integrità indica al mondo, appare, in conclusione, chiara: l'unica via percorribile è quella della convivenza. Una convivenza che per essere tale deve fondarsi sul rispetto e sull'accettazione dell'altro per quello che umanamente è, con tutte le sue diversità. Una prospettiva tanto limpida quanto onerosa, che deve piantare le proprie radici in un'educazione soprattutto di origine scolastica, ma che ha l'obbligo di proiettarsi sulla vita tutta, incidendo sulle scelte quotidiane, sulle relazioni personali e sul modo stesso di concepire la convivenza civile adulta. L'ideatore e fondatore delle Scuole per l'Europa conclude l'intervista rimarcando, ancora una volta, come l'opportunità di una variegata diversità etnica, culturale e religiosa possa costituire non un ostacolo, bensì una preziosa risorsa, per il futuro della realtà bosniaca.
"Perché la vera convivenza e la vera libertà ci sono solo se veramente rispettiamo ognuno per quello che è e solo se siamo diversi possiamo arricchirci a vicenda. Per questo incoraggiamo i nostri alunni a rimanere quello che sono, sia nel contesto della loro fede sia nel contesto della loro cultura, come nel contesto della loro identità etnica. È sbagliato dire quello che hanno detto i leader della nostra guerra: «Essendo diversi, non possiamo vivere insieme». Questo non è vero. […] Per noi è veramente molto importante che i nostri alunni rimangano ciò che sono, che crescano insieme e si arricchiscano a vicenda.

Negli anni della sua costruzione, quado Sarajevo era ancora una città blindata, la prima Scuola per l'Europa divenne un bagliore concreto simbolo di fiducia e speranza. In una città dove era difficile reintrodurre persino gli aiuti umanitari, l'ONU, riconoscendo il valore umano della proposta, si fece difensore e portavoce della pacifica costruzione del progetto. Per mesi i caschi blu hanno continuato a trattare con i serbi, per permettere che gli arredi e i materiali scolastici superassero il confine, riuscendo ad entrare nella capitale.
Allo stesso modo, numerosi civili hanno deciso di offrire il proprio aiuto nella costruzione dell'edificio, lavorando sotto le bombe e i costanti tiri dei cecchini.
La giusta incarnazione del progetto è toccata poi agli alunni, che sono riusciti, sposando a pieno il credo della scuola, a non cadere in scontri per motivi etnici e religiosi, nonostante si trovassero in un contesto carico di tensioni.
Così anche gli insegnanti hanno scelto di abbandonare qualsiasi tipo di contrapposizione ideologica maturata nel corso della propria vita, per diventare in prima persona costruttori di quella pace fondata sul rispetto e sull'accoglienza dell'altro. Per questo motivo, come ricordava lo stesso mons. Pero Sudar, i docenti rispettano la ferrea regola dell'imparzialità etnica e religiosa prevista dalla scuola.
Proprio perché la loro passione e il loro esempio rappresentano la prima educazione al dialogo che i ragazzi ricevono, gli insegnanti vengono sì convocati dalle graduatorie statali, ma vengono poi scelti in base alla loro preparazione e motivazione personale, e non, in base alla loro appartenenza etnica e religiosa (come è invece previsto nelle altre scuole).
Scuole per l'Europa è comunque, fin dalla sua nascita, oggetto di numerose contestazioni, soprattutto all'interno del Paese. In particolare da parte di coloro che avrebbero preferito ricostruire chiese e case parrocchiali danneggiate dalla guerra, anziché finanziare scuole dove vengono accolti anche i figli dei propri "nemici".
È lo stesso Sudar a sottolineare che "cambiare la mentalità delle persone che fanno la guerra è più importante che riparare i danni della guerra". Anche alcune fazioni politiche della comunità internazionale, che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo cruciale nello stabilire il destino politico della Bosnia Erzegovina, non guardano al progetto di Pero Sudar con estrema simpatia.
Questo perché certi "uomini di politica" sono convinti che le differenze tra gli uomini siano, storicamente, il principale motivo delle intolleranze e delle guerre. Pertanto, una scuola che ha come scopo quello di coltivare e curare l'identità etnica, religiosa e culturale di ciascun alunno, non può che trovarsi in completa opposizione col programma scolastico statale, che vorrebbe, invece, azzerare le diversità socio-culturali che dividono la popolazione.

Carica un'immagineIl 3 gennaio le forze armate statunitensi hanno portato a termine l'operazione "Absolute Resolve" che ha condotto al rapimento di Nicolás Maduro. L'operazione ha immediatamente attirato l'attenzione della stampa internazionale e ha contribuito all'incremento del generale clima di caos che si respira ormai dalla fine della pandemia. L'analisi degli elementi specifici dell'operazione può darci una serie di interessanti spunti di riflessione.
Innanzitutto, la retorica parziale dei mass media ha cercato di generare il tipico effetto stadio di cui siamo ormai diretti testimoni. Un effetto che trova terreno fertile nelle due tifoserie che, spesso e volentieri, tengono sotto scacco il dibattito pubblico italiano. Per esemplificare, potremmo dividere queste fazioni in due grandi categorie: la prima è composta da persone che spesso sembrano vivere isolate e che tendono a costruirsi attorno campane di concetti e principi nobili, ma la cui effettiva aderenza alla realtà fattuale rimane dubbia, data la mancanza di un apparato propositivo razionale e concreto. Mentre la seconda è prevalentemente composta da una schiera di barbari pragmatisti la cui unica regola d'azione potrebbe essere riassunta nella formula sorrentiniana-andreottiana della necessità di perpetuare il male per garantire il bene.
Le due curiose schiere sono accomunate, oltre che dalla reciproca intolleranza, anche dal rifiuto della complessità di ciò che accade. In una realtà in cui un'analisi complessa e sfaccettata rischia di risultare "poco efficace" e in cui ribadire l'illegittimità dell'operato statunitense conduce ad essere etichettati come nemici della resistenza, non posso far altro che dire la mia, per ribadire un messaggio, forse l'unico, che ho da inviare a chi vivrà l'Italia di domani insieme a me: accettate la complessità, perché sarà la nostra salvezza.

Ecco, per riportare delle risposte globali e complete, dovrei citare tutti gli eventi che hanno contraddistinto l'esperienza socialista venezuelana. Ma non lo farò adesso, perché anche quella è una storia complessa in cui l'unica costante sembra la grave instabilità politica e sociale di una terra contesa tra due sfere d'influenza. In questa sede, dunque, cercherò di concentrarmi, in primis, sul livello di garanzia delle libertà politiche - o più in generale - delle garanzie di democraticità all'interno della Repubblica Bolivariana del Venezuela, e successivamente sull'analisi critica delle condotte statunitensi.
Premesso ciò, vorrei partire dalle affermazioni dei sostenitori italiani del dittatore venezuelano. Infatti, negli ultimi mesi mi è spesso capitato di vedere post che inneggiavano alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla solidarietà internazionalista, al popolo venezuelano che è sceso in piazza per riavere indietro il suo illuminato presidente e al ruolo di Maduro come "figlio" politico (ed illegittimo, aggiungerei) di Hugo Chávez. Leggendo queste dichiarazioni e sottolineando l'assoluta legittimità che riconosco alle critiche verso questa spaventosa forma di neoimperialismo, la domanda che mi pongo è una sola: quali sono i peccati di Maduro?

Ecco, secondo quanto emerge da un report di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani nel 2024 e da altri atti si riscontrano una serie di elementi critici, si nota infatti come, da Chávez a Maduro, si sia avviato un progressivo arbitrario restringimento delle libertà civili e politiche.
Avendo riguardo innanzitutto alla "legittimità" della seconda elezione di Maduro e alla libertà delle opposizioni i dubbi sono diversi. Infatti, già nel 2017 Amnesty aveva lanciato una petizione per chiedere al vicepresidente dell'ONU di condannare il Venezuela per le violazioni commesse nei confronti delle opposizioni.
In tale richiesta si leggeva che "il governo, attraverso lo schieramento delle forze di sicurezza e di intelligence, arresta dissidenti politici, spogliandoli della loro libertà di espressione e del diritto alla protesta pacifica. Il sistema giudiziario nega qualsiasi possibilità di giusto processo."

Sfortunatamente, da allora la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Il problema riguarda principalmente gli eventuali brogli della seconda elezione e le conseguenti esecuzioni stragiudiziali, la creazione di VenApp e il sistematico ricorso a forme di detenzione arbitraria.
In merito alle elezioni presidenziali di luglio, le opposizioni hanno denunciato numerosi ostacoli alla loro partecipazione, tra cui difficoltà nelle procedure di registrazione e detenzioni arbitrarie di loro esponenti. Parallelamente, l'Unione europea e diversi Paesi della regione, tra cui Brasile e Colombia, hanno sollecitato le autorità elettorali venezuelane a pubblicare in modo dettagliato i risultati e i verbali di scrutinio.
Il governo, tuttavia, ha respinto le richieste di verifica e ha proseguito nella linea di chiusura verso l'opposizione. Il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) ha successivamente respinto le contestazioni presentate e convalidato la rielezione di Maduro per un nuovo mandato presidenziale; tuttavia, nonostante il visto di regolarità del TSJ, le circostanze rimangono avvolte da una fitta nebbia. Il candidato dell'opposizione, Edmundo González Urrutia, che aveva messo in discussione la regolarità del voto, ha lasciato il Paese nel mese di settembre ottenendo asilo politico in Spagna.
Ad aggravio della situazione si consideri che tra il 28 luglio e il primo di agosto del 2024, subito dopo l'annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali, soprattutto in risposta alle proteste contro la rielezione di Nicolás Maduro, almeno 24 persone sono state uccise durante la repressione da parte delle forze governative e di gruppi armati filogovernativi.
A questa trama elettorale a dir poco nebulosa va poi aggiunta l'ormai consolidata tendenza del regime a ricorrere a forme di detenzione arbitraria e tortura per motivi politici. In tema, il report afferma che dal 28 luglio 2023 a fine 2024 sono state arrestate più di duemila persone, tra cui centoventinove minori. Gli arresti sarebbero avvenuti senza mandato e fuori dai casi di flagranza, in violazione delle garanzie contro la detenzione arbitraria previste dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione americana sui diritti umani.
Molti detenuti sarebbero stati sottoposti a sparizione forzata per giorni, senza informazioni ai familiari, pratica vietata dalla Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate. Inoltre, la difesa sarebbe stata compromessa dall'imposizione di avvocati d'ufficio non indipendenti; le accuse, generiche e legate al terrorismo, sono state esaminate da tribunali antiterrorismo ritenuti privi di imparzialità. Tuttavia, è bene sottolineare che un considerevole numero di detenuti è stato poi rilasciato, il che non può, ovviamente, giustificare le centinaia di detenzioni "confermate" e l'evidente assenza di un principio di legalità o di una minima garanzia di certezza.
Un'ulteriore mossa dubbia è stata quella del governo di lanciare, nel 2022, VenApp, un sistema elettronico pensato per consentire ai cittadini di segnalare, tra le altre cose, inefficienze nei servizi pubblici. In questo caso, l'aspetto problematico risiederebbe, seguendo le argomentazioni delle opposizioni, nell'utilizzo dell'applicazione per denunciare eventuali dissidenti.
Per concludere questa sintetica disamina dello stato della democrazia in Venezuela, mi limito a dire che, leggendo le numerose denunce, i report e le petizioni presentate da alcune tra le più importanti organizzazioni umanitarie, si spiega perché alcuni sostenitori hanno continuato ad utilizzare, come strumento di propaganda e distrazione, la presunta legittimità della seconda elezione di Maduro, proprio perché potrebbe trattarsi - con ogni probabilità - dell'unico sprazzo di legittimazione democratica ricevuta da un regime che, in piena continuità con Chávez, ha distrutto un Paese, comprimendo progressivamente le libertà dei cittadini, reprimendo le proteste con la violenza e lacerando un intero sistema economico. E le più razionali intenzioni di analizzare il tutto e fare un "bilancio" complessivo si fermano bruscamente davanti ad un dato granitico, che non necessita commenti: quasi 8 milioni di Venezuelani sono fuggiti dal paese nel 2024.
Possiamo ora spostarci verso il Nord del continente. In un Paese che, dal 20 gennaio 2025 - data d'insediamento del suo nuovo presidente - sembra aver cambiato pelle. È chiaro che nei libri di storia si parlerà del nuovo assetto di potere che Donald Trump sta disegnando sia a livello nazionale che internazionale. L'arrivo di Trump è stato, senza troppi giri di parole, una spintarella verso il baratro.

Perché il modus operandi del Tycoon, non è pericoloso per la sua assenza totale di filtri - che anzi, rispetto a tanti suoi predecessori, spesso lo rende trasparente - ma per la sua intrinseca imprevedibilità.
Quest'ultima potrebbe essere, forse, il riflesso diretto dell'assenza di una strategia politica originale - e perciò simile a quelle strategie "velate" attuate dalle precedenti amministrazioni, di cui sembra aver assorbito gli aspetti peggiori - alla quale si aggiungono le manifestazioni dell'unico tratto certo e coerente di questa nuova via: l'impellente esigenza di dimostrare al mondo chi comanda.
Infatti, Donald Trump, smentendo le previsioni di chi, in Italia, si era detto soddisfatto della sua elezione perché, dato il suo presunto animo isolazionista, non sarebbe andato "a raddrizzare le gambe ai cani", ha invece mostrato un approccio ben diverso.
La conseguenza più grave di tutto ciò è, da un lato, il perenne stato di incertezza in cui i vari governi del mondo si trovano ad operare, dall'altro, la forte rivalutazione di logiche che guardano ai rapporti tra Stati come rapporti di forza e che tendono a superare, forse del tutto, la regola della rule of law, che nel tempo era già stata messa a dura prova da condotte arbitrarie delle grandi potenze e dall'inaccettabile eccezionalismo statunitense.
Ritornando al caso in analisi, il 3 gennaio 2026 il governo statunitense ha imbastito un'operazione militare che ha comportato - oltre che l'uccisione di circa ottanta persone tra militari e civili - il rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Le finalità dell'operazione oggi sono chiare e non coincidono affatto con le motivazioni legate alla lotta al narcotraffico esplicitate da Washington. Il reale obiettivo rimane uno: assicurarsi il controllo diretto e indiretto sul governo venezuelano. Questo sarà possibile solo se gli USA continueranno a percorrere due strade strettamente collegate.
La prima è quella del controllo indiretto del commercio del petrolio, i cui ricavi, secondo quanto risulta, verranno gestiti direttamente dagli USA e saranno utilizzati per soddisfare gli interessi dell'America e del popolo venezuelano, ma più in generale, di tutte le politiche legate all'oro nero. Queste, infatti, a seguito dell'attacco, sono state oggetto di un'inversione di marcia rispetto alla precedente tendenza Chavista-statalista, dato che si è assistito ad un progressivo processo di privatizzatone ex lege del settore petrolifero.
La seconda strada è quella del controllo indiretto dei vertici del potere venezuelano. La novità interessante sotto questo aspetto risiede nel fatto che Trump, questa volta, ha preferito affidare le redini del processo di transizione a Delcy Rodrìguez, vicepresidente del governo Maduro e membro di spicco del PSUV. Questa mossa, che per certi aspetti si discosta dalla solita strategia statunitense del "destituito un dittatore cattivo ne metto uno a noi vicino", si spiega soltanto se si tiene conto del fatto che - attualmente - l'apparato militare che ruota intorno al PSUV è l'unico in grado di mantenere l'ordine interno.
Detto ciò, l'atto è di una gravità inaudita sotto diversi punti di vista. In primo luogo, per il fatto che il congresso - la cui autorizzazione è condizione necessaria per l'avvio di operazioni militari - è stato bypassato per l'ennesima volta. In secondo luogo, per l'impianto retorico e pratico posto in essere dall'amministrazione Trump, che ha sgretolato la sovranità di uno Stato violando innumerevoli norme internazionali.
Ora, preso atto del caos generale, i dubbi e le incertezze che mi assalgono sono tanti. Da giurista in erba non posso far altro che confessare a me stesso di non contare più nulla. Gli Stati Uniti ridisegnano a loro piacimento la scacchiera internazionale e le istituzioni nazionali ed internazionali non hanno né la forza, né, ahimè, il coraggio di intervenire. Riguardo all'Italia, infatti, l'unico slancio che mi spinge a criticare è l'indignazione. Perché non credo esista reazione più matura a dichiarazioni di una Presidente del Consiglio che propone di assegnare un premio Nobel per la pace a colui che ha il potere di generare e disfare il caos. Pensandoci bene però, mi chiedo quali reazioni mi aspettassi da un governo il cui ministro degli esteri crede nell'efficacia del diritto internazionale "fino a un certo punto".
Per concludere, ritengo sia necessario ribadire, da cittadino italiano ed europeo, che non dovremmo lanciarci in analisi parziali e ciniche della realtà che potrebbero portare a legittimare la distruzione della sovranità di uno Stato, sia questo autoritario o democratico, in nome della resistenza di un popolo che soffre. Perché i nostri ruoli, come cittadini e pedine della scacchiera internazionale, sono profondamente diversi, sia a causa delle realtà che viviamo, sia per gli effetti che le nostre scelte possono avere sull'assetto internazionale. Proprio per questo non mi sento un nemico della resistenza se da un lato riconosco che il Venezuela è una brutale autocrazia, ma allo stesso tempo decido di condannare fermamente l'operato degli Stati Uniti. Perché la fortuna di vivere in un Paese democratico mi ha sottratto alle atroci sofferenze che i venezuelani hanno subito e che deploro, ma mi ha addossato l'onere di ribadire che la sovranità va garantita con il diritto e non col ricorso alla forza bruta.
Carica un'immaginePasolini afferma: "Nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore." (Scritti corsari, il vero fascismo e quindi il vero antifascismo). Oggi osserviamo una condizione molto affine: troviamo, come strumento di appartenenza, il consumo, inteso come fattore che plasma la nostra personalità, rendendoci parte o meno di un sistema sociale. Cos'è "consumo"? Il termine, al di là di definizioni rigide, rappresenta per noi l'atto di acquisto, di utilizzo e di scarto.
Di questi osserviamo il divoramento del valore "aggiunto" che viene proposto dalla produzione, con il fine di non esistere, di fatto, più. Nella quotidianità ciò è risultato del passaggio di una moda, dell'usura di oggetti superflui e deboli, di aborti. Ancora, della conversione in "status" del divertimento, dell'ostentazione che soffoca la condivisione. Questo si traduce in una meccanica ed inevitabile ansia di consumo. Molti individui si addobbano a vetrine, marchiati da logotipi di sproporzionata personalità, i quali spesso fungono da palliativi per compensare vuoti identitari.
È chiaro che il materialismo ha completamente sopraffatto la spiritualità che nel passato ci ha preservato da un sentire unitario, perbenisticamebte condiviso. E' facile adattarsi, andare incontro alla beatitudine della normalità. Resistenza al consumo implica un distacco dal gruppo, un abbandono verso il senso più classico di appartenenza, una riscoperta delle tradizioni. Rimane spontaneo un senso di inadeguatezza che deriva dal sentimento di distacco dalle masse, ma, contemporaneamente, ciò rappresenta uno strumento di emancipazione dalla norma.
Suggeriamo di accogliere lo scandalo e la frustrazione data dal diverso, piuttosto dialogando di questo sentire con i pochi che possono accoglierlo. Maturare una critica aspra e inaccettabile che rende consapevoli e non "esteti del diverso". Voi, lettori, che ne avete facoltà, resistete alle logiche del consumo. In ultimo, ammettiamo la nostra fisiologica ipocrisia, nati nel consumo e di consumo fomentatori, per interesse, per dottrina.
* Consigliamo l'ascolto dell'album "Pollution" di Franco Battiato
Carica un'immagineFischiettando «la terra dei cachi» in un raro momento di pausa durante la mia durissima giornata lavorativa, l'occhio mi si allunga su un volantino colorato, poggiato sulla bella scrivania in quercia del mio studio. «Referendum giustizia», leggo, quasi con sospetto: come se qualcuno stesse tramando per sottrarre il palcoscenico al vero protagonista del diritto e della ragione: il sottoscritto Avvocato Azzeccagarbugli. Mi risiedo sulla poltrona in pelle, che profuma ancora di trionfi processuali e di clienti disperati stupiti dal mio genio, e rifletto. Un referendum… davvero si fa ancora decidere la plebe? Non esiste già la mia opinione a bastare per l'intero Paese?
Intanto il mio telefono squilla, il segretario annuncia l'ennesimo cliente tremante: «Avvocato, ho ricevuto una multa ingiusta. Mi contestano che ho parcheggiato in un luogo vietato, ma io avevo lasciato le quattro frecce mentre prendevo il caffè al bar!». Ahimè, la giustizia è sempre stata un mostro capriccioso che aspetta solo di essere domata dal mio verbo forbito. E adesso mi tocca sbrigare anche questo brutto affare del referendum. In effetti, potrebbe essere l'ennesima occasione per confermare la mia supremazia intellettuale. La giornata lavorativa finisce com'è iniziata: lancio un saluto al mio segretario e rifaccio il percorso - rigorosamente a piedi: la salute è tutto per me - che dallo studio mi porta alla mia abitazione, approfittando del momento per riflettere sull'impegno referendario.
Cammino trionfante per il corso, fra gioiellieri che ancora ricordano la mia onorevole presenza e prestigiosissime boutique che pregano affinché faccia un'altra visita. E mentre sono immerso nei pensieri sento qualcuno che ripete il mio nome. Sarà l'ennesimo cliente che vorrà complimentarsi. Tiro avanti, non posso perdere tempo. Eppure questo assillante disturbatore continua. Sarà davvero innamorato di me, non posso negargli una mia preziosa udienza. Ma quando mi giro trovo proprio lui, il mio collega Avv. Bruttintrallazzi, un insopportabile guascone che prova inutilmente a mettere in difficoltà l'Avvocato più importante del foro cittadino di Frosinone.
Bruttintrallazzi è noto nell'ambiente per il suo viscidume, fisico e morale. È un uomo alto, dinoccolato, estremamente magro. Pochi, pochissimi capelli si mantengono eroicamente sulla sua nuca. Sono lunghi, lisci e molto inquietanti. Un grande naso adunco gli solca il viso separando due piccoli occhi verdi e vispi. Mentre mi parla, agita lunghe dita scheletriche in aria, con fare convinto e insicuro allo stesso tempo. Porta una giacca marrone, quasi più triste di lui, larga almeno due taglie in più.
Insomma, niente a che vedere con il mio fisico scultoreo e i miei abiti di sartoria - rigorosamente napoletana - sempre stirati dal mio fido collaboratore domestico (meno fido quando pretenziosamente chiede gli straordinari). All'aspetto discutibile segue un carattere da vero e proprio mostro. I tratti per cui è deriso da tutto il foro sono la servilità e il fare meschino, dimostrata a chiunque sia in grado di affidargli un ruolo o un incarico. Mi è stato addirittura raccontato da un collega, il Dott. Pigliaricorsi, che Bruttintrallazzi abbia convinto la madre ad estromettere tutti i fratelli dall'eredità. Lo scapolo ha così ricevuto un terreno tra Pomezia e Torvaianica, e un progetto per una società controllata gli avrebbe assicurato dei permessi per costruire un resort (stando ai suoi racconti, ma vai a capire cosa intenda questo enuncio) di lusso.
Ora era riuscito, grazie a qualche incarico - per il quale non aveva voluto compensi - e qualche consulenza resa alle persone giuste, a diventare un uomo di fiducia del partito locale e a fare da referente legale (un vero e proprio guru) per tutti i comitati del No della regione. Nulla mi vieta di pensare che, se la situazione fosse stata diversa, più favorevole per lui, avrebbe fatto campagna per il Sì. Comunque, con questo referendum lui si gioca tutto.
Se vince il No va a fare il parlamentare ed entra in commissione affari costituzionali, se vince il Si, al massimo, va a fare l'amministratore di condominio. Il Partito è stato chiaro e credo lui abbia recepito bene. Ogni sua parola è sempre calibrata al millimetro, per questo, nonostante sia una figura buffa, quando parla ascolto con molta attenzione e, non nego, anche con un po' di paura. E' sempre il più informato di tutti: sa cosa c'era prima, cosa c'è ora e - questo è ciò che mi preoccupa - anche quello che ci sarà dopo.
«Ci vogliono controllare, ci vogliono controllare tutti Avvocato!» lo sento sbraitare. «Ma non lo capisce che questo è l'ennesimo passo che ci porterà verso la democratura plutocratica oligarchica assassina fascista mordente e violenta?». Il tono mi infastidisce, sono ad un passo dal liquidarlo frettolosamente, ma la curiosità prevale e gli chiedo allora rettifiche sulle parole che sta blaterando: «Il referendum venturo, è tutta una tattica. Vogliono creare un secondo CSM per porre i magistrati sotto il controllo del Governo. E se ciò non bastasse, creearanno un'ulteriore belva che andrà a giudicare sull'operato di entrambi. Avvocato deve mettere una croce sul No, è importantissimo! Qui è a rischio la tenuta democratica del Paese, specialmente se guardiamo ai brutti ceffi che sono al Governo. Ma ha visto che brutta faccia ha quel Ministro che ieri è apparso in tv? Anche lui ha la casa a mare a Gaeta come me, e mi creda se le dico che spesso non ricambia neanche il buongiorno per strada. Per non parlare di quell'altro che stamattina ha rilasciato l'intervista: lo sa che quello ha uno zio il cui bisnonno aveva un amico che era stato usciere del palazzo in cui si è tenuto un apericena dopo una seduta del Gran consiglio del fascismo?!».
Non saprei spiegarlo bene ma, mentre mi parla, noto una certa sua goduria, come se nascondesse un sorriso sotto ai baffi. E' come se l'argomento della tenuta democratica lo ecciti, il disperato richiamo alle armi lo compiaccia. E io lo noto, vedo che si convince, a poco a poco, di ciò che dice e che prova soddisfazione nel sentirsi, anche lui, un eroe della Costituzione. Non gli rispondo, sono stanco e mi sono stufato di questa eruzione di parole incomprensibili, inizio anche ad avere fame e mio figlio dovrebbe avere già cucinato. Saluto allora frettolosamente il collega e vado via.
«Collega», sarà orgoglioso del fatto che IO utilizzi questa parola rivolgendomi a lui… sottoposto, subordinato, finanche vassallo sarebbero più idonei! Arrivo finalmente a casa, ma ripenso alle parole che ha detto lo sfortunato gregario. L'incontro di stasera mi ha lasciato molto turbato. Guardo le foto che mi ritraggono vittorioso in tribunale, ma ancora non ho deciso dove segnare sulla scheda la mia preziosa croce. Intanto, però, mio figlio ha la tv accesa: è la settimana santa di Sanremo. Oggi è sabato e c'è la finale del Festival in Tv. Non posso perdermela.
Un mio vecchio professore amava ripetere una frase di François Gény: «Le droit ne domine pas la société, Il l'exprime» (il diritto non governa la società, la esprime) e così credo che Sanremo sia un perfetto riflesso del sentimento sociale che governa la Nazione, per questo lo guardo. Anche perché vado pazzo per Arisa, spero vinca, ma questo non rileva ai fini del mio inestimabile flusso di pensieri. In Tv vedo un napoletano, abbronzato, dentatissimo, con un sorriso smagliante e un cognome che sa di genio italiano. È perfetto per me. Canta «Per sempre sì». La mente ritorna al referendum.
Sarà un segno del destino? Certo, ho ascoltato le ragioni dei miei colleghi, ho partecipato a vari convegni che mi permettono di avere piena cognizione della riforma, ma mai come adesso mi era arrivato un impulso così forte. Si deve votare Si! Era scritto nelle stelle. Poi io all'oroscopo ci credo, è la mia classica domanda da primo appuntamento, requisito indefettibile per la fortunata donna che mi deve affiancare. Intanto, il napoletano prosegue nel suo canto angelico: «So bene che è una grande incognita il futuro/ Ma insieme a te non mi spaventerà perché/ Costruiremo tutto ma non alzeremo un muro».
Il quadro mi è ancora più chiaro. È tutto quello che penso sul referendum, ma che non posso dire. La mia ex-moglie, d'altronde, è giudice di sorveglianza a Latina, ha sempre sostenuto certe schiere rivoluzionarie e adesso fa campagna attiva per il No: un Consigliere di Cassazione le ha promesso che, se dovesse vincere a Latina e zone limitrofe, nessuno le toglierebbe una poltrona al Csm. Adesso non solo si vuole tenere la casa ma anche la doppia carriera! Già non mi fa vedere la creatura…
In famiglia siamo ostaggio di questa persona, ma grazie al mio nuovo idolo napoletano ho capito: i grandi avvocati, quelli a cui mi ispiro e che hanno fatto grande la professione, si sarebbero intestati questa battaglia. Fulvio Croce e Tina Lagostena Bassi si sarebbero tirati indietro davanti alle esigenze della giustizia? Eh no e nemmeno l'Avvocato Azzeccagarbugli può farlo. Ho deciso, da questa poltrona, voterò Sì! Intanto il Da Vinci napoletano continua imperterrito: «Un semplice sì/ L'eternità è dentro una parola».
Io mi convinco sempre di più, è una questione di onore ormai. L'eterno. Appartenere alla storia. È tutto quello che ho sempre desiderato. Certo, alcuni potrebbero obiettare che è puro opportunismo, ma vogliamo parlare di Palamara che ha dominato le correnti e ora fa da ragazza-immagine per il Sì? O, ancor peggio, Di Pietro, che ha devastato una classe politica intera - arrivarono pure a mio Nonno che faceva l'amministratore della Società delle Acque del Basso Lazio, in quota Dc chiaramente…quei bastardi - e che ora fa la morale garantista in Tv?
O, ancora, Gratteri che da idolo antimafia, tanto da avere un programma tutto suo in Tv, e da uomo anticorrenti, tanto da avere auspicato in tempi non sospetti il sorteggio, ora ci dà dei malavitosi, massoni e delinquenti? Menomale che si è corretto dicendo che si riferiva solo alla Calabria, peccato che mia mamma sia di Vibo Valentia e che io mi sia offeso lo stesso. Insomma, gli opportunisti sono ovunque e io non sarò né il primo né l'ultimo. Ma Sal continua: «Saremo io e te/Accussì/ Sarà pessempr' sì». Il novello Socrate interrompe il flusso di pensieri e con una sfilettata tutta napoletana trafigge il mio cuore.
Grazie Sal, grazie. Sarà pessempr' sì! E poi i concorsi non li ho mai digeriti, fin da quando mia sorella non rientrò in graduatoria per quel posto all'ASL di Frosinone e fui costretto ad improvvisarmi amministrativista e facemmo ricorso… questa è un'altra storia però. Come diceva il mio attore preferito, Stanis La Rochelle: <<dannata giustizia ad orologeria!>> Grazie Sal, viva la professione, viva il sorteggio, viva la separazione (delle carriere, sia mai che si parli ancora di matrimonio)!
L'azzeccagarbugli, dalla (malsana) idea di Luca Pasquariello e Giuseppe Valluzzi, vuole satiricamente affrontare, periodicamente, degli argomenti di attualità sotto l'ottica del più famoso avvocato della letteratura italiana, immaginando come questi possa esprimersi ad oggi. Per chi scrive, il dibattito odierno e le decisioni che ne derivano sembrano spesso orientati più da opportunismi e rancori personali che dai principi e dalle ragioni che dovrebbero ispirare certe scelte.
Il nostro Azzeccagarbugli vuole denunciare, in maniera pleonastica e palesemente esagerata, come anche nel piccolo si sia vittime di queste dinamiche. Rivolgendo un saluto alla popolazione di Frosinone e dintorni, auguriamo una buona lettura a tutte e tutti!
Carica un'immagineÈ ufficialmente arrivata la settimana di Sanremo, e l'Italia intera entra nella sospensione temporanea della realtà che solo il Sacro Ariston sa regalare. I telegiornali annunciano informazioni sulle prove dei cantanti, le polemiche sulle giurie e le inquadrature strategiche delle entrate, mentre notizie dal mondo e statistiche sull'economia nazionale vengono proclamate frettolosamente negli ultimi minuti, giusto dopo le previsioni meteo.
Perché sì, il PIL arranca, la produttività continua a correre sotto la media europea come un «treruote» farebbe ad Imola, nonostante sia arrivato il momento della devozione.
È la tregua che non meritiamo: un patto implicito per cui, per cinque sere, la nazione intera ha un momento di sfogo al termine di ogni giornata. Debito europeo? L'importante è che il cantante rivelazione non sia stonato. Le aziende italiane arretrano? Al massimo si farà smart working il giorno dopo la finale, tanto la produttività è un concetto astratto.
Durante il Super Bowl di casa Rai, le statistiche sul lavoro stagnante e sulla crescita a zero prendono polvere, facendo la fila dietro l'ennesima notizia su chi ha sbagliato l'intonazione. È una parentesi colorata e ironica, mentre ci si lascia cullare dal Festival che ogni anno ci ricorda che possiamo mettere in pausa tutto, fuorché la voglia di concederci una breve fuga.
Carica un'immagineSTANOTTE HO SOGNATO IL FUTURO, ORA RIMPIANGO I MIEI INCUBI.
Scegliere il tema di questo mese è stato semplice. Quando ci siamo rivisti per costruire questo nuovo numero, a guidarci, più che idee isolate o proposte, è stata una spinta comune. Un'esigenza, forse, nata dall'esserci immersi nei frammenti della resistenza, pratica che ci ha portati a toccare con mano e a riconoscere le infinite macerie che ci circondano. E sono proprio quelle rovine, quei calcinacci, ad averci accompagnati a riflettere su come il dolore di un vuoto, di una crepa, di un'esistenza sospesa o spezzata per resistere a qualcosa, possa diventare fondamento di nuovi "modi" di esistere.
Come ribadito nello scorso numero, abbiamo cercato di trovare, nelle macerie, la forza di ripartire. Perché crediamo che, affinché lo sforzo di resistere non risulti vano, sia necessario imparare, tra le onde, non solo a rimanere in piedi, ma ad immaginare nuove strade possibili: per trovare nuove vie di esistere, per insinuare la speranza nelle cose del mondo.
La ricostruzione è perfino di più: è un percorso complesso, figlio della necessità di trovare un seme fertile tra le voci, facendo sì che quel che si è demolito, distrutto, rimosso o abbandonato, analizzandone i motivi, possa rifiorire fermamente.
È un inevitabile passo per chi crede di voler progredire e far progredire la società.
Perciò, care lettrici e lettori, sappiate che ogni parola tra queste pagine sarà il riflesso di una consapevolezza precisa: che non esiste cosa più lontana dal niente o dalla morte che la nascita di qualcosa di nuovo o di diverso.
Vi auguriamo una buona lettura, La redazione di NESSI
Carica un'immagineDalle prime elezioni politiche del 1948, emergono degli equilibri chiari che consegnano, con ben 305 seggi su 574, le redini del Paese alla Democrazia Cristiana ed in particolare all'uomo che più si è speso per la ricostruzione: Alcide De Gasperi. Nonostante il risultato chiaro, che avrebbe consentito a De Gasperi di formare un esecutivo puramente democristiano, si optò, contro ogni pronostico, per un'apertura alle altre forze moderate (PLI, PSDI, PRI). Così facendo, si diede inizio alla stagione del centrismo in netta discontinuità con i precedenti governi di unità nazionale. Il neonato esecutivo dovette affrontare temi caldissimi quali l'adesione al Patto Atlantico, l'impiego dei fondi del Piano Marshall e le grandi riforme sociali. Tra queste spicca su tutte la riforma che, in un'Italia devastata dalla guerra, riuscì a fornire un aiuto concreto alle famiglie italiane mettendo un tetto sopra la loro testa: una casa. il Piano INA-Casa, meglio noto come Piano Fanfani. Si tratta, con ogni probabilità, della più grande riforma ispirata alla dottrina sociale della Chiesa nella storia della Repubblica. La perfetta realizzazione della terza via, posta in alternativa sia al capitalismo sfrenato che al collettivismo comunista.
Il 28 febbraio 1949 il Parlamento vara il progetto di Legge "Provvedimenti per incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori" destinato a rimanere nella storia come il "Piano Fanfani", dal nome del suo ideatore, l'allora Ministro del Lavoro e della previdenza sociale Amintore Fanfani. L'interesse di quest'ultimo per la questione abitativa affonda le radici già nel 1942 con la pubblicazione del "Colloqui sui poveri". In questo scritto, lo statista democristiano analizza la povertà nelle sue molteplici declinazioni, individuando nel degrado abitativo il fattore determinante della miseria umana e morale. A tale visione, Fanfani affianca il tema spirituale, indicando nella carità non una semplice forma di assistenzialismo; bensì, una componente essenziale del mondo cristiano-cattolico. Il piano fu dunque proposto con una duplice finalità: in primo luogo come una manovra orientata alla costruzione di complessi residenziali a basso costo per i lavoratori, in secondo luogo, come dispositivo di carità e solidarietà su scala nazionale. Infatti, Il cuore del progetto consisteva in una partecipazione totale del mondo del lavoro: i lavoratori dipendenti versavano una quota fissa della propria busta paga (una vera e propria trattenuta obbligatoria del loro stipendio), mentre i datori contribuivano con una percentuale per ogni dipendente occupato. A questi si aggiungeva un cospicuo contributo dello Stato, che garantiva anche i fondi necessari per l'avvio immediato dei cantieri. Il meccanismo ideato da Fanfani era geniale: usare il risparmio forzato dei lavoratori, unito al contributo dello stato e della libera impresa per combattere la disoccupazione e risolvere la questione abitativa del primo dopoguerra.
Inizialmente previsto per una durata settennale, il Piano Fanfani verrà poi prorogato sino al 1963 per una durata complessiva di quattordici anni.
Fonti ufficiali attestano che, una volta entrato a pieno regime il piano, si raggiungeva un ritmo di circa 2800 unità abitative realizzate ogni settimana, con la consegna di circa 550 alloggi settimanali alle famiglie aventi diritto. Nei primi sette anni di vita vengono investiti complessivamente 334 miliardi di Lire per la costruzione di 735.000 vani corrispondenti a 147.000 alloggi. Al termine dei quattordici anni, i vani realizzati saranno in totale quasi due milioni, pari a 355.000 alloggi. Secondo un'indagine promossa dall'ente tra gli assegnatari, il 40% dei nuclei familiari, prima di trasferirsi nei nuovi alloggi, abitava in cantine, grotte, baracche, sottoscala e il 17% in coabitazione con altre famiglie. Moltissimi erano gli immigrati dalle campagne, dal Sud, e molti i profughi dall'Istria e dalla Dalmazia.
In un'Italia lacerata da contrapposizioni sociali e politiche, in cui la ricchezza è mal distribuita nelle diverse regioni e classi sociali, il piano Ina-casa ha assolto la propria funzione di vero e proprio collante sociale. Si basti pensare a Matera, lo "scandalo d'Italia", o alle borgate romane raccontate da Pasolini, delle quali vediamo il volto cambiare proprio grazie a questo Piano.
Tutto questo adoperarsi nasce dalla visione di quei "professorini", di quella parte di Democrazia Cristiana che vede la famiglia come il nucleo di una società che da essa prende slancio e si sviluppa. In questa nuova fase la casa è vista come la base della dignità della famiglia, come un atto volto a rimettere e famiglie al centro di quell'italia martoriata, che le aveva viste divise, spezzate e sofferenti.
Ma il vero successo di Fanfani non fu solo quello di ridare una casa ai tanti italiani che l'avevano persa, ma anche quello di darla a coloro che non l'avevano mai avuta. La conquista di Fanfani fu quella di rimettere al centro la persona, con tutti i suoi bisogni. Porta avanti questa idea con una convinzione tale da non fermarsi a dare un tetto alle famiglie, come era stato fatto in Unione Sovietica, ma si adopera affinchè queste abitazioni siano quanto più belle possibile. Arriva addirittura ad accordarsi con degli artigiani perché producano tutti i numeri civici di quei palazzi come vere e proprie opere d'arte, tutto è curato nei minimi dettagli.
E' proprio da questa cura, da questa ritrovata attenzione, che la Politica e lo Stato decidono di intervenire là dove ve n'era più bisogno. Non si trattava solo di ricostruire case, si trattava di ricostruire comunità.
Carica un'immagineA partire dal 2022 e fino ad oggi, l'aumento vertiginoso del numero di conflitti che hanno suscitato preoccupazione e allarme nell'opinione pubblica non è stato affatto un segnale silenzioso o trascurabile.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una serie di conflitti ad alta intensità, e soprattutto ad elevata durata, che non hanno scosso esclusivamente le popolazioni direttamente coinvolte in queste situazioni di crisi. L'invasione russa dell'Ucraina continua a tenere in ginocchio il Paese, costringendolo a mantenere una spesa pubblica fortemente concentrata, con il 31% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL) destinato al comparto militare. Nel frattempo, il Darfur, nel Sudan, è ancora vittima di feroci attacchi e scontri violenti tra le diverse fazioni locali, perpetuando un ciclo di violenza e instabilità. Dall'altra parte del mondo, il presidente americano Donald Trump mette in atto azioni militari degne di uno sceneggiato hollywoodiano in Venezuela, mentre l'Iran gli dà filo da torcere dopo lunghi mesi di "flirt" diplomatico e di tensione latente. Anche in Asia, Cambogia e Tailandia continuano a registrare scontri d'armi frequenti e violenti ai loro confini; e allo stesso modo India e Pakistan restano in una situazione di continua tensione e di potenziale conflittualità. Infine, nel caos del biennio 2025-2026, l'Europa sembra essere in balìa dei troppi stimoli e delle troppe pressioni che arrivano dall'esterno, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti. Per colpa di visioni del tutto egoistiche, i singoli paesi europei hanno delle agende politiche del tutto divergenti e in contrasto tra loro, creando evidenti complicazioni e ostacoli per la politica estera dell'intera Unione Europea (si veda l'impossibilità di creare un'unica linea di politica estera nei rapporti con i Paesi del Continente africano.
La diplomazia ha avuto un forte scossone a causa della sua stessa struttura, e la colpa non può che essere del modo in cui questa sia stata concepita. Alcuni meccanismi, infatti, costringono le organizzazioni stesse al rigido formalismo, la cui degenerazione è data dall'immobilismo e, in particolar modo, dal compromesso impossibile. La conseguenza di questo impasse non è misurabile su un singolo ecosistema, poiché gli effetti a cascata si rifanno su tutti i Paesi del mondo, a ben vedere, con effetti del tutto diversi. Perché lo stesso diritto internazionale che, da una parte, impone procedure che non riflettono la speditezza con cui certi (folli) attori intendono imporre il proprio potere, dall'altra, non riesce a punire chi (altrettanto, se non più, folle) è a capo di regimi sanguinari e violenti per più decenni, massacrando i NOSTRI coetanei che si rivolgono alle piazze manifestando e gridando libertà.
Tra i vari accadimenti recenti, le invasioni russe del 2014 e del 2022 hanno dimostrato che il sistema internazionale può fare attualmente ben poco per ostacolare queste pretese. La presenza di alcuni meccanismi infetti, come il potere di veto al Consiglio di sicurezza, costringono le Nazioni Unite, l'Unione Europea e gli altri paesi e istituzioni che ancora credono nel sistema internazionale, a potere unicamente rilasciare blande dichiarazioni di condanna e appelli alla moderazione. Specie negli ultimi anni, lo strano effetto dato da questi meccanismi è stato segnato da un limite palese per chi crede ancora nello Stato di diritto e nella rule of law, ma non per chi, invece, sopprime le libertà dei propri cittadini.

Si rende, a questo punto, necessaria un'approfondita revisione dell'intero sistema che ci ha accompagnati e sostenuti a partire dalla conclusione della seconda guerra mondiale. Tale sistema ha sicuramente svolto un ruolo cruciale nel garantire stabilità e continuità nel corso dei decenni, ma adesso mostra, in maniera sempre più evidente, una serie di carenze e di problematiche legate alla sua capacità di imporsi con autorevolezza su tutti gli attori (per quanto folli e sanguinari essi siano).
La costruzione di una diplomazia 2.0 non può farci accecare: l'utopia della «pace perpetua» non è una valida soluzione. Non lo può essere fintantoché siamo intenzionati a difendere il nostro stile di vita e la nostra civiltà democratica fondata sulla legge. La «fine della storia» ci ha fatto dimenticare che la nostra sicurezza dipende dal modo in cui ci poniamo nei confronti delle altre grandi potenze, a maggior ragione se un posto di rilevanza non ci sia assicurato.


Il colpo più grave che l'Europa ha subito sta, infatti, nel falso mito della centralità indiscussa. Oggi, come sempre, al fine di contare qualcosa dobbiamo aggiornarci, stare al passo con gli eventi e migliorare il nostro stile di vita, senza dimenticare il grado di welfare che le socialdemocrazie del nostro Continente assicurano. È fondamentale proporre e ragionare su quegli investimenti che garantiscano il benessere generalizzato, ma la bilancia della spesa pubblica non può protendere in maniera eccessiva su questo versante.
Non può, quindi, rimanere indietro l'apparato militare. È questo il ramo che ci assicura la sicurezza delle istituzioni democratiche e, come in tutti i campi, anche questo risente delle continue novità tecnologiche ed industriali. Sembrerà un paradosso rispetto a quanto detto in precedenza, eppure non è incoerente affermare che la democrazia si assicura anche mediante la garanzia offerta dalle armi. D'altro canto, è chiaro che la forza non sia affatto uno strumento di risoluzione delle controversie internazionali, bensì esclusivamente uno strumento sussidiario agli altri metodi diplomatici per lo stabilirsi della pace.
Infatti, nelle democrazie liberal-democratiche a trazione costituzionale la difesa è lo strumento estremo, avendo eminenti fini repellenti e di pura prevenzione. Non tutti i giocatori si prestano a giocare secondo le regole del gioco, e bisogna accettare che, in casi estremi, questi possano perfino pensare di attaccarci, minando le nostre fondamenta di civiltà liberale. E questi attacchi, in virtù delle continue migliorie, non si manifestano sempre tramite strumenti convenzionali.
Per quanto la digitalizzazione abbia comportato un generalizzato miglioramento delle condizioni di vita, ha aumentato la nostra vulnerabilità. Oggi, infatti, seppure non visibile, sussiste comunque un pericolo per le nostre infrastrutture critiche. Negli ultimi 5 anni, osserva il rapporto Clusit 2025, la crescita complessiva degli incidenti è stata del 157%, toccando oggi l'esorbitante cifra di 5265 attacchi. Tra questi, nel 2025, l'Italia ha pesato per quasi il 10% del totale, una cifra esorbitante considerando il peso geoeconomico del nostro Paese.

Al fine di far fronte agli attacchi, è stato fondamentale il supporto offerto da alcune aziende, quali Leonardo (ebbene si, la «complice» è essenziale per la nostra protezione) o Deas Cyber, che quotidianamente ostacolano che agenti esterni, governativi e non, danneggino impianti di produzione e distribuzione energetica, centri di raccordo delle reti stradali, ferroviarie, aeroportuali e di telecomunicazione. A ciò va aggiunto un altro fattore: come spesso evidenziato dagli analisti, i nostri impianti sono spesso nati in passato e fatti evolvere nel tempo, creando un sistema difensivo del tutto disomogeneo. Così facendo, l'arretratezza presta il fianco ad un continuo e costoso lavoro di aggiornamento mentre, però, gli attacchi sono ancora in corso.
In virtù delle contemplate esigenze, negli ultimi tempi si è manifestata evidentemente la necessità inderogabile di procedere all'assunzione di personale con un livello di preparazione e di competenze sempre più elevato e specifico anche all'interno delle Forze Armate (da ora in avanti indicate come FF.AA.), con la conseguente distrazione di parte della «forza-lavoro» precedentemente destinata alle operazioni istituzionali.
A questo si aggiunge che dal 1990 ad oggi il personale militare ha subito un notevole taglio, fenomeno il cui «dolo» è stato dichiarato con la legge «Di Paola» del 2014: con il dichiarato intento di rendere il personale militare più agile, efficiente e progredito, si fissava il numero massimo di organico a 150mila unità, una cifra del tutto irrisoria per i compiti che una degna forza deve svolgere. Come si è analizzato allo scoppio del conflitto ucraino, proprio a causa di una mancanza di visione strategica nel settore della difesa, il personale è notevolmente diminuito. Secondo i dati statista, infatti, la NATO ha mediamente dimezzato il numero di personale impiegato, in particolar modo Italia e Germania hanno provveduto al taglio del 65% del personale. Come già evidenziato, una quota folle se si pensa ai compiti che oggi devono essere svolti da parte delle FF.AA. Seppure parte di questo sia stato conseguenza di un ripensamento nella strategia operativa delle stesse a livello NATO, in gran parte il taglio è stato causato da una continua diminuzione della spesa pubblica in questo settore, ritenendolo prettamente superfluo per i motivi in precedenza considerati.
A questo va aggiunto che parte della politica si è cullata sulla possibilità di ricavare margine di spesa pubblica da questo sistema, non contemplando gli specialisti e i tecnici che, in maniera del tutto impopolare, evidenziavano la problematica futura che ne sarebbe derivata.

Lo scoppio della guerra nel Febbraio 2022 ha, però, fatto sì che fosse riposta nuovamente attenzione su queste gravi riduzioni. Caso emblematico fu la denuncia del problema della mancanza del personale fatta dal precedente Capo di Stato Maggiore della Difesa e attuale presidente del Comitato Militare dell'Alleanza Atlantica, l'Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in Commissione difesa della Camera dei Deputati nel Marzo 2024.
L'Amm., in particolare, aveva esemplificato come questo problema si verificasse per la Marina Militare: come logicamente può apparire, le imbarcazioni militari sono dotate di una conformazione del tutto specializzata. Aldilà di sistemi di difesa antiaerea, antimissile e antidrone, alcune possono essere incentrate sull'Anti-Submarine Warfare (ASW, tipico delle fregate FREMM), altre sullo sbrinamento delle mine (cacciamine classe GAETA), altre ancora sulla logistica e il supporto (classe VULCANO), ecc. L'elevato utilizzo di strumenti tecnologici che queste presentano necessita, però, una preparazione esaustiva del personale impiegato.
Ne deriva, di conseguenza, che la scarsità di «forza-lavoro» mette a rischio il pieno dispiegamento delle navi: sempre nell'audizione in discussione, l'allora Capo di Stato Maggiore evidenziò che il problema del basso numero di personale impediva un'adeguata rotazione del personale preposto, tanto da costringere alcuni militare ad eseguire 2 o anche 3 operazioni di fila, con picchi di 18 mesi continuativi in mare. Un periodo così lungo, ovviamente, comporta innanzitutto problemi sul singolo operatore, dovuti a stanchezza, impossibilità di sviluppare una vita personale o familiare e difficoltà fisiche e psicologiche. Ma, ancor più importante, comporta diversi problemi sull'efficienza delle FF.AA: vista la strumentazione di cui deve occuparsi, un marinaio che «non rende bene» è un rischio per gli altri militari a bordo, nonché per la sicurezza dei beni che tutela; d'altra parte, turni così elevati comportano delle ingenti spese di «straordinario».
Il problema riportato dall'Ammiraglio, seppure prenda in considerazione la Marina Militare, riguarda anche le altri divisioni della Difesa. Dopo il crollo del blocco sovietico hanno subito un trauma profonda, e adesso si è aperto il vaso di Pandora. L'Ammiraglio non è stato l'unico ad avvertire la politica di quello a cui si andasse incontro.
Con l'avvenire di eventi legati al terrorismo islamico e ai conflitti internazionali, alle segnalazioni riportate alcuni Governi hanno sì provato ad invertire la rotta: la risposta, però, è pur sempre rimasta emergenziale, senza un piano chiaro e strutturato per il futuro. Adesso finalmente sembra essere stato ripreso il tema, si spera per la volta conclusiva, siccome finanche le FF.AA. impegnate per la tutela del territorio necessitano assolutamente di un piano elaborato.
Anche perchè, non bisogna dimenticare, nei prossimi anni si abbatterà sulle piante organiche il turnover degli ultimissimi residui di personale entrato in servizio durante la leva militare, che al momento rappresenta una grossa fetta di sottufficiali.
Con una situazione geopolitica del tutto differente, e a causa degli enormi passi avanti fatti in campo tecnologico e digitale, non è più sostenibile avere un esercito fermo a dinamiche passate. Si impronta la necessità di una totale ristrutturazione.
Posto che l'architettura di un simile progetto, a ben vedere, non dovrebbe essere legato ad un determinato colore politico, visto che in gioco non c'è l'interesse di un elettorato, bensì la sicurezza della Repubblica, è stato proprio l'attuale Governo ad accogliere le numerose grida sollevatesi dalle FF.AA., dichiarando fermamente la volontà di provvedere ad una riforma.

Dopo numerosi richiami effettuati anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alcuni di questi proprio in seno al Consiglio Superiore della Difesa, l'Esecutivo ha recepito la necessità di un punto di svolta. Soprattutto per questo, il Ministro Crosetto ha ultimamente auspicato un confronto quanto più ampio possibile fra le forze politiche attualmente presenti nel Parlamento, alla ricerca di una soluzione «dialogata».
La proposta da cui si intende partire, non può essere banalmente (e stupidamente) analizzata come un arruolamento generalizzato né, tantomeno, obbligatorio. La finalità è molteplice: innanzitutto vorrebbe potenziare le capacità operative, dopodiché si impegnerebbe a semplificare i processi decisionali e ottimizzare l'impiego delle risorse (questioni da sempre spinose per la gestione nostrana delle FF.AA.), nel quadro degli impegni internazionali assunti dall'Italia.
Il Comitato strategico incaricato da Crosetto avrebbe indicato la necessità di procedere ad un aumento delle assunzioni per circa 100mila unità entro il 2040 (comunque il 45% c.a in meno rispetto al periodo pre-1991, secondo dati Statista), nonché l'istituzione di una leva volontaria di 7mila unità, con la possibilità di reclutare cittadini stranieri regolari residenti in Italia. Il contingente volontario verrebbe reclutato tra civili di età compresa fra i 25 e 35 anni, con ferma di 12 mesi prorogabili di altrettanti. Oltre il nucleo stretto di personale permanentemente impiegato, l'avanzamento tecnologico delle dotazioni al momento utilizzate impedisce l'immediata conversione in caso di mobilitazioni elevate. Si impongono, per questo, addestramenti su larga scala di personale che verrebbe chiamato solo in caso di estrema necessità.
Questo è il punto più battagliato. Chi vuol veder marcio, pensa che la reintroduzione di questo sistema di arruolamento su base volontaria comporti un increscioso ritorno verso un passato militarista, ovvero un chiaro ed evidente segno della volontà di iniziare un conflitto. Nulla di più falso.

La proposta accentua qualcosa che è già presente in moltissimi sistemi al di fuori dell'Italia, e si pone nel pieno segno della ricerca di una convertibilità della popolazione civile in caso di guerra, non già la volontà di un arruolamento obbligatorio.
Essere parte attiva di un esercito, specie si in un momento di crisi, non si traduce semplicemente imbracciare un fucile e compiere una carica alla baionetta. Le FF.AA. utilizzano strumentari che necessitano mesi di preparazione, nonché si appoggiano a logiche gerarchiche che, per funzionare fluidamente, devono essere ben collaudate. Per fare che un esempio pratico, si pensi ai droni. Gli aeromobili a pilotaggio remoto (APR) sono complessi strumenti, il cui utilizzo viene «delegato» alle singole unità. Posto che (non è mai troppo ripeterlo) chi scrive non potrebbe mai auspicare un conflitto, come si garantisce un corretto e adeguato utilizzo degli APR senza previa preparazione? Ecco che un sistema di coscrizione volontaria può alleviare parte dell'attrito che rischia di crearsi in uno scenario bellico.
Anche perché, come dice stesso il nome, la leva vuole avere una base volontaria, seppure questi due termini siano in ossimoro (oggettivamente, da qui ne deriva una pecca squisitamente pubblicitaria e di nomenclatura).

Inoltre, e in maniera del tutto differente a quanto avveniva per i nostri padri, zii e nonni, è previsto un compenso (ad oggi stimato) di 9mila euro lordi annui.
Non si può però tacere sulle evidenti problematiche di questi netti passaggi. Da una parte, ci si chiede se possano aggiungersi ulteriori spese per il personale a quelle esorbitanti già esistenti, visto che siamo il primo Paese dell'Alleanza per questa voce di bilancio.
Dall'altra parte, invece, ci si chiede come si può affrontare un cambio così radicale dal punto di vista logistico. Non solo dovranno essere reintegrate o costruite altre caserme, ad oggi perlopiù oggetto di progetti di riqualificazione urbanistica o abbandonate, ma dovrà essere ricostruita la rete di approvvigionamenti industriali e l'integrazione di personale addestratore (tenuto conto pure del suddetto turnover dei sottufficiali, punto chiave in questo aspetto).
Quesiti che necessitano una risposta e che certamente non possono essere agilmente risolti se una o più parti politiche si dimostrano ottuse e mal disposte.
Aldilà di queste importanti migliorie si pone un'altra piccola «conquista»: la creazione di una riserva permanente di 15mila unità riattivando tutte le strutture abolite dalla vecchia leva obbligatoria.
Per quanto auspicabile il ripensamento di una riserva, questa si inserisce in un dibattito assai ampio e articolato, che attraversa tutte le dottrine militari mondiali: il concetto di qualità contro quantità. Inevitabilmente i due concetti sono lontani e non sovrapponibili, sicché richiedere una Forza Armata qualitativamente capace, impone la necessità di diffondere un elevato livello di competenze specializzate a singoli gruppi di personale; dall'altra parte, la quantità permette di avere eserciti di elevato numero, ma scarsamente preparati. La summa che ne trae la nostra dottrina è quella di un maldestro equilibrio: seppure ci sia una chiara e marcata tendenza verso la qualità, l'obiettivo è di ottenere quanti più uomini possibili addestrati al meglio, con il massimo contenimento possibile della spesa.
La riserva, per sua natura, difficilmente si adatta a questa logica, con la conseguenza che, laddove lo Stato intenda tagliare della spesa «superflua», questa rappresenti la migliore vittima.
Per attenuare questo sistema si era allora pensato ad una peculiare distinzione. Premessa la creazione delle Forze di Completamento Volontario (il recipiente), si distinguevano al loro interno due differenti comparti: l'uno, adeguato al concetto di quantità, ricomprendeva le Forze di Completamento Generale; l'altro, riportato al concetto di qualità, istituiva la Riserva Selezionata. L'obiettivo era quello di poter usufruire di quanta più truppa preparata e specializzata possibile, senza però dimenticare la necessità di avere degli Ufficiali di Completamento in possesso di spiccate requisiti di professionalità che dessero ampio affidamento a prestare opera proficua nelle FF.AA.
Il sistema previsto, però, ha avuto vita breve, sicché marcatamente non è riuscito a rispondere adeguatamente alle esigenze dimostratesi (in primis durante l'emergenza Covid), facendo sì che il Parlamento intervenisse in salvaguardia con la l. n.119/2022. La norma, però, avendo primariamente un fine emergenziale, non è riuscita ad abbattere il programma precedente, essendosi semplicemente accostata ad esso. Per questo, nel 2024 si è ulteriormente messo al centro il discorso quando, in sede di presentazione del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, è giunta una proposta dal Ministro Crosetto, sostenuta l'anno precedente dall'Ammiraglio Cavo Dragone (sempre il solito armaiolo…).
La necessità espressa era quella di prevedere una Riserva da intendere quale strumento di reclutamento non solo di personale militare lato sensu, ma soprattutto di risorse pregiate nelle discipline STEM, cioè quei settori fondamentali per l'innovazione e lo sviluppo. Il modello, avrebbe proposto inoltre a progressiva attivazione di una Riserva costituita da personale proveniente sì dal mondo civile, ma che avesse anche una pregressa esperienza militare.
È su queste solide fondamenta che si sostiene la riforma attualmente proposta, che contiene pur sempre la stessa ratio: la difesa delle istituzioni non è compito di una stretta cerchia di selezionati, bensì è un dovere condiviso.

Non si tratta della becera volontà di «mandare i giovani al fronte», oppure di «istruirli ed educarli», si tratta semplicemente di adeguarsi al cambiamento.
In alcuni casi, questo non può avvenire semplicemente rispondendo e agendo in maniera istintiva ad alcuni vulnus, si impone una totale riscrittura dei meccanismi ad oggi presenti.
Proprio da questi atteggiamenti emerge, eppure, il dato preoccupante dell'impossibilità di affrontare concretamente il tema della ricostruzione delle FF.AA.
Infatti, si deve concretamente capire tanto l'incapacità di una parte politica di ascoltare i tecnici e gli specialisti che sono attivamente impegnati nella materia, quanto più dalla disinvoltura con cui ci si è lavati le mani appoggiando la paura dell'argomento.
All'ascolto e al dialogo, si è preferita la cecità, senza curarsi del fatto che nascondere la polvere sotto al tappeto non sia la soluzione giusta sebbene, talvolta, sono poche anime al vento a tentare di dimostrare il contrario.
Carica un'immagineIl giudice Francesco Maria Caruso è stato un magistrato per 43 anni, oggi è in pensione, anche se lui sostiene che non si smette mai di essere magistrati. È stato un giudice antimafia: ha presieduto il collegio giudicante del primo grado nel maxiprocesso Aemilia, sulle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia, ed ha preso parte al processo Borsellino bis, presso la Corte d'Appello di Caltanissetta.
Oltre l'antimafia, si è occupato, inter alia, della morte di Federico Aldrovandi ed ha redatto la sentenza del processo per la strage di Bologna. È stato Presidente del Tribunale di Reggio Emilia per sei anni e dal 2016 fino al 2022, anno della fine della sua lunga e onorata carriera da magistrato, Presidente del Tribunale di Bologna.
Gli ultimi impegni referendari lo hanno visto protagonista come presidente del comitato "Giusto dire No" di Bologna.
Come ho già avuto modo di scrivere, alcune ragioni tecniche (realizzazione dell'impostazione accusatoria nel perseguimento del principio della separazione e superamento del metodo di voto delle correnti, su tutte) e politiche (creazione di uno spazio per le riforme e abbattimento dello stigma del cambiamento, non altre) del Sì mi avevano fortemente motivato e convinto. Ciò nonostante, non sono stato neanche capace di convincere la mia famiglia, che, compatta, ha sostenuto le ragioni del No.
Ora, davanti ad un giudice con una storia di questa importanza, mi tremano un po' le gambe
Ho chiesto un'intervista per discutere su ciò che verrà dopo il referendum, per capire se i dubbi che ho maturato sono fondati e se la magistratura ha realmente bisogno di una riforma strutturale.
Giudice Caruso, si aspettava questo risultato? Nel corso della campagna abbiamo organizzato decine di incontri in regione per spiegare le motivazioni del No, riscontrando ovunque partecipazione, interesse e volontà di comprendere i termini tecnici e politici delle questioni in gioco. All'inizio non sapevo se le nostre ragioni sarebbero state accolte; tuttavia, nel corso della campagna, la qualità dell'ascolto e la determinazione degli interlocutori mi hanno progressivamente indotto a sperare in questo esito.
Durante la campagna referendaria si sono registrati toni molto accesi, con una evidente frattura tra politica e magistratura. Da dove nasce, secondo lei, questa tensione? Nasce dal fatto che le forze politiche e mediatiche che sostengono la maggioranza di governo hanno contestato la partecipazione della magistratura associata e dei singoli alla campagna referendaria, dimostrando che, a fondamento di tale polemica, sussistono le stesse ragioni alla base della riforma: ridimensionare il ruolo del potere giudiziario non solo nella costituzione formale ma anche in quella materiale.
Il conflitto di fondo tra una visione totalizzante della politica e la tenace resistenza costituzionale dei poteri di controllo – resistenza che d'ora in avanti risulta legittimata non solo dalla Costituzione ma dalla stessa volontà popolare – ha prodotto l'accusa alla magistratura di partecipare in prima persona alla campagna referendaria, accusa pretestuosa e contraddittoria nella misura in cui i fautori della riforma ne enfatizzavano il carattere "tecnico" e non "politico".
In realtà, la partecipazione dei magistrati e delle loro associazioni al referendum è garantita dal parere N. 25 del Comitato Consultivo dei Giudici Europei, (organo del Consiglio d'Europa) adottato a Strasburgo il 2 dicembre 2022, dedicato alla Libertà di espressione dei giudici, nel quale si afferma che "il giudice fruisce del diritto alla libertà di espressione come ogni altro cittadino. In aggiunta a questa legittimazione individuale del giudice, i principi della democrazia, della separazione dei poteri e del pluralismo esigono che i giudici siano liberi di prendere parte nei dibattiti di interesse pubblico, specialmente con riguardo alle materie che concernono l'amministrazione della giustizia" - e inoltre che "ciascun giudice ha il dovere etico di illustrare al pubblico il sistema di giustizia, il funzionamento dell'amministrazione giudiziaria e i suoi valori. Migliorando la conoscenza, la trasparenza e aiutando il pubblico ad evitare errori di comprensione, i giudici possono concorrere a promuovere e preservare la fiducia del pubblico nell'attività giudiziaria".
La politica ha le sue colpe, ne riconosce qualcuna anche alla magistratura? Più volte è stato sollevato il tema delle "colpe", cercando di eludere i meriti storici. La magistratura italiana è tra le più qualificate e produttive d'Europa, un modello riconosciuto per tutte le magistrature europee; nell'assoluto rispetto delle garanze dello Stato di diritto, ha dovuto affrontare questioni gigantesche come l'eversione e il terrorismo politico, nero e rosso, e quello internazionale; la criminalità, anche questa a tratti terroristica, di cinque mafie, strettamente intrecciate al governo politico; una endemica corruzione legata prima alla guerra fredda e poi al modello di dominio politico clientelare e corruttivo impostosi nel sistema.
Insomma, si tratta di una magistratura che ha avuto il compito di accorciare la siderale distanza esistente tra legalità formale e la realtà dei rapporti politici e sociali.
Poi, è vero, ci sono anche le "colpe": il carrierismo sviluppatosi negli ultimi vent'anni, come effetto della riforma Castelli/Mastella, e il conseguente immiserimento del dibattito associativo, ridotto alle trattative per nomine e incarichi di associati e non, hanno sfibrato l'etica dei magistrati, privandoli in parte di credibilità.
La vittoria del NO dovrebbe contribuire alla rifondazione etica della magistratura, già in atto da qualche anno, che esige, contestualmente, riforme ordinamentali in grado di esaltare l'indipendenza interna senza intaccare quella esterna.
Cosa si può fare per migliorare questo rapporto? Per migliorare il rapporto politica-magistratura è necessario che il potere giudiziario sia rispettato e messo in condizioni di svolgere i suoi compiti e che la politica non cerchi di neutralizzare la giustizia in modo indiretto: la mancanza di investimenti in questo settore non è casuale, ma rappresenta il modo prescelto dalla politica per impedire che la risposta giudiziaria sia tempestiva e per alimentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni di garanzia.
È necessario che la magistratura sia posta nelle condizioni concrete di operare: risorse adeguate, personale, strumenti tecnologici efficienti, strutture idonee e una distribuzione razionale degli organici.

Impedendo alla giustizia di funzionare, si creano condizioni politiche favorevoli per procedere a riforme che, strumentalizzando il malcontento, puntino al controllo, come è avvenuto nel corso dell'ultima campagna elettorale.
Continua ad emergere un mondo, quello del correntismo della magistratura, che ai più appare sfocato, lei cosa pensa delle correnti della magistratura? Le "correnti" sono libere associazioni che alimentano il dibattito sul ruolo del potere giudiziario nello stato costituzionale di diritto, influiscono sugli orientamenti della giurisprudenza e sull'interpretazione delle leggi secondo la Costituzione e le Convenzioni internazionali e sovranazionali.
Sono proprio le complessità del sistema normativo e della gerarchia delle fonti ad esigere l'esistenza di luoghi di dibattito, per stabilire innanzitutto come attuare i valori costituzionali e il peso da attribuire a ciascuno di essi.
Hanno quindi un ruolo positivo perché esprimono il pluralismo culturale e ideale che inevitabilmente si ritrova nel corpo giudiziario, che non è rigido e monolitico, ma partecipa dell'evoluzione dei valori culturali sottesi alla Costituzione e, di conseguenza, alla critica della legislazione attraverso lo strumento della questione di legittimità costituzionale che – non bisogna dimenticare – è affidata in esclusiva ai giudici. In ragione di ciò, se non avessimo questo dibattito interno, i giudici potrebbero essere, contro l'interesse dei cittadini, meno sensibili alla costituzionalità delle leggi, limitando la possibile evoluzione dell'ordinamento nella direzione segnata dalla Costituzione, attraverso l'opera della Corte.
Bisogna che le correnti non siano strumenti di potere nella fase del conferimento di incarichi e delle nomine dei dirigenti giudiziari. Tutto ciò si può evitare migliorando la legge elettorale per il CSM, permettendo l'emersione di figure indipendenti e limitando la discrezionalità del Consiglio nelle nomine dei vertici, come si è cominciato a fare nell'ultima consiliatura.
È possibile ridurre il peso delle correnti senza indebolire l'autonomia della magistratura? Non enfatizzerei il peso delle correnti rispetto a quello delle buone regole.
Sono già state introdotte innovazioni significative, come il divieto di nomine "a pacchetto", volto ad evitare gli scambi e gli accordi su una pluralità di persone, e l'obbligo di audizione diretta dei candidati agli incarichi direttivi, così che questi non siano costretti a cercarsi uno sponsor o un mediatore per illustrare i propri titoli.
È necessario infine dare un peso predefinito ai titoli e privilegiare la postura dei candidati nel lavoro giudiziario, nei rapporti col pubblico, con gli avvocati e gli altri magistrati.
Da giovane studente ho l'impressione che quando si cerca di intervenire sui temi di giustizia ci sia sempre una certa ritrosia, come se si avesse il "freno tirato". Non teme che questo atteggiamento possa bloccare alcune riforme necessarie? La sensazione di "freno tirato" deriva da una reciproca diffidenza tra politica e magistratura. Nessuna delle due parti si fida dell'altra: da un lato, la magistratura guarda con sospetto a un legislatore spesso orientato a limitarne autonomia ed effettività; dall'altro, la politica percepisce la magistratura come non allineata agli indirizzi di governo.
Basterebbe un legislatore accorto, in grado di dialogare per migliorare efficienza, professionalità, responsabilità dei magistrati, e pronto ad affrontare i veri temi del processo: i tempi della giustizia, qualità delle decisioni, numero insostenibile di processi.
In questo senso nessuno si pone il problema cruciale dell'eccessivo numero di avvocati, il più alto d'Europa: è un tabù intoccabile, visto quanti ce ne sono in Parlamento.
L'istituzione dell'Ufficio per il processo ha evidenziato il soprannumero di avvocati; tanti giovani hanno scelto di entrare nei ranghi dell'amministrazione della giustizia, appena se ne è data la possibilità. A mio avviso, è necessario che ai migliori di costoro sia data la possibilità di accedere alla magistratura, attraverso percorsi interni e che siano attribuite loro dirette competenze per liberare i magistrati dagli affari semplici.
Probabilmente questa campagna elettorale ha segnato una svolta nei rapporti tra magistrati e avvocati, visto l'ampio numero di professionisti che si sono schierati per il NO. È con costoro che dovrà essere inizialmente avviato il dialogo.
Avete avversato questa riforma, politicamente e giuridicamente, a suo avviso, oggi, su cosa è necessario intervenire? Credo sia necessario intervenire sul processo penale, oggi inidoneo a garantire processi effettivi in tempi ragionevoli: bisogna eliminare tutte le false garanzie, farraginosità utili solo ad allungare i tempi della giustizia.
La giurisdizionalizzazione delle indagini preliminari e la scarsa incentivazione dei riti alternativi hanno prodotto un rallentamento dei tempi, incompatibile con la natura del modello accusatorio. Processi troppo lunghi fanno sì che le prove sfumino, si disperdano e si inquinino più facilmente. Se anche non si arriva a prescrizione, tuttora incombente anche nella nuova versione dell'improcedibilità, un giudizio che arriva ad anni di distanza dal fatto sarà comunque diverso e non più equo in termini di rilevanza dell'accertamento, di attenuanti e di pena.
È necessario eliminare l'appello per chi sceglie il rito ordinario e aumentare gli incentivi per chi sceglie i riti alternativi.
Bisogna dimostrare una profonda volontà d'intervento per riforme che migliorino la qualità del servizio, accrescendo le risorse materiali.

Vi è la necessità di riforme dei codici e delle leggi sostanziali; di semplificare e ridurre leggi farraginose e inutili; di maggiori garanzie sull'autogoverno e sull'indipendenza interna.
Bisogna preservare l'impegno dimostrato contro ogni nuovo tentativo di accentuazione della distinzione delle funzioni giudicanti e requirenti, incompatibile col processo accusatorio all'italiana e con l'originale figura di un PM indipendente e autonomo dal potere politico, capace di ragionare "come un giudice" che i saggi costituenti ci hanno dato in sorte.
Infine, è fondamentale rilanciare un rinnovato associazionismo che ponga al suo centro una profonda riforma etica dei gruppi associativi, da riportare all'originario ruolo di formazioni sociali nelle quali i magistrati possono esercitare fondamentali diritti della personalità, dovendo rimanere estranei ad ogni altra forma di associazionismo politico, sindacale, religioso, di interessi.
In questa campagna abbiamo visto di tutto, sono stati sbandierati anche dei sondaggi che dimostrano un dato: la fiducia dei cittadini nella magistratura è diminuita. Perché? Non sono d'accordo: la fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura è in risalita e comunque nettamente superiore a quella riposta nei politici.
La campagna elettorale ha permesso ai magistrati di incontrare le persone in carne e ossa, di sottoporre le proprie ragioni con umiltà e condivisione; i cittadini hanno apprezzato l'abbandono di ogni forma di superbia e distacco nel raccontare la vita quotidiana della giustizia; hanno capito che la magistratura e la giustizia sono risorse del popolo, dei più deboli, il potere dei senza potere.
Il principio secondo cui la giustizia è esercitata in nome del Popolo potrebbe avere determinato una presa di coscienza nei magistrati, nel senso che nessuno di costoro potrà restare indifferente a come il giudizio popolare valuterà l'impegno, la correttezza e i risultati dell'azione giudiziaria. Insomma, l'indipendenza si fonda anche sul riconoscimento sociale.
Non si tratta di proporre una magistratura elettiva, e perciò partigiana, ma di farsi carico nell'attività quotidiana di esporre costantemente, oltre la pur fondamentale redazione delle motivazioni, ragioni e criteri delle decisioni, attraverso una costante e puntuale attività di comunicazione ufficiale autonoma.
Quali sfide attendono la magistratura dopo il referendum?
Carica un'immagineNel modo in cui si parla tradizionalmente di fede si cela un malinteso profondo. La si rappresenta come qualcosa che si ha o non si ha, una predisposizione dell'anima quasi al pari di un tratto caratteriale. Rappresentazione molto comoda perchè solleva dalla responsabilità di interrogarsi davvero, e per questo motivo incredibilmente sbagliata.
La fede, che sia religiosa, filosofica o addirittura solo la fiducia di fondo che dà un senso alle proprie azioni, non è uno stato, ma un processo che richiede di passare attraverso la propria negazione.
Immaginate due credenti. Il primo non ha e mai ha avuto motivi seri per dubitare: è cresciuto dando per scontate certe risposte e non hai mai sentito il peso delle domande. La sua fede è intatta ma inerte. Non ha mai dovuto sorreggere niente. Il secondo, invece, ha attraversato il dubbio, ha affrontato faccia a faccia le obiezioni più serie ed ha vissuto per un periodo senza nessuna risposta soddisfacente. È riuscito ad arrivare da qualche parte. La prima fede è stata semplicemente ereditata, la seconda costruita. La distinzione non è teologica, ma riguarda chiunque abbia dovuto scegliere nel percorso della propria vita tra senso e cinismo, impegno e nichilismo, tra ripiegamento su se stessi e fiducia nel prossimo. In questo senso la fede va a rivelarsi una categoria incredibilmente più ampia di quello che può sembrare.
Fëdor Dostoevskij, nel suo ultimo romanzo "I fratelli Karamazov" (1880), mette in scena esattamente questo. Racconta di tre fratelli radicalmente diversi tra loro che hanno un duello intellettuale sulla possibilità stessa della fede. Il fratello Ivan è un razionalista. Forse il più intelligente tra i tre, viene fatto voce delle obiezioni più serie che si possano rivolgere a qualsiasi sistema di credenze. Ivan nega Dio perché non riesce ad accettare un mondo in cui esiste la sofferenza innocente. Questa ribellione morale è tanto eroica quanto coerente: se il mio biglietto d'ingresso all'armonia universale è il pianto di un bambino, io restituisco il biglietto.
Dall'altro lato abbiamo Alyosha, il fratello minore, novizio in monastero. Alyosha non è in grado di rispondere alle obiezioni di Ivan, non lo è mai stato e mai lo diventerà. Non smonta le argomentazioni del fratello, ma la sua risposta è pratica e affettiva. La sua reazione ad un cinismo disarmante è l'amore come atto volontario e faticoso.
Il cuore del romanzo è il racconto che Ivan inventa e narra ad Alyosha: La Leggenda del Grande Inquisitore. Cristo ritorna sulla terra nel XVI secolo e viene arrestato dall'inquisizione. L'inquisitore gli spiega attraverso un lungo monologo come la libertà che Egli aveva donato all'uomo fosse un peso insopportabile, e perché la chiesa avesse fatto bene a toglierla di mezzo sostituendola con un'istituzione ed il mistero. Questa appena citata è una delle critiche più potenti alla religione organizzata, e più in generale di qualsiasi sistema che dà risposte rassicuranti piuttosto che lasciare le persone libere, e quindi esposte, di costruirsi qualcosa di proprio. Alyosha non risponde, ma alla fine del racconto si avvicina al fratello e lo bacia, esattamente come fece nella storia Cristo con l'inquisitore. Tutto ciò lascia il dubbio sul se questa azione sia risposta o resa.
Qualunque cosa valga davvero per noi, un progetto, una relazione, un sistema di valori, ha solidità solamente nella misura in cui ha retto qualcosa. La fede non costruita è fragile non perché falsa ma perché mai testata. È paragonabile ad un muro fatto di sabbia: tiene finchè non piove. Ivan non è nemico di Alyosha, ma un interlocutore necessario. Senza di lui la fede di Alyosha sarebbe meno robusta, se non addirittura assente. Costruire la propria fede è un processo che non finisce, ma viene messo continuamente alla prova senza mai arrivare ad una risposta definitiva. Ha bisogno di manutenzione, come ogni macchina in movimento: si smonta, si aggiusta a volte sostituendone i pezzi e si rimonta. Viviamo in un'epoca con una tolleranza molto bassa per l'incompletezza.
Ci si tende a presentare con posizioni già formate, già solide, già pronte per la pubblicazione. Il dubbio è percepito come debolezza, o, peggio, come mancanza di identità. Ma questa intolleranza ha un costo preciso: produce persone che non hanno mai davvero scelto cosa credere, perché non si sono mai concesse il tempo di non saperlo.
Dostoevskij non offre soluzioni. I fratelli Karamazov non si chiude nè con la conversione di Ivan né con Alyosha che smonta le sue obiezioni. Le domande restano aperte, e questo non è un difetto del romanzo: è la sua tesi. Ciò che cambia, nel corso del libro, non è la risposta ma la qualità del rapporto con la domanda. Alyosha non sa rispondere a Ivan. Sa stargli vicino. Forse è questo il punto. Non si costruisce la fede trovando le risposte giuste, ma imparando a non scappare dalle domande scomode. Il cantiere non finisce, ma si impara a lavorarci dentro.
Carica un'immagineSono rimasto molto colpito dall'articolo di Francesco, ho quindi deciso di mettere per iscritto una risposta che possa aiutare il dialogo fornendo il mio punto di vista di cristiano e di appartenente alla Chiesa cattolica su un tema che mi tocca da vicino, anzi vicinissimo.
Condivido la tesi di fondo del suo articolo: una fede che non viene mai messa alla prova sarà inerte. Non c'è dubbio che la fede deve essere messa in gioco, deve dare forma alla vita e perciò deve essere messa alla prova. Da un altro punto di vista questa frase di Giovanni Paolo II dice la stessa cosa: "Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta".
In questo senso una fede che diventa cultura entra in dialogo con le grandi questioni dell'esistenza e cambia il modo di vivere e pensare la vita e così cresce e si fortifica di fronte al confronto sincero con la realtà. Un cristianesimo che rimanesse inerte non porterebbe frutto e non verrebbe mai veramente preso sul serio, sarebbe più facile da perdere e tenderebbe a essere ininfluente rispetto alla cogenza delle questioni che ogni persona deve affrontare.
Una fede così diventa superflua e facile da abbandonare, e per questo è necessario sia carica di ragioni e vissuta sempre profondamente. Se l'esperienza cristiana non ha più nulla da dire sull'amore, sull'esistenza, sul dolore e sulla morte, sulla pace e sulla guerra, a che servirebbe? Credo quindi che sia davvero necessario, proprio perché l'esperienza cristiana è credere e vivere un senso della realtà, mettersi in cammino affinché questo senso entri nella vita di tutti i giorni.
Perché questa verifica e questo cammino sia completo esiste quella che si chiama compagnia vocazionale o compagnia della Chiesa che proprio è innanzitutto il luogo in cui questa fede viene trasmessa, ma assieme alla sua trasmissione, la compagnia lascia lo spazio per la verifica personale della stessa, sostenendola.
Voglio richiamare l'immagine della Piazza San Pietro vista dall'alto. Il colonnato del Bernini simboleggia due grandi braccia pronte ad accogliere chiunque vi si accosti, rappresentando la Chiesa come madre e maestra, capace di amare e di sostenere tutta l'umanità nel suo cammino verso il vero, il bello e il giusto.
Vivere per il vero, il bello e il giusto è chiaramente possibile ad ogni uomo e anche il dialogo tra posizioni diverse, come testimoniano i fratelli Karamazov, è un elemento utile e può portare frutto, a patto che ci si metta insieme alla ricerca della verità. Questa disponibilità, da parte del credente, sarebbe un segno di buona salute del proprio cammino e dell'esperienza ecclesiale.
Diciamo questo a discapito dell'immagine, che alle volte, purtroppo, non rimane solo un'immagine, di una Chiesa altera, distante e imperturbabile e piena di risposte precostituite. L'istituzione è nata senza dubbio per vivere e testimoniare Cristo Gesù, e quindi pone delle risposte circa le grandi domande di senso che ogni uomo vive, ma l'idea di istituzione che traspare dall'articolo di Francesco è indice di un aspetto patologico non è per niente l'essenza della vita ecclesiale.
Vorrei richiamare la frase di Don Giussani: "La Chiesa è il grembo dell'io" cioè esattamente il luogo dove l'uomo può crescere e formarsi. Per il credente è necessario perciò vivere un'appartenenza vera e sincera. Non deve chiudersi agli altri, ma essere veramente interessato a entrare in dialogo con chiunque e dialogare al livello della verità e della giustizia è un'occasione grande che la Chiesa favorisce sempre, e appartenervi fino in fondo porta a questa capacità di apertura, permettendo così di vivere un cristianesimo, ci tengo a sottolinearlo, pieno di ragioni e sempre più costruite nell'esperienza, meno inerti e meno deboli.
In chiusura, vorrei citare Papa Benedetto XVI, per sottolineare ancora una volta come una fede buona e sana porti ad una pienezza di vita: "La fede non è un pacchetto di dogmi, un peso sulle spalle, ma è la gioia di essere amati da Dio. È come avere due ali per il volo: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Senza queste due ali non si può volare, ma con esse si è portati in alto."
Ciò che la Chiesa propone a tutti è un cammino al fine di aiutare ognuno affinché maturi e viva nel vero, nel bello e nel giusto.
Carica un'immagineSiamo tanti, noi che a settembre lasciamo casa senza avere chiara una data di ritorno. Sopra strade, rotaie o nuvole, portiamo bagagli di cose sbagliate, speranze, sogni e inquietudini. Abbandoniamo, chi per scelta, chi per necessità, province rigogliose e amene, province grigie, anonime, divorate da mostri fumanti o da scatole traslucide. Tra quelle vie, ad ogni ritorno, ritroviamo le cose non portate con noi, quelle mai dimenticate che, però, per non so quale istinto, continueremo a lasciare lì dove stanno, fino a quando, poi, svaniranno.
Cosa ci induce a non infrangere il fascino delle cose che restano?
Lontano da casa, i giorni passano veloci e da quelle spiagge mi allontano, un passo alla volta, sempre di più. Più le cose spariscono dai miei occhi, più si appesantisce il loro pensiero. Ma, ogni volta, il ritorno alla culla mi delude. Perciò non mi rimane altro che i tormenti e il ricordo vago di frammenti idealizzati. Una domanda, in particolare, troppo spesso torna a scuotermi: esisteranno mai queste tanto agognate radici? Ed ogni volta che ritorna, scivolo dentro la Roma sorrentiniana de' la Grande Bellezza, che, in forme diverse, rivedo nella Bologna che vivo: quella delle luci gialle imperiture dei portici, quella vivace delle piazze urlanti, della Bolognina e del Pilastro, quella in cui si deve stare stretti per trovare spazio, in cui sono arrivato a diciannove anni, convinto di trovare qualcosa, una risposta, un posto. Oggi spero solo di trovare una "Santa" sdentata che mi sussurri, come una visione rivelatrice, che le radici sono importanti.
Provo a guardarmi indietro e a pensare a quelle radici, a quegli inscindibili legami con la mia terra che avverto solo quando sono lontano. Questi intimi ricordi, nitidi, assumono le sembianze delle grottesche trame di paese, delle ingiurie, delle identità storpiate, delle colline amene animate da pascoli e pastori, delle lacrime adulte e dei canti spezzati dei devoti, delle fette di anguria in agosto, dei giardini odorosi di arance mature, del frinire delle cicale tra le canne. Ma questi sono solo ricordi.
La paura mi assale al solo pensiero che ogni sforzo di costruire "radici", nella convinzione di non averne, possa risolversi in un'altra sequenza dell'opera di Sorrentino, quella in cui uno sconsolato Romano annuncia a Jep il ritorno "al paese", dopo quarant'anni persi a rincorrere quella Roma seducente e spietata, madre di tutte le illusioni.
Troverò, in questi palazzi, le carezze ruvide di quei muretti di campagna logorati dal tempo?
Troverò, nell'asfalto, lo spazio per costruire nuove radici?
Mi perdo davanti al pensiero dell'incapacità di costruire qualcosa di nuovo, perché sento di appartenere a una nuova classe di "erranti", fatta di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti. Ed è questo legame che mi porta a non vedere, in fondo a tutte queste strade, una meta, un posto in cui costruire, una boa in mezzo a tutte queste isole.
Al tempo stesso, però, mi abbandono al conforto del pensiero palliativo dell'ignoto, all'anelito utopico di un viandante come tanti: l'idea di un posto, ancora non scoperto, in cui costruirò, in tranquillità, le mie radici.
Carica un'immagineCiao, Troia! Mi trovo in un appartamento moderno vista Ospedale Maggiore, poco fuori dalla zona residenziale di Via Saffi, affacciandomi dai viali si vede Porta San Felice. A pochi passi dal Meloncello e da San Luca. È finito l'anno accademico. Decido di lasciare la mia prima casa per diversi motivi: la distanza dall'università, l'affitto caro, i coinquilini un po' arroganti. Dove si va? A San Donato??!!!??

Parlo con qualche amico che abita al di fuori della soglia psicologica del "Ponte di San Donato" ed è subito dramma. Un razzismo imperante condisce le nostre conversazioni. Arriva una proposta allettante, per una cifra contenuta posso riservare il mio posto in tripla al Pilastro. È l'ultimo anno di università, l'anno in cui ci concediamo tutto e viviamo al massimo.

Mi lancio nell'avventura!
Peripezie
Mi guardo attorno, digito su Google Maps "azienda agricola", sono felicissimo di trovarne numerose a pochi minuti da casa. Non trovo altrettanti "bar", mi decido quindi ad acquistare una moka per il caffè. Inizio ad esplorare questo regno senza mura e senza marciapiedi e mi perdo tra i palazzi popolari ma nobilissimi per sobrietà che dominano il parco Pier Paolo Pasolini. Questi sono stati costruiti a partire dal 1962, rientrando felicemente nel piano di edilizia economica e popolare del Comune di Bologna. Tra questi giganti e tra le strade sterrate si edificava anche una forte Comunità. Il laterizio principale è la solidarietà, non come slogan radical da campagna vendite uova di Pasqua, ma come viscerale bisogno di condividere il peso delle condizioni sociali degli Ultimi e degli Utili alle fabbriche della Nuova Bologna.
Ancora, qui esiste una schiera di sagome pseudo-umane in cemento. Portano all'Anfiteatro del parco. Nel tragitto per il luogo (che fu) di Cultura accade, via via, la scoperta dei lineamenti delle figure, i volti sono più vividi perché tendono alla conoscenza. Passeggiando mi imbatto anche nella chiesa di Santa Caterina, un capolavoro di calcestruzzo, un'oasi brutalista. Mi commuove la popolarità e la semplicità delle lettere in polistirolo attaccate ai muri. "IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI"
Approdo al Pilastro
I miei centri di gravità sono: Conad, Azienda Agricola Zanarini (dalla Carla), Fattoria Urbana. Persone temibilmente normali popolano le arterie di Via D'Annunzio, molti appesantiti da borse di nylon color panna e arancione con una margherita stilizzata. Il Pilastrino DOC è "terrone", ma sicuramente più Bolognese di un San Mammolino, viene dalla strada ma è educato alla terra scura e ai prati verdi, in Grazia di Dio emarginati. Al mattino, alla fermata del bus mi piace aspettare dando le spalle alla strada.
Le prime ore di Sole mi offrono una sceneggiatura fatta da uccelloni bianchi, scuri, marroni, rossi che recitano dominando il fondale boschivo nella commedia dei becchi. Fanno colazione anche loro. Mi piace osservare i fagiani, sono geloso, solo io gli do attenzione e sono felice che sia così. Perdo l'autobus che passa dietro di me. Mentre aspetto il prossimo 20CASALECCHIO rifletto sulle supercazzole dei miei amici che raccontano questo posto come alieno e inaccessibile. Mi viene un dubbio:

"Sarà un'idea comoda figlia del conformismo da stampa?"
Carica un'immagineRicostruire
Ri cos tru i re
Partire da zero
Remare contro, remarmi contro.
Gettare ogni certezza,
Cosa rimane di me se levo tutto?
Un foglio bianco
Per riscrivere.
La ricostruzione dopo la distruzione.
Libertà di scelta,
Di scegliere chi sono e chi voglio essere.
Tremo di terrore.
Stravolgere gli ideali
Di chi aspetta e si aspetta.
Cercati dove sai di trovarti
In mezzo alle tue vergogne
Lí, troverai.
Essere vulnerabili,
Lasciarsi andare
Seguire il flusso delle onde
non serve a niente ripararsi dal vento
Lasciarsi portare via e
semplicemente
Accettare.
Un giardino in primavera
Libero di esprimersi come meglio crede
Lasciati andare
Segui il flusso
Non ripararti dal vento, scoprirai che non serve a niente
Accettalo.
Ricostruirai partendo dai fili sottili d'erba
Getterai le giuste fondamenta
La percorrerai
Arriverai in fondo
ti volterai e
"Caspita" ti sussurrerai.
andare avanti con la coda tra le rotaie
C'era una volta una città dove passeggiare non era un percorso a ostacoli tra transenne arancioni e polvere di cemento. Bologna, la "Grassa" e la "Dotta", sta diventando, per come la vedo io, la "Sventrata". Mi ritrovo a camminare tra i fumi di scarico e il rumore dei martelli pneumatici, chiedendomi se chi ha progettato questa rivoluzione urbana abbia mai provato a viverla davvero, a piedi, fuori dal perimetro rassicurante di un ufficio.
Per capire l'assurdità di questo presente, occorre guardare indietro. Il tram, a Bologna, non è una novità, ma un fantasma che ritorna. Il primo viaggio risale al 1880, quando carrozze trainate da cavalli sferragliavano verso il Meloncello. Poi arrivò l'elettricità e, per decenni, i binari furono le vene pulsanti di una città che cresceva con un briciolo di eleganza. Nel dopoguerra, però, si decise che il futuro correva su gomma: nel 1963, l'ultima corsa della linea 15 segnò la fine di un'era. I binari vennero sepolti sotto l'asfalto, come un ricordo ingombrante che avremmo dovuto lasciar riposare. Invece, oggi, quel fantasma è tornato, manifestandosi sotto forma di un incubo logistico che riduce l'esistenza quotidiana a un calcolo probabilistico sui tempi di percorrenza.

Non mi serve un'analisi politica per vedere lo scempio che ho sotto gli occhi. Mi basta provare a fare la spesa in via Saffi o tentare l'impresa di raggiungere la zona Fiera. Quello che una volta era il piacere di abitare Bologna è stato sostituito da un labirinto di plastica arancione e da un odore acre di lavori stradali che non dà tregua. Sono onestamente stanco di uscire di casa senza sapere se il marciapiede del giorno prima sia stato inghiottito da una voragine in nome del "progresso".
Interi quartieri appaiono oggi come trincee. Vedo alberi storici abbattuti con una facilità disarmante, piazze che sembrano zone di bombardamento e saracinesche che si abbassano perché i clienti, semplicemente, hanno rinunciato a scalare montagne di detriti per un acquisto. Ci promettono una mobilità "green", ma l'unica cosa che percepisco è il disagio di rimanere imbottigliati in deviazioni infinite. Persino il fascino dei nostri portici, vanto dell'UNESCO, sembra soffocare dietro chilometri di recinzioni che tolgono il respiro e la visuale.
Non riesco a farmi bastare i rendering patinati che mostrano un futuro radioso quando vedo i luoghi della mia memoria ridotti a distese di fango e tondini di ferro. Non credo sia progresso se, per ottenerlo, si deve umiliare chi la città la abita ogni giorno. Bologna non è un plastico su cui giocare a fare i modernisti; è un organismo vivo che viene messo a dura prova quotidianamente. Temo che, quando finalmente il tram passerà, resterà ben poco della Bologna che conoscevo: avremo forse una città più efficiente sulla carta, ma certamente più grigia e svuotata della sua anima. Mi hanno tolto il piacere di camminare sotto casa, regalandomi in cambio anni di polvere.
Carica un'immagineUscito dall'udienza dopo l'ennesima vittoria mi ritiro nei servizi igienici, riflettendo sulla mia spettacolare prestazione. L'attenzione in quell'aula era tutta su di me, ma mentre tuonavo parole altisonanti e pregevoli ragionamenti giuridici, in verità, ero tormentato da altro: l'inglorioso referendum sulla giustizia. Sembra che io stesso dimentichi chi sia la fiaccola che illumina il diritto in questo disgraziato Paese: il sottoscritto, Avvocato Azzeccagarbugli.
Torno brevemente al mio studio ma non posso fermarmi a lungo, stasera ho un impegno importante: stasera mia figlia, quella piccola, è a danza e devo andare a prenderla e portarla insieme alla sorella a cena fuori. Sarà un bel momento padre-figlie. Passeremo un po' di tempo insieme, non lo facciamo mai, col lavoro che ho e con la madre che si ritrovano è sempre più difficile vederle crescere. Il centro di Frosinone è deserto, la strada è mia. C'è una strana brezza nell'aria: sento che la giornata è radiosa, mi sento vincente. Salgo sul mio Range Rover nero lucente, fresco di autolavaggio, e parto.
Ci provo e ci riprovo, tento continuamente di distrarmi con i viali alberati che mi accompagnano verso l'autostrada, ma non riesco. Purtroppo ho solo un pensiero, il Referendum.
Ebbene sì, ha vinto il No.
Ma io me l'aspettavo. Chi ha la lungimiranza e la tempra da giurista di prima leva lo avrebbe capito fin da subito. C'erano troppi errori, già lo avevo detto. E chi c'era quando io ne parlavo? Erano tutti concentrati a preoccuparsi di Sanremo e di inutili convegni, mentre pochi colleghi mantenevano la bussola dritta. Meglio così. Vogliamo parlare del Csm sorteggiato? Chi lo vuole? Di certo non io. Ma soprattutto, chi è lo sciocco che si sarebbe fatto convincere da una stupida canzone? Non potrebbe essere affatto il sottoscritto.
Ho anche sentito la mia ex moglie, era tutta contenta. Penso che chiuderà un occhio anche sugli alimenti di questo mese (e io glielo faccio chiudere in tranquillità!). Mi ha detto che ha visto la diretta Sky con i suoi colleghi, a Napoli. Era fra quelli che hanno esultato e hanno fatto i cori al termine degli scrutini. Tuttavia, guardando bene i video in cui i magistrati cantavano Bella Ciao, ho notato un ragazzo, alto, bruno, con un viso che mi era stranamente familiare: mi ricordava tanto Josè, l'istruttore portoricano di rumba di mia moglie.
Uno tutto muscoli e poco cervello. Non credevo avesse una propensione anche per le battaglie della magistratura. Perché era lì? Alcuni guardando i video circolati hanno gridato allo scandalo, dicendo che l'imparzialità del magistrato dovrebbe essere qualità divina, da esercitare con riguardo e parsimonia, non si può certo fare i trenini (di quelli belli, che non finiscono mai, come diceva quel bravo giornalista Jep Gambardella) né tantomeno i cori. Io penso che non sia così.
Tutto sommato, noi del No, sappiamo cosa vuol dire attentare alla Costituzione, sappiamo cosa il ruolo del magistrato significhi ed è giusto che loro esultino: hanno allontanato il pericolo di dittatura! Questa volta ce la siamo scampata per poco, ma alla prossima riforma c'è il rischio di sovvertire l'ordine costituzionale. Fischia un brutto vento, bisogna stare attenti. Ho anche chiamato l'Avv. Bruttintrallazzi, mi sono complimentato per la brillante campagna e per la giusta battaglia di diritto. Andiamo a pranzo insieme domenica, ora si dà delle arie, sa che ha in pugno il partito. Sono contento anche per lui.
Continuo il mio viaggio, ma sulla Pontina c'è traffico, è tardi e sono stanco. In fondo potrei anche non andare più a cena. Ogni volta queste due insopportabili non fanno altro che raccontarmi di quanto sia brava loro madre, magari stasera mi nomineranno anche quell'eminente giurista di Josè! Il pensiero del portoricano non mi lascia in pace: una volta, quando ancora eravamo sposati, l'ho anche accompagnata a quel benedetto corso di rumba, lì ho visto per la prima volta Josè.
Mi guardò, sorrise, salutò mia moglie e le cinse le spalle con un abbraccio, dando sfoggio dei suoi ingombranti arti superiori: olio e muscoli. Mi disse, ridendo: "No se preocupe señor, la trato bien" - "No se preocupe, sto' cazzo" – pensavo Io. Lascio l'asfalto dietro di me, il paesaggio del Basso Lazio accompagna il mio flusso di pensieri. Imbocco l'uscita per Ceccano, questa maledetta scuola di danza sembra allontanarsi sempre più e io inizio a non sopportare questo paesaggio.
Vedo su un cartellone pubblicitario una pubblicità di un programma, con un simpatico comico pelato, Maurizio Crozza. In una delle ultime puntate ha detto che il referendum è stata una vittoria dei giovani: hanno dato un bel calcio al Governo che non ha permesso loro il voto fuorisede. Bravi i giovani! Eppure, c'è qualcosa che mi puzza. Predicano di dare un'intera nazione in mano ad un mucchio di ragazzini, seppure spesso siano poco istruiti e senza la minima esperienza.
La maggior parte di loro pensa perfino di potersi esprimere al pari di chi, come me, vive le aule di giustizia da quando ha memoria! Finanche Josè potrebbe essere più colto di loro. Un gruppetto di ragazzini ha deciso le sorti del Paese intero, spostando le luci dei riflettori da chi si impegna quotidianamente per farlo. Se devo ripensare alle mie figlie, però, loro fortunatamente non hanno votato: la piccola è stata tutta presa dal saggio di danza. Peraltro, studia alla Bocconi e vuole stare lontano da tutto quello che riguarda il lavoro del papà. Devo ancora capire di cosa si tratti quello di cui studia, so solo che una volta all'anno (come per magia) compare sulla mia scrivania una ricevuta per la retta.
E la madre che fa? Evidentemente sarà impegnata a risolvere ardui e complessi casi di diritto col suo fido aiutante Josè. Ad ogni modo, a me è dispiaciuto quando ha deciso di non intraprendere la strada del padre, con uno studio così ben avviato. Ma sono ragazzi, che ci dobbiamo fare… Non abbiamo avuto modo di parlare del referendum, anzi, non parliamo molto. Non solo non so cosa pensa di politica, ma non so proprio cosa pensa in generale. Mi accusa di essere stato assente. D'altra parte io avevo una brillante carriera da portare avanti, non potevo piegarmi ad ascoltare le loro lagne.
Dal canto mio, lei non ha mai fatto grandi passi in avanti verso di me, sicuramente per qualche brutta idea che le avranno messo in testa la madre o Josè, che sicuramente sarà anche un ottimo padre oltre che un valente ballerino e giurista. Con la grande le cose non vanno bene: non mi parla da un po'. È una ragazza sveglia, fa ingegneria al Politecnico di Torino. Spero neanche lei sia andata a votare. Se con la piccola provo a mantenere un rapporto (almeno non mi è ostile!), con lei ho proprio perso le speranze: da quando con sua madre abbiamo deciso di dividerci lei ce l'ha a morte con me.
Mi incrimina in continuazione per delle avance ad una segretaria, se solo le dicessi come la madre balla la rumba… Avrei tanto voluto sapere cosa pensa di politica, se ha votato al referendum, ma non ha risposto alle mie chiamate. E pensare che probabilmente avrebbero votato a Milano e Torino, non sarebbero neanche tornate nella mia amata Frosinone. D'altronde, per le scorse elezioni avevano cercato me per comprare i biglietti del treno, anche quella sarà stata un'idea della madre.
Stavolta però non ci sono cascato, gliel'ho detto fin da subito che se la sarebbero cavata da sole. Anche perché ho saputo che potrebbero fare la richiesta come rappresentanti di lista. Bene, allora procedessero di conseguenza, non posso sostenere dei rivoluzionari in casa. È un bene che non gli sia stata data la possibilità di votare: una massa di giovincelli non istruiti non può avere l'opportunità di esprimersi su un concetto tanto difficile. Sono questioni per pochi eletti, gente come me, il Bruttintrallazzi o Josè: noi mastichiamo diritto processuale da sempre!
Negare il voto fuorisede, che grande idea! È stata una scelta intelligente: escludere il margine ignorante della popolazione per poter conferire lo status di elettore ad una platea di selezionati. Una strategia impeccabile che avrebbe permesso di restituire la palla ai veri giocatori: gli esperti del diritto. Senza tralasciare che avrebbe comportato una serie di complicazioni inutili. Le sezioni elettorali sono già stracolme, non potevamo sovraccaricarle di lavoro. Poi la benzina per i furgoncini che devono trasportare le schede? Le matite in più chi la paga? Di certo non io.
E poi questi giovani sono sempre i più scarsi per affluenza, era proprio necessario lamentarsi adesso per farli votare? Noi del No lo sappiamo, se abbiamo scacciato la deriva totalitaria anche questa volta non è grazie ai giovani. L'impegno è mio, del Bruttintrallazzi, di quell'arpia di mia moglie e di quel furbacchione di Josè. Gente che si è impegnata nel far capire a pochi eletti in cosa consistesse davvero la riforma. Le mie figlie la penseranno come me, ne sono convinto.
Stasera sarà il momento decisivo per provare a convincerle a cambiare facoltà, a tornare nella loro madrepatria: la Ciociaria, dal loro papà. Posso ancora recuperare terreno, basta solo un momento di concentrazione e saranno ammaliate come un mio cliente qualunque. Stasera voglio sentirmi uno di loro, d'altronde ho votato come i loro coetanei, se i dati non mentono. Inizierò a dire anche io "Bro", "Bella" e chiamerò anche io i miei colleghi "Zio", così capiranno che sono vicino alle nobili battaglie della Generazione Z.
Finalmente sono arrivato alla scuola di danza, ma mia figlia non c'è. Aspetterò. Intanto controllo le mail, ho sempre dei clienti a cui rispondere. Uno di questi, un rispettabile imprenditore che ha problemi col fisco (non sarebbe mio assistito altrimenti) mi ha girato un link per un video, con tanto di complimenti. Lo apro e subito riconosco mia figlia, quella grande. Ha lo sguardo della madre, è assatanata. Nel video ha un megafono e parla ad una platea di suoi coetanei.
Ci sono ragazzi con lunghi capelli intrecciati, mi pare si chiamino rasta, qualcuno persino con lo smalto. Sono un po' perplesso. Nel video urla, si agita. Ce l'ha con il Governo in carica perché ha impedito il voto agli studenti fuorisede come lei. Non l'ho mai sentita parlare con questa foga, quasi un fare appassionato e caritatevole. Ma è impossibile: lei non mi ha mai detto di essere interessata all'attualità. Anzi, mi accusava di appartenere ad un mondo politico che non esiste più.
E pensare quanto mi costa mantenerla lì a Torino, per poi vederla a tu per tu con certi impresentabili. Il tempo passa e la scuola di danza inizia a spegnere le luci interne. Chiamo la piccola ma non risponde. Controllo meglio il telefono: "Papà, ti ricordi della cena di stasera?" Il messaggio è di ieri. Spero che Josè non le abbia portate a mangiare fuori.
L'azzeccagarbugli, dalla (malsana) idea di Luca Pasquariello e Giuseppe Valluzzi, vuole satiricamente affrontare, periodicamente, degli argomenti di attualità sotto l'ottica del più famoso avvocato della letteratura italiana, immaginando come questi possa esprimersi ad oggi. Per chi scrive, il dibattito odierno e le decisioni che ne derivano sembrano spesso orientati più da opportunismi e rancori personali che dai principi e dalle ragioni che dovrebbero ispirare certe scelte.
Il nostro Azzeccagarbugli vuole denunciare, in maniera pleonastica e palesemente esagerata, come anche nel piccolo si sia vittime di queste dinamiche. Rivolgendo una saluto alla popolazione di Frosinone e dintorni, auguriamo una buona lettura a tutte e tutti!
Carica un'immagineLa propaganda becera, forzando ogni ragionamento verso estremismi ingiustificati, mina dalle fondamenta il ruolo dell'elettore. Essa riduce la gravitas di scelte politiche e social in slogan semplici, privi di profondità, e che non fanno altro che avvelenare il dibattito pubblico.
Quando ogni argomento viene trascinato ai poli opposti si lascia spazio solo al rumore del conflitto. Così, l'elettore smette di sentirsi parte di un processo di valutazione consapevole e diventa spettatore passivo e esanime di una lotta urlata: il voto diventa nient'altro che una difesa istintiva. La propaganda distorce la percezione della realtà e riesce a svilire il senso della democrazia.
Perché in questo sistema, la vera forza del voto, sta nella capacità di riflettere una società che sa discutere, valutare e decidere senza cadere negli inganni del fanatismo. Se permettiamo che la propaganda prenda il sopravvento, l'elettore verrà privato della dignità di scegliere sulla base di ragioni, e si troverà costretto a rimanere in balìa delle urla.
Senza consapevolezza, l'elettore perde il significato e il vero ruolo del Parlamento: quel «porticato» che permette alla società civile di trasmettere il potere e trovare un compromesso con chi, in questa sede, dovrà affrontare la complessità delle scelte.
Carica un'immagineQuesta volta mi tocca smentire l'editoriale. Perché abbiamo scoperto che, a volte, l'avvento del nuovo può non essere cosa lontana dalla morte, può non portare, nella sua essenza, alcuna speranza.
zac.




















L'archivio di tutti i numeri mensili di NESSI, dal più recente al primo.
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Il salario minimo legale: Tommaso Malpensa a favore, Francesco Patt e Stefano Noschese contro.
Partiamo dall’inizio: “salario minimo legale”, per come è stato definito dalla proposta di legge delle opposizioni parlamentari presentata nel luglio 2023 (n. 1275), significa che la legge stabilisce un trattamento economico minimo (TEM) orario inderogabile di 9,00 € per lavoratori subordinati e collaboratori di varia natura, vigente in tutti i settori dell’economia salvo alcune deroghe, è comunque subordinato alla situazione in cui il CCNL leader di riferimento non riconosca già un trattamento economico di maggior favore. 9,00 €/ora è una cifra politica, certamente, ma rispettosa del limite minimo di cui all’indice di Kaitz, parametro utilizzato anche nella Direttiva UE sui salari minimi, n. 2022/2041. Per come funziona la struttura delle retribuzioni dei lavoratori subordinati nel nostro Paese, ée essenziale definire quali “poste” rientrano nel TEM: la stessa somma di 9,00 €/ora può portare a ridurre la somma spettante alla fine del mese se i 9,00 € sono raggiunti, ad esempio, conglobando i ratei di tredicesima, quattordicesima e TFR nel calcolo. Nella proposta n. 1275, il TEM orario doveva essere calcolato come se fosse il minimo tabellare di un CCNL, ossia l’elemento retributivo di base sommato, laddove ancora calcolata separatamente, alla sola indennità di contingenza. Se moltiplichiamo i 9,00 €/ora per il fattore 173, che corrisponde alle ore lavorate in un mese con una settimana lavorativa da 40 ore otteniamo che dalla proposta n. 1275 un lavoratore inquadrato al livello più basso previsto dal contratto collettivo applicatogli, senza scatti di anzianità, premi di risultato, indennità contrattuali, superminimi o premi territoriali e senza considerare il valore del welfare aziendale, avrebbe avuto garantito un TEM mensile lordo di € 1.557,00.
Nel luglio 2023 I’Italia era ancora nel pieno di una delle più gravi crisi inflattive degli ultimi anni, dovuta principalmente all’aumento dei prezzi dei beni energetici a partire dal 2022, con grave perdita di potere d’acquisto soprattutto per quelle fasce di popolazione che vivono solo del proprio lavoro: secondo i dati INPS relativi al 2021, introduzione di un TEM orario di 9,00 € avrebbe impattato direttamente più di 2.800.000 lavoratori (più del 10% dei lavoratori del Paese), di cui circa 850.000 working poors, lavoratori la cui retribuzione è inferiore al 60% della mediana.
Dal 2023 ad oggi molti CCNL leader sono stati rinnovati, ma la maggior parte non è riuscita a recuperare l’aumento dell’indice dei prezzi al consumo, che da gennaio 2022 a oggi sono saliti di oltre il 15%. Come confermato dai dati Eurostat, infatti, il fenomeno della povertà lavorativa è cresciuto, e molti dei CCNL leader prevedono ancora minimi tabellari inferiori alla soglia dei 9,00 €. Nell’ottobre dello stesso anno, la Corte di Cassazione ha emesso sei sentenze con le quali ha dichiarato l’illegittimità delle retribuzioni di alcuni lavoratori perché contrastanti con i principi costituzionali di sufficienza e proporzionalità della retribuzione di cui all’art. 36 Cost.: nella motivazione, la Corte scrive che laddove vengano in discussione i diritti costituzionalmente garantiti, anche il CCNL può essere derogato e che in tali casi il giudice ha il potere di applicare al lavoratore un trattamento economico parametrato a quanto previsto da un altro CCNL ad un livello di inquadramento che garantisca il rispetto dei principi costituzionali. Perciò anche ll’autonomia contrattuale delle parti può essere messa in secondo piano laddove vengano in considerazione interessi costituzionali, perché, come afferma la Corte “La nostra Costituzione ha accolto infatti una nozione di remunerazione della prestazione di lavoro non come prezzo di mercato, ma come retribuzione sufficiente ossia adeguata ad assicurare un tenore di vita dignitoso, non interamente rimessa all’autodeterminazione delle parti individuali né dei soggetti collettivi”. La Corte ha riconosciuto, in sostanza, che le parti sociali non sono più in grado di garantire per tutti i lavoratori livelli retributivi adeguati. Se guardiamo poi al rapporto tra salari e profitti, la tendenza storica appare chiaramente favorevole ai secondi. Il nostro Paese è un unicum nel mondo occidentale, perché la stagnazione dei salari ai livelli di 30 anni fa - anzi, in termini reali è stata evidenziata una riduzione - si è accompagnata ad una contestuale crescita dei profitti: ciò significa che la crescita dell’economia del Paese da quel momento in avanti si e concentrata pressochè interamente nei profitti, provocando la contestuale crescita delle disuguaglianze e della povertà. Il fenomeno è stato definito in letteratura un “travaso di ricchezza”, che oggi conduce a un contesto nel quale i redditi di capitale prodotti annualmente superano di circa 180 miliardi i redditi di lavoro. Il mercato del lavoro italiano infine presenta alcune particolari storture. Esiste una percentuale significativa’ di economia sommersa, costituita da tutti i casi di pagamenti fuori dalla busta paga, contratti che stabiliscono un certo quantitativo di ore e ne retribuiscono una diversa quantita, fino ad arrivare ai fenomeni più patologici di sfruttamento lavorativo nelle forme del Ccaporalato. Assistiamo a una forma patologica di diffusione dei contratti di lavoro occasionale, contratti a brevissimo termine e contratti di lavoro intermittente, ma anche di forme contrattuali non propriamente lavorative, come i tirocini, retribuiti in maniera del tutto insufficiente. Allo stesso modo, è più diffuso rispetto al resto d’Europa il fenomeno del part time involontario, fenomeno che grava particolarmente sulle lavoratrici. E ancora, tra i fenomeni patologici più diffusi nel mondo del lavoro troviamo il ricorso a contratti di collaborazione coordinata e continuativa o libero professionale in luogo del contratto di lavoro subordinato, al fine di rendere più economico il rapporto di lavoro è più rapida l’eventuale cessazione. Tutte queste sono circostanze in cui il lavoratore non percepisce il trattamento economico complessivo (TEC) spettante a chi lavora stabilmente, in primo luogo perché dal punto di vista quantitativo il suo impegno orario è inferiore, e in secondo luogo perché non gli si applicano tutte le tutele normative e previdenziali previste dai CCNL e dalla legge. Queste forme contrattuali spesso riguardano proprio quelle posizioni che, per lo scarso livello di specializzazione e competenze richieste, sono anche collocate ai livelli più bassi della contrattazione collettiva e dunque eventualmente impattate direttamente dall’introduzione di un TEM orario.
Il salario minimo si propone essenzialmente come meccanismo di redistribuzione della ricchezza, come mezzo per il riequilibrio nei rapporti di forza tra capitale è lavoro e perciO come forma di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (art. 3, CoO. 2 Cost.). Tutte le esperienze in cui il salario minimo è stato introdotto hanno prodotto risultati simili: l’effetto è stato positivo non solo sulle retribuzioni prima collocate sotto la soglia, che sono state automaticamente adeguate, ma anche sulle retribuzioni al di sopra, che sono cresciute di conseguenza. Nel momento in cui le fasce più povere di lavoratori hanno ottenuto trattamenti economici migliori, il potere contrattuale di tutta la parte lavoratrice è cresciuto, ed è stato perciò necessario adeguare il trattamento economico dei lavoratori più specializzati verso l’alto, tenendo conto che il nuovo parametro minimo era cresciuto.
Nella maggior parte dei CCNL leader in Italia le retribuzioni dei livelli superiori sono calcolate ponendo a 100 il livello base e aumentando proporzionalmente la retribuzione. Ciò comporta che laddove il livello base posto a parametro cresca, cresceranno proporzionalmente anche le retribuzioni dei livelli superiori. E il cosiddetto effetto spillover, che spiega come l’introduzione del salario minimo abbia effetti positivi anche per la contrattazione collettiva. In tutte le esperienze note non si sono verificate riduzioni dell’occupazione: i dati smentiscono questa preoccupazione avanzata da alcuni economisti di scuola neoliberista. In particolare, in Germania e in Spagna l’occupazione è cresciuta contestualmente all’innalzamento del salario minimo e ne è cresciuta anche la qualità, con un aumento dei posti di lavoro a tempo pieno e dei contratti a tempo indeterminato, in Spagna anche aiutato dalla riforma del mercato del lavoro realizzata dal governo Sanchez. La flessibilità economica e normativa in entrata e in uscita non è un veicolo di maggiore occupazione, ma una delle tante forme di trasferimento di potere economico e contrattuale verso le parti datoriali: perciò, invece, strumenti come il salario minimo che vincolano le parti datoriali a obblighi elevati sono fondamentali per riequilibrare le forze in campo. Inoltre, le esperienze tedesca e spagnola testimoniano come l’innalzamento del minimo salariale abbia sostenuto la domanda e i consumi interni, contribuendo alla crescita del PIL, senza che ciò provocasse particolari sconquassi per le imprese, salva una lieve diminuzione del margine di profitto nei settori a bassissimo valore aggiunto. dati dimostrano altresì che la crescita dei salari ha avuto un effetto marginale’ sulla crescita dell’inflazione (circa lo 0,3% nell’esperienza tedesca), guidata invece da altri fattori, quali in particolare le complesse vicende geopolitiche e sanitarie degli ultimi sei anni. Questo innanzitutto perché la risposta principale delle imprese non è stata un aumento tout court dei prezzi, ma il miglioramento dei processi interni, lo sforzo per aumentare la produttività (peraltro già trainata proprio dalla crescita dei salari) è la riduzione del margine di profitto. Soltanto i settori labour intensive vedono l’aumento dei prezzi come prima risposta, ma si tratta di settori che non incidono in maniera macroeconomicamente significativa sui prezzi al consumo. Perciò, anche il piccolo effetto inflattivo dei progressivi aumenti del salario minimo sono stati recuperati con gli interessi grazie alla crescita della domanda interna.
Ovviamente no, ma è un tassello importante per ridurre le grandi disuguaglianze oggi esistenti in Italia. Non possiamo farci spaventare da chi pensa di risolvere la questione dicendo che “in Italia c’è troppa economia sommersa”, perché è proprio offrendo una buona alternativa nella legalita che si fa emergere il lavoro nero è il lavoro grigio. Nella proposta n. 1275 era ad esempio stato inserito lo strumento processuale del decreto d’urgenza per l’adeguamento delle retribuzioni, misura fondamentale per restituire ai lavoratori ricorrenti la retribuzione cui avrebbero avuto diritto in tempi brevi. Il salario minimo deve essere accompagnato da una seria politica di revisione delle imposte sui redditi di lavoro, oggi troppo elevate e pesanti per le imprese, poco progressive e decisamente squilibrate tra lavoro subordinato è lavoro autonomo, revisione che deve passare anche per una maggiore imposizione sui patrimoni a partire da una riforma del catasto. D’altra parte, la crescita del trattamento economico dei lavoratori che oggi guadagnano meno di 9,00 €/ora avrà un importante effetto anche sulla committenza pubblica che deve aggiudicare gli appalti e perciò anche la spesa oubblica aggiuntiva dovrà essere sostenuta. Si tratta di un’altra forma di redistribuzione. Urge anche un intervento radicale sulle forme contrattuali precarie: l’eliminazione del contratto di lavoro intermittente, il ritorno alla causalità dal momento dell’assunzione è il disincentivo fiscale per i contratti a tempo determinato, Peliminazione dei tirocini extracurricolari e delle collaborazioni occasionali, l’innalzamento delle percentuali di apprendisti da assumere alla fine dell’apprendistato.
Altro intervento inderogabile è una legge sulla rappresentatività delle forze sindacaili: solamente facendo crollare il muro di opacità che oggi ancora vige sul numero di iscritti si potrà finalmente mettere un argine alla contrattazione pirata che spinge verso livelli deteriori anche la contrattazione leader. E, sempre in materia di contrattazione, sarà importante invertire la rotta tracciata nel 2011 con l’introduzione della possibilità di deroga in pejus dei contratti di secondo livello, per eliminare il fenomeno paradossale dei contratti collettivi nazionali applicati in una singola azienda. Nel momento in cui cominceremo a redistribuire torneremo anche a crescere.
Vi sono alcuni temi ai quali pare che il dibattito pubblico italiano sia obbligato a interessarsi ciclicamente, e che ciclicamente debba dimenticare. Uno di questi è il salario minimo legale. La misura viene spesso presentata come una soluzione intuitiva e non più rimandabile per contrastare il fenomeno della povertà lavorativa e arrestare la stagnazione trentennale delle retribuzioni reali. In supporto di questo argomento si cita la statistica, di per sé corretta, per cui la stragrande maggioranza dei paesi europei dispone di un salario minimo. Tuttavia, come spesso accade nelle scienze sociali, one size does not fit all, e l’acritica trasposizione di ricette economiche adatte ad alcuni contesti istituzionali, rischia di ignorare la profonda specificità del modello italiano di relazioni industriali, fondato storicamente sulla contrattazione collettiva settoriale.
La discussione politica si è polarizzata attorno alla proposta di fissare una tariffa minima legale pari a 9 euro. Sotto il profilo macroeconomico, la generosità di un salario minimo viene misurata attraverso l’Indice di Kaitz (il rapporto tra salario minimo e salario mediano): secondo l’analisi di Andrea Garnero e Stefano Scarpetta di lavoce.info, nei paesi Ocse che adottano un salario minimo legale questo rapporto si attesta in media attorno al 50% del salario mediano. L’applicazione di una soglia rigida a 9 euro orari determinerebbe un indice di Kaitz stimato tra il 75% e l’80% del salario mediano nazionale, configurando l’Italia un vero e proprio outlier internazionale. Peraltro, nel 2015, il rapporto tra i minimi contrattuali italiani e il salario mediano nazionale è di circa l’80 per cento, contro il 60 per cento della Francia e il 50 per cento della Germania — paesi che pure adottano un salario minimo legale. Oltre all’evidente impatto sulla competitività delle aziende, non è detto che il salario minimo si risolva in retribuzioni reali migliori per i lavoratori. Come spiegato da Maurizio Del Conte, ordinario di Diritto del lavoro all’Università Bocconi, il problema è duplice: se la soglia legale fosse fissata a un livello “basso” — attorno alla metà del salario medio, dunque 5 o 6 euro — le imprese potrebbero essere tentate di abbandonare la contrattazione collettiva, che in Italia non e obbligatoria, per rifugiarsi nel solo standard di legge. Se invece la soglia fosse fissata più in alto, attorno ai 9 euro, si correrebbe il rischio opposto, per cui alcuni settori con retribuzioni orarie oggi più basse potrebbero alternativamente uscire dal mercato oppure, per assorbire il costo aggiuntivo, tagliare altri elementi della retribuzione complessiva — welfare aziendale e altre tutele contrattuali accessorie — che oggi concorrono a un reddito mensile dignitoso. Superare uno strumento come la contrattazione collettiva non e dunque privo di costi neppure per i lavoratori; d’altronde il timore di questo superamento ha storicamente motivato l’opposizione di Cgil, Cisl e Uil all’introduzione per legge di un salario minimo, adducendo il rischio che lo standard legale agisca da “catalizzatore al ribasso”, indebolendo il potere contrattuale’ del sindacato non solo sui salari ma anche su altri istituti negoziali.
A differenza dei paesi anglosassoni, dove il salario minimo legale funge da pilastro regolatorio in assenza di una copertura sindacale diffusa, in Italia la contrattazione collettiva dovrebbe, almeno in teoria, estendersi al 90 per cento dei lavoratori dipendenti. Un’analisi del 2025 dell’Istituto sindacale europeo (Etui) registra peraltro un aumento della copertura contrattuale dichiarata dalle imprese, dall’89 per cento del 2018 al 94 per cento del 2022. A ciò fa seguito la circostanza per cui i giudici del lavoro, in caso di contenzioso, utilizzano i minimi tabellari stabiliti dai CCNL stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative come parametro di riferimento per definire la soglia di equità salariale per tutti i lavoratori del settore.
Un’analisi che ricostruisce quattro decenni di minimi tabellari nei Ccnl di metalmeccanica, commercio ed edilizia -— settori che da soli coprono circa un terzo dei dipendenti privati italiani -— mostra che questo sistema ha effettivamente tutelato le retribuzioni orarie reali nel lungo periodo, con un peggioramento marcato soltanto negli ultimi due anni, attribuibile alla crisi inflazionistica del 2022-2023 più che a un fallimento strutturale dello strumento contrattuale. Anche il Cnel, nel rapporto del 2023 commissionato dal governo per valutare il recepimento della direttiva europea sui salari minimi adeguati, ha calcolato che i Ccnl garantiscono una soglia oraria pari almeno al 50 per cento del salario medio e al 60 per cento di quello mediano a una platea di quasi 14 milioni di lavoratori, concludendo che sarebbe meglio privilegiare la via contrattuale rispetto a quella legale.
Un salario minimo uniforme su scala nazionale si scontra con i profondi divari di produttività e costo della vita che caratterizzano il Paese, tra i più profondi d’Europa. Pietro Ichino osserva che 9 euro “possono anche andar bene come importo medio”, ma costituiscono “uno standard probabilmente basso per la pianura padana e alto invece per il Mezzogiorno”. In un’altra intervista, lo stesso giurista segnala che i minimi retributivi dei Ccnl sono “per lo più troppo bassi per il Nord e troppo alti per il Sud, dove metà del lavoro si nasconde nell’economia sommersa”: un minimo legale fissato senza modulazione territoriale rischierebbe quindi di spingere ulteriormente le imprese marginali del Mezzogiorno verso il lavoro nero, anzichè favorirne l’emersione. Inoltre, nel Sud anche quei settori attualmente non coperti da Ccnl non potrebbero far leva su un costo della vita più basso per rispondere ai competitor settentrionali, finendo paradossalmente per ampliare i divari territoriali e scoraggiare la concorrenza. Un’eventuale proposta dovrebbe necessariamente ragionare sull’opportunità di differenziare il valore del salario minimo per area geografica, come avviene già in alcuni paesi OCSE. Un cambiamento di approccio talmente profondo che si tratterebbe di tutt’altra riforma. Al contempo, nelle aree ad alta produttività una soglia legale uniforme può funzionare da “ancora” verso il basso più che da rete di protezione: Ichino cita il caso del lavoro domestico a Milano, dove lo standard di fatto è già di 10 euro l’ora, segnalando che una legge nazionale fissata a 9 euro “potrebbe correggere quello standard verso il basso”. Un altro fattore essenziale e che oltre il 90% delle attività economiche italiane sono micro-imprese, ossia realtà con meno di 9 addetti che sono in grado di offrire stipendi relativamente bassi (particolarmente sui servizi nel Centro-Sud) a causa della bassa produttività, e che faticano a contenere il costo del lavoro. Come ribadito dal team di economisti di lavoce.info, un salario minimo “fissato male” farebbe sì che ad un datore che non possa garantire di pagare quella cifra minima netta corrisponderebbe la mancata assunzione di nuovi dipendenti oppure, nella peggiore delle ipotesi, farlo ma “in nero”. Per le micro-imprese e le PMI che faticano a stare sul mercato, paradossalmente l’obbligo di un salario minimo potrebbe rivelarsi un incentivo al lavoro sommerso o alla riduzione del personale dipendente.
La criticità più concreta del mercato del lavoro italiano non è l’assenza di un minimo legale, ma la proliferazione incontrollata dei cosiddetti “contratti pirata”, sottoscritti da sigle sindacali e datoriali poco rappresentative per offrire condizioni più favorevoli alle imprese. Una nota tecnica presentata alla Camera segnala che il numero di contratti collettivi nazionali depositati è più che triplicato dal 2005 a oggi, pur riguardano pochissimi lavoratori, alimentando una concorrenza al ribasso sulle condizioni di lavoro e sui salari. In Italia risultano depositati al Cnel quasi 900 Ccnl, e al momento non esiste un organismo che ne verifichi in modo vincolante la rappresentatività. Per Del Conte, la soluzione più efficace per arginare il dumping salariale senza intaccare l’autonomia collettiva è una legge sulla rappresentanza sindacale e datoriale, che estenda l’efficacia dei soli contratti firmati dalle sigle realmente rappresentative e introduca meccanismi affidabili per certificarne la rappresentatività. E una strada che lo stesso Cnel, nel rapporto già citato, ha indicato come preferibile rispetto all’introduzione di un minimo legale generalizzato. Anche una soglia “corretta” sul piano teorico incontra il limite del cuneo fiscale italiano. Secondo l’Ocse, nel 2024 il cuneo fiscale gravante sul lavoratore medio italiano senza carichi familiari era pari al 47,1 per cento del costo del lavoro: il quarto valore più alto fra i 38 paesi dell’organizzazione, dopo Belgio, Germania e Francia. Lavoce.info ha osservato che le politiche pubbliche italiane si sono finora concentrate sul salario netto -— decontribuzioni, detrazioni, riforma dell’Irpef — ma lo spazio di manovra su questo fronte appare sempre più limitato.
Il nodo strutturale riguarda piuttosto il salario lordo, frenato dalle dimensioni ridotte di molte imprese, dalla prevalenza di settori a basso valore aggiunto come turismo, edilizia e servizi alla persona, e da un sistema di relazioni industriali in alcuni comparti molto debole. Un aumento nominale imposto per legge, senza intervenire su questi fattori, rischia di tradursi in un trasferimento in parte eroso dal prelievo fiscale, più che in un reale guadagno di potere d’acquisto, e dal punto di vista politico in mero fumo negli occhi che rinvia il problema dei bassi salari anzichè risolverlo. Il costo del lavoro resta il nervo scoperto. Il cuneo fiscale a carico dei piccoli datori e dalle aziende, compresi contributi versati, e in più il peso dell’Irpef e dei contributi sociali sul reddito da lavoro dipendente, fanno sì che la retribuzione netta in busta paga sia notevolmente ridimensionata.
Una riforma che comprenda un taglio strutturale del cuneo fiscale (che potrebbe avvenire riducendo la spesa pubblica inefficiente e regressiva) aumenterebbe il reddito da lavoro netto.
Nel complesso, gli elementi raccolti suggeriscono che il problema italiano dei bassi salari non nasce da un vuoto normativo colmabile soltanto con una legge sul minimo, ma da nodi più strutturali: un sistema di rappresentanza sindacale non certificato, un cuneo fiscale fra i più pesanti d’Europa, squilibri territoriali di produttività e costo della vita, è un margine di manovra sul salario netto già in larga parte esaurito. In un paese con queste caratteristiche, l’introduzione indiscriminata di un salario minimo legale a 9 euro rischia di rivelarsi, nelle aree e nei settori già coperti da una contrattazione efficace, ridondante; e dove la soglia risultasse disallineata rispetto alla produttività locale, persino controproducente. salari bassi e fermi non sono una causa della mancata crescita economica italiana, sono la conseguenza. Senza investimenti in istruzione’ e in formazione — che si traducano poi nel rendere più competitivi e dignitosi settori economici meno specializzati con scarsa adozione di tecnologie moderne e bassa produttività —- i salari difficilmente potranno — crescere. Stabilire regole standard a cui devono sottostare tutti potrebbe avere l’effetto di: marginalizzare, penalizzare, ingabbiare e non produrre alcun effetto sulle piccole imprese “che pagano poco”. Dal punto di vista politico, decidere a tavolino un salario minimo su scala nazionale senza provare a comprendere e tentare di cambiare le condizioni che determinano i salari bassi e sperare che ciò migliori le condizioni dei lavoratori più svantaggiati è una falsa speranza. Provvedimenti simbolici ad hoc fatti per mettere toppe a situazioni di lavoro critiche sono destinati a spegnersi facilmente e ad illudere la cittadinanza che interventi di facciata risolvano storture immobili che si protraggono da decenni.
Sì e no alla separazione delle carriere: Giuseppe Valluzzi a favore, Mattia Melita contro.
Non ho votato per questo governo. Per quanto sia irrilevante dirlo, oggi chi vota Sì viene considerato pro-Meloni. E quindi — per chi legge e non mi conosce — tocca specificarlo. Il problema è che si confonde l’appartenenza politica con l’analisi del merito. Per questo mi trovo nella imbarazzante posizione di dover chiarire la mia distanza da ciò che questo governo rappresenta. Detto questo, cosa rimane? Rimane una riforma che, senza valutazioni pregiudiziali e senza avemarie di difese alla Costituzione, va analizzata, capita e criticata. Io penso, ad esempio, che non risolva il problema della giustizia penale: i tempi del processo.
Questo rimane il neo più grande: si richiede a gran voce più efficienza al sistema giudiziario, ma si interviene sulla separazione. Da me si direbbe: chiama a picche e risponde a bastoni. Non combatte il populismo penale, l’ansia di punire, né tantomeno mette fine alle carenze delle Procure, né ai problemi organizzativi della giustizia. È vero. Ma due problemi li risolve. Due problemoni: piena attuazione all’impostazione accusatoria del Codice penale di Vassalli e stroncatura del metodo di scelta correntizio che da anni domina il CSM e fa male alla giustizia tutta. E così mi trovo nella condizione (forse ancora più imbarazzante) di spiegare questi due punti. Cercherò di essere breve.
Nel 1989 Giuliano Vassalli, allora ministro della Giustizia, compì un’azione veramente rivoluzionaria: pensò un nuovo codice di procedura, sovvertendo quello fascista (dalla cui ideologia deriva l’ordinamento unitario delle carriere dei magistrati), di stampo inquisitorio, impostandolo sul sistema accusatorio (il giudice non va più a cercare le prove, ma fa sì che queste si formino in dibattimento, cioè nel contraddittorio fra le parti). Non si diede però vera attuazione a questo modello: Tangentopoli e il contrasto alla mafia costrinsero la Corte Costituzionale a varare delle sentenze che funzionarono da vero e proprio correttivo del sistema accusatorio, rendendolo in parte inquisitorio.
Oggi abbiamo un sistema misto. Per perseguire la piena terzietà e il modello accusatorio, per come era stato voluto nell’89, questa è una riforma necessaria. Se non ci fosse stato quello che è successo, probabilmente l’avremmo avuta già in passato. Il secondo problema, quello correntizio, è ancora più subdolo e, absit iniuria verbis, scandaloso. Sì, il sorteggio è una soluzione estrema, ma credo costituisca la risposta a una questione molto delicata che va risolta alla radice: il sistema di scelta delle correnti. I casi li sappiamo tutti e non starò qui a riprenderli. Per me, lo scandalo è avere un CSM pilotato, non uno sorteggiato.
Credo che lo scandalo vero sia che i membri togati eletti (tramite vere e proprie elezioni, come se la scadenza del CSM fosse l’apertura delle nuove “politiche” dei magistrati) debbano “rendere conto” ai loro elettori. In che senso “rendere conto”? Come si può immaginare che i magistrati abbiano delle filiere elettorali da soddisfare? Se di filiere elettorali e clientelismo ne abbiamo abbastanza, come possiamo - accettare serenamente che esistano per coloro i quali sono tenuti a tutelare il cittadino nel processo? Resistono le garanzie costituzionali dell’imputato-cittadino davanti alle esigenze elettorali del magistrato-eletto/elettore? Detto questo, le correnti non scompaiono. Anzi, lottano e lotteranno ancora con noi.
Quanto ai due CSM separati, questi sono logica conseguenza della separazione. Meno mi convince l’Alta Corte disciplinare, ma con valutazioni professionali al 99% e procedimenti disciplinari altamente indulgenti (leggere “Senza giustizia. Miserie e debolezze delle toghe italiane” di Stefano Zurlo) credo che si possa dare un impulso diverso, nella speranza che si arrivi finalmente alla responsabilità civile, il vero passo per l’accountability definitiva della professione. E allora perché votare contro? “Perché la politica vuole mettere le mani sulla magistratura”
Penso che il rapporto politica-magistratura sia abbastanza promiscuo, tanto da non poter essere ridotto a slogan da campagna elettorale. Io dico che le mani sulla magistratura già ce le ha da un pezzo. Anzi, penso che ci siano state delle vicendevoli toccatine. La maggioranza, nei nuovi organi, sarà sempre dei 2/3, cioè saranno sempre più i magistrati rispetto ai “politici”. E i membri politici, come ha affermato il sottosegretario Mantovano, saranno eletti dal Parlamento in seduta comune con maggioranza dei 3/5. Cioeè con la partecipazione delle opposizioni. Cioeè avremo, nelle liste per i nuovi CSM, un componente di area PD, uno M5S, etc. Inoltre, il sorteggio temperato per i laici era una necessità, data la vastità di soggetti che può essere riguardata da questa nomina-elezione (professori di materie giuridiche e avvocati sono molti di più rispetto ai magistrati), così com’è d’obbligo per questo la partecipazione delle minoranze. Aggiungerei che se a questa riforma si oppone un discorso di principi (l’autonomia di un potere costituzionale, quello giudiziario), io ribatterei sempre con un discorso di principi: questa riforma mi pare, dal punto di vista costituzionale, ancora più garantista rispetto al sistema odierno. Mi spiego: l’indipendenza della magistratura, prescritta nel vecchio art. 104 Cost., non viene toccata (mica poco, eh). Anzi, come sostengono alcuni, l’aggiunta esplicita della dicitura “magistratura requirente” in Costituzione rappresenta una garanzia ordinamentale più robusta rispetto all’odierno art. 107 Cost., che demanda alla sola legge ordinaria, cioè all’ordinamento giudiziario, le garanzie della categoria (mica poco x2!). “Perché a me i fascisti non piacciono e il governo Meloni non va bene, poi hai visto cosa ha fatto Trump?” Sempre in maniera mesta, questa volta ancora più imbarazzato, dico: ma che c’entra? Un po’ di onestà intellettuale: siamo chiamati a votare sul Governo, sulla politica estera, sulla democrazia o su una riforma costituzionale? Scanserei queste critiche perché chi vuole a tutti i costi vedere “le riforme nel contesto” finisce spesso per chiudere un occhio sul merito e trovare qualche scusa in più per urlare.
Farei invece molta attenzione a fare leva sulla paura (Trump, la democrazia, etc.), perché si inaridisce il dibattito pubblico, si creano false speranze e si alimentano mostri. E noi ci stiamo rendendo partecipi di tutto questo. “Il sorteggio non è meritocratico” A questo mi viene facile rispondere con un’altra domanda: perché l’elezione dovrebbe garantire che a vincere sia davvero “il migliore”? Non funziona così in politica, non vedo perché debba funzionare in magistratura. Un consigliere togato sorteggiato, peraltro, già lo abbiamo: Andrea Mirenda, che - a seguito delle norme introdotte dalla riforma Cartabia — è stato individuato per sorteggio in assenza del numero necessario di candidati.
Ascoltandolo e osservando il suo lavoro, mi sembra tutto fuorché poco preparato o poco professionale. Per lungo tempo ha anche gestito un blog, “Uguale per tutti”, in cui si sostiene una tesi chiara: contrastare il meccanismo correntizio, partendo dall’idea che i magistrati, avendo tutti superato lo stesso concorso, sono sullo stesso piano. Si potrà obiettare che le funzioni al CSM sono amministrative e non giudiziarie in senso stretto — pur richiedendo comunque capacità di giudizio — ma allora viene da chiedersi: quale magistrato le ha mai esercitate prima di entrarvi? “Perché il PM sarà sottoposto all’esecutivo” Come detto, nulla di tutto quello che è scritto nella riforma fa presagire questa conclusione.
Anzi, la riforma scrive in Costituzione, dato che prima questo non c’era, che la magistratura requirente (i pubblici ministeri) gode di autonomia e indipendenza. Per poter realizzare questo piano di sottoposizione della pubblica accusa all’esecutivo si dovrebbe cambiare di nuovo la Costituzione, in senso contrario a come sarebbe se questa riforma costituzionale andasse in porto. In soldoni, perché sacrificare, sull’altare della lotta politica, un’altra occasione per risolvere i problemi? Perché bisogna essere sempre per il cambiamento del giorno dopo? Perché bisogna — per citare un sostenitore del No -— rimanere come degli stronzi a guardare?
Se non passa ora, non passerà mai più. E si urlerà a gran voce: evviva, la separazione non ci piaceva e non ci piacerà mai! Oggi i sondaggi sono chiari, io sono un po’ pessimista e ho l’impressione di star facendo l’apologia di un morto: poniamo che il 22 e il 23 marzo prevarranno i No e la riforma non passerà; al di là del dato politico, che ora non mi importa ma che avremo modo di discutere, ho la paura che prevarranno invece i Sì di un’altra fazione, da tempo imperante nel panorama italiano, quella dell’ostracismo al cambiamento e della tendenza alla lamentela.
Prevarrà quindi la fazione dei “ehh ma ai tempi miei... mica come mo’, mo’ fa tutto schifo”. Eh sì, fa tutto schifo. Ma allora cambia, se non ti piace quello che hai attorno. No? No. E allora mi tocca fare un po’ di campagna per il No. Almeno vincerò, per una volta.
La consultazione referendaria di marzo è vicina. I megafoni delle forze politiche sono al massimo volume e gli sforzi degli schieramenti e dei tanti comitati non fanno altro che creare uno sciame enorme di ragioni che ronzeranno attorno agli Italiani anche durante il silenzio elettorale. In un clima così, dove pesanti inesattezze si mescolano a nobili verità, la confusione diventa la normalità. Certo e che, tra tutti i promotori delle più svariate estrazioni, non mi sarei aspettato di certo che le bugie più rilevanti uscissero dalla bocca di un ex-magistrato, ora ministro della giustizia. Al quale però mi sento di voler rivolgere un invito: la prego, signor Nordio, di continuare così e le dirò di piu, fossi all’opposizione farei approvare una legge ad personam che ammetta deroghe al silenzio elettorale, in modo tale che possa liberamente esprimersi, anche, anzi soprattutto, nei giorni della riflessione. Se poi riuscisse a trovare il tempo, le suggerirei di appostarsi all’uscio di tutti i seggi dello stivale per poter sussurrare all’orecchio dell’elettore tremante, indeciso nell’urna, le proprie illuminanti ragioni. A dirla tutta, anche l’altra faccia della Campagna referendaria, quella del NO, ci ha riservato delle spiacevoli sorprese, penso ad esempio, alle dichiarazioni a dir poco ambigue del Procuratore Gratteri, oppure alla costante invocazione, da parte di alcune realtà politiche e associative, del “rischio democratico” come motivazione di punta per giustificare la contrarietà, tattica che ha portato a spostare il focus dai veri problemi della riforma e ad una “sottovalutazione” dello stesso pericolo per la democrazia.
Adesso, buona parte dei sondaggi lasciano intendere che si tratterà di una sfida all’ultimo voto. Il Sì sembra leggermente in vantaggio. Il che non mi stupisce dato l’ampio consenso di cui continua incredibilmente a godere il governo Meloni e gli endorsement “di principio” delle forze centriste e di parte dell’area riformista del Partito Democratico. Le analisi, fino a questo momento, sono state tante e le ragioni dei due poli vengono sostenute da figure autorevoli, fattore che dimostra la complessità della questione, la non assoluta esattezza di una sola delle posizioni e la differente interpretazione che può esser data allo stesso quesito. Lettura, almeno quella degli autorevoli sostenitori del Sì, che mi è parsa spesso massimalista e animata da principi giusti, da perseguire, ma che, con una riforma del genere, rischiano di rimanere lettera morta. In effetti, non posso nascondere che, idealmente, riconosco il valore della separazione delle carriere e, in condizioni differenti, sarei favorevole alla costituzionalizzazione. Ma proprio per evidenziare la mancanza di tali condizioni e per rispolverare alcune essenziali ragioni del No, spesso oscurate dal suddetto “rischio democratico”, ho deciso di dire la mia. Ad onor del vero, poco meno di un anno fa su “calcinacci” riportavo su carta le mie perplessità sulla riforma, in un articolo intitolato “il valzer della dea bendata” che vi invito comunque a riprendere dal numero dello scorso aprile. Questa sintetica presa di posizione prendetela come un aggiornamento, un’aggiunta di motivazioni alla mia ferma contrarietà. Perché mi si irritano le gengive quando sento qualcuno giustificare la propria posizione di favore per la riforma con vaghi riferimenti all’efficienza della giustizia, alla regola del “chi sbaglia paga’”, alla necessaria estirpazione delle correnti o, infine, al generico desiderio di cambiare un sistema che ha evidenti falle, ma di cui la riforma non ne risolve nemmeno una. Per questo e non per ulteriori “paletti ideologici”, decido di dire NO alla riforma, perché la costituzione non è un laboratorio transitorio e il popolo italiano non è una cavia. Prima di iniziare, mi chiedo perché il governo, pur di non rinviare le date fissate per il voto alle settimane successive, abbia deciso, rompendo una prassi ormai consolidata da governi di qualsiasi colore, di “riesumare” una legge del ’70. Oppure mi domando quale sia il fondamento della decisione di non permettere il voto fuorisede, possibilità che l’esecutivo, con proclami roboanti, aveva “concesso” - per la prima volta - in occasione della consultazione dello scorso giugno e il cui diniego - e qui arriva il bello - è stato motivato con la presunta non sufficienza dei tempi a disposizione. Tutto ciò è costituzionalmente legittimo, ma i dubbi legati ad una possibile “strategia ostativa” rimangono e rimarranno anche dopo le 15:00 del 23 marzo. Possiamo ora passare all’analisi delle argomentazioni dei sostenitori del Sì e di alcune questioni di merito, legate soprattutto all’Alta Corte Disciplinare e allo strumento del sorteggio puro per i membri togati del CSM. Un primo ed essenziale punto di forza su cui si è basata la retorica del Sì è stato il ruolo svolto dai pubblici ministeri, la cui concezione di fondo è stata, forse brutalmente, esplicitata dal vicecapo di gabinetto del ministero della giustizia Giusi Bartolozzi, che li ha descritti come: plotoni d’esecuzione da togliere di mezzo. Queste dichiarazioni non mi sembrano affatto scandalose, anzi, tendo più a diffidare dagli scostamenti di facciata dei “compari”, si pensi al distanziamento del “monolite” Carlo Nordio. Tali affermazioni sono importanti perché hanno il pregio di portare, senza filtri, a galla quella che potremmo descrivere come l’ultima macabra forma assunta dalla becera retorica berlusconiana delle “toghe rosse” e delle “oersecuzioni”. Perché, se da un lato, è innegabile che alcuni requirenti, nel tempo, si sono macchiati di atti vergognosi ed ingiusti, dall’altro, si dovrebbe evitare di far passare ’eccezione per la normalità. E vi dirò di piu, anche assumendo che le condotte spiacevoli siano diffuse, la riforma non le andrebbe minimamente a toccare.
La “falsita” della riforma può essere colta già a una prima lettura. Prendendo, ad esempio, lo slogan “chi sbaglia paga”, si può osservare che, se davvero volessero far pagare i magistrati che sbagliano, non si dovrebbe delegare la materia disciplinare a un’Alta Corte che, per composizione (con le dovute riserve), procedure e, soprattutto, per la struttura e la sostanza dei codici disciplinari, ricalca l’attuale assetto della sezione disciplinare del CSM. Se si guarda, infatti, alla composizione e alle procedure, il condizionamento politico risulta persino leggermente accentuato: i membri non togati passano da un totale di 5 a 6. Il rapporto tra togati e non togati subisce quindi una variazione minima, lasciando nella sostanza l’assetto quasi invariato (confidando nella “imparzialità” dei nominati dal prossimo Capo dello Stato). Ed è bene evidenziare la vaga formulazione dell’ultimo comma dell’articolo 4 del testo di riforma, in cui si legge:
«la legge determina gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, indica la composizione dei collegi, stabilisce le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte e assicura che i magistrati giudicanti o requirenti siano rappresentati nel collegio». Da questo possiamo trarre una serie di conclusioni. In primis, vengono rimesse - tra gli infiniti rinvii non predeterminabili - alla legge ordinaria le norme per il “funzionamento”, termine che può essere oggetto di innumerevoli interpretazioni. Poi, arriva l’ilarità, cade la maschera, poiché si afferma che sarà ancora la legge ordinaria a determinare le infrazioni e le relative sanzioni. Quest’ultimo punto può essere ben compreso solo se si osservano i codici disciplinari attuali, destinati a permanere anche qualora dovesse vincere il Sì, regolati in gran parte dal Dlgs.
emanato - ironia della sorte - dal governo Berlusconi Ill. Codici, che a mio avviso, rappresentano l’ingranaggio malfunzionante della sacrosanta regola del “chi sbaglia paga”. Perché, per farla breve, se un magistrato commette una grave infrazione è bene che venga punito con una sanzione altrettanto grave, cosa che, ahimè, oggi non accade a causa della non-esistenza di rimedi adeguatamente proporzionati, oltre le rare ipotesi in cui viene irrogata la sanzione della rimozione. Detto cio, logicamente, mi chiedo: ma c’era davvero bisogno di abbandonarsi alle lungaggini di una riforma costituzionale quando, per risolvere il problema degli illeciti disciplinari commessi dai magistrati, sarebbe bastata una semplice legge ordinaria volta a rivedere i codici disciplinari?
Ora, non posso far altro che sperare che alle stesse domande perverranno i fautori del Sì e - più nello specifico - dell’attuale maggioranza, che sembrano, quantomeno in materia di giustizia, accontentarsi di 54 nuove fattispecie di reato, di avere magistrati che sbagliano e non pagano quanto dovrebbero e di avere un nuovo “isolato” CSM di soli requirenti che, non solo non saranno più una minoranza tra i giudicanti, ma si giudicheranno da soli. Punto che, devo ammettere, per onestà intellettuale, sembra un bel regalo da fare alla categoria che si intende “bastonare”, tanto da farmi desiderare di essere parte dei prossimi malcapitati che dovranno essere tolti di mezzo con una riforma.
Vorrei chiudere l’analisi della nuova Corte con una menzione d’onore, che rappresenta una palese limitazione delle garanzie del giusto processo per i magistrati che verranno giudicati. Difatti, si legge nel testo che, contro le sentenze emesse dalla Corte, l’impugnazione è sì sempre ammessa, ma davanti alla Corte stessa. Lasciatemi dire che intravedo già gli effetti “curativi” di questa pausa di riflessione.
Il secondo ed ultimo punto critico su cui vorrei focalizzarmi è il metodo di selezione tramite sorteggio puro, che non avevo adeguatamente approfondito nel precedente articolo. Per chi non fosse aggiornato, qualora vincesse il Sì, diverrebbe il nuovo metodo di selezione di 2/3 dei togati nei due CSM e, in breve, prevede che questi vengano sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia. Ecco, la giustificazione di questa misura è una: estirpare le “terribili” correnti. Partendo da questo punto, l’inefficacia del rimedio è evidente nelle finalità “tradite”: non limita l’influenza delle correnti, non distrugge alcuna corrente e potrebbe causare una diminuzione della qualità dei magistrati chiamati ad esprimersi sulle carriere dei colleghi. Sul primo punto si può dire che, effettivamente, non sarà più possibile, per le correnti, predeterminare ex ante, tramite intese e accordi non formali, i componenti da eleggere. E però altrettanto vero - ed e qui che si riscontra la prima crepa - che, di fatto, si andrà semplicemente a posticipare l’esercizio del potere direttivo di queste ultime. Perché saranno i singoli magistrati, una volta eletti, per motivi di bilanciamento e di buon governo dell’organo, ad avvicinarsi ai vari schieramenti. Notate bene che, con la risoluzione del primo punto dubbio, abbiamo l’automatico assorbimento’ del secondo, relativo all’esistenza stessa delle correnti che, diciamolo chiaramente: continueranno ad esistere.
Non ci resta ora che vagliare l’ultima criticità: la potenziale perdita di qualità dei giudicanti. Questa conseguenza negativa potrebbe aversi a causa della natura “pura” del sorteggio, che lascerebbe dei posti essenziali alla merce di una platea vastissima, composta da più di 9000 magistrati. Il che potrebbe portare alla selezione casuale di nuovi, maldestri, “Palamara”. Perciò, si otterrebbe un risultato paradossale, perché non solo si andrebbe ad incidere poco sulla influenza e sull’esistenza delle correnti, ma si correrebbe il rischio di avere delle vere e proprie “mine vaganti” a Palazzo Bachelet. A seguito di questa conclusione, riesco già a sentire la tipica e legittima obiezione: “ma sono pur sempre dei magistrati, selezionati tramite concorsi rigorosi che fungono, già di per sè, da garanzia”.
Ecco, anche qui il ragionamento ée fallace, perché non esiste oggi alcun criterio che permetta di valutare l’adeguatezza di un candidato magistrato allo svolgimento di funzioni direttive di questo peso, e soprattutto, di questo’ tipo, come brillantemente sottolineato dall’attuale consigliere laico del CSM, Ernesto Carbone, in un prezioso momento di confronto organizzato dall’associazione Student Office. Un criterio che, nonostante l’informalità dell’attuale meccanismo, viene comunque applicato - seppur non sempre in modo perfetto - dalle correnti, che al momento dell’individuazione dei soggetti da eleggere cercano di selezionare quelli ritenuti più idonei.
Per concludere, non posso far altro che augurarvi un voto libero e consapevole. Certo è che, viste le criticità della giustizia italiana, potremmo, per una volta, farci trovare educati alle “vere” riforme, uniti nella pretesa di concretezza e di cambiamenti effettivi, invece che confusi ed animati da slogan, dalla sola voglia di cambiare o da nobili ideali destinati a rimanere tali.
Un dialogo sulla fede tra dubbio e appartenenza: Meursault sul credere come atto da costruire, Giorgio Maria Irone sulla fede vissuta nella Chiesa.
Nel modo in cui si parla tradizionalmente di fede si cela un malinteso profondo. La si rappresenta come qualcosa che si ha o non si ha, una predisposizione dell'anima quasi al pari di un tratto caratteriale. Rappresentazione molto comoda perchè solleva dalla responsabilità di interrogarsi davvero, e per questo motivo incredibilmente sbagliata.
La fede, che sia religiosa, filosofica o addirittura solo la fiducia di fondo che dà un senso alle proprie azioni, non è uno stato, ma un processo che richiede di passare attraverso la propria negazione.
Immaginate due credenti. Il primo non ha e mai ha avuto motivi seri per dubitare: è cresciuto dando per scontate certe risposte e non hai mai sentito il peso delle domande. La sua fede è intatta ma inerte. Non ha mai dovuto sorreggere niente. Il secondo, invece, ha attraversato il dubbio, ha affrontato faccia a faccia le obiezioni più serie ed ha vissuto per un periodo senza nessuna risposta soddisfacente. È riuscito ad arrivare da qualche parte. La prima fede è stata semplicemente ereditata, la seconda costruita. La distinzione non è teologica, ma riguarda chiunque abbia dovuto scegliere nel percorso della propria vita tra senso e cinismo, impegno e nichilismo, tra ripiegamento su se stessi e fiducia nel prossimo. In questo senso la fede va a rivelarsi una categoria incredibilmente più ampia di quello che può sembrare.
Fëdor Dostoevskij, nel suo ultimo romanzo "I fratelli Karamazov" (1880), mette in scena esattamente questo. Racconta di tre fratelli radicalmente diversi tra loro che hanno un duello intellettuale sulla possibilità stessa della fede. Il fratello Ivan è un razionalista. Forse il più intelligente tra i tre, viene fatto voce delle obiezioni più serie che si possano rivolgere a qualsiasi sistema di credenze. Ivan nega Dio perché non riesce ad accettare un mondo in cui esiste la sofferenza innocente. Questa ribellione morale è tanto eroica quanto coerente: se il mio biglietto d'ingresso all'armonia universale è il pianto di un bambino, io restituisco il biglietto.
Dall'altro lato abbiamo Alyosha, il fratello minore, novizio in monastero. Alyosha non è in grado di rispondere alle obiezioni di Ivan, non lo è mai stato e mai lo diventerà. Non smonta le argomentazioni del fratello, ma la sua risposta è pratica e affettiva. La sua reazione ad un cinismo disarmante è l'amore come atto volontario e faticoso.
Il cuore del romanzo è il racconto che Ivan inventa e narra ad Alyosha: La Leggenda del Grande Inquisitore. Cristo ritorna sulla terra nel XVI secolo e viene arrestato dall'inquisizione. L'inquisitore gli spiega attraverso un lungo monologo come la libertà che Egli aveva donato all'uomo fosse un peso insopportabile, e perché la chiesa avesse fatto bene a toglierla di mezzo sostituendola con un'istituzione ed il mistero. Questa appena citata è una delle critiche più potenti alla religione organizzata, e più in generale di qualsiasi sistema che dà risposte rassicuranti piuttosto che lasciare le persone libere, e quindi esposte, di costruirsi qualcosa di proprio. Alyosha non risponde, ma alla fine del racconto si avvicina al fratello e lo bacia, esattamente come fece nella storia Cristo con l'inquisitore. Tutto ciò lascia il dubbio sul se questa azione sia risposta o resa.
Qualunque cosa valga davvero per noi, un progetto, una relazione, un sistema di valori, ha solidità solamente nella misura in cui ha retto qualcosa. La fede non costruita è fragile non perché falsa ma perché mai testata. È paragonabile ad un muro fatto di sabbia: tiene finchè non piove. Ivan non è nemico di Alyosha, ma un interlocutore necessario. Senza di lui la fede di Alyosha sarebbe meno robusta, se non addirittura assente. Costruire la propria fede è un processo che non finisce, ma viene messo continuamente alla prova senza mai arrivare ad una risposta definitiva. Ha bisogno di manutenzione, come ogni macchina in movimento: si smonta, si aggiusta a volte sostituendone i pezzi e si rimonta. Viviamo in un'epoca con una tolleranza molto bassa per l'incompletezza.
Ci si tende a presentare con posizioni già formate, già solide, già pronte per la pubblicazione. Il dubbio è percepito come debolezza, o, peggio, come mancanza di identità. Ma questa intolleranza ha un costo preciso: produce persone che non hanno mai davvero scelto cosa credere, perché non si sono mai concesse il tempo di non saperlo.
Dostoevskij non offre soluzioni. I fratelli Karamazov non si chiude nè con la conversione di Ivan né con Alyosha che smonta le sue obiezioni. Le domande restano aperte, e questo non è un difetto del romanzo: è la sua tesi. Ciò che cambia, nel corso del libro, non è la risposta ma la qualità del rapporto con la domanda. Alyosha non sa rispondere a Ivan. Sa stargli vicino. Forse è questo il punto. Non si costruisce la fede trovando le risposte giuste, ma imparando a non scappare dalle domande scomode. Il cantiere non finisce, ma si impara a lavorarci dentro.
Sono rimasto molto colpito dall'articolo di Francesco, ho quindi deciso di mettere per iscritto una risposta che possa aiutare il dialogo fornendo il mio punto di vista di cristiano e di appartenente alla Chiesa cattolica su un tema che mi tocca da vicino, anzi vicinissimo.
Condivido la tesi di fondo del suo articolo: una fede che non viene mai messa alla prova sarà inerte. Non c'è dubbio che la fede deve essere messa in gioco, deve dare forma alla vita e perciò deve essere messa alla prova. Da un altro punto di vista questa frase di Giovanni Paolo II dice la stessa cosa: "Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta".
In questo senso una fede che diventa cultura entra in dialogo con le grandi questioni dell'esistenza e cambia il modo di vivere e pensare la vita e così cresce e si fortifica di fronte al confronto sincero con la realtà. Un cristianesimo che rimanesse inerte non porterebbe frutto e non verrebbe mai veramente preso sul serio, sarebbe più facile da perdere e tenderebbe a essere ininfluente rispetto alla cogenza delle questioni che ogni persona deve affrontare.
Una fede così diventa superflua e facile da abbandonare, e per questo è necessario sia carica di ragioni e vissuta sempre profondamente. Se l'esperienza cristiana non ha più nulla da dire sull'amore, sull'esistenza, sul dolore e sulla morte, sulla pace e sulla guerra, a che servirebbe? Credo quindi che sia davvero necessario, proprio perché l'esperienza cristiana è credere e vivere un senso della realtà, mettersi in cammino affinché questo senso entri nella vita di tutti i giorni.
Perché questa verifica e questo cammino sia completo esiste quella che si chiama compagnia vocazionale o compagnia della Chiesa che proprio è innanzitutto il luogo in cui questa fede viene trasmessa, ma assieme alla sua trasmissione, la compagnia lascia lo spazio per la verifica personale della stessa, sostenendola.
Voglio richiamare l'immagine della Piazza San Pietro vista dall'alto. Il colonnato del Bernini simboleggia due grandi braccia pronte ad accogliere chiunque vi si accosti, rappresentando la Chiesa come madre e maestra, capace di amare e di sostenere tutta l'umanità nel suo cammino verso il vero, il bello e il giusto.
Vivere per il vero, il bello e il giusto è chiaramente possibile ad ogni uomo e anche il dialogo tra posizioni diverse, come testimoniano i fratelli Karamazov, è un elemento utile e può portare frutto, a patto che ci si metta insieme alla ricerca della verità. Questa disponibilità, da parte del credente, sarebbe un segno di buona salute del proprio cammino e dell'esperienza ecclesiale.
Diciamo questo a discapito dell'immagine, che alle volte, purtroppo, non rimane solo un'immagine, di una Chiesa altera, distante e imperturbabile e piena di risposte precostituite. L'istituzione è nata senza dubbio per vivere e testimoniare Cristo Gesù, e quindi pone delle risposte circa le grandi domande di senso che ogni uomo vive, ma l'idea di istituzione che traspare dall'articolo di Francesco è indice di un aspetto patologico non è per niente l'essenza della vita ecclesiale.
Vorrei richiamare la frase di Don Giussani: "La Chiesa è il grembo dell'io" cioè esattamente il luogo dove l'uomo può crescere e formarsi. Per il credente è necessario perciò vivere un'appartenenza vera e sincera. Non deve chiudersi agli altri, ma essere veramente interessato a entrare in dialogo con chiunque e dialogare al livello della verità e della giustizia è un'occasione grande che la Chiesa favorisce sempre, e appartenervi fino in fondo porta a questa capacità di apertura, permettendo così di vivere un cristianesimo, ci tengo a sottolinearlo, pieno di ragioni e sempre più costruite nell'esperienza, meno inerti e meno deboli.
In chiusura, vorrei citare Papa Benedetto XVI, per sottolineare ancora una volta come una fede buona e sana porti ad una pienezza di vita: "La fede non è un pacchetto di dogmi, un peso sulle spalle, ma è la gioia di essere amati da Dio. È come avere due ali per il volo: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Senza queste due ali non si può volare, ma con esse si è portati in alto."
Ciò che la Chiesa propone a tutti è un cammino al fine di aiutare ognuno affinché maturi e viva nel vero, nel bello e nel giusto.
